Part 2
V. Pel corso di parecchie generazioni, dalla Danimarca e dalla Scandinavia seguitarono a sbucare innumerevoli pirati, famosi per forza, valore, implacabile ferocia, e odio contro il nome cristiano. Non vi fu paese che al pari dell’Inghilterra patisse le devastazioni di cotesti invasori. Le sue coste giacevano presso ai porti donde essi movevano, nè parte alcuna della nostra isola poteva dirsi così discosta dal mare da potersi tenere immune dalle loro aggressioni. Le medesime atrocità che avevano tenuto dietro alla vittoria dei Sassoni sopra i Celti, toccarono poscia ai Sassoni per le mani dei Danesi. La civiltà, che già principiava a sorgere, non ne sostenne il colpo e giacque di nuovo. Grosse colonie di venturieri, movendo dal Baltico, stabilironsi sopra le nostre spiagge orientali, e a poco a poco procedendo verso Occidente, sostenuti dagli aiuti che loro venivano dal mare, ambirono il dominio di tutto il reame. Il conflitto fra le due fiere razze teutoniche durò per sei generazioni, signoreggiandosi alternativamente. Crudeli carnificine seguite da vendette crudeli, provincie devastate, conventi saccheggiati, città distrutte dalle fondamenta, compongono la più gran parte della storia di quegl’infausti giorni. Alla perfine cessò di erompere dal Settentrione quel perpetuo torrente di predoni, e da quel tempo in poi la scambievole avversione delle razze cominciò a scemare. I mutui connubi divennero frequenti. I Danesi impararono la religione dei Sassoni; e in tal guisa estirpossi una delle cagioni del loro odio mortale. Gl’idiomi danese e sassone, entrambi dialetti d’una lingua più estesa, armonizzarono in uno. Ma la distinzione tra i due popoli non era affatto scomparsa allorchè sopraggiunse un evento, che li prostrò, schiavi e degradati entrambi, ai piedi di un terzo popolo.
VI. I Normanni erano a quei tempi la gente più insigne di tutta la Cristianità. Per valore e ferocia si erano resi cospicui fra i predatori che la Scandinavia aveva già mandati a devastare la Europa Occidentale. Le loro navi furono per lunga stagione il terrore di ambi i lidi dello Stretto. Spinsero più volte le armi loro nel cuore dello imperio de’ Carlovingi, e rimasero vittoriosi sotto le mura di Maestricht e di Parigi. In fine, uno dei fiacchi eredi di Carlomagno cesse agli stranieri una fertile provincia, irrigata da un bel fiume e contigua al mare, che era il loro prediletto elemento. In quella provincia fondarono uno Stato potente, il quale a poco per volta venne estendendo la propria influenza sopra i principati vicini di Bretagna e di Maine. Senza deporre l’indomito valore che aveva tenuta in perpetua paura ogni terra dall’Elba fino ai Pirenei, i Normanni rapidamente acquistarono tutto; e, più che tutto, il sapere e la cultura che trovarono nelle contrade dove s’erano stanziati; mentre il loro coraggio tutelava il territorio dalle straniere invasioni. Ordinarono internamente lo Stato in modo affatto ignoto da lungo tempo all’impero franco. Abbracciarono il Cristianesimo, e con esso impararono gran parte di di ciò che il clero poteva insegnare. Smesso lo idioma natio, abbracciarono la favella francese, nella quale predominava lo elemento latino, ed innalzarono speditamente il loro nuovo linguaggio ad una dignità ed importanza che non aveva per lo innanzi posseduto. Lo trovarono in condizione di gergo barbarico, e gli dettero norme fisse scrivendolo, e usandolo nelle leggi, nella poesia e nel romanzo. Deposero la brutale intemperanza, cui tutte le altre razze della gran famiglia germanica erano pur troppo inchinevoli. Il lusso squisito del Normanno offre un mirabile contrasto con la rozza ghiottoneria e ubbriachezza de’ Sassoni e Danesi suoi vicini. Amava di far pompa della propria magnificenza non in vaste provvisioni di cibi e di bevande, ma in grandi e stabili edifici, ricche armature, generosi cavalli, eletti falconi, bene ordinati tornei, banchetti delicati più presto che abbondanti, e vini notevoli meglio per isquisito sapore che per forza inebbriante. Quello spirito cavalleresco che ha esercitata così forte influenza sopra la politica, la morale e i costumi di tutte le nazioni europee, trovavasi grandissimo nei Nobili normanni. Questi nobili facevansi notare per la grazia del loro contegno e del loro conversare; per la destrezza nel condurre i negozi, e per la eloquenza naturale, che con estrema solerzia coltivavano. Uno dei loro storici s’inorgoglisce affermando, i Normanni essere oratori fin dalle fasce. Ma la loro precipua celebrità derivava dalle imprese militari. Ogni paese dall’Oceano Atlantico fino al Mare Morto rendeva testimonio de’ prodigi della disciplina e del valor loro. Un solo cavaliere normanno, capo di una mano di guerrieri, cacciò i Celti dal Connaught. Un altro fondò la monarchia delle Due Sicilie, e vide lo imperatore d’Oriente e quello d’Occidente fuggire allo aspetto dell’armi sue. Un terzo, l’Ulisse della prima crociata, venne innalzato da’ suoi fidi commilitoni alla sovranità d’Antiochia; ed un quarto, quel Tancredi che vive eterno nel grande poema del Tasso, era celebre per tutta la Cristianità come il più strenuo e generoso fra i campioni del Santo Sepolcro.
La propinquità di un popolo così notevole cominciò ben per tempo a produrre un effetto sullo spirito pubblico dell’Inghilterra. Innanzi la conquista, i principi inglesi andavano a educarsi in Normandia. Mari e terre inglesi venivano conferite ai signori normanni. L’idioma normanno–francese parlavasi familiarmente nel palazzo di Westminster. La corte di Rouen pareva che fosse verso la corte di Eduardo il Confessore ciò che la corte di Versailles, lunghi anni dopo, era verso la corte di Carlo II.
VII. La battaglia di Hastings, e le vicende che ne derivarono, non solo posero un duca di Normandia sul trono inglese, ma sottoposero tutta la popolazione dell’Inghilterra alla tirannide della razza normanna. Rade volte, e perfino in Asia, una nazione soggiogò un’altra nazione tanto pienamente, quanto la normanna fece dell’inglese. I capitani degli invasori divisero la contrada tuttaquanta, e se ne distribuirono le parti; e per mezzo di vigorose istituzioni militari, validamente connesse con la istituzione della proprietà, riuscirono ad opprimere i naturali del paese. Un codice penale crudele e crudelmente eseguito, tutelava i privilegi e perfino i diporti de’ tiranni stranieri. Nonostante, la razza soggiogata, quantunque prostrata e calpesta, mandava fieramente il suo fremito. Parecchi uomini audaci, che poscia divennero eroi delle nostre vecchie ballate, rifugiaronsi fra le selve, ed ivi sfidando leggi di copri–fuoco e di foreste, conducevano una guerra predatoria contro gli oppressori. Gli assassinii erano fatti giornalieri. Molti dei Normanni sparivano improvvisamente senza che ne rimanesse vestigio. Trovavansi numerosi cadaveri aventi segni di morte violenta. Fu bandita la morte per mezzo della tortura contro gli assassini, i quali venivano ansiosamente cercati, ma quasi sempre indarno; perocchè la intera nazione cospirava a nasconderli. Finalmente, reputarono necessario imporre una grave multa sopra ogni centuria di abitanti fra’ quali un individuo d’origine francese fosse trovato ucciso: legge che fu seguita da un’altra, che ordinava ogni individuo ucciso doversi reputare francese, qualvolta non potesse provarsi che fosse sassone.
Nel corso de’ centocinquanta anni che seguirono la conquista, a parlare dirittamente, non esiste storia inglese. I re francesi d’Inghilterra veramente inalzaronsi tanto, da diventare la meraviglia e il terrore di tutte le nazioni vicine. Conquistarono la Irlanda: riceverono l’omaggio dalla Scozia. Per mezzo del valore, della politica, de’ prosperi e splendidi connubi loro, diventarono più potenti sul continente, di quello che fossero i re di Francia, loro sovrani feudali. L’Asia al pari dell’Europa era abbarbagliata dallo splendore della potenza e gloria loro. I cronisti arabi prendevano ricordo con forzata ammirazione della caduta di Acri, della difesa di Joppe, e della vittoriosa marcia d’Ascalone; e le madri arabe per imporre silenzio ai loro figliuoli, rammentavano loro il nome del Plantageneto dal cuore di leone. Vi fu un tempo che la discendenza di Ugo Capeto parve presso ad estinguersi, nel modo stesso con che eransi estinte le dinastie de’ Merovingi e de’ Carlovingi; e che una sola grande monarchia dovesse estendersi dalle Orcadi fino a’ Pirenei. È così forte il nesso che le menti stabiliscono tra la grandezza d’un sovrano e la grandezza della nazione da lui governata, che quasi tutti gli storici dell’Inghilterra hanno descritto con un sentimento di esultanza il potere e lo splendore de’ suoi padroni stranieri, ed hanno compianta la decadenza di quello splendore e potere come una calamità della patria nostra. La quale cosa, a dir vero, è così assurda, come lo sarebbe se un negro d’Haiti dei nostri tempi considerasse con orgoglio nazionale la grandezza di Luigi XIV, e parlasse di Blenheim e Ramilies con patrio dolore e vergogna. Il conquistatore e i suoi discendenti fino alla quarta generazione non erano uomini inglesi: quasi tutti erano nati in Francia; passavano la maggior parte della vita in Francia; la loro favella era francese; pressochè tutti gli alti uffici da loro dipendenti erano affidati ad individui francesi; ogni acquisto che facevano sul continente li rendeva ognora più stranieri alla popolazione dell’isola nostra. Uno de’ più egregi fra loro, a vero dire, tentò di procacciarsi lo affetto de’ suoi sudditi inglesi, sposando una principessa inglese. Ma molti de’ suoi baroni consideravano quel matrimonio come i cittadini della Virginia considererebbero un matrimonio tra un padrone e una fanciulla schiava. Nella storia quel principe è conosciuto sotto l’onorevole soprannome di Beauclerc; ma nei suoi tempi, i suoi concittadini gli avevano apposto un soprannome sassone a dileggio del suo sposalizio con una donna sassone.
Se ai Plantageneti fosse venuto fatto, siccome una volta parve verosimile, di porre tutta la Francia sotto il loro dominio, egli è probabile che la Inghilterra non avrebbe avuta mai una esistenza indipendente. I suoi principi, i signori, i prelati, sarebbero stati uomini diversi di sangue e di lingua dagli artigiani e dagli agricoltori. Le entrate de’ suoi grandi possidenti sarebbero state spese in feste e diporti su le rive della Senna. La nobile favella di Milton e di Burke sarebbe rimasta nella condizione di rustico dialetto, priva di letteratura, di grammatica, d’ortografia fissa, abbandonata all’uso della plebaglia. Nessuno uomo di discendenza inglese si sarebbe innalzato a grado eminente, ove non fosse diventato francese per lingua e costumi.
VIII. La Inghilterra va debitrice di avere scansate coteste calamità ad uno avvenimento che gli storici hanno generalmente rappresentato come un disastro. I suoi interessi erano così direttamente opposti agli interessi de’ suoi principi, che erasi ridotta a sperare soltanto negli errori e nelle traversie loro. Lo ingegno e perfino le virtù de’ sei primi re francesi che la signoreggiarono, furono per lei una sciagura. La demenza e i vizi del settimo le furono di salvezza. Se Giovanni avesse ereditato gl’incliti pregi del padre suo, d’Enrico Beauclerc, o del Conquistatore; anzi se avesse egli posseduto il coraggio marziale di Stefano o di Riccardo, e se il re di Francia a quel tempo stesso fosse stato inetto al pari di tutti i successori di Ugo Capeto; la casa de’ Plantageneti avrebbe acquistata in tutta l’Europa una supremazia senza rivali. Se non che, appunto in quell’età, la Francia per la prima volta dopo la morte di Carlomagno era governata da un principe d’animo destro e vigoroso. Dall’altro canto la Inghilterra, la quale, dalla battaglia di Hastings in poi, era stata, generalmente parlando, retta da savi uomini di Stato, e sempre da strenui guerrieri, cadde sotto la dominazione d’un principe frivolo e codardo. Fino da quello istante le sue sorti cominciarono a splendere. Giovanni fu cacciato di Normandia. I nobili normanni si videro astretti ad eleggere fra l’isola e il continente. Chiusi dal mare fra un popolo che avevano fino allora oppresso e spregiato, si vennero inducendo a considerare l’Inghilterra come patria, e gli Inglesi come concittadini. Le due razze, così lungo tempo ostili, si accorsero tosto di aver comuni gl’interessi, comuni i nemici. Entrambe giacevano oppresse sotto la tirannia di un re malvagio. Entrambe ardevano di sdegno vedendo la corte prodigare i suoi favori sopra genti nate nel Poitou o nell’Aquitania. I pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Guglielmo, e i pronipoti di coloro che avevano pugnato sotto Aroldo, cominciarono ad appropinquarsi con vicendevole amistanza; e il primo pegno della loro riconciliazione fu la Grande Carta, che essi guadagnarono coi loro sforzi comuni, e formarono a comune benefizio.
IX. Qui principia la storia della nazione inglese. La storia delle vicissitudini precedenti è il racconto de’ torti inflitti e sostenuti dalle varie tribù, le quali, comecchè abitassero sopra il suolo inglese, trattavansi con tale avversione, che non è forse mai esistita fra popoli divisi da fisici confini. Imperciocchè, perfino la scambievole animosità de’ paesi in guerra fra loro, è lieve al paragone dell’animosità delle nazioni le quali, moralmente separate, stanziano commiste in un medesimo luogo. Non è paese in cui l’odio di razza trascorresse tanto oltre quanto in Inghilterra. Non è paese in cui quell’odio si fosse tanto onninamente spento. Non conosciamo con precisione gli stadi diversi del processo con che gli elementi ostili si fusero in una massa omogenea. Ma egli è certo che allorquando Giovanni ascese al trono, la distinzione tra Sassoni e Normanni esisteva evidentissima, e che avanti la fine del regno del suo nipote era quasi scomparsa. Nel tempo di Riccardo I, l’ordinaria imprecazione d’un gentiluomo normanno era: «Ch’io possa diventare un inglese!» e volendo sdegnosamente negare, diceva: «Che mi prendete voi per un inglese?» Cento anni dopo, il discendente di quel gentiluomo andava orgoglioso del nome d’inglese.
Le scaturigini de’ più bei fiumi che spargono la fertilità sopra la terra, e portano i navigli gravi di ricchezze al mare, sono da cercarsi fra mezzo alle aride e selvagge montagne inesattamente segnate nelle carte geografiche, e bene di rado esplorate dai viaggiatori. Questa immagine può rendere una idea della storia del nostro paese nel secolo decimoterzo. Per quanto sterile e buio sia quel periodo dei nostri annali, è mestieri cercare in esso l’origine della libertà, prosperità e glorie nostre. E’ fu allora che il gran popolo inglese formossi; che l’indole nazionale principiò a mostrarsi con quelle peculiarità che ha poi sempre serbate; e che i nostri antichi divennero enfaticamente isolani, e isolani non solo per geografica postura, ma per politica, sentimenti e costumi. Allora comparve per la prima volta distintamente quella Costituzione, che ha poi sempre, traverso a tante modificazioni, serbata la sua identità; quella Costituzione, della quale tutti i liberi statuti degli altri popoli altro non sono che copie; e la quale, malgrado talune mende, è degna di essere considerata come la migliore sotto cui una grande società sia mai esistita pel corso di molti secoli. E’ fu allora che la Camera dei Comuni, archetipo di tutte le assemblee rappresentative che oggidì si ragunano nel vecchio mondo e nel nuovo, tenne le sue prime sessioni. E’ fu allora che il diritto comune inalzossi alla dignità di scienza, e rapidamente divenne rivale non indegno della giurisprudenza imperiale. E’ fu allora che il coraggio di quei marinari i quali conducevano le rozze barche dei Cinque Porti, rese primamente la bandiera inglese formidabile su per i mari. E’ fu allora che i più antichi collegi che vivono tuttavia nelle due grandi sedi nazionali del sapere, formaronsi. Formossi allora parimente quella lingua, la quale, benchè meno armoniosa, a dir vero, degli idiomi meridionali, nondimeno, e per vigoria e per ricchezza e per essere atta a significare tutti gli alti concetti del poeta, del filosofo e dell’oratore, cede soltanto alla greca. Allora medesimamente mostrossi la prima alba di quella inclita letteratura, che costituisce la più splendida e durevole delle molte glorie di cui mena vanto l’Inghilterra.
Coll’iniziarsi del secolo decimoquarto, la perfetta congiunzione delle razze era pressochè compita; e si rese subito manifesto, a segni non dubbi, che un popolo non inferiore ad alcun altro popolo del mondo erasi formato dalla mistura delle tre razze e della grande famiglia teutonica, fra loro e cogli aborigeni bretoni. Vero è che non vi era quasi nulla di comune tra la Inghilterra alla quale re Giovanni era stato cacciato da Filippo Augusto, e la Inghilterra dalla quale le armi di Eduardo III mossero a conquistare la Francia.
X. Seguì un periodo di cento e più anni, nel quale lo scopo precipuo degl’Inglesi fu quello di stabilire con la forza delle armi un grande impero sul continente. Il diritto di Eduardo al retaggio occupato dalla Casa di Valois era tale, da sembrare che dovesse poco muovere gl’interessi de’ suoi sudditi. Ma lo amore delle conquiste di subito scese dal principe al popolo. Cotesta guerra differiva grandemente dalle guerre che i Plantageneti del secolo duodecimo avevano condotte contro i discendenti di Ugo Capeto: poichè la fortuna delle armi di Enrico II e di Riccardo I avrebbe resa la Inghilterra provincia della Francia; mentre lo effetto de’ prosperi successi di Eduardo III e di Enrico V era quello di far della Francia, per alcun tempo, una provincia dell’Inghilterra. Lo spregio con che, nel secolo duodecimo, i conquistatori del continente avevano guardato gl’isolani, era adesso gettato dagli isolani su’ popoli del continente. Ogni popolano, da Kent fino a Northumberland, reputavasi come individuo d’una razza nata alla vittoria e all’impero, e volgeva uno sguardo di scherno alla nazione innanzi alla quale i suoi antenati avevano tremato. Anche que’ cavalieri di Guascogna e Guienna, i quali avevano valorosamente combattuto sotto il Principe Nero, venivano considerati dagl’Inglesi come uomini di classe inferiore, e quindi erano sprezzevolmente esclusi dai comandi lucrosi. Fra tempo non molto i nostri progenitori persero d’occhio il motivo principale della lotta. Principiarono a considerare la corona di Francia come un semplice appannaggio della corona d’Inghilterra; e allorchè, violando la legge ordinaria di successione, concessero lo scettro del reame inglese alla casa di Lancaster, e’ pare che pensassero il diritto di Riccardo II alla corona di Francia essere naturalmente passato a quella casa. Lo zelo e vigore ch’essi mostrarono offre un notevole contrasto col torpore dei Francesi, ai quali l’esito di quella lotta era di assai più grave momento. Le armi inglesi a quei tempi riportarono le più grandi vittorie di cui si faccia ricordo negli annali del medio evo, contro nemici grandemente disuguali. Di certo erano vittorie di cui può con ragione gloriarsi un popolo; perocchè esse debbono ascriversi alla superiorità morale de’ vincitori: superiorità che si mostrò assai più mirabile negl’infimi gradi delle milizie. I cavalieri d’Inghilterra trovarono degni rivali nei cavalieri di Francia. Chandos ebbe un nemico degno di sè nella persona di Du Guesclin. Ma la Francia non aveva fanti che osassero stare a petto degli arcieri ed alabardieri inglesi. Un re francese venne condotto prigioniero in Londra. Un re inglese fu incoronato in Parigi. Il vessillo di San Giorgio sventolò di là da’ Pirenei e dalle Alpi. Sulle sponde meridionali dell’Ebro gl’Inglesi riportarono una grande vittoria, che per un tempo decise delle sorti di Leon e di Castiglia; e le compagnie Inglesi ottennero una formidabile preeminenza fra le bande de’ guerrieri i quali ponevano le loro armi agli stipendi dei principi e delle repubbliche d’Italia.
Nè le arti della pace furono neglette da’ nostri padri in quei torbidi tempi. Mentre la Francia pativa le devastazioni della guerra, fino a che trovò nella sua stessa desolazione una miserabile difesa contro gl’invasori, gl’Inglesi coltivavano i loro campi, ornavano le loro città, trafficavano e studiavano tranquilli e senza disturbi. Molti de’ nostri monumenti architettonici appartengono a quell’epoca. Allora sorsero le splendide cappelle di New–College e di San Giorgio, la navata di Winchester e il coro di York, l’aguglia di Salisbury e le torri maestose di Lincoln. Una lingua abbondante e vigorosa, formata dalla mistura dell’idioma normanno–francese col germanico, era parlata egualmente dalla aristocrazia e dal popolo. Nè passò molto tempo che il genio cominciò a servirsene per la manifestazione delle sue stupende creazioni. Mentre le milizie inglesi, lasciandosi addietro le devastate provincie della Francia, entravano trionfanti in Valladolid e spargevano il terrore fino alle porte di Firenze, i poeti inglesi dipingevano con vivi colori tutta la vasta varietà delle costumanze e delle fortune umane; e i pensatori inglesi aspiravano a indagare o ardivano dubitare, là dove i bacchettoni erano stati satisfatti ad ammirare o a credere. L’età stessa che produsse il Principe Nero e Derby, Chandos e Hawkwood, generò parimente Goffredo Chaucer e Giovanni Vicleffo.
Con modo sì splendido e imperatorio, il popolo inglese, propriamente detto, prese posto fra le nazioni del mondo. Nondimeno, mentre con diletto contempliamo gl’incliti pregi che adornavano i nostri antichi, non possiamo negare che il fine cui aspiravano era dannato e dalla onestà e dalla saggia politica, e che la sinistra fortuna che li costrinse, dopo una lunga e sanguinosa lotta, a deporre la speranza di stabilire un grande impero continentale, fu un vero bene sotto le sembianze di un disastro. Finalmente i Francesi si rifecero d’animo e di senno; e cominciarono ad opporre una vigorosa resistenza nazionale a’ conquistatori stranieri. E da quel tempo, la destrezza dei capitani inglesi e il coraggio dei soldati loro, fortunatamente per l’umanità, tornarono vani. Dopo molti sforzi disperati, col cordoglio nell’animo, i nostri antenati rinunziarono alla conquista. Da quell’epoca in poi, nessun Governo inglese ha seriamente e fermamente fatto disegno di grandi conquiste sul Continente.
Il popolo, egli è vero, seguitò a carezzare con orgoglio la rimembranza di Cressy, di Poitiers e d’Agincourt. Anche molti anni appresso tornava agevole accendergli il sangue ed ottenerne sussidii con la sola promessa di riprendere la impresa di Francia. Ma, avventuratamente, le forze del nostro paese sono state dirette a fini più degni; ed ormai nella storia del genere umano occupa un posto assai più glorioso di quello che terrebbe qualora avesse acquistato, siccome un tempo era parso probabile, per mezzo della spada una supremazia simile a quella che in antico conseguì la repubblica romana.