Part 14
LXVIII. Intanto Monk procedeva verso Londra. Per dove passava, i gentiluomini gli si affollavano attorno scongiurandolo di adoperare la propria potenza a rendere la pace alla nazione, miseramente dilacerata e sconvolta. Il Generale, freddo, taciturno, senza zelo nè per le cose politiche nè per le religiose, manteneva un riserbo impenetrabile. Quali disegni, a que’ tempi, rivolgesse in mente, o se avesse concepito alcun disegno, mal si potrebbe affermare. Era, a quel che pare, suo scopo principalissimo il tenersi, per quanto più lungamente potesse, libero di scegliere tra diverse vie d’azione. Tale certamente è per lo più la politica di uomini che, come lui, pendono più a muovere circospetti, che a spingere troppo lungi lo sguardo. Probabilmente, egli non venne all’ultima determinazione se non parecchi giorni dopo il suo ingresso nella metropoli. La voce dell’intero popolo chiedeva un libero Parlamento; e non era dubbio nessuno, che un Parlamento veramente libero avrebbe subito riposta sul trono l’esule famiglia reale. La Coda del Parlamento e i soldati erano tuttavia ostili alla Casa degli Stuardi. Ma la Coda era universalmente abborrita e spregiata. La potenza dei soldati era ancora formidabile, ma grandemente infiacchita dalla discordia. Non avevano capo supremo; in molte parti del paese erano venuti alle mani fra loro stessi. Il giorno precedente lo arrivo di Monk a Londra, vi fu un combattimento nello Strand fra la cavalleria e la fanteria. Lo esercito unito aveva lungo tempo signoreggiata la nazione divisa; ma ormai la nazione era unita, e lo esercito si trovava diviso.
Per breve tempo, la dissimulazione e la irresolutezza di Monk tennero penosamente sospesi tutti i partiti. Infine ei ruppe il silenzio, e disse di volere un libero Parlamento.
LXIX. Appena divulgossi siffatta notizia, tutta la nazione fu inebriata di contento. In qualunque luogo ei si mostrasse, era circondato da migliaia di persone che lo acclamavano e benedicevano al suo nome. Le campane di tutta l’Inghilterra suonavano a festa; i rigagnoli versavano birra; e per varie notti il cielo, per cinque miglia attorno Londra, rosseggiò dello splendore d’innumerevoli fuochi di gioia. Quei membri presbiteriani della Camera de’ Comuni, che molti anni innanzi erano stati espulsi dalle soldatesche, ritornarono ai loro seggi, e furono accolti dalle acclamazioni della gran folla che riempiva la sala di Westminster e la corte del Palazzo. I capi degl’Indipendenti non osavano più oltre mostrare il viso nelle strade, ed appena tenevansi sicuri nelle proprie abitazioni. Furono presi temporanei provvedimenti per supplire al Governo; mandaronsi ordini per le elezioni generali; e finalmente, quel memorabile Parlamento che per venti anni aveva sperimentate mille e varie vicissitudini, che aveva vinto il proprio sovrano, che era stato degradato dai suoi sottoposti, che era stato due volte cacciato e ristaurato, decretò solennemente la propria dissoluzione. L’esito delle elezioni fu quale era da aspettarsi dall’indole della nazione. La nuova Camera de’ Comuni fu composta di individui amici, tranne pochissimi, alla reale famiglia. I Presbiteriani formavano la maggioranza.
LXX. Allora parve quasi certa la Ristaurazione; ma dubitavasi che fosse pacifica. Il contegno dei soldati era cupo e selvaggio. Odiavano il nome di Re; odiavano quello degli Stuardi; odiavano molto i Presbiteriani, ma più assai i prelati. Vedevano con amara indignazione appropinquarsi la fine del loro lungo dominio, e scorgevano nello avvenire una vita ingloriosa di affanni e di penuria. Della loro trista fortuna chiamavano colpevoli i loro Generali, colpevoli alcuni di debolezza, altri di tradimento. Un’ora sola del loro amato Oliviero avrebbe potuto richiamare la gloria che già era svanita. Traditi, disgiunti, senza un Capo in cui avessero fiducia, erano tuttavia da temersi. E non era cosa da pigliare a gabbo lo affrontare la rabbia e la disperazione di cinquantamila guerrieri, che non avevano mai volte le spalle al nemico. Monk, e coloro che con essolui operavano, accorgevansi quanto pericolosa fossa la crisi. Mentre usavano ogni arte a blandire e dividere i malcontenti soldati, facevano vigorosi apparecchi a sostenere un conflitto. Lo esercito di Scozia aqquartierato in Londra, tenevano in buon umore con doni, lusinghe e promesse. I ricchi cittadini non avevano la minima avversione al soldato, o profondevano con tanta liberalità i loro migliori vini, che talvolta vedevansi i santocchi guerrieri in condizione poco decorosa al loro carattere religioso e militare. Monk rischiossi a sbandare alcuni reggimenti che ricalcitravano. Nel tempo stesso, il Governo Provvisorio, sostenuto da tutti i gentiluomini e dai magistrati, faceva grandissimi sforzi a riordinare la guardia cittadina. In ogni contea i militi cittadini erano pronti a muoversi, e formavano una forza non minore di centomila uomini. In Hyde Park ventimila cittadini bene armati ed equipaggiati, posti a rassegna, mostrarono tale spirito, da giustificare la speranza che all’uopo avrebbero strenuamente combattuto a difendere le botteghe e i focolari loro. La flotta secondava cordialmente la nazione. Era tempo di agitazione e d’ansietà, ma bene anco di speranza. La opinione predominante era che l’Inghilterra verrebbe liberata, ma non senza una sanguinosa e disperata lotta; e che coloro che avevano per tanto tempo governato con la spada, sarebbero spenti con la spada.
Avventuratamente, furono allontanati i pericoli d’un conflitto. Vero è che ci fu un momento di estremo pericolo. Lambert, fuggito di prigione, chiamò i suoi compagni alle armi. Il fuoco della guerra civile si riaccese; ma innanzi che si estendesse, fu spento con pronti e vigorosi provvedimenti. Lo sciagurato imitatore di Cromwell fu fatto nuovamente prigioniero; e fallita la impresa, i soldati si perderono d’animo e rassegnaronsi al loro destino.
Il nuovo Parlamento, che per essere stato convocato senza regio decreto, viene con maggiore proprietà chiamato Convenzione, si adunò in Westminster. I Lordi ricomparvero nella sala, dalla quale per più di undici anni erano stati espulsi a forza. Ambedue le Camere tosto invitarono il Re a ritornare alla patria. Fu proclamato con pompa non mai prima veduta. Una magnifica flotta dall’Olanda lo trasportò sulla costiera di Kent. Mentre approdava, i colli di Dover erano popolati di migliaia di spettatori, fra’ quali non era neppure uno che non versasse lacrime di gioia. Il suo viaggio fu un continuo trionfo. Tutto lo stradale da Rochester era fiancheggiato di trabacche e di tende, e rendeva immagine d’una interminabile fiera. Migliaia di bandiere sventolavano; tutte le campane suonavano; s’udivano melodie di strumenti musicali; il vino e la birra scorrevano a fiumi alla salute di lui, che, tornando, recava la pace, le leggi e la libertà al paese. Ma fra mezzo alla gioia universale, un solo luogo mostrossi in aspetto buio e minaccioso. Lo esercito fu condotto a Blackeath per dare il ben tornato al sovrano. Il quale sorrideva, s’inchinava, e stendeva graziosamente la mano al bacio de’ Colonnelli e de’ Maggiori. Ma i suoi modi cortesi furono vani. Il contegno de’ soldati era tristo e cupo; ed ove avessero dato libero sfogo a ciò che sentivano, il gioioso spettacolo, al quale avevano con ripugnanza partecipato, avrebbe avuto misero e sanguinoso fine. Ma non era fra loro accordo nessuno. La defezione e la discordia avevano distrutta la vicendevole fiducia, e gli avevano resi increduli ai loro capi. Tutta la guardia cittadina di Londra era in armi; numerose compagnie, capitanate da Nobili e da gentiluomini leali, erano accorse da varie contrade del Regno a salutare il Re. Il gran giorno si chiuse in pace; e l’esule principe, riasceso al trono, posò sano e salvo nella reggia de’ suoi antenati.
CAPITOLO SECONDO.
SOMMARIO.
I. Ingiusto gudicio intorno alla condotta di coloro che restaurarono la Casa degli Stuardi.—II. Abolizione del possesso a titolo di servigio militare— III. Scioglimento dell’esercito.—IV. Si rinnuovano le dissensioni fra le Teste–Rotonde e i Cavalieri.—V. Dissensioni religiose.—VI. Impopolarità de’ Puritani.—VII. Carattere di Carlo II.—VIII. Caratteri del Duca di York e del Conte di Clarendon.—IX. Elezione generale del 1661. —X. Violenza de’ Cavalieri nel nuovo Parlamento.—– XI. Persecuzione de’ Puritani.—XII. Zelo della Chiesa per la monarchia ereditaria.—XIII. Modificazioni ne’ costumi del popolo.—XIV. Corruttela degli uomini politici di quell’età.—XV. Condizioni della Scozia.—XVI. Condizioni della Irlanda.—XVII. Il governo perde la sua popolarità in Inghilterra.—XVIII. Guerra cogli Olandesi.—XIX. Opposizione nella Camera de’ Comuni.—XX. Caduta di Clarendon.—XXI. Stato della politica europea, e preponderanza della Francia.—XXII. Carattere di Luigi XIV.—XXIII. La triplice Alleanza.—XXIV. Il partito patriottico.—XXV. Vincoli tra Carlo II e la Francia—XXVI. Disegni di Luigi intorno all’Inghilterra.—XXVII. Trattato di Dover.—XXVIII. Indole del Gabinetto inglese.—XXIX La Cabala.—XXX. Chiusura dello Scacchiere.—XXXI. Guerra con le Provincia Unite.—XXXII. Guglielmo Principe d’ Orange.—XXXIII. Adunanza del Parlamento.—XXXIV. Dichiarazione d’indulgenza—XXXV È cancellata, e l’Atto di Prova (_Test Act_) è adottato.—XXXVI. Scioglimento della Cabala.— XXXVII. Pace con le Provincie Unite; Amministrazione di Danhy.— XXXVIII. Situazione critica del partito patriottico.—XXXIX. Relazioni fra esso e l’ambasciata francese.—XL. Pace di Nimega; malcontenti furiosi in Inghilterra.—XLI. Caduta di Danhy; la congiura papale. —XLII. Prima elezione generale del 1679.—XLIII. Violenza della nuova Camera de’ Comuni.—XLIV. Sistema di governo fatto da Temple. —XLV. Carattere di Halifax.—XLVI. Carattere di Sunderland. —XLVII. Proroga del Parlamento.—XLVIII. Atto dell’_Habeas Corpus_. —XLIX. Seconda elezione generale del 1679; popolarità di Monmouth. —L. Lorenzo Hyde.—LI. Sidney Godolphin.—LII. Violenza delle fazioni per la legge d’Esclusione.—LIII. Nomi di Whig e Tory.—LIV. Adunanza del Parlamento; la Legge d’Esclusione è approvata dalla Camera dei Comuni.—LV. È rigettata da quella de’ Lordi; Stafford è giustiziato. —LVI. Elezione generale del 1681.—LVII. Parlamento convocato in Oxford e disciolto; Reazione de’ Tory.—LVIII. Persecuzione de’ Whig.—LIX. Confisca dello Statuto della Città; Congiure de’ Whig. —LX. Scoperta di tali congiure; severità del Governo.—LXI. Sequestro degli Statuti.—LXII. Influenza del Duca d’York.—LXIII. Halifax gli si oppone.—LXIV. Il Lord Cancelliere Guildford.—LXV. Politica di Luigi.—LXVI. Stato delle fazioni nella corte di Carlo all’epoca della sua morte.
I. La storia dell’Inghilterra nel secolo decimosettimo, è quella del trasmutamento d’una monarchia limitata, secondo la costumanza del medio evo, in una monarchia più consona al progresso d’una società, nella quale non possono le gravezze pubbliche essere più oltre sostenute dai beni della Corona, e la pubblica difesa affidata alle milizie feudali. Abbiamo già veduto come gli uomini politici che predominavano nel Lungo Parlamento del 1642, facessero grandi sforzi a compire il predetto mutamento, trasferendo, direttamente e formalmente, agli Stati del reame il diritto di scegliere i ministri, il comando delle armi, e la soprintendenza del potere esecutivo. Quell’ordinamento era forse il migliore di quanti allora se ne potessero immaginare; ma lo sconcertò interamente l’esito della guerra civile. Le Camere trionfarono di certo, ma dopo una lotta tale, che fece loro stimar necessario di chiamare a vita un potere che esse non seppero infrenare, e che tosto signoreggiò tutte le classi e tutti i partiti. Per qualche tempo, i danni inseparabili dal Governo militare, furono in alcun modo mitigati dalla saviezza e magnanimità del grande uomo che aveva il supremo comando. Ma quando la spada ch’egli impugnava con energia, e con energia sempre guidata dal buon senso, e quasi sempre temperata dalla sua buona indole, passò in mano di capitani che non avevano nè la destrezza nè le virtù di lui, e’ sembrò probabilissimo che l’ordine e la libertà corressero a vergognosa rovina.
Tale rovina, per buona ventura, fu scansata. È stato costume, per troppi degli scrittori amici della libertà, rappresentare la Ristaurazione come un avvenimento disastroso, e dannare di stoltezza o viltà la Convenzione che richiamò la reale famiglia, senza ottenere nuove guarentigie contro la mala amministrazione. Coloro che in tal guisa ragionano, non intendono l’indole vera degli eventi che seguirono la caduta di Riccardo Cromwell. La Inghilterra versava in presentissimo pericolo di essere oppressa da tirannelli militari, innalzati e deposti dal capriccio della soldatesca. Liberare il paese dalla dominazione de’ soldati era il fine precipuo d’ogni assennato cittadino; ma finchè i soldati rimasero concordi, i più fiduciosi poco speravano di conseguirlo. Di repente balenò un raggio di speranza. I capitani e le legioni cominciarono ad avversarsi vicendevolmente. Le sorti future della nazione pendevano dall’uso che si sarebbe potuto fare di un ben augurato istante. I nostri antichi usarono bene di quel momento. Dimenticarono i vecchi rancori, smessero i piccoli scrupoli, differirono a più convenevole stagione tutte le dispute intorno alle riforme necessarie alle nostre istituzioni; e si congiunsero tutti, Cavalieri e Teste–Rotonde, Episcopali e Presbiteriani, a rivendicare le antiche leggi della patria dal dispotismo militare. L’equa partizione del potere fra Re, Camera dei Lordi e Camera de’ Comuni, poteva differirsi fino a quando si fosse deciso se l’Inghilterra dovesse essere governata da Re, Lordi e Comuni, o da corazzieri e lancieri. Se gli uomini di stato della Convenzione avessero tenuto condotta diversa, e avessero lungamente discorso intorno ai principii del Governo; se avessero redatta una nuova Costituzione e l’avessero mandata a Carlo, se si fossero aperte conferenze, se ci fosse stato per parecchie settimane un andare e venire di corrieri tra Westminster e i Paesi Bassi recando progetti, risposte di Hyde e proposte di Prynne: la coalizione, dalla quale pendeva la pubblica salvezza, si sarebbe disciolta; i Presbiteriani e i Realisti sarebbero venuti a conflitto; le fazioni militari si sarebbero, come è verosimile, riconciliate; e gli imprudenti amici della libertà, oppressi da un giogo peggiore di quello che poteva essere loro imposto dal pessimo degli Stuardi, avrebbero invocata invano la felice occasione che avevano lasciato fuggire.
II. Per la qual cosa, l’antico ordinamento civile, per unanime consenso di ambedue i grandi partiti, venne ristabilito esattamente tale qual era allorchè, diciotto anni avanti, Carlo I fuggì dalla metropoli. Tutti quegli atti del Lungo Parlamento che avevano ricevuto lo assenso regio, furono considerati come validi. Ottennesi dal Re una nuova concessione assai più proficua ai Cavalieri che alle Teste–Rotonde. Il possesso delle terre a titolo di servigio militare, era stato in origine istituito come mezzo di difesa nazionale. Ma con l’andare degli anni, la parte utile di quella istituzione era scomparsa, senza altro lasciare che cerimonie ed aggravi. Un possessore di terre a titolo di servigio militare, dipendente dalla Corona—e a tal titolo il suolo dell’Inghilterra quasi tutto era posseduto,—doveva pagare una gravosa ammenda nell’atto di torre possesso della sua proprietà. Non ne poteva alienare la più piccola parte senza comperarne la licenza. Quando egli moriva, lasciando un erede infante, il sovrano diventava tutore, ed aveva diritto non solo a gran parte delle entrate per tutto il tempo della minorità, ma poteva imporre al pupillo, sotto gravi pene, di unirsi in matrimonio a qualunque persona di convenevole grado. Il principale movente che attirava alla corte un adulatore bisognoso, era la speranza di ottenere, come premio di servilità e d’adulazione, una lettera del Re per una ricca erede. Tali abusi erano caduti con la monarchia; ed ogni gentiluomo possidente di terre nel Regno desiderava che non fossero richiamati a vita. Vennero quindi solennemente aboliti con uno statuto, e non rimase vestigio del vecchio costume di possedere a titolo di militari servigi, salvo que’ servigi d’onore, che tuttavia, nella cerimonia dell’incoronazione, vengono resi alla persona del sovrano da alcuni signori territoriali.
III. Ed era ormai tempo di sciogliere lo esercito. Cinquantamila uomini, usi alle armi, furono a un tratto dispersi fra mezzo alla società; e la esperienza sembrava far credere come certo, che siffatto repentino mutamento dovesse essere cagione di gran miseria e di grandi delitti: val quanto dire, che i veterani cacciati di impiego, sarebbero o andati accattando di porta in porta, o spinti dalla fame al saccheggio. Ma ciò, per buona sorte, non avvenne. In pochi mesi, non rimase segno che indicasse come la più formidabile armata del mondo si fosse fusa con la gran massa del popolo. Gli stessi realisti confessavano che in ogni ramo di onesta industria i guerrieri licenziati prosperavano più che ogni altro uomo; che nessuno di loro venne addebitato di furto o di rapina; che non se ne vedeva nè anche uno che andasse limosinando; e che se un fornaio, un muratore, un vetturale, si faceva notare per diligenza e sobrietà, egli era probabilissimamente uno de’ vecchi soldati d’Oliviero.
La tirannide militare era caduta; ma negli animi di tutti aveva lasciato profonde e durevoli traccie. Il nome di un esercito stanziale fu per lunga stagione abborrito; ed è degno di nota, che siffatto abborrimento fosse più forte ne’ Cavalieri che nelle Teste–Rotonde. Dovrebbe considerarsi come singolare ventura, che nel tempo in cui la patria nostra, per la prima e l’ultima volta soggiacque al governo della spada, la spada fosse nelle mani, non di principi legittimi, ma di quei ribelli che uccisero il Re ed abbatterono la Chiesa. Se un principe legittimo al pari di Carlo, avesse comandato un esercito prode quanto quello di Cromwell, non vi sarebbe stata più speranza per le libertà dell’Inghilterra. Avventuratamente, quello strumento del quale solo la Monarchia poteva giovarsi per rendersi assoluta, era obietto di orrore e disgusto al partito monarchico, e seguitò lunghi anni ad associarsi nelle menti de’ realisti e de’ prelatisti col regicidio e con le predicazioni nel campo. Un secolo dopo la morte di Cromwell, i Tory continuavano ancora a schiamazzare contro ogni augumento di soldati regolari, e a trombettare le lodi delle milizie nazionali. Anche nel 1786, un Ministro che possedeva grandemente la loro fiducia, non valse a vincere l’avversione che mostrarono alla idea di fortificare le coste; nè guardarono mai di buon occhio l’armata stanziale, finchè la rivoluzione francese non sopraggiunse a suscitare negli animi loro nuova e diversa paura.
IV. La coalizione che aveva rimesso il Re sul trono, ebbe fine col pericolo che l’aveva fatta nascere, e due partiti ostili mostraronsi nuovamente in campo, pronti a cozzare. Entrambi, a dir vero, concordavano intorno al bisogno di punire parecchi infelici, che in quel tempo erano il zimbello d’un odio quasi universale. Cromwell non era più; e coloro che erano fuggiti dinanzi a lui, furono paghi del vigliacco diletto di disseppellire, impiccare, squartare e bruciare la spoglia mortale del più gran principe che governasse mai l’Inghilterra. Dettero sfogo alla loro vendetta anche sopra taluni capi di parte repubblicana. Ma come furono sazi del sangue de’ regicidi, presero a dilacerarsi scambievolmente. Le Teste–Rotonde, mentre ammettevano le virtù del Re morto, e dannavano la sentenza profferitagli contro da un tribunale illegittimo, sostenevano che la sua amministrazione era stata, in molte cose, incostituzionale, e che le Camere avevano prese le armi contro lui per cagioni solidamente fondate. Pensavano, la Monarchia non avere nemico peggiore di colui che, adulando, esaltava la regia prerogativa sopra la legge, dannava ogni opposizione fatta alle regie usurpazioni, ed oltraggiava non solo Cromwell e Harrison, ma Pym e Hampdem, col nome di traditori. Se il Re bramava di regnare con prosperità e quiete, gli era necessario affidarsi a coloro i quali, benchè avessero snudata la spada a tutelare i conculcati privilegi del Parlamento, eransi esposti alla rabbia dei soldati onde salvargli il padre, ed erano stati parte principale nel provvedimento di richiamare l’esule famiglia reale.
I sentimenti de’ Cavalieri erano assai differenti. Nel corso dei diciotto anni, essi, fra tutte le vicissitudini seguite, erano rimasti fedeli alla Corona. Partecipi delle calamità del loro principe, non dovevano forse partecipare del suo trionfo? Non era da farsi distinzione veruna tra loro e il suddito sleale che aveva combattuto contro il sovrano, che aveva seguito Riccardo Cromwell, e giammai cooperato alla ristaurazione degli Stuardi, finchè fu a tutti manifesto che null’altro avrebbe potuto salvare la nazione dalla tirannia dello esercito? Concedasi pure che siffatto uomo avesse ottenuto per nuovi servigi il regio perdono; dovevano tali servigi, resi presso al tramonto, agguagliarsi agli affanni ed ai patimenti di coloro che avevano sostenuto il carico e il calore di tutto il giorno? Doveva egli accomunarsi con uomini che non avevano bisogno della regia clemenza; con uomini che in tutta la vita loro avevano meritata la gratitudine del Re? E soprattutto, doveva tollerarsi che rimanesse in possesso di ricchezze accumulate sulle ruine degli averi de’ difensori del trono? Non bastava che la sua testa e i suoi averi patrimoniali, cento volte devoluti alla Giustizia, rimanessero salvi; e che egli, col rimanente della nazione, godesse i beni di quel mite Governo, al quale era stato lungo tempo nemico? Era egli mestieri ricompensarlo per i suoi tradimenti, a spese di coloro ch’erano rei solo della fedeltà onde avevano mantenuto il giuramento di obbedienza alla Corona? Quale utile poteva trovare il Re nel satollare i suoi nemici con la preda strappata agli amici suoi? Quale fiducia poteva riporsi in uomini che avevano avversato il loro sovrano, gli avevano mosso guerra contro, lo avevano imprigionato; e che adesso, invece di abbassare il viso rosso di vergogna e di pentimento, difendevano il già fatto, e sembravano credere d’aver data prova di lealtà astenendosi solo dal regicidio? Era vero che avevano, poco fa, dato mano a rialzare il trono; ma non era men vero che manifestavano tuttavia certi principii spinti dai quali, potevano abbatterlo una seconda volta. Senza dubbio, sarebbe stato convenevole che il Re desse segni d’approvazione a taluni convertiti, ch’erano stati grandemente utili; ma la politica, la giustizia, la gratitudine, gl’imponevano di rimeritare de’ più alti favori coloro, i quali dal principio alla fine, e nella prospera e nella trista fortuna, avevano difesa la Casa Reale. Per queste ragioni, i Cavalieri naturalmente dimandavano compensazione di tutti i danni che avevano sostenuti, e preferenza ai favori della Corona. Alcuni spiriti violenti di quel partito, spingendosi anche più oltre, schiamazzavano perchè si facessero lunghe liste di proscrizioni.