Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 11

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Carlo, nonostante, aveva un vantaggio, il quale, ove egli ne avesse fatto buon uso, lo avrebbe più che compensato del difetto di provigioni e di pecunia, e che, malgrado la sua poca destrezza a giovarsene, lo rese, per alcuni mesi, superiore nella guerra ai suoi avversari. Le sue truppe dapprima pugnavano assai meglio di quelle del Parlamento. Ambedue gli eserciti, egli è vero, erano quasi interamente composti di uomini che non avevano veduto mai un campo di battaglia. Ad ogni modo, la differenza era molta. Le falangi parlamentari erano ripiene di genti venderecce, che s’erano arruolate per bisogno o per ozio. Il reggimento di Hampden era considerato come uno de’ migliori; eppure Cromwell soleva chiamarlo una marmaglia di paltonieri e di servitori a spasso. L’esercito regio, dall’altro canto, era composto in gran parte di gentiluomini, alteri, ardenti, avvezzi a considerare il disonore come cosa più terribile della morte, assuefatti alla scherma, al maneggio delle armi da fuoco, a cavalcare arditamente, ed alle cacce difficili e pericolose, che bene chiamavansi immagini della guerra. Questi gentiluomini, montati sui loro generosi cavalli, a capo di piccole bande composte de’ fratelli minori, dei domestici, dei cacciatori, de’ boscaiuoli loro, dal primo giorno che entrarono in campo, sapevano sostenere la parte loro in una battaglia. Questi valorosi volontari non arrivarono mai a conseguire la fermezza, la pronta obbedienza, la precisione meccanica dei movimenti, che predistinguono il soldato regolare; ma in sulle prime avevano di fronte nemici indisciplinati quanto loro, e meno operosi, forti ed arditi. Per qualche tempo, quindi, i Cavalieri quasi in ogni scontro rimasero vittoriosi.

Le Camere anche non avevano avuta la fortuna di scegliere un buon generale. Il grado e la opulenza rendevano il conte d’Essex uno degli uomini più cospicui del partito parlamentare. Aveva con lode guerreggiato sul Continente, ed allorquando le ostilità scoppiarono, godeva sopra ogni altro nel paese alta riputazione militare. Ma tosto si conobbe che egli era inetto al supremo comando. Aveva poca energia e nessun ingegno inventivo. La tattica metodica ch’egli aveva imparata nella guerra del Palatinato, non lo salvò dalla sciagura di essere soprappreso e sconfitto da un capitano come Rupert, il quale non poteva pretendere ad altra rinomanza che a quella di ardimentoso uomo di parte.

Nè i maggiori ufficiali ad Essex sottoposti, erano in condizioni di supplire ai difetti di lui: il che scusa o libera le Camere da ogni biasimo. In un paese nel quale nessuno de’ viventi aveva mai vista una gran guerra, non potevano trovarsi generali di sperimentata perizia e valentia. Era perciò necessario in sulle prime di servirsi d’uomini inesperti: e naturalmente vennero preferiti coloro che erano cospicui per condizione o per le doti di cui avevano fatta mostra in Parlamento. Siffatta scelta appena in un solo esempio fu felice; dacchè nè i magnati nè gli oratori fecero prova di buoni soldati. Il conte di Stamford, ch’era uno de’ principali nobili d’Inghilterra, fu rotto a Stratton dai realisti. Nataniele Fiennes, per sapienza civile a nessuno secondo fra’ suoi contemporanei, si disonorò per la pusillanime resa di Bristol. Veramente, di tutti gli uomini di Stato che allora accettarono alti comandi militari, il solo Hampden, a quanto sembra, portò nel campo la capacità e la vigoria di mente onde era pervenuto a tanta altezza nelle cose politiche.

LIII. Nel primo anno della guerra, le armi de’ realisti rimasero apertamente vincitrici nelle contee occidentali e settentrionali del paese. Avevano tolta al Parlamento Bristol, seconda città del Regno. Avevano riportate parecchie vittorie, senza nè anche una perdita ignominiosa o di grave momento. Fra le Teste–Rotonde l’avversità aveva incominciato a produrre dissensioni e malcontento. Ora le congiure, ora i tumulti, tenevano il Parlamento in diuturna trepidazione. Pensarono fosse necessario fortificare Londra contro le milizie del Re, ed impiccare in su gli usci delle proprie case alcuni cittadini turbolenti. Taluni de’ più cospicui Pari, che fino allora erano rimasti in Westminster, fuggirono alla Corte in Oxford; e non v’ha dubbio, che se a quel tempo le operazioni de’ Cavalieri fossero state dirette da una mente forte e sagace, Carlo sarebbe tosto ritornato trionfante a Whitehall.

Ma il Re lasciò fuggirsi di mano quel bene augurato momento, che non ritornò mai più. Nell’agosto del 1643 accampò di faccia alla città di Gloucester, la quale venne difesa dagli abitanti e dal presidio con una perseveranza che, in tutto il corso della guerra, non avevano mai mostrata i partigiani del Parlamento. Londra ne sentì emulazione. La milizia cittadina si offerse di correre dove i suoi servigi potessero essere utili. In breve tempo si raccolsero numerose forze militari, che cominciarono a muoversi verso occidente. Gloucester fu liberata dall’assedio. I realisti in ogni angolo del reame rimasero scorati; si rinfrancò lo spirito della parte parlamentare; e i Lordi apostati, i quali di recente da Westminster erano fuggiti ad Oxford, affrettaronsi a ritornare da Oxford a Westminster.

LIV. Cominciò allora a manifestarsi nello infermo corpo politico una nuova specie di gravi sintomi. Erano, fin da principio, nella parte parlamentare taluni uomini che volgevano in mente pensieri dai quali i più rifuggivano inorriditi. Questi uomini nelle cose di religione erano indipendenti. Pensavano che ogni congregazione cristiana aveva, sotto Cristo, suprema giurisdizione nelle faccende spirituali; che gli appelli ai sinodi provinciali e nazionali ripugnavano quasi tanto alle Scritture, quanto gli appelli alla corte dell’arcivescovo di Canterbury o al Vaticano; e che il papismo, il prelatismo e il presbiterianismo, erano semplicemente tre diverse forme d’una medesima grande apostasia. In politica essi erano, servendoci della frase di quel tempo, uomini da ramo e da radice; frase che risponde al vocabolo in uso ai giorni nostri, voglio dire radicali. Non paghi di limitare il potere del monarca, bramavano di erigere una repubblica sopra le ruine del vecchio ordinamento politico. Dapprima erano poco notevoli e per numero e per importanza; ma non ancora erano trascorsi due anni di guerra, e formavano, se non la più numerosa, di certo la più potente fazione del paese. Alcuni de’ più vecchi capi parlamentari erano mancati per morte, altri avevano perduta la pubblica fiducia. Pym era stato sepolto con onori principeschi fra le tombe de’ Plantageneti. Hampden era caduto mentre studiavasi, con eroico esempio, d’inanimire i suoi concittadini a far fronte alla feroce cavalleria di Rupert. Bedford era stato infido alla causa nazionale. Northumberland, come era noto a ciascuno, aveva animo tiepido. Essex e i suoi luogotenenti avevano mostrato poco vigore e destrezza nel condurre le faccende della guerra. In cosiffatta condizione di cose, il partito degli Indipendenti, ardente, risoluto ed esperto, cominciò ad innalzare audace la fronte nel campo e nel Parlamento.

LV. L’anima di questo partito era Oliviero Cromwell. Educato alle occupazioni pacifiche, a quaranta e più anni d’età, aveva accettata una commissione nell’armata parlamentare. Appena divenne soldato, conobbe coll’acuto occhio del genio ciò che Essex, e gli uomini simili ad Essex, con tutta l’esperienza loro, non sapevano intendere. Vide precisamente dove stava la forza dei realisti, e i soli mezzi con cui tale forza poteva vincersi. S’accorse che era mestieri riordinare l’armata del Parlamento. S’accorse parimente, che v’erano copiosi materiali ed ottimi a tale scopo; materiali meno appariscenti, a dir vero, ma più solidi di quelli onde erano composte le valorose legioni del Re. Era mestieri arrolare reclute che non fossero mercenarie, ma di posizione decente e di carattere grave, animate dal timore di Dio, e zelanti della libertà patria. D’uomini di tal sorta compose il proprio reggimento, e mentre gli assoggettava ad una disciplina più rigida di quale altra si fosse mai veduta innanzi in Inghilterra, porgeva agli animi loro stimoli di potentissima efficacia.

Gli eventi del 1644 provarono appieno la superiorità della sua mente. Nelle contrade meridionali, dove Essex comandava, le forze parlamentari subirono una serie di vergognosi disastri; ma nelle settentrionali, la vittoria di Marston Moor fu di pieno compenso a tutte le perdite che s’erano altrove, sostenute. Quella vittoria non recò un colpo più serio ai realisti, di quello che recasse al partito fin allora dominante in Westminster; poichè era cosa notoria, che la giornata sciaguratamente perduta dai Presbiteriani, era stata ricuperata dalla energia di Cromwell, e dalla valorosa fermezza de’ guerrieri che lo seguivano.

LVI. Cotesti eventi produssero l’Ordinanza d’abnegazione, e il nuovo modello dell’armata. Con pretesti decorosi, e con ogni testimonianza di rispetto, Essex e la maggior parte di coloro i quali avevano occupato posti eminenti sotto il comando di lui, vennero rimossi, e la direzione della guerra fu posta in mani dalle sue differentissime. Fairfax, soldato intrepido, ma di basso intendimento e di carattere irresoluto, fu fatto generale delle armi; ma lo era di solo nome, poichè il vero capo di quelle era Cromwell.

LVII. Cromwell affrettossi ad organizzare tutta l’armata secondo gli stessi principii, giusta i quali aveva organizzato il proprio reggimento. Com’egli ebbe fornita l’opera, l’esito della guerra fu deciso. I Cavalieri dovevano adesso far fronte ad un coraggio pari al loro, ad un entusiasmo più forte di quello onde erano animati, ad una disciplina che loro mancava affatto. Passò tosto in proverbio il detto, che i soldati di Fairfax e di Cromwell erano uomini differentissimi da quelli di Essex. In Naseby seguì il primo scontro tra i realisti e le rifatte schiere del Parlamento. La vittoria delle Teste–Rotonde fu piena e decisiva. Essa fu seguita da altri trionfi succedentisi rapidamente. In pochi mesi l’autorità del Parlamento venne pienamente stabilita in tutto il reame. Carlo si rifugiò presso gli Scozzesi, e, con modo che non fa molto onore al carattere loro, fu consegnato agl’Inglesi.

Mentre l’esito della guerra era tuttavia dubbio, le Camere avevano fatto morire il Primate; avevano interdetto, nella sfera della loro autorità, l’uso della liturgia; ed avevano imposto che tutti sottoscrivessero quel famoso documento conosciuto col nome di Lega o Convenzione Solenne. Come la lotta ebbe fine, le innovazioni e le vendette con grandissimo ardore furono spinte agli estremi. La politica ecclesiastica del Regno fu rimodellata. Moltissimi individui dell’alto clero vennero spogliati de’ loro beneficii. Multe, spesso di somme rovinose, vennero inflitte ai realisti, già impoveriti per i larghi sussidi donati al Re. I beni di molti vennero confiscati; molti Cavalieri proscritti trovarono utile comprare, con enormi sacrifizi, la protezione de’ personaggi principali del partito vittorioso. Grandi dominii, appartenenti alla Corona, ai Vescovi ed ai Capitoli, furono confiscati, e o dati in concessione, o venduti all’incanto. In seguito di tali spoliazioni, gran parte del suolo d’Inghilterra fu a un tratto messo in vendita. Poichè il danaro era scarso, il traffico paralizzato, il titolo di proprietà mal sicuro; e poichè la paura che ispiravano gli offerenti che avevano in mano il potere, impediva la libera concorrenza; i prezzi spesso erano prettamente nominali. In tal guisa molte antiche ed onorate famiglie scomparvero, e non se ne seppe più nulla; e molti uomini nuovi mostraronsi sulla scena, con repentino innalzamento.

Ma mentre le Camere adopravano la propria autorità in quel modo, essa fuggì rapidamente dalle loro mani. L’avevano ottenuta arrogandosi un potere senza limite o freno. Nell’estate del 1647, circa un anno dopo che l’ultima fortezza dei Cavalieri erasi sottomessa al Parlamento, il Parlamento fu costretto a sottomettersi ai soldati suoi propri.

LVIII. Corsero tredici anni, durante i quali l’Inghilterra fu, sotto vari nomi e varie forme, governata dalla spada. Giammai, prima o dopo di quell’epoca, il potere civile della nostra patria non fu soggetto alla dittatura militare.

L’armata che si recò in mano il supremo potere dello Stato, era un’armata molto diversa da qualunque altra che se n’è poi veduta nel nostro paese. Oggimai la paga del soldato comune non è tale da svolgere altri individui fuorchè quelli delle classi basse degli operai, dalla loro vocazione. Una barriera quasi insormontabile lo divide dal grado d’ufficiale. La maggior parte di coloro che vi pervengono, lo comprano. Sono così numerose e vaste le dipendenze remote dell’Inghilterra, che chiunque si arruola alla truppa di linea, deve attendersi di passare molti anni della propria vita in esilio, e parecchi anni in climi non favorevoli alla salute ed al vigore della razza europea. L’armata del Lungo Parlamento venne raccolta pel servizio interno. La paga del soldato comune era maggiore del guadagno che l’individuo del popolo poteva sperare dal proprio lavoro; e qualora si fosse distinto per intelligenza e per coraggio, poteva sperare di levarsi a posti eminenti. Le file, quindi, erano composte di uomini, per educazione e posizione, superiori alla moltitudine. Questi uomini, sobrii, morali, diligenti ed assuefatti alla riflessione, erano stati indotti ad abbracciare il mestiere delle armi, non già dagli incitamenti del bisogno, non dal desio di novità o di licenza, non dagli artificii degli ufficiali reclutatori, ma dallo zelo religioso e politico, misto alla brama di acquistarsi onore e spingersi in alto. Essi vantavansi, siccome ne troviamo ricordo nelle loro solenni risoluzioni, di non essere stati costretti alla milizia, nè d’averla abbracciata per desiderio di lucro; di non essere giannizzeri, ma liberi cittadini inglesi, i quali, di loro propria voglia, avevano poste le loro vite in pericolo per la libertà e la religione dell’Inghilterra; perocchè consideravano come loro debito espresso vegliare sul bene della nazione che avevano salvata.

In una milizia siffattamente composta, potevano senza pregiudizio della sua utilità, tollerarsi quelle tali licenze, che, concesse a qualunque altra soldatesca, avrebbero sovvertita ogni disciplina. Generalmente parlando, i soldati, i quali si costituissero in circoli politici, eleggessero i loro delegati e prendessero risoluzioni intorno ad alte questioni di Stato, scoterebbero tosto ogni freno, non sarebbero più un’armata, e diverrebbero la massa peggiore e più pericolosa del popolo. Nè sarebbe sicuro, ai tempi nostri, permettere ne’ reggimenti adunanze religiose, nelle quali un caporale versato nella lettura della Bibbia infiammasse la divozione del suo colonnello meno istruito, e desse avvertimenti al suo maggiore recidivo. Ma tali erano la intelligenza, la gravità, la padronanza di sè, nei guerrieri di Cromwell, che nel loro campo una organizzazione religiosa e politica potè esistere senza recar nocumento alla organizzazione militare. Gli uomini stessi i quali facevansi notare come demagoghi e predicatori del campo, godevano bella reputazione di fermezza, di spirito d’ordine, e di pronta obbedienza nelle guardie, negli esercizi e nel campo di battaglia.

In guerra, nulla valeva a resistere a questa straordinaria milizia. Il ferreo coraggio, che forma l’indole del popolo inglese, ricevette subitamente, mercè del sistema di Cromwell, regola e stimolo. Altri comandanti hanno mantenuto un ordine egualmente rigoroso; altri comandanti hanno ispirato nei petti dei loro seguaci uno zelo egualmente fervido: ma nel solo campo di Cromwell trovavasi la più rigida disciplina congiunta al più ardente entusiasmo. Le sue truppe correvano alla vittoria con la precisione delle macchine, mentre erano infiammate del più selvaggio fanatismo de’ crociati. Da quando l’armata venne riordinata fino a quando si sbandò, non trovò mai o nelle Isole Britanniche o nel Continente un nemico che potesse sostenerne gl’impeti. In Inghilterra, Scozia, Irlanda, Fiandra, i guerrieri puritani, spesso circuiti da difficoltà, talvolta lottanti contro nemici tre volte più numerosi, non solamente non mancarono di vincere, ma non mancarono mai di distruggere e tagliare in pezzi qualunque esercito si fosse loro presentato. Finalmente, giunsero a considerare il di della battaglia come un giorno di sicuro trionfo, e movevano con fiducia sprezzante contro i più rinomati battaglioni d’Europa. Turenna rimase attonito alla severa esaltazione con cui i suoi alleati inglesi correvano al combattimento, ed espresse la gioia di un vero soldato, allorquando gli fu detto che era costume de’ lancieri di Cromwell d’allegrarsi grandemente quando guardavano in faccia il nemico; e i Cavalieri banditi provarono l’emozione dell’orgoglio nazionale, allorquando videro una brigata de’ loro concittadini, inferiori di numero ai nemici ed abbandonati dagli alleati, porre in rotta la più bella fanteria spagnuola, ed aprirsi il passo in una controscarpa, che era stata pur allora giudicata inespugnabile dai più sperimentati marescialli di Francia.

Ma ciò che principalmente distingueva l’armata di Cromwell dalle altre armate, era l’austera moralità e il timore di Dio, che prevalevano in tutte le file. I più zelanti realisti confessano, che in quel campo singolare non s’udiva una bestemmia, non si vedevano ubriachi o giuocatori, e che, per tutto il tempo che durò la dominazione soldatesca, gli averi de’ pacifici cittadini e l’onore delle donne furono reputati sacri. Se si commisero oltraggi, furono oltraggi di specie molto diversa da quelli cui di leggieri si abbandona un’armata vittoriosa. Non vi fu nè anche una fantesca che muovesse lamento delle galanti aggressioni de’ soldati. Una sola dramma d’argento non fu rapita nelle botteghe degli orefici. Ma un sermone pelagiano, o uno sportello sul quale fosse dipinta la Madonna col divino Infante, produceva nelle file dei Puritani tale un eccitamento, che richiedeva gli estremi sforzi degli ufficiali per essere dominato. Una delle principali difficoltà di Cromwell fu quella d’impedire che i suoi lancieri e dragoni si gettassero sopra i pergami de’ sacerdoti, i cui discorsi (per servirmi dell’espressione di que’ tempi) non erano gustosi; e moltissime delle nostre cattedrali serbano tuttavia i segni dell’odio onde quegli spiriti austeri abbonivano ogni vestigio di papismo.

LIX. Affrenare il popolo inglese non fu lieve impresa per quell’armata. Non appena fu sentito il peso della tirannide militare, che la nazione, non assuefatta a tanto servaggio, cominciò ad agitarsi ferocemente. Scoppiarono insurrezioni in quelle contee che, mentre ardeva la guerra, avevano mostrata cieca sommissione al Parlamento. A dir vero, lo stesso Parlamento aborriva i suoi vecchi difensori più che i suoi vecchi nemici, e bramava di venire a patti di accomodamento con Carlo a danno dell’armata. Nel tempo medesimo, in Iscozia formossi una coalizione tra i realisti e un grosso corpo di presbiteriani, che detestavano le dottrine degl’indipendenti. Finalmente scoppiò la procella. I popoli si sollevarono in Norfolk, in Suffolk, in Essex, in Kent, in Galles. La flotta nel Tamigi subitamente innalzò i regi colori, si spinse in mare, e minacciava la costa meridionale dell’isola. Grossa mano di armati scozzesi valicò i confini, e giunse fino alla contea di Lancaster. Potrebbe ben sospettarsi che siffatti movimenti venissero riguardati con segreta compiacenza dalla maggior parte dei membri della Camera de’ Lordi, e di quella de’ Comuni.

Ma il giogo dell’armata non poteva scuotersi in quella guisa. Mentre Fairfax spegneva le insurrezioni nelle vicinanze della metropoli, Oliviero domava gli insorgenti Gallesi, e riducendo i loro castelli in rovine, moveva contro gli Scozzesi. Le sue truppe erano poche in paragone degl’invasori; ma egli non aveva costume di contare il numero de’ suoi nemici. L’armata scozzese fu onninamente distrutta. Susseguì un cangiamento nel governo della Scozia. Un’amministrazione ostile al Re formossi in Edimburgo; e Cromwell, diventato più che mai l’idolo de’ suoi soldati, ritornò trionfante a Londra.