Part 15
V. La contesa politica, secondo il consueto, venne esasperata dalla religiosa. Il Re trovò la Chiesa in uno stato ben singolare. Poco tempo innanzi lo scoppio della guerra civile, il padre suo aveva, ripugnante, assentito ad una legge, vigorosamente sostenuta da Falkland, la quale privava i vescovi del diritto di sedere nella Camera de’ Lordi; ma lo episcopato e la liturgia non erano mai stati aboliti con apposita legge. Nulladimeno, il Lungo Parlamento aveva fatte alcune provvisioni, che avevano cagionato un pieno rivolgimento nel governo e culto ecclesiastico. Il nuovo sistema, ne’ suoi principii, era appena meno Erastiano di quello cui era stato sostituito. Le Camere, dirette principalmente dai consigli del dotto Seldeno, volevano fermamente tenere il potere spirituale in istretta subordinazione del temporale. Avevano ricusato dichiarare che alcuna forma di politica ecclesiastica fosse d’origine divina; ed avevano provveduto che si potesse fare appello in ultima istanza da’ tribunali ecclesiastici al Parlamento. Con tale importante riserva, avevano deciso di istituire in Inghilterra una gerarchia affatto simile a quella che ora esiste in Iscozia. L’autorità de’ concilii, con relazione graduale da minore a maggiore, venne sostituita alla autorità de’ vescovi e degli arcivescovi. La liturgia dette luogo al direttorio presbiteriano. Ma erano appena stati fatti i nuovi regolamenti, allorquando gl’Indipendenti conseguirono la preponderanza nello Stato. Non erano disposti a mandare ad esecuzione le ordinanze concernenti i sinodi parrocchiali, provinciali e nazionali; e però tali ordinanze non furono mai pienamente osservate. Il sistema presbiteriano non fu in nessun luogo, fuorchè in Middlesex e nella Contea di Lancaster, solidamente stabilito. Nelle altre cinquanta Contee, quasi ogni parrocchia non ebbe connessione alcuna con le parrocchie vicine. In alcuni distretti i ministri ordinaronsi ad associazioni volontarie, a fine di prestarsi vicendevole soccorso e consiglio; ma non avevano il potere coercitivo. I patroni dei beneficii, non tenuti in freno nè dal vescovo nè dal presbiterio, avrebbero potuto affidare la cura delle anime al prete più scandaloso del mondo, se non avesse loro impedito di così fare lo intervento arbitrario d’Oliviero. Egli stabilì, di propria autorità, un ufficio di commissari, detti saggiatori; la più parte de’ quali erano teologi indipendenti, ma sedevano fra loro pochi ministri presbiteriani e pochi laici. Il certificato dei saggiatori teneva luogo d’istituzione e d’induzione, e senza tale certificato, niuno poteva occupare un beneficio. Fu questo indubitatamente uno degli atti più dispotici che mai facesse qualunque sovrano inglese. Nondimeno, temendosi generalmente che il paese venisse invaso da uomini ignoranti, o ebrei, o reprobi, col nome e con la paga di ministri, alcuni rispettabili personaggi, che per lo più non procedevano amici a Cromwell, confessarono che, in quell’occasione, egli era stato pubblico benefattore. I presentati che avevano ottenuta l’approvazione de’ saggiatori, prendevano possesso delle loro rettorie; coltivavano le terre, raccoglievano le decime, officiavano senza libro e senza cotta, ed amministravano la eucaristia ai fedeli assisi innanzi a lunghe mense.
Così l’ordinamento politico della Chiesa nel Regno trovavasi in confusione inestricabile. La forma prescritta dalla vecchia legge del paese, non ancora revocata, era l’episcopale. Quella prescritta dalla ordinanza parlamentare, era la presbiteriana. Ma nè la vecchia legge nè la ordinanza parlamentare praticamente valevano. La Chiesa, nella condizione in cui era a quel tempo, può rappresentarsi in sembianza di un corpo irregolare, composto di pochi presbiterii, e di molte congregazioni indipendenti, che erano tenute soggette ed unite dall’autorità del Governo.
Fra tutti coloro che eransi maggiormente adoperati a ricondurre il Re sul trono, molti erano zelanti de’ sinodi e del direttorio, e molti desideravano terminare con una concordia i dissidii religiosi che avevano per tanto tempo agitata l’Inghilterra. Fra i seguaci bacchettoni di Laud e i bacchettoni proseliti di Calvino, non vi poteva essere nè pace nè tregua; ma non pareva cosa impossibile lo indurre ad un accomodamento gli Episcopali moderati della scuola di Usher, e i moderati Presbiteriani di quella di Baxter. Gli uni avrebbero ammesso che un vescovo poteva legalmente essere assistito da un concilio; gli altri non avrebbero negato che ogni assemblea provinciale poteva legalmente avere un preside permanente, il quale portasse il nome di vescovo. Vi sarebbe potuto essere una liturgia modificata in guisa da non escludere la preghiera estemporanea, una cerimonia battesimale in cui il segno della croce potesse a discrezione usarsi od omettersi, un servizio nel quale la comunione venisse ministrata ai fedeli seduti, ove la loro coscienza non consentisse che s’inginocchiassero. Ma la maggior parte de’ Cavalieri non volevano udire a parlare di un siffatto accomodamento. I membri religiosi di cotesto partito aderivano coscienziosamente al sistema della propria Chiesa. Essa era stata cara al Re ucciso; li aveva consolati nella sciagura e nella miseria. Le sue ufficiature così spesso eseguite in silenzio dentro una camera secreta, durante la stagione delle loro traversie, avevano per loro tale incanto, che mal volentieri avrebbero rinunciato a un solo responsorio. Altri fra’ realisti che pretendevano poco a mostrarsi religiosi, amavano la Chiesa episcopale perchè era nemica agl’inimici loro. Pregiavano una preghiera, o una cerimonia, non pel conforto che arrecava all’anima, ma perchè vessava le Teste–Rotonde; ed erano tanto lontani da conseguire la concordia a prezzo di qualche concessione, che opponevansi alle concessioni principalmente perchè tendevano a produrre la concordia.
VI. Tali sentimenti, comecchè biasimevoli, erano naturali, e non affatto indegni di scusa. I Puritani ne’ giorni del loro potere, avevano, senza verun dubbio, crudelmente provocato i loro avversari. Avrebbero dovuto imparare, almeno dal malcontento, dalle lotte, dalle stesse vittorie loro, e dalla caduta di quella superba gerarchia da cui erano stati così gravemente oppressi, che in Inghilterra e nel secolo decimosettimo non era in potestà del magistrato civile lo attirare le menti degli uomini al conformismo col suo proprio sistema teologico. Mostraronsi, non pertanto, intolleranti e faccendieri al pari dello stesso Laud. Inibirono, sotto gravissime pene, l’uso del Libro della Preghiera Comune, non solo nelle chiese, ma anche nelle case private. Era delitto per un fanciullo il leggere accanto al letto dell’infermo genitore una di quelle soavi orazioni che avevano, per lo spazio di quaranta generazioni, mitigato i dolori de’ Cristiani. Pene severe vennero minacciate contro coloro che presumessero di biasimare il culto calvinistico. Ecclesiastici di carattere rispettabile non solo furono a migliaia privati de’ loro beneficii, ma rimanevano sovente esposti agli oltraggi della fanatica marmaglia. Le chiese e le sepolture, le leggiadre opere d’arte, le preziose reliquie dell’antichità, vennero brutalmente sfigurate. Il Parlamento ordinò che tutte le pitture della Collezione Reale, che rappresentavano Cristo o la Vergine Maria, si bruciassero. Alle sculture toccò una sorte egualmente trista. Le Ninfe e le Grazie, opera dello scalpello ionio, furono consegnate agli scalpellini puritani perchè le rendessero più decenti. Ai vizi leggieri la fazione predominante dichiarò guerra con zelo poco temperato dall’umanità o dal buon senso. Fecero severe leggi contro le scommesse; decretarono la pena di morte contro l’adulterio. Lo illecito commercio de’ sessi, anche scevro di violenza o di seduzione, o di pubblico scandalo, o di violazione di diritti coniugali, fu dichiarato delitto. I pubblici sollazzi, dalle mascherate che allegravano i palagi de’ grandi, fino alle grottesche rappresentazioni del villaggio, furono rigorosamente riprovati. Una ordinanza prescriveva che tutti gli alberi festivi di maggio dovessero essere quinci innanzi abbattuti. Un’altra inibiva ogni qualunque divertimento teatrale. I teatri dovevano essere distrutti, gli spettatori multati, gli attori legati alla coda d’un cavallo e frustati. Il danzare sulla corda, i giuochi de’ burattini, le corse de’ cavalli, erano guardati di mal occhio. Ma il giuoco dell’orso, a quei tempi amato tanto dalle classi alte e dalle basse, era obietto d’indicibile abbominio a quegli austeri settarii. È da notarsi che la loro avversione a quella specie di sollazzo non aveva nulla di comune col sentimento che a’ dì nostri ha indotta la legislatura ad immischiarsene, con lo scopo di proteggere gli animali contro la matta crudeltà degli uomini. Il puritano odiava il giuoco dell’orso non perchè tormentava la povera bestia, ma perchè recava diletto agli spettatori. A dir vero, egli generalmente studiavasi di godere del doppio diletto di tormentare gli spettatori e l’orso.[13]
Forse non v’è circostanza che versi tanta luce sull’indole de’ rigoristi, quanto il modo di condursi rispetto alla solennità del Natale di Cristo. Questa avventurosa festività era stata, fino da tempo immemorabile, stagione di gioia e di affezione domestica; stagione nella quale le famiglie adunavansi, i fanciulli ad esse tornavano dalle scuole, i dissidii finivano, le vie risonavano di canti, ogni casa era adornata di piante sempreverdi, ed ogni mensa abbondava di laute vivande. In quella stagione tutti i cuori, non affatto scevri di dolcezza, allargavansi e s’intenerivano. In quella stagione i poveri erano invitati a godere della sovrabbondanza de’ ricchi, la cui bontà tornava maggiormente gradita a cagione della brevità de’ giorni e della severità del tempo. In quella stagione la distanza che divideva i possidenti dagli affittuari, i padroni dai servi, era meno visibile che ne’ rimanenti giorni dell’anno. Il molto godimento non va mai scompagnato da qualche eccesso: nondimeno, il brio con che celebravansi quei giorni santi non era sconvenevole ad una festività cristiana. Il Lungo Parlamento, nel 1644, ordinò che nel dì ventesimoquinto di decembre venisse osservato un rigoroso digiuno, e che tutti lo passassero umilmente lamentando il gran peccato nazionale, che essi e i loro antenati avevano commesso facendo baccano sotto il ramo di vischio,[14] mangiando la testa del cignale, e bevendo la birra, resa più saporita con mele arrostite. Non vi fu atto pubblico che maggiormente irritasse il popolo. Nel Natale seguente scoppiarono formidabili tumulti in molti luoghi. Resistettero ai ministri della polizia, insultarono i magistrati, aggredirono le case de’ più noti zelanti; ed il servizio proscritto di quella solennità venne apertamente eseguito nelle chiese.
Tale era lo spirito de’ Puritani esagerati, tanto Presbiteriani quanto Indipendenti. Veramente, Oliviero era poco inchinevole a farla da persecutore e da faccendiere. Ma Oliviero, come capo di parte, e, per conseguenza, schiavo di parte, non poteva governare affatto secondo le proprie inclinazioni. Anche sotto la sua amministrazione molti magistrali, dentro le loro giurisdizioni, si resero odiosi quanto Sir Hudibras: s’immischiavano in tutti i sollazzi del vicinato, disperdevano le festevoli ragunanze, e ponevano i suonatori alla berlina. Lo zelo de’ soldati era anche più formidabile. In ogni villaggio dove essi si mostrassero, finivano i balli, il suono delle campane, i giuochi.[15] In Londra parecchie volte interruppero le rappresentazioni teatrali, alle quali il Protettore, in grazia della sua indole buona e del suo senno squisito, mostravasi connivente.
All’odio e alla paura ispirati da tanta tirannia congiungevasi il pubblico dispregio. Le specialità del puritano, lo sguardo, il modo di vestirsi, il dialetto, gli scrupoli suoi, erano sempre stati, fino dal tempo di Elisabetta, obietto di scherno. Ma tali cose in una fazione che governava un grande Impero, apparivano assai più grottesche, che nelle oscure e perseguitate congregazioni. Il piagnisteo che aveva fatto tanto ridere gli spettatori, quando l’udirono in sulla scena nella _Tribolazione Salutare_ e nell’_Operoso Zelo della Patria_, era anche più ridicolo sulle labbra de’ Generali e de’ Consiglieri di Stato. È da notarsi inoltre, che mentre ardevano le lotte civili, erano nate parecchie sette, le stranezze delle quali superavano ogni cosa che si fosse mai veduta di simile in Inghilterra. Un sartore demente, di nome Ludovico Muggleton, errava di taverna in taverna inebriandosi e minacciando gli eterni tormenti contro coloro che ricusassero di credere, sulla sua testimonianza, che l’Ente Supremo fosse alto sei soli piedi, e che il sole distasse dalla terra di quattro miglia soltanto.[16] Giorgio Fox aveva suscitata una tempesta di derisioni, predicando essere violazione della sincerità cristiana l’indicare una persona singolare col pronome plurale, ed essere omaggio d’idolatria a Giano e a Odino l’usare i vocaboli Gennaio e Mercoledì.[17] La sua dottrina pochi anni appresso venne abbracciata da alcuni uomini insigni, ed acquistò grandemente la pubblica stima. Ma nel tempo della restaurazione, i Quacqueri venivano comunemente considerati come i più spregevoli tra’ fanatici. Dai Puritani erano trattati severamente tra noi, ed erano perseguitati a morte nella Nuova Inghilterra. Nondimeno il popolo, che bada rade volte alle distinzioni sottili, confonde il puritano col quacquero. Ambidue erano scismatici: odiavano lo episcopato e la liturgia; avevano quelle che parevano stravaganti fantasie intorno al vestirsi, allo atteggiarsi, al sollazzarsi. Per quanto notevolmente entrambi distassero in fatto d’opinioni, venivano dall’universale considerati egualmente come scismatici piagnolosi; e tutto ciò ch’era in essi odioso, ridicolo, accresceva lo scherno e l’avversione che la moltitudine sentiva per loro.
Avanti le guerre civili, anche coloro che abborrivano dalle opinioni e dai modi del puritano, erano costretti ad ammettere che la sua condotta morale era, generalmente parlando, nelle cose essenziali scevra d’ogni biasimo; ma tale lode poscia non gli fu più oltre concessa, perchè sventuratamente se n’era reso immeritevole. L’ordinario destino delle sètte è quello di ottenere alta fama di santità finchè rimangono oppresse, e di perderla appena divengono potenti: e la ragione ne è chiara. Rade volte avviene che un uomo si aggreghi, mosso da altro motivo che dalla propria coscienza, ad una società proscritta. Tale società quindi si compone, salvo rarissimi casi, di individui sinceri. La più rigida disciplina che si osservi in una congrega religiosa, è un debole strumento di purificazione, ove si paragoni ad un poco di persecuzione pungente che muova dallo esterno. Può credersi con certezza, che pochissime persone, che non fossero mosse da profonde convinzioni religiose, chiedessero il battesimo, mentre Diocleziano perseguitava la Chiesa; o si ascrivessero alle congregazioni protestanti, mentre correvano pericolo di essere arse vive da Bonner. Ma quando una setta si fa potente, quando spiana la via alle ricchezze ed agli onori, gli uomini mondani ed ambiziosi vi si affollano, ne parlano il linguaggio, si conformano strettamente al rituale, scimmieggiano i caratteri speciali di quella, e spesso vincono gli onesti proseliti in tutte le esterne manifestazioni di zelo. Non è discernimento, non vigilanza de’ reggitori ecclesiastici, che valga ad impedire la intrusione di cotali falsi confratelli. Il loglio e il grano è d’uopo che crescano—insieme. Tosto la gente comincia ad avvedersi che gli uomini di Dio non sono migliori degli uomini del mondo; e conclude con qualche giustizia, che, non essendo migliori, devono necessariamente essere molto peggiori. Poco di poi, tutti que’ segni che dapprima venivano considerati come caratteristiche d’un santo, riduconsi ad essere presi per caratteristiche di un furfante.
Ciò avvenne dei non–conformisti inglesi. Erano stati oppressi, e la oppressione gli aveva mantenuti puri e senza macchia. Ottennero il predominio nello Stato. Nessuno poteva conseguire dignità o comando senza il loro favore; il quale non poteva acquistarsi se non se scambiando con essi i segni e le parole d’ordine della spirituale confraternita. Una delle prime deliberazioni del Parlamento di Barebone, la più puritana delle nostre assemblee politiche, consisteva in ciò, che nessuno individuo poteva essere ammesso agli uffici pubblici finchè la Camera non si dichiarasse satisfatta della vera religiosità di lui. Quelli che allora consideravansi quali segni della vera religiosità, cioè il tristo colore degli abiti, lo sguardo severo, i capelli lisci, il tono nasale, il discorso imperlato di affettate citazioni, lo abborrimento delle commedie, delle carte e della falconeria, venivano agevolmente contraffatti da uomini increduli ad ogni religione. I puritani sinceri tosto trovaronsi perduti in mezzo ad una moltitudine, non solo di uomini mondani, ma della più riprovevole genia d’uomini mondani. Imperocchè, il più grande libertino che avesse combattuto sotto i regii vessilli, poteva giustamente reputarsi virtuoso in paragone di alcuni tra quelli, i quali parlando de’ conforti della Sacra Scrittura, vivevano esercitando la fraude e la rapacità, immersi in scerete dissolutezze. La nazione, con una fretta di che possiamo affliggerci, ma non maravigliarci, da questi ipocriti toglieva norma a giudicare tutto il partito. La teologia, i modi, la parlatura del puritano, richiamavano in tal guisa alle menti di tutti le immagini de’ vizi più neri e schifosi. Appena la Restaurazione concesse a chiunque la libertà di mostrarsi nemico al partito che per tanto tempo era stato predominante nello Stato, sorse da ogni angolo del Regno un grido generale contro il puritanismo; grido che spesso era accresciuto dalle voci di quegli astuti simulatori, la cattività dei quali aveva fatto abborrire il nome di puritano.
Così, i due grandi partiti che dopo una lunga contesa avevano, con momentanea concordia, cooperato a rimettere sul trono la famiglia reale, diventarono, in politica e in religione, acerrimi nemici. La maggior parte della nazione pendeva verso i realisti. I delitti di Strafford e di Laud, gli eccessi della Camera Stellata e dell’Alta Commissione, i grandi servigi che il Lungo Parlamento, nel primo anno della sua esistenza, aveva resi allo Stato, erano svaniti dalla ricordanza degli uomini. La decapitazione di Carlo I, la cupa tirannia della Coda del Parlamento, la violenza dell’esercito, ricordavansi con disgusto; e la moltitudine inchinava a tenere come responsabili della morte del Re, e de’ disastri che ne seguirono, tutti coloro che gli avevano opposta resistenza.
La Camera de’ Comuni, essendo stata eletta mentre predominavano i presbiteriani, non rappresentava in modo alcuno il sentimento universale del popolo, e mostravasi dispostissima ad infrenare la intollerante lealtà de’ Cavalieri. Uno de’ membri che si attentò di dichiarare che tutti coloro i quali avevano snudata la spada contro Carlo I erano traditori al pari di coloro che gli avevano mozzato il capo, venne chiamato all’ordine, posto alla sbarra, e rimproverato dal presidente. Era desiderio generale della Camera, senza verun dubbio, di comporre i litigi ecclesiastici in modo soddisfacente ai Puritani moderati. Ma a ciò fare opponevansi la Corte e la nazione.
VII. Il Re era, in questo tempo, amato dal popolo quanto non lo era mai stato nessuno de’ suoi predecessori. Le calamità della sua famiglia, la morte eroica del padre, le sue proprie pene ed avventure romanzesche, svegliavano la tenerezza ne’ cuori di tutti. Il suo ritorno aveva liberato il paese da una intollerabile schiavitù. Richiamato dalla voce di ambedue le fazioni avverse, egli era il loro arbitro naturale, ed in certo modo aveva le qualità necessarie a tanto ufficio. La natura gli era stata larga di egregie doti e di felice temperamento. Era stato educato in guisa da bene sviluppare il suo intendimento, ed assuefare il suo spirito allo esercizio d’ogni virtù pubblica e privata. Aveva provate tutte le vicissitudini della fortuna. Giovanissimo, era stato tratto dalla reggia ad una vita d’esilio, di penuria, di pericolo. Pervenuto alle età in cui la mente e il corpo trovatisi nella maggior perfezione, e il primo bollore delle giovanili passioni cessa di sconvolgere l’anima, era stato richiamato dalla sua vita randagia a porsi sul capo la corona degli avi. Aveva dalla amara esperienza imparato come la viltà, la perfidia e la ingratitudine, si sappiano nascondere sotto l’ossequioso contegno della cortigianeria; mentre nel tugurio del povero aveva trovata la vera nobiltà dell’animo. Allorquando offrivano ricchezze a chi lo avesse tradito, minacciavano di morte chiunque gli avesse dato ricovero, gli abitatori delle capanne e i servitori avevano fedelmente mantenuto il secreto, ed a lui, umilmente travestito, avevano baciato la mano con tanta riverenza, quanta gliene avrebbero mostrata se fosse stato assiso sul trono. Era da sperarsi che un giovine uscito da cosiffatta scuola, il quale non difettava nè di destrezza nè di amabilità, si dovesse mostrare Re grande e buono. Carlo uscì da quella scuola adorno di socievoli abitudini, di maniere squisite e cortesi, e di qualche ingegno pel conversare vivace, dedito oltremodo ai piaceri sensuali, amante degli ozi e de’ frivoli sollazzi, incapace di abnegazione e di sforzo, incredulo alla virtù o allo affetto dell’uomo, senza desio di fama, sordo al rimprovero. Secondo lui, ogni uomo era da comprarsi. Ma taluni mercanteggiavano, più che altri, intorno al prezzo; e quando questo mercanteggiare era condotto con ostinazione e destrezza, diventava degno di lode. Gl’inganni onde alcuni uomini astuti mantenevano alto il prezzo della loro valentia, chiamavansi integrità. Gl’inganni onde le donne leggiadre tenevano alto il prezzo della loro beltà, dicevansi modestia. Lo amore di Dio, lo amore della patria, lo amore della famiglia, lo amore degli amici, erano semplici frasi, sinonimi delicati e convenevoli dello amore di sè. Pensando in tal guisa della specie umana, Carlo naturalmente da vasi pochissimo pensiero di ciò che altri pensasse di lui. Onore e vergogna a lui erano quasi ciò che luce e tenebre sono al cieco. Lo hanno molto commendato come sprezzatore dell’adulazione; ma tal pregio, guardato fra le altre qualità dell’indole di lui, non sembra degno di lode. È cosa possibile all’uomo essere al di sotto come al di sopra dell’adulazione. Chi non si fida di nessuno, non ha nè anche fiducia ne’ lusinghieri. Chi non estima la gloria vera, fa poco conto della falsa.