Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 12

Chapter 123,597 wordsPublic domain

LX. Allora un disegno a cui sul principio della guerra civile nessuno avrebbe osato alludere, e che non era meno incompatibile con la Solenne Convenzione, di quello che fosse con le vecchie leggi d’Inghilterra, cominciò ad assumere una forma distinta. Gli austeri guerrieri che governavano la nazione, avevano per lo spazio di parecchi mesi meditata una tremenda vendetta contro il Re prigioniero. Quando e come originasse tale disegno; se movesse dai comandanti e si diffondesse nelle file, o dalle file si appigliasse ai comandanti; se si debba ascrivere ad una politica che si serviva del fanatismo come di strumento, o al fanatismo che trascinava la politica con irresistibile impulso; sono questioni che fino ai dì nostri non si sono potute sciogliere perfettamente. Se non che, sembra probabile, considerando generalmente le cose, che colui che pareva menare gli altri, fosse forzato a seguirli; e che in questa occasione, come avvenne pochi anni dopo in una occasione simigliante, egli sacrificasse il proprio giudicio e le proprie inclinazioni ai voleri dell’armata. Poichè il potere ch’egli aveva stabilito, era un potere che neanche egli stesso valeva a raffrenare; e onde potesse sempre comandare, era necessario ch’ei talvolta obbedisse. Protestò pubblicamente, che ei non era stato l’iniziatore della cosa, che i primi passi erano stati fatti senza esserne stato reso partecipe, che non potè consigliare il Parlamento a dare il colpo, ma sottopose i propri sentimenti alla forza delle circostanze, che sembravano manifestare gli alti disegni della Provvidenza. Siffatte proteste si sogliono sempre considerare come esempio della ipocrisia di che comunemente ei viene tacciato. Ma anche coloro che lo chiamano ipocrita, non oserebbero di chiamarlo uno stolto. È loro debito mostrare ch’egli voleva conseguire un alto scopo, incitando l’armata a commettere un atto ch’egli non rischiossi mai di ordinare. Parrebbe cosa assurda supporre che egli, il quale da’ suoi nemici degni di rispetto non venne mai rappresentato come follemente crudele ed implacabilmente vendicativo, avesse fatto il passo più importante di tutta la sua vita, mosso solo da spirito malevolo. Era tanto savio da conoscere, quando consentì a versare quel sangue augusto, ch’egli compiva un fatto inespiabile, che sveglierebbe dolore ed orrore non solo negli animi de’ realisti, ma negli animi di nove decimi di coloro i quali avevano parteggiato a favore del Parlamento. Siano quali si vogliano le visioni che turbavano i cervelli degli altri, ei di certo non sognava di repubblica, secondo la forma degli antichi, nè del regno millenario dei Santi. S’egli già aspirava a farsi fondatore d’una nuova dinastia, era chiaro che Carlo I era un rivale meno formidabile di quello che sarebbe stato Carlo II. Nell’istante della morte di Carlo I, ciascuno de’ Cavalieri avrebbe conservata la propria lealtà in tutta la sua purezza a Carlo II. Carlo I era prigioniero; Carlo II sarebbe stato libero. Carlo I era obietto di sospizione e disgusto a gran parte di coloro che tuttavia rabbrividivano al pensiero di ucciderlo; Carlo II avrebbe svegliato tutto l’interesse che accompagna la giovinezza e la innocenza sventurata. È impossibile credere che considerazioni così ovvie ed importanti fuggissero alla mente del più grande uomo politico di quell’età. Vero è che Cromwell, un tempo, intese a farsi mediatore fra il trono ed il Parlamento; o a riordinare lo Stato in isfacelo, per mezzo del potere della spada, sotto la sanzione del nome regio. In siffatto disegno egli perseverò finchè non fu costretto ad abbandonarlo per la insubordinazione dei soldati e per la incurabile doppiezza del Re. Sorse un partito nel campo, che vociferando chiedeva la testa del traditore, il quale trattava con Agag. Si formarono cospirazioni; levaronsi romorose minacce d’accusa. Scoppiò un ammutinamento, a comprimere il quale bastarono appena il vigore e la risolutezza di Cromwell. E quantunque, per mezzo d’una giudiciosa mistura di severità e di dolcezza, gli fosse riuscito di ristabilire l’ordine, s’accorse che sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso contendere contro la rabbia de’ guerrieri, i quali consideravano il caduto tiranno qual proprio nemico, e quale nemico del loro Dio.

Nel tempo stesso si vide più che mai manifesto come nel Re non fosse da fidarsi. I vizi di Carlo erano cresciuti; e, a dir vero, erano di quella specie di vizi, che le difficoltà e le perplessità generalmente fanno risaltare in tutta la loro luce. L’astuzia è lo scudo naturale de’ deboli. E però un principe il quale è abituato ad ingannare mentre si trova nell’altezza della possanza, non è verosimile che impari ad esser franco in mezzo agl’impacci ed alle sciagure. Carlo era un dissimulatore non solo privo di scrupoli, ma sventurato. Non vi fu mai uomo politico al quale siano state attribuite con innegabile evidenza tante fraudi e tante falsità. Egli pubblicamente riconobbe le Camere di Westminster come Parlamento legittimo, e nel medesimo tempo scrisse nel suo Consiglio un atto privato, in che dichiarava di non riconoscerle. Protestò pubblicamente di non essersi mai rivolto ad armi straniere per domare i suoi popoli, mentre privatamente implorava aiuto dalla Francia, dalla Danimarca o dalla Lorena. Negò pubblicamente di avere impiegati i papisti, e nel medesimo tempo mandava ordini ai suoi generali per impiegare ogni papista che volesse servire. Prestò pubblicamente in Oxford il giuramento, promettendo di non esser mai connivente al papismo; mentre privatamente assicurava la propria moglie, che egli intendeva tollerarlo in Inghilterra; e dette facoltà a lord Glamorgan di promettere che il papismo verrebbe ristabilito in Irlanda. Finalmente, tentò d’uscire d’impaccio a danno del suo ministro. Glamorgan ricevè, tutte scritte di mano del Re, riprensioni che dovevano esser lette da altri, o lodi che dovevano esser vedute da lui solo. Fino a tal segno allora erasi spinta la indole falsa del Re, che i suoi più devoti amici non si poterono frenare dal querelarsi fra loro, con amaro dolore e vergogna della torta politica di lui. I suoi difetti, dicevano essi, davano loro meno molestia de’ suoi intrighi. Dall’istante in cui fu fatto prigioniero, non v’era individuo del partito vittorioso che egli non cercasse avvolgere fra le sue lusinghe e fra le sue macchinazioni; ma non gli toccò peggiore ventura di quella ch’egli ebbe allorquando si studiò di blandire Cromwell, nel tempo stesso che voleva minargli il terreno; e Cromwell era uomo da non lasciarsi vincere nè dalle blandizie nè dalle macchinazioni.

LXI. Cromwell doveva risolvere se mai fosse cosa prudente porre a rischio l’affetto che gli portava il suo partito, lo affetto dell’armata, la propria grandezza, anzi la sua propria vita, per un tentativo che probabilmente sarebbe riuscito vano; pel tentativo, cioè, di salvare un principe che non si sarebbe potuto mai vincolare con nessun giuramento. La determinazione fu presa dopo molte lotte e molti sospetti, e forse non senza molte preghiere. Carlo fu abbandonato al proprio destino. I così detti Santi militari, sfidando le antiche leggi del Regno, non che il sentimento quasi universale della nazione, decisero che il Re dovesse espiare col proprio sangue i delitti onde era reo. Egli per qualche tempo aspettassi una morte simile a quella de’ suoi infelici predecessori, Eduardo II e Riccardo II. Ma non v’era pericolo d’un tale tradimento. Coloro i quali lo tenevano fra gli artigli, non erano coltellatori notturni. Ciò ch’essi fecero, lo fecero perchè servisse di spettacolo al cielo ed alla terra, e perchè ne rimanesse eterna ricordanza. Godevano a malincuore dello scandalo che davano. L’essere l’antica Costituzione e l’opinione pubblica dell’Inghilterra direttamente opposte al regicidio, circondava il regicidio di un fascino straordinario agli occhi di un partito intento a produrre una completa rivoluzione politica e sociale. Onde conseguire pienamente il loro scopo, era mestieri che innanzi tutto facessero in pezzi ogni parte della macchina del Governo; ed era una necessità più presto gradevole che penosa agli animi loro. La Camera de’ Comuni votò per un accomodamento col Re. I soldati con la forza si opposero alla maggioranza. I Lordi unanimemente rigettarono la proposta di porre il Re sotto processo; e la loro sala venne immediatamente chiusa. Nessun tribunale legittimo voleva assumersi la responsabilità di giudicare colui dal quale emanava la giustizia. Creossi un tribunale rivoluzionario, il quale dichiarò Carlo essere tiranno, traditore, assassino e nemico pubblico; e la testa gli venne mozza dal busto innanzi a migliaia di spettatori, di faccia alla sala del banchetto, nel suo proprio palazzo.

Non molto tempo dopo, chiaramente conobbesi che quei zelanti politici e religiosi, ai quali deve attribuirsi quel fatto, avevano commesso non solo un delitto, ma un fallo. Essi avevano data ad un principe fin allora conosciuto per le sue colpe, occasione di mostrare, in un vasto teatro, innanzi agii occhi di tutte le nazioni e di tutti i secoli, talune doti che irresistibilmente svegliano l’ammirazione e l’amore dell’umanità; cioè l’altero spirito di un prode gentiluomo, e la pazienza e mansuetudine di un cristiano che si sacrifica. Che anzi, avevano in tal modo eseguita la loro vendetta, che quell’uomo stesso la cui vita non era stata se non una serie di violazioni delle libertà dell’Inghilterra, sembrava morire da martire per la causa di quelle medesime libertà. Nessun demagogo produsse mai una impressione negli animi di tutti simile a quella che vi produsse il Re prigioniero, il quale serbando in quegli estremi tutta la sua dignità reale, ed affrontando la morte con indomito coraggio, infiammò i sentimenti del suo popolo oppresso, ricusò fermamente di favellare innanzi ad un tribunale ignoto alla legge, appellossi dalla violenza militare ai principii della Costituzione, chiese con che diritto dalla Camera de’ Comuni erano stati espulsi i suoi più rispettabili membri e la Camera de’ Lordi era stata privata delle sue funzioni legislative, e disse ai suoi uditori che lacrimavano, com’egli non difendesse soltanto la causa propria, ma la loro. La pessima condotta del suo lungo governo, le sue innumerevoli perfidie, furono dimenticate. La memoria di lui venne, nelle menti della maggior parte de’ suoi sudditi, associata a quelle stesse libere istituzioni ch’egli per molti anni erasi sforzato di distruggere; poichè quelle libere istituzioni s’erano spente con lui, e, tra il lugubre silenzio di un popolo spaventato dall’armi, erano state difese dalla sola sua voce. Da quel giorno, cominciò una reazione in favore della Monarchia e dell’esule famiglia reale, la quale venne sempre crescendo, finchè il trono non fu rialzato in tutta la sua antica dignità.

Nondimeno, da principio gli uccisori del Re parvero derivare nuova energia da quel sacramento di sangue con cui s’erano scambievolmente vincolati, separandosi per sempre dalla maggioranza de’ loro concittadini. L’Inghilterra venne dichiarata Repubblica. La Camera de’ Comuni, ridotta ad un piccolo numero di membri, fu, di nome soltanto, il supremo potere dello Stato. Di fatto, il governo era tutto nelle mani dell’esercito e del suo capo. Oliviero aveva fatta la sua scelta. Egli aveva conservato l’affetto de’ suoi soldati; ma erasi diviso da pressochè tutte le classi de’ suoi concittadini. Mal si direbbe ch’egli avesse un partito al di là de’ confini del campo e delle fortezze. Quegli elementi di forza i quali, quando scoppiò la guerra civile, parevano osteggiarsi vicendevolmente, si congiunsero contro lui; tutti i Cavalieri, la più parte delle Teste–Rotonde, la Chiesa Anglicana, la Chiesa Presbiteriana, la Chiesa Cattolica Romana, l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda. Nonostante, era tale il suo genio e la sua fermezza, che egli potè padroneggiare e vincere ogni ostacolo che gli attraversava la via, e rendersi signore della propria patria, più assoluto di qualunque altro de’ Re legittimi, e farla rispettare e temere più di quanto era stata temuta e rispettata in tutto il tempo che ella era rimasta sotto il governo de’ suoi legittimi principi.

L’Inghilterra aveva già cessato di lottare. Ma i due altri Regni, i quali erano stati governati dagli Stuardi, si dichiararono ostili alla nuova Repubblica. Il partito degli Indipendenti era egualmente odioso ai Cattolici Romani d’Irlanda, ed ai Presbiteriani di Scozia. Entrambi questi paesi, che poco innanzi erano ribelli a Carlo I, poscia riconobbero l’autorità di Carlo II.

LXII. Ma ogni cosa cedeva al vigore ed all’ingegno di Cromwell. In pochi mesi soggiogò l’Irlanda, e la ridusse come non era mai stata nello spazio di cinque secoli di strage ch’erano trascorsi dallo sbarco de’ primi Normanni in poi. Determinossi a porre fine al conflitto delle razze e delle religioni che aveva per tanto tempo turbata quell’isola, facendovi esclusivamente predominare la popolazione inglese e protestante. A tale scopo, allentò il freno al feroce entusiasmo de’ suoi seguaci, dichiarò una guerra simile a quella che Israello aveva dichiarata ai Cananei, domò gl’Idolatri col taglio della spada, di guisa che le grandi città furono lasciate prive d’abitanti; ne cacciò parecchie migliaia sul continente, ne imbarcò molte migliaia per l’America, e riempì quel vuoto mandandovi numerose colonie di genti anglo–sassoni, seguaci delle credenze di Calvino. Strano a dirsi! sotto quel regime di ferro, il paese conquistato cominciò a far mostra d’una certa prosperità esteriore. Distretti che poco innanzi erano selvaggi, come quelli dove i coloni del Connecticut contendevano con gli uomini rossi, in pochi anni vennero trasformati in un certo aspetto simile a quello di Kent e di Norfolk. Si videro da per tutto nuovi edifici e strade e piantagioni. La entrata de’ terreni crebbe tosto; e tosto i proprietari inglesi cominciarono a querelarsi d’incontrare in tutti i mercati i prodotti dell’Irlanda, e a gridare perchè si promulgassero leggi protezioniste.

Dall’Irlanda il guerriero vittorioso, che adesso era anche di nome, come lungo tempo lo era stato di fatto, Lord Generale dello esercito della Repubblica, si mosse alla volta di Scozia. Ivi stavasi il giovine Re, il quale aveva acconsentito di professare il culto dei Presbiteriani e firmare la Convenzione; e in ricompensa di tali concessioni, gli austeri Puritani che dominavano in Edimburgo gli avevano permesso di tenere, sotto la vigilanza e direzione loro, una corte solenne ma trista nelle sale di Holyrood da lungo tempo deserte. Questa corte da scherno durò brevemente. In due grandi battaglie Cromwell annientò le forze militari della Scozia. Carlo fuggì per salvare la vita, e con estrema difficoltà si sottrasse al destino del padre suo. Lo antico Regno degli Stuardi venne, per la prima volta, ridotto alla più profonda sommissione. Non rimase vestigio della indipendenza con tanto valore difesa contro i più potenti e destri de’ Plantageneti. Il Parlamento inglese faceva le leggi per la Scozia. I giudici inglesi sedevano nei tribunali della Scozia. Anche quella inflessibile Chiesa, che erasi mantenuta a dispetto di tanti Governi, non osava far sentire un lamento.

LXIII. Tanta era stata, almeno in apparenza, l’armonia tra i guerrieri che avevano soggiogato la Irlanda e la Scozia, e gli uomini politici che sedevano in Westminster! ma l’alleanza ch’era stata cementata dal pericolo, fu sciolta dalla vittoria. Il Parlamento dimenticò di dovere la propria esistenza allo esercito. Lo esercito era meno disposto che mai a sottoporsi alla dittatura del Parlamento. Veramente, i pochi membri i quali formarono ciò che poscia venne chiamato la coda o la groppa (_Rump_) della Camera de’ Comuni, non avevano, più che i corpi militari, diritto ad essere stimati i rappresentanti della nazione. La contesa fu tosto condotta ad un esito decisivo. Cromwell empì la Camera d’uomini armati. Ne cacciarono giù dal seggio il presidente, vuotarono la sala, e ne chiusero le porte. La nazione che non amava nessuna delle due parti avverse, ma che, suo malgrado, era costretta a rispettare la capacità e la fermezza del generale, guardò quell’evento con pazienza, se non con compiacenza.

Il Re, la Camera de’ Lordi, e quella de’ Comuni, erano stati vinti e distrutti; e sembrava che Cromwell fosse rimasto unico erede di tutti e tre. Nondimeno, v’erano certe limitazioni impostegli tuttavia da quella stessa armata, cui egli andava debitore della sua immensa autorità. Quel corpo singolare di uomini era quasi interamente composto di repubblicani zelanti. Mentre rendevano schiava la patria, ingannavansi credendo di emanciparla. Il libro che essi maggiormente veneravano, forniva loro un esempio che ricorreva spesso sulle loro labbra. Era pur troppo vero che la nazione ingrata e stolta mormorava contro i propri liberatori. Similmente un’altra nazione eletta aveva mormorato contro il capo che la trasse, per duri e perigliosi sentieri, dalla schiavitù alla terra che era irrigata di latte e di miele. Nondimeno, quel gran capitano aveva liberati i fratelli, loro malgrado; nè aveva aborrito di dare terribili esempi di giustizia sopra coloro i quali avversavano la offerta libertà, e lamentavano le vivande, i padroni e le idolatrie dell’Egitto. Lo scopo de’ santocchi guerrieri i quali circondavano Cromwell, era quello di stabilire una libera e pia Repubblica. Per conseguire tale scopo, erano pronti ad appigliarsi, senza veruno scrupolo, a qualunque mezzo, comecchè violento ed illegittimo. E però non era impossibile stabilire col loro aiuto una monarchia assoluta di fatto; ma era probabile che essi avrebbero repentinamente tolto il loro sostegno a un uomo che, anche soggetto a rigorose restrizioni costituzionali, avesse osato assumere il nome e la dignità di Re.

I sentimenti di Cromwell erano molto diversi. Egli non era più ciò che era stato; nè sarebbe giusto considerare il cangiamento che avevano subito le sue idee, come il semplice effetto della sua ambizione egoistica. Quando entrò nel Lungo Parlamento, vi portò dal suo ritiro campestre poca conoscenza di libri, nessuna esperienza degli affari di Stato, ed un temperamento esacerbato dalla lunga tirannide del Governo e della gerarchia. Nei tredici anni susseguenti si era in modo non ordinario educato alle cose politiche. Era stato attore principale in una serie di rivoluzioni; era stato per lungo tempo l’anima, o almeno il capo di un partito. Aveva comandato eserciti, riportate vittorie, negoziato trattati, soggiogato, pacificato e riordinato Regni. Sarebbe stata cosa strana, in verità, se le sue nozioni fossero rimaste nella condizione in cui erano quando il suo spirito trovavasi principalmente occupato de’ suoi campi e della sua religione, e quando i grandi avvenimenti che variavano il corso della sua vita, erano una fiera di bestiame o una ragunanza religiosa in Huntingdon. Si accorse che certi disegni d’innovazione, per cui egli un tempo aveva mostrato zelo, buoni o cattivi in sè stessi, erano avversi al sentimento generale del paese; e che, se egli perseverava in tali disegni, non poteva altro aspettarsi che perpetue turbolenze, da domarsi solo con la spada. Egli quindi voleva ristaurare, in tutte le sue parti essenziali, quell’antica Costituzione, che il popolo aveva sempre amata, e che poi amaramente desiderava. La via calcata poscia da Monk, non era per anche aperta a Cromwell. La memoria di un solo terribile giorno divise per sempre il gran regicida dalla famiglia degli Stuardi. Il partito cui egli poteva appigliarsi, era soltanto quello di ascendere al trono d’Inghilterra, e regnare secondo l’antica politica inglese. Se gli fosse riuscito di far ciò, avrebbe potuto sperare che le ferite della lacerata patria si sarebbero presto rimarginate. Gran numero d’uomini onesti e tranquilli si sarebbero stretti intorno al suo seggio. Quei realisti che amavano più le istituzioni che la dinastia, l’ufficio di Re più che Carlo I e Carlo II, avrebbero tosto baciato la mano del re Oliviero. I Pari, che allora rimanevano cupi e solitari nel ritiro de’ loro castelli, e ricusavano di prender parte alla cosa pubblica, convocati al Parlamento dall’editto di un re assiso sul trono, avrebbero lietamente riassunte le loro antiche funzioni. Northumberland e Bedford, Manchester e Pembroke, sarebbero stati orgogliosi di portare la corona e gli sproni, lo scettro e il globo, innanzi al ristauratore dell’aristocrazia. Un sentimento di lealtà avrebbe gradatamente affezionato il popolo alla nuova dinastia; ed alla morte del fondatore di tal dinastia, la dignità regia sarebbe discesa con universale acquiescenza ai suoi posteri.

I più destri realisti pensavano che siffatte mire erano savie, e che se a Cromwell fosse stato concesso di seguire il proprio giudicio, l’esule dinastia non sarebbe mai più risalita sul trono d’Inghilterra. Ma il suo disegno era direttamente opposto al sentire della sola classe ch’egli non osava offendere. Il nome di re era odioso ai soldati. Parecchi di loro mal volentieri pativano che l’amministrazione dello Stato fosse nelle mani di un solo. La gran maggioranza, non pertanto, era disposta a sostenere il suo generale, come primo magistrato elettivo della Repubblica, contro tutte le fazioni che potessero per avventura avversare l’autorità di lui; ma non avrebbe consentito ch’egli assumesse il titolo regio, o che quella dignità, ch’era equo compenso del suo merito personale, fosse dichiarata ereditaria nella sua famiglia. Ciò che gli rimaneva a fare, era di dare alla nuova Repubblica una Costituzione, che somigliasse a quella della vecchia monarchia tanto quanto piacesse all’armata. Perchè non si dicesse ch’egli si fosse da sè elevato al nuovo potere, convocò un Consiglio, composto in parte d’individui sul sostegno de’ quali ei poteva riposare, in parte di altri de’ quali poteva di leggieri sfidare l’opposizione. Tale Assemblea, ch’egli chiamò Parlamento, e cui il popolaccio appose il nome di uno de’ suoi più cospicui membri, cioè Parlamento di Barebone, dopo di essersi per breve tempo fatta segno al pubblico scherno, depose nelle mani del generale i poteri ricevuti da lui, e gli lasciò piena libertà di foggiare a suo talento un sistema di governo.

LXIV. Il suo disegno, fin da principio, somigliava considerevolmente alla vecchia Costituzione inglese; ma in pochi anni egli credè opportuno spingersi più oltre, e ristaurare quasi ogni parte dell’antico sistema sotto nuovi nomi e nuove forme. Il titolo di re non fu ristabilito, ma le prerogative regie vennero affidate ad un alto protettore. Il sovrano fu chiamato non Sua Maestà, ma Sua Altezza; non fu coronato ed unto nell’Abbadia di Westminster, ma solamente intronizzato, decorato della spada dello Stato, vestito d’un manto purpureo, e gli fu fatto presente d’una ricca Bibbia nella Sala di Westminster. Il suo ufficio non fu dichiarato ereditario, ma gli fu concesso di nominare il suo successore; e nessuno dubitava ch’egli avrebbe nominato il proprio figlio.