Part 10
Allorchè i partiti rivali mostraronsi con forme distinte, e’ parve che fossero pressochè egualmente ordinati. Dalla parte del Governo stavano moltissimi nobili, ed opulenti e assennati gentiluomini, ai quali nulla mancava, tranne il solo nome, per dirsi nobili. Costoro, insieme coi loro dipendenti, dello aiuto de’ quali potevano disporre, non erano piccola potenza nello Stato. Dalla medesima parte stava il numeroso ceto del clero, entrambe le università, e tutti que’ laici che fortemente aderivano al governo episcopale ed al rituale anglicano. Queste classi rispettabili trovavansi in compagnia di meno decorosi alleati. L’austerità dei Puritani costrinse ad ingrossare la regia fazione tutti coloro che amavano i piaceri, e affettavano galanteria, splendore nel vestire, o gusto nelle arti leggiadre. Erano con costoro que’ tali che campano la vita pascendo gli ozi altrui, cominciando dal pittore e dal poeta comico fino al funambolo e al ciarlatano; perocchè bene conoscevano, che, potendo arricchirsi sotto un dispotismo lussurioso e superbo, sarebbero morti di fame sotto lo austero governo dei rigoristi. Gli stessi interessi movevano tutti i cattolici romani. La regina, principessa francese, professava la loro stessa fede. Sapevasi ch’era grandemente amata e temuta non poco dal marito. Il quale, benchè fosse indubitevolmente protestante per convinzione, non guardava di mal occhio gli aderenti alla vecchia religione, e avrebbe volentieri concessa loro maggior tolleranza di quella che amava accordare ai presbiteriani. Se la opposizione vinceva, egli era probabile che le leggi sanguinarie emanate contro i papisti sotto il regno di Elisabetta, sarebbero state rese più severamente efficaci. I cattolici romani, quindi, vennero indotti da’ più forti motivi a sposare la causa della corte. Generalmente, procedettero cauti in modo da essere tacciati di tiepidezza e codardia; ma è cosa probabile che a così fare fossero persuasi dallo interesse del re, non che dal loro proprio.
La forza maggiore dell’opposizione stava nei piccoli liberi possidenti delle campagne, e ne’ mercanti e bottegai delle città. Costoro erano capitanati da parecchi aristocratici di gran nome e potenza, fra’ quali noveravansi i conti di Northumberland, Bedford, Warwick, Stamford ed Essex, e alcuni altri lordi ricchi e rispettati. Nelle medesime file trovavasi la intera classe de’ protestanti non–conformisti, e la maggior parte de’ membri della Chiesa stabilita, sostenitori delle opinioni calviniste, le quali quarant’anni prima erano state generalmente abbracciate da’ prelati e dal clero. Le corporazioni municipali, salvo poche, seguivano il medesimo partito. Nella Camera de’ Comuni l’opposizione prevaleva, ma non decisamente.
A nessuno de’ partiti mancavano saldi argomenti a sostenere le provvisioni che voleva adottare. I ragionamenti de’ più illuminati realisti possono riassumersi nel modo seguente: «È vero che vi sono stati grandi abusi; ma vi si è posto rimedio. È vero che i diritti più preziosi sono stati violati; ma sono stati rivendicati e tutelati con nuove guarentigie. Le sessioni degli Stati del regno, in onta ad ogni esempio precedente e allo spirito della Costituzione, vennero sospese per lo spazio di undici anni; ma adesso si è provveduto, che tra parlamento e parlamento non sia un intervallo maggiore di tre anni. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York, ci opprimevano e spogliavano; ma quelle corti abborrite ormai più non esistono. Il Lord Luogotenente si studiò di stabilire il dispotismo militare; ma egli ha pagato col capo il proprio tradimento. Il Primate corruppe il nostro culto co’ riti papali; ma egli, rinchiuso dentro la torre, aspetta il giudizio de’ suoi pari. Il Lord Cancelliere sanzionò un sistema che poneva gli averi d’ogni Inglese a discrezione della Corona; ma è caduto in disgrazia, è stato rovinato e costretto a cercare rifugio in terra straniera. I ministri della tirannide hanno espiati i loro delitti; le vittime della tirannide hanno ricevuta la ricompensa di quanto hanno sofferto. Stanti così le cose, sarebbe insania perseverare in quella condotta che era giustificabile e necessaria allorquando, dopo un lungo intervallo riapertosi il parlamento, trovammo l’amministrazione altro non essere che un ammasso di abusi. Ed è oggimai tempo di badare a non ispingere la nostra vittoria sul dispotismo tanto oltre, da urtar nell’anarchia. Non abbiamo potuto estirpare le pessime istituzioni che poco fa affliggevano la patria nostra, senza produrre tali scosse da indebolire le fondamenta del Governo. Adesso che siffatte istituzioni sono cadute, dobbiamo affrettarci a rafforzare quello edificio, che non ha guari è stato nostro debito abbattere. Da ora in poi, porremo ogni studio nello esaminare ogni innovazione innanzi d’accettarla, e veglieremo sì che tutte le prerogative di che la legge, per il bene pubblico, ha rivestito il sovrano, siano rigorosamente difese contro ogni aggressione.»
Tali erano i sensi di coloro de’ quali l’egregio Falkland può considerarsi come capo. Dall’altra parte, uomini di non minore destrezza e virtù sostenevano con pari vigore, che la sicurezza delle libertà del popolo inglese era più presto apparente che vera, e che i disegni arbitrari della Corte sarebbero ricomparsi appena la Camera de’ Comuni avesse rallentata la propria vigilanza. Era pur vero—ragionavano Pym, Hollis e Hampden—che s’erano promulgate molte buone leggi; ma se quelle fossero bastate a por freno alle voglie del Re, i suoi sudditi avrebbero avuta poca ragione di muovere lamento della sua amministrazione. I recenti statuti certamente non avevano autorità maggiore di quella della Magna Carta e della Petizione dei Diritti. Nondimeno, nè la Magna Carta santificata dalla venerazione di quattro secoli, nè la Petizione de’ Diritti sanzionata dopo matura riflessione e per grave considerazione dallo stesso Carlo, erano riuscite efficaci a proteggere il popolo. Se una volta fosse tolto il freno della paura, e lo spirito dell’opposizione venisse a sonnecchiare, tutte le guarentigie della libertà inglese si risolverebbero in una sola cosa, cioè nella parola reale; ed era stato provato con lunga ed amara esperienza, che la parola del re non meritava punto la pubblica fiducia.
XLVIII. I due partiti guardavansi ancora scambievolmente con cauta ostilità, e non avevano ancora ponderato le proprie forze, allorchè giunsero nuove tali che infiammarono le passioni e rinvigorirono le opinioni di entrambi. I grandi capi di Ulster, i quali al tempo in cui Giacomo salì al trono, eransi, dopo lunghissima lotta, sottomessi all’autorità regia, non avevano potuto più lungamente patire la umiliazione della dipendenza. Avevano congiurato contro il Governo inglese, ed erano stati dichiarati rei di tradigione. I loro immensi domini erano stati confiscati dalla Corona; ed erano corse a popolarli torme di emigrati dalla Inghilterra e dalla Scozia. Costoro per civiltà ed intelligenza erano assai superiori ai naturali del paese, e spesso abbusavano di superiorità cosiffatta. I rancori, generati dalla diversità di razza, si accrebbero per la diversità di religione. Sotto il ferreo giogo di Wentworth, non fu udito nè anche un bisbiglio; ma appena cessò quella forte pressura, appena la Scozia dette lo esempio d’una vittoriosa resistenza, mentre la Inghilterra era assorta negl’interni dissidi, la soffocata rabbia degl’Irlandesi eruppe in atti di tremenda violenza. In un attimo, i popoli aborigeni insorsero contro le colonie. Una guerra alla quale l’odio nazionale e religioso dette un carattere di particolare ferocia, desolò Ulster e si estese alle vicine provincie. Il castello di Dublino nè anche reputavasi luogo di sicurezza. Ciascuna posta recava a Londra racconti esagerati di fatti, che, anche scevri d’ogni esagerazione, bastavano a empire l’animo di pietà e d’orrore. Questi sciagurati avvenimenti svegliarono più che mai lo zelo de’ due grandi partiti che sedevano, con vicendevole nimistanza, nella sala di Westminster. I realisti sostenevano esser debito precipuo d’ogni buono inglese e d’ogni buon protestante, in siffatte circostanze, rinvigorire il braccio del sovrano. Alla opposizione pareva che allora più che mai vi fossero fortissime ragioni di invigilarlo e infrenarlo. Il trovarsi la cosa pubblica in pericolo, era senza dubbio buona ragione per conferire maggiori poteri ad un magistrato degno di fiducia; ma era parimente buona ragione per iscemarli o toglierli ad un magistrato che in suo cuore era nemico pubblico. Era stato scopo precipuo del Re il formare un grande esercito; ed ora bisognava formarlo. Si doveva, dunque, temere che ove non si stabilissero nuove guarentigie, le forze raccolte per risottomettere la Irlanda, venissero adoperate contro le libertà della Inghilterra. Nè ciò era tutto. Un orribile sospetto, ingiusto, a dir vero, ma non affatto fuori di natura, era nato in cuore a molti. La Regina era cattolica romana; il Re non era considerato dai Puritani, ch’egli aveva spietatamente perseguitati, come sincero protestante; ed era sì nota a tutti la sua doppiezza, da non esservi specie di tradimento di cui i suoi sudditi, con qualche apparenza di ragione, non lo credessero capace. E però, corse subito sorda una voce che affermava, la ribellione de’ Cattolici Romani di Ulster essere parte d’una vasta opera di tenebre, immaginata e condotta in Whitehall.
XLIX. Dopo alcuni giorni di preludio, nel dì ventesimosecondo di novembre 1641, scoppiò il conflitto tra i due grandi partiti, che si sono poi sempre osteggiati ed osteggiansi tuttavia per recarsi in mano il reggimento del paese. La opposizione propose, che la Camera de’ Comuni dovesse presentare al Re una rimostranza, enumerando i falli della amministrazione fino dal tempo in cui egli ascese al trono, e significando la diffidenza con che il popolo riguardava la politica di lui. Quell’assemblea che pochi mesi avanti era stata unanime nel chiedere la riforma degli abusi, si divise in due fiere ed ardenti fazioni, di forza pressochè uguali. Dopo un violento discutere, che durò molte ore, la rimostranza fu adottata con la maggiorità di soli undici voti.
L’esito di tale conflitto giovò grandemente il partito conservatore. Non era da dubitarsi che soltanto qualche grave indiscrezione potesse impedirgli di ottenere la preponderanza nella Camera Bassa. La Camera Alta era già tutta di quel partito. Nessuna cosa mancava per assicurargli la vittoria, se non che il Re in tutta la sua condotta mostrasse qualche rispetto per le leggi, ed una scrupolosa buona fede verso i suoi sudditi.
I suoi primi provvedimenti promisero bene. E’ sembra che finalmente si fosse indotto a pensare, come era necessario cangiare intieramente il sistema, e si volesse adattare a ciò che non poteva più oltre evitarsi. Dichiarò d’essere determinato a voler governare concordemente con la Camera de’ Comuni, ed a tal fine chiamare ai suoi consigli uomini i quali, per ingegno e carattere, godessero la fiducia della Camera. Nè la scelta fu male fatta. Falkland, Hyde e Colepepper, tutti e tre uomini cospicui per essersi adoperati efficacemente a riformare gli abusi od a punire i malvagi ministri, vennero invitati ad essere fidi consiglieri della Corona, ed ebbero da Carlo la solenne assicurazione, che non avrebbe fatto il minimo passo intorno a ciò che concerneva la Camera Bassa del Parlamento, senza averne chiesto il loro parere.
E’ non è dubbio che s’egli avesse mantenuta tale promessa, la reazione, che già progrediva, sarebbe diventata tanto vigorosa, quanto la potevano desiderare i realisti più rispettabili. Già i più irrequieti membri dell’opposizione avevano cominciato a disperare delle sorti del proprio partito, a tremare per la salvezza propria, e parlavano già di vendere i loro beni ed emigrare in America. Se le belle speranze che cominciavano a sorridere al Re, svanirono improvvise, se la sua vita fu amareggiata dall’avversità ed in fine abbreviata dalla violenza, ne chiami in colpa la propria perfidia e il dispregio delle leggi.
E’ pare certo ch’egli detestasse ambi i partiti in cui era divisa la Camera de’ Comuni. Nè ciò è strano; perocchè in entrambi l’amore della libertà e l’amore dell’ordine, comunque con diverse proporzioni, erano commisti. I consiglieri che Carlo, stretto dalla necessità, aveva chiamati presso di sè, non erano in nulla graditi al suo cuore. Avevano partecipato a dannare la sua tirannia, a scemargli i poteri ed a punire i suoi satelliti. Adesso erano, per vero dire, apparecchiati a difendere con mezzi rigorosamente legali le legittime prerogative di lui; ma avrebbero rifuggito dall’orribile pensiero di ritornare ai tirannici disegni di Wentworth. Essi, dunque, secondo l’opinione del Re, erano traditori, che differivano solo nel grado della loro sediziosa malignità da Pym e da Hampden.
L. E quindi Carlo, pochi giorni dopo d’avere promesso ai capi de’ realisti costituzionali di non muovere mai un solo passo d’importanza senza farneli consapevoli, formò un pensiero, il più serio e tremendo in tutta la sua vita, lo nascose con gran cura, e lo mandò ad esecuzione in un modo tale, che ne furono colpiti di terrore e vergogna. Mandò il Procuratore Generale ad accusare di alto tradimento, innanzi alla tribuna della Camera de’ Lordi, Pym, Hollis, Hampden ed altri membri di quella de’ Comuni. Non satisfatto di questa flagrante violazione della Magna Carta, e della usanza non interrotta di secoli, andò egli stesso in persona, accompagnato da uomini armati, a porre le mani addosso ai capi della opposizione dentro la stessa sala del Parlamento.
Il colpo fallì. I membri incriminati erano partiti dalla sala poco tempo avanti che vi entrasse Carlo. Ne seguì subitanea e violenta commozione nel Parlamento, non che nel paese. Lo aspetto più favorevole onde i più parziali difensori del Re si sono studiati di presentare la condotta di lui in questa occasione, consiste nello affermare ch’egli, spinto dai pessimi consigli della consorte e de’ cortigiani, commettesse un atto gravissimo d’indiscrezione. Ma la voce generale lo accusava altamente di colpa assai più grave. Nel momento stesso in che i suoi sudditi, dopo d’essersi lungo tempo tenuti lontani da lui per la sua cattiva amministrazione, ritornavano a lui con sentimenti di fiducia e d’affetto, egli meditò di menare un colpo mortale contro i loro più cari diritti; i privilegi, cioè, del Parlamento, e lo stesso principio di processare l’individuo innanzi ai giurati. Aveva mostrato di considerare l’opposizione ai suoi disegni arbitrari come delitto che doveva espiarsi col sangue. Aveva rotta la fede non solo al suo Gran Consiglio ed al suo popolo, ma ai suoi stessi aderenti. Aveva fatto ciò, che, se stato non fosse un caso impreveduto, avrebbe probabilmente suscitato un sanguinoso conflitto attorno il seggio presidenziale. Coloro i quali predominavano nella Camera Bassa, compresero allora che non solamente la potenza e popolarità, ma i beni e le vite loro, dipendevano dall’esito della lotta in cui trovavansi involti. Lo zelo, che già veniva meno, del partito avverso alla Corte, in uno istante si riaccese. La notte che seguì all’oltraggio tentato, tutta la città di Londra fu in armi. In poche ore, le vie che conducevano alla metropoli erano popolate da torme di borghesi, irrompenti verso Westminster, coi segni della causa parlamentare fitti ai loro cappelli. Nella Camera de’ Comuni la opposizione a un tratto divenne irresistibile, e adottò, con una grandissima maggioranza di voti, provvedimenti di violenza senza esempio precedente. Forti legioni di milizie, che regolarmente davansi la muta, facevano la guardia attorno il palazzo di Westminster. Le porte della reggia erano tuttodì assediate dalla furibonda moltitudine, le cui minacce ed esecrazioni pervenivano fino alla sala d’udienza, e che i gentiluomini della Corte appena potevano impedire che irrompesse negli appartamenti reali. Se Carlo fosse rimasto più a lungo nella sua tempestosa metropoli, è probabile che la Camera de’ Comuni avrebbe trovata una scusa per farlo, sotto forme esteriori di rispetto, prigioniero di stato.
LI. Egli si allontanò da Londra, per non ritornarvi mai fino al giorno d’un terribile e miserando giudicio. Iniziaronsi negoziati, che durarono molti mesi. I partiti contendenti scagliavansi vicendevolmente recriminazioni ed accuse: ogni via d’accomodamento era impossibile. La pena che colpisce la perfidia abituale, finalmente colse quel tristo principe. Nulla gli valsero gli sforzi onde egli impegnò la sua regia parola, ed invocò il Cielo a testimonio della sincerità delle sue promesse. Giuramenti e trattati più non bastavano a vincere la diffidenza de’ suoi avversari, i quali pensavano di non avere sicurtà se non quando il Re fosse ridotto ad assoluta impotenza. Chiedevano, quindi, ch’egli rendesse non solo quelle prerogative che aveva usurpate violando le antiche leggi e le sue proprie recenti promesse, ma anco altre prerogative che i re inglesi avevano fruito da tempo immemorabile, e seguitano a fruire anco ai dì nostri. Gli volevano togliere la potestà di nominare i Ministri, di creare i Pari, senza il consenso delle Camere. Soprattutto, volevano privare il Governo della suprema autorità militare, che, fino da tempi cui non giungono umani ricordi, era sempre appartenuta alla dignità regia.
Non era da sperarsi che Carlo, finchè gli rimanessero mezzi di resistenza, assentirebbe le predette dimande. Nondimeno sarebbe difficile mostrare che le Camere avrebbero, per la propria salvezza, potuto contentarsi di meno. Veramente ondeggiavano in una tempesta di opposti pensieri. La gran maggioranza della nazione aderiva fermamente alla monarchia ereditaria. Coloro che nutrivano sentimenti repubblicani erano ancora pochi, e non rischiavansi a parlare alto. Era quindi impossibile abolire il principato. Nulladimeno, facevasi a tutti manifesto come il Re non fosse degno di nessuna fiducia. Sarebbe stato assurdo in coloro i quali per proprio esperimento conoscevano ch’egli bramava distruggerli, il contentarsi di presentargli un’altra petizione di diritti, ed ottenere nuove promesse, simiglianti a quelle ch’egli aveva più volte fatte e violate. Nessuna cosa, fuorchè il difetto di un esercito, gli aveva impedito di abbattere l’antica Costituzione del reame. Ed essendo allora necessario formare un grande esercito regolare per riconquistare l’Irlanda, sarebbe stata vera demenza lasciare il Re nella pienezza di quella autorità militare, che i suoi antecessori avevano esercitata.
Ogni qualvolta uno Stato si trova nelle condizioni in cui a que’ tempi trovavasi l’Inghilterra, e il regio ufficio è riguardato con amore e venerazione, e l’uomo che occupa quell’ufficio ha l’odio e la sfiducia de’ popoli, la via da tenersi sembra evidente. Conservisi la dignità dell’ufficio; si mandi via la persona che indegnamente lo esercita. Così i nostri antenati operarono nel 1399 e nel 1689. Se nel 1642 vi fosse stato un uomo locato in un posto simile a quello che Enrico di Lancaster occupava allorchè Riccardo II venne deposto dal trono, e che il Principe d’Orange occupava nel tempo della deposizione di Giacomo II, le Camere probabilmente avrebbero cangiata la dinastia, e non avrebbero fatto nessun mutamento formale nella Costituzione. Il nuovo re, chiamato al trono dai loro voti, e dipendente dal loro sostegno, sarebbe stato costretto a condurre il governo dello Stato a seconda delle voglie ed opinioni loro. Ma nel partito parlamentare non v’era principe di sangue reale; e quantunque quel partito avesse nel proprio seno molti uomini d’altissimo grado e molti altri di inclita mente, non eravi nessuno che splendidamente giganteggiasse su tutti, in modo da essere proposto come candidato per la Corona. Dovendoci essere un re, e non essendoci modo a trovarne un altro, era necessario lasciare a Carlo il titolo regio. Altra via, dunque, non rimaneva che questa; separare il titolo dalle regie prerogative.
I mutamenti che le Camere proposero da farsi alle nostre istituzioni, tuttochè sembrino esorbitanti, ove vengano, ordinandoli ad articoli di capitolazione, maturamente considerati, equivalgono a un dipresso ai mutamenti prodotti dalla Rivoluzione che avvenne nella generazione susseguente. Egli è vero che, a tempo della Rivoluzione, al sovrano la legge non toglieva la potestà di nominare i suoi Ministri; ma è anche vero che, dopo la Rivoluzione, nessun Ministro si è potuto mantenere sei soli mesi in ufficio a dispetto della Camera de’ Comuni. È vero che il sovrano tuttavia ha la potestà di creare i Pari, e la potestà più importante della spada; ma è anche vero che nello esercizio di tali poteri al sovrano, dalla Rivoluzione in poi, sono sempre stati guida e consiglieri che godono la fiducia de’ Rappresentanti della nazione. Difatti, i capi del partito delle Teste–Rotonde nel 1642, e gli uomini di Stato che, circa cinquanta anni appresso, compirono la Rivoluzione, miravano al medesimo scopo. Il quale era quello di porre fine alla contesa tra la Corona e il Parlamento, rivendicando al Parlamento il sindacato supremo sopra il potere esecutivo. Gli uomini di Stato della Rivoluzione conseguirono cotesto fine cangiando la dinastia. Le Teste–Rotonde del 1642, non potendo cangiare la dinastia, furono costretti a prendere una via diretta onde conseguire lo scopo.
Non possiamo, ad ogni modo, maravigliarci che le richieste dell’opposizione, le quali importavano un trapasso pieno e formale al Parlamento dei poteri che sempre erano appartenuti alla Corona, scotessero quel gran partito che ha per principii il rispetto per l’autorità costituita, e la paura delle innovazioni violente. Aveva di recente nutrita la speranza di ottenere con mezzi pacifici il predominio nella Camera de’ Comuni; ma tale speranza era svanita. La doppiezza di Carlo aveva resi irreconciliabili i suoi vecchi nemici, aveva fatti entrare nelle schiere de’ malcontenti moltissimi uomini moderati già pronti ad accostarsi a lui, ed aveva così crudelmente mortificati i suoi migliori amici, che per alcun tempo si erano tirati da parte a rodersi in silenzio di vergogna e dispetto. Adesso, nondimeno, ai realisti costituzionali fu forza di eleggere fra due pericoli; onde reputarono debito loro stringersi intorno a un principe di cui condannavano la condotta e nella cui parola non potevano avere fiducia, più presto che patire che la regia dignità venisse degradata, e l’ordinamento politico del Regno interamente rifatto. Con tali sentimenti, molti uomini che per virtù e ingegno avrebbero onorato qualsivoglia causa, si posero dalla parte del principe.
LII. Nell’agosto del 1642, le spade alla perfine sguainaronsi; e quasi in ogni contea del regno, tosto comparvero in armi due fazioni ostili, l’una di fronte all’altra. Non è agevole affermare quale de’ due lottanti partiti fosse il più formidabile. Le Camere comandavano Londra e le contee di Londra, la flotta, la navigazione del Tamigi, e la maggior parte delle grandi città e de’ porti marittimi. Potevano disporre di quasi tutte le provvigioni militari del regno, e potevano imporre dazi e sulle mercanzie importate dall’estero, e sopra alcuni prodotti della industria nazionale. Il Re difettava d’artiglieria e di munizioni. Le tasse ch’egli impose sopra i distretti rurali occupati dalle sue truppe, producevano, come sembra probabile, una somma minore di quella che il Parlamento ricavava dalla sola città di Londra. Sperava, a dir vero, per aiuti pecuniari nella munificenza de’ suoi ricchi aderenti. Molti di costoro ipotecarono le loro terre, impegnarono le loro gioie, e fusero le loro argenterie per soccorrerlo. Ma l’esperienza ha pienamente provato che la volontaria liberalità degl’individui, anche in tempi di grande concitamento, è una scarsa fonte finanziaria, agguagliata alla tassazione severa e metodica che grava ad un tempo sopra i volenti e i non volenti.