Part 9
Ora sarebbe difficile il giudicare quale de' due usi sia stato migliore, visto che la compra della sposa che si faceva in Germania non toglieva alcun rispetto alla donna e la dote solita a darsi dai Romani alle figlie affinchè non paressero concubine, non tolse che la donna romana venisse considerata assai da meno che il _vir_. Certo che la prima origine dell'uso è barbara; ma l'uso restò in Germania solamente _pro forma_, mentre a Roma, dove la forma, per una specie di pudore, si modificò, lo spirito dell'uso religiosamente si mantenne. Un sentimento invece di vera civiltà progrediente spira negli Statuti e nelle antiche consuetudini dell'Istria, dove il fratello, per legge di giustizia, divide in parte uguale il patrimonio con la sorella che va a marito, ed il marito mette i suoi beni in comune od a metà con quelli della moglie. Ecco in qual modo si esprimono gli _Statuti Municipali di Cittanuova_[258]: «Per casion, che in le parte del Istria se contrage multi matrimoni delle quali non se fa algun istromento, volemo che tutti matrimoni fatti, e contrati in Zidanoua, e per lo so destreto, se intenda esser _fra e suor_.» Il qual passo, per sè, mi sarebbe riuscito alquanto oscuro, se non veniva a dichiararmelo il riscontro con un altro degli _Statuti Municipali di Rovigno_[259], che dice: «Costume et consuetudine antica è d'Histria la quale approvemo et laudemo, et però statuendo ordenemo, che tutti li matrimoni sino qui contratti, et che de coetero legittimamente si contrazerano in Rovigno, et destretto di questa natura esser se intenda come per matrimonio marito et moglie, fradello et sorella essere se dicernono in questo, massime, che in universal beni mobili et stabili, ragion e ation tutte al tempo del contrazer matrimonio speranza esser roba, et la qual si acquistasse per essi, overo ciascun titolo, modo ragion overo cagion come fratelli si intendano; cioè che tutti gli beni, ragion et ation siano tutti insieme per essa ragion per mità, salvo se convention per special patto fra gli preditti fatto non fosse in contrario.» Il che si conferma pure dal capitolo 79 de' medesimi _Statuti_, dove si prescrive «se tra do sarà copula de matrimonio secondo l'uso della provincia dell'Histria, et come è ditto avanti et alcuni di quelli vorrà allegar in ragion non esser maridada e frà et suor, non sia aldìto nissuno di loro matrimonio, se non per pubblico instrumento fatto per mano di pubblico nodaro, et se altram.te fosse fatto sia di nissun valor.».
NOTE:
[250] Al tempo di Giovanni Villani, come appare dalla sua cronaca lib. 2, c. 9, dovea già questa parola avere un altro senso: «E feciono la Legge, che ancora si chiama Longobarda; e tengono ancora e' Pugliesi, e gli altri Italiani in quelle parte, dove danno Monualdo, overo il volgare Monovaldo alle donne, quando si obbligano in alcun contratto; e fu buona e giusta legge.»
[251] Renier Michiel, _Origine delle feste veneziane_.
[252] Libro IX:
Ho di tre figlie nella reggia il fiore, Crisotemi, Laodice, Ifianassa. Qual più d'esse il talenta a sposa ei prenda Senza dotarla, ed a Peléo la meni. Doterolla io medesimo e di tal dote Qual non s'ebbe giammai altra donzella.
[253] III, 2:
_Nolo ego mihi te tam prospicere, qui meam egestatem leves;_ _Sed ut inops infamis ne sim; ne mi hanc famam differant,_ _Me germanam meam sororem in concubinatum tibi_ _Sic sine dote dedisse magis quam in matrimonium._
[254] Presso Nonio, XII: «_Nubentes veteri lege Romana asses tres ad maritum venientes solere pervehere, atque unum quem in manu teneret et tamquam emendi causa marito dare, alium quem in pede haberent in foco Larum familiarum ponere, tertium quem in sacciperione condidissent compito vicinali solere resonare._»
[255] Tacito: _Dotem non uxor marito, sed uxori maritus offert._ E per il medio evo Germanico, il Mittermaier (_Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts_) scrive: «_Der Ausdruck: Dos kommt zwar in den alten Deutscher Rechtsquellen vor; allein er bezeichnete damals nur ein vom Ehemanne der Frau bei Eingehung der Ehe angewiesene Vermögesstück, und noch zuweilen kommt in Mittelalter in diesem sinne Dos vor._»
[256] Cfr. CHÉRUEL, _Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France_.
[257] Se la fanciulla è forte, ben fatta e bella, il prezzo è di 100 _toman_ o 160 _toman_ (4640 o 6960 franchi circa). Per una donna ordinaria il futuro sposo paga una dote di 60 od 80 _toman_. Se la ragazza poi ha qualche difetto fisico, assai meno. — Per chi ami tal genere di confronti, rilevo da Ricordano Malaspini (o chi per lui), quali erano le doti che nel principio del secolo decimoterzo si davano in Firenze alle fanciulle da marito: «Libbre cento era comune dote, e libbre dugento o trecento era tenuta a quel tempo grandissima dote, avvegnachè il fiorino d'oro valea soldi venti.» E dal _Chronicon Placentinum_ del Musso, presso il Muratori, _Rerum Italicarum scriptores_, t. XVI, quali erano nel secolo decimoquarto le doti a Piacenza; «_Magnæ dotes nunc oportet dari. Et communiter nunc dantur in dotem Floreni CCCC et Floreni D et Floreni DC auri et plus._» Le principesse portano talora in dote regni ed imperi; quindi leggiamo, per esempio, nella vita di Marco Antonino scritta da Giulio Capitolino, presso gli _Scriptores Historiæ Augustæ_: «_Multi autem ferunt Commodum omnino ex adulterio natum; siquidem in Faustinam satis constat apud Caietam conditiones sibi et nauticas et gladiatorias elegisse; de qua cum diceretur Antonino Marco, ut repudiaret, si non occideret, dixisse fertur: «Si uxorem dimittimus, reddamus et dotem.» Dos autem quid erat, nisi imperium quod ille ab socero, volente Hadriano adoptatus, acceperat?_»
[258] Trieste, 1861, II, 24.
[259] Trieste, 1861, II, 77.
XVII.
Il corredo.
Vi son luoghi parecchi, ove la dote non si richiede dal marito nè dal padre, e si domanda invece dal primo e si concede o si desidera spontaneamente dal secondo che la sposa si rechi al nuovo suo soggiorno abbondantemente fornita di tutto ciò che deve bastare a vestir sè e ornare la casa maritale. Questo che ora è un supplemento, ora un complemento alla dote chiamasi _fardello_ in Piemonte, _sa robba_ (ossia _la roba_) in Sardegna, l'_addobbo_ nell'Abruzzo Teramano, il _corredo_ o _i corredi_ in Toscana, i quali ci sono così definiti dagli _Statuti di Lucca_[260]: «_Sono i corredi, secondo il comune uso di parlare, quelle vestimenta, locali et beni mobili, i quali porta seco la donna a marito in tempo di nozze._»
Mi piace osservare, come già nell'inno vedico, intitolato _sùryàsùkta_[261], abbiamo una specie di corredo nuziale nel cofano (_koça_), nel coltrone (_upabarhan·am_) e nel belletto (_abhyan' g' anam_) che la sposa porta con sè, mentre viene condotta alla casa dello sposo.
Il cofano, il letto, e l'occorrente per la teletta sono pure indispensabili a quasi tutti i nostri corredi. Il coltrone, e talora più d'uno, vuol essere sempre di lana, il cofano o baule può essere supplito da un cassettone o da una guardaroba. Questo cofano poi suol mettersi a' piedi del letto nuziale, come per suo compimento. I letti talora son due, come raccolgo da un atto del 1184; ad un Fulcone che prende in moglie la sorella di certi Balzamo e Nicola, questi promettono fra l'altre cose «_duos lectos francinscos, duas culcetras de lana, duos plumagios de lana plenos_»[262].
Il letto è veramente la parte essenziale del corredo nuziale, e che ciò fosse pure tra i Romani parmi potersi chiaramente rilevare da un passo di Cicerone, nella sua orazione _pro Cluentio_[263].
Ma non sempre il letto si somministra completo dalla sposa, e nella Lomellina, per esempio, il fusto ed il pagliariccio vogliono esser procurati dallo sposo.
La fanciulla cura, appena promessa, e talvolta anche prima, di arredare nella casa paterna tutta una stanza de' mobili ed oggetti ch'ella porterà nella casa dello sposo; e il trasporto di tanta roba è, per certi paesi nostri, una cerimonia solenne. Io posso qui ricordare, fra gli altri, l'uso di Cossato nel Biellese, quello di Sardegna e quello dell'Abruzzo Teramano. Intorno al primo, ecco quanto mi scriveva il compianto monsignor Gio. Pietro Losana, vescovo di Biella: «I parenti della sposa devono provvederla d'un letto compito. Il paese è agricolo; i contadini più agiati usano farne una solennità; lo caricano su d'un carro, ma tutto allestito e bell'e fatto col suo cuscino e perfino con la coperta già rivoltata. Il letto è tutto guarnito di fiori, di nastri ed altre cianfrusaglie. I buoi od i cavalli inghirlandati a festa. Il carro, così fatto elegante, segue la comitiva che accompagna la sposa alla nuova sua dimora.»
In Sardegna[264]: «Lo sposo accompagnato da' suoi parenti ed amici, tutti a cavallo, si parte dalla casa paterna; una quantità di carri proporzionata a quella degli oggetti che si devono trasportare segue la comitiva. Quando si è giunti alla dimora della sposa, i parenti di questa rimettono il corredo allo sposo; egli osserva ogni cosa minutamente e fa quindi caricare sopra i suoi carri ogni oggetto; quindi si ritorna alla casa dello sposo. Due suonatori di _launedda_, scelti fra i più capaci, aprono il corteggio, eseguendo arie campestri. Seguono giovanotti, donzelle e donne; tutti vestono i loro abiti più belli e portano sopra la testa o le spalle gli oggetti fragili che non si credette di poter mettere senza rischio sopra i carri. Un giovine, per esempio, porta sopra una spalla un grande specchio con larga cornice dorata, un altro sopra l'una e l'altra spalla un quadro di santo (il santo protettore della fanciulla e il santo protettore del giovane) dipinto con colori vivissimi e spiccati; un terzo è caricato d'un gran cestone pieno di tazze di maiolica o di porcellana, vasi di vetro celeste per fiori e simiglianti oggetti; un quarto finalmente trasporta sopra il suo berretto piatto una cesta ripiena di bicchieri, di caraffe ecc. Immediatamente dopo camminano di fronte quattro o sei ragazze o donne[265], ciascuna delle quali porta sopra la sua testa parecchi guanciali tutti più o manco ornati di nastri color rosa e di fiori e di foglie di mirto. La mezzina di rame o di terra, di cui la moglie deve servirsi per attingere acqua alla fonte, posa, in tal giorno, sopra un guancialetto scarlatto collocato sulla testa della più bella fra le fanciulle del luogo; questo vaso ha quasi sempre una forma antica elegantissima; esso è decorato di nastri e ripieno di fiori naturali. Parecchi fanciulli portano quindi varii piccoli utensili di casa; e, in somma, si mette in mostra tutto ciò che dovrà arredare la casa. A questa avanguardia che, naturalmente, leva non poco strepito, succede, in silenzio, una numerosa cavalcata, in mezzo alla quale lo sposo si fa distinguere per lo splendore degli abiti nuovissimi, e per la ricca bardatura del cavallo (imprestata, per lo più, in tali occasioni, dai signori del luogo).
I carri sono tirati da bovi, i quali su la punta delle loro corna fasciate, portano un arancio[266]. Tutti questi carri procedono in fila; i due primi portano parecchi materassi affatto nuovi, messi diligentemente gli uni sovra gli altri, e formanti sovra ogni carro una pila quadrata; i due carri seguenti sono caricati dei legni da letto e di tutti i loro accessorii; in una mezza dozzina d'altri si veggono le sedie disposte a piramide e ornate di lauro e di mirto; quindi le tavole e le panche, e poi due immensi cassoni, l'uno de' quali contiene la biancheria di casa, l'altro gli abiti della sposa; due carri sono occupati dagli arnesi di cucina[267] e parecchi utensili, fra i quali si nota un'ampia provvisione di fusi e di conocchie, e fra queste una apparecchiata e fornita per la filatura[268].
Tre o quattro carri pieni di grano compongono la prima provvigione della nuova famiglia; dopo il grano, segue naturalmente la macina e quanto occorre in Sardegna per fabbricare il pane. Finalmente il paziente _molentu_[269] attaccato con una lunga fune alla macina che lo precede e ch'egli deve far muovere la prima volta, chiude piacevolmente il corteggio. Con la coda o le orecchie ornate di mirto e di nastri, questo pacifico animale attrae sopra di sè gli ultimi sguardi della moltitudine già stanca dello spettacolo che ha contemplato; l'ilarità che esso eccita forma allora un piacevole diversivo alla serietà della pompa precedente. Il corteggio è, per lo più, seguito da tre o quattro _tracche_ (specie di carri), che trasportano parecchie ragazze, amiche o parenti della sposa, incaricate di ammobigliarne la casa e metterne in ordine il corredo; il loro costume, in tale solennità, è sommamente splendido. Tutta la comitiva essendo giunta in casa dello sposo, si procede allo scaricamento de' carri, che s'opera con lo stesso ordine seguitosi nella marcia. Lo sposo dà l'esempio caricandosi primo, sopra le spalle, uno de' materassi del letto nuziale; allora gli altri giovani gli sbarrano la via alla camera e succede fra loro una lotta. Bene spesso questi ultimi, avendo ciascuno un materasso, lo gettano sopra lo sposo e ne lo opprimono, per far allusione senza dubbio al fardello ch'egli sta per imporsi.»
Un simigliante impedimento allo sposo si osserva nell'uso del contado Teramano. Anzi, tutti i parenti della sposa si siedono sopra i bauli, facendo sacramento che non lasceranno portar via la roba; ricevuti alcuni regali dallo sposo, accondiscendono. Si caricano parecchi giumenti ornati, e la comitiva si mette in via; ma giunti alla dimora della sposa, ricominciano i contrasti; e conviene allo sposo dar prima da bere e da mangiare, s'egli vuol mettere in casa il così detto _addobbo_.
Del resto, il corredo della sposa è più o meno ricco, secondo l'amor proprio ed i mezzi di lei, dello sposo e dei parenti. Vi fu tempo e vi sono ancora luoghi in Italia ove la vanità del corredo e la paura che i mariti si facciano usurpatori vanno così lontano che la dote si dimezza nelle vesti e nelle gioie; il quale eccesso si studiarono di correggere i nostri Statuti, ma, come ordinariamente avviene, in modo eccessivo, e stranamente inquisitorio, di maniera che anche il modesto corredo della povera Tancia poteva correre il rischio di riuscire _contra legem_[270].
Ella ce lo descrive ne' versi che seguono[271]:
E 'l mio corredo, che lo lasceróe? La mia gammurra co' nastrin di stame E la becca[272] ch'i' ho di taffettà, Il vezzo di coralli e 'l mio carcame[273] S'io nol porto, a chi domin rimarrà? E quel bell'orciolin nuovo di rame, Le mie stoviglie bianche chi l'arà? E' miei sei sciugatoi col puntiscritto, E duo' lenzuol cuciti a sopraggitto?
NOTE:
[260] Lucca, 1539, lib. II, c. 25.
[261] _R'igveda_, X, 85.
[262] Cfr. il _Codice diplomatico_ del regno di Carlo I e II d'Angiò edito dal Del Giudice. Napoli, 1863, vol. I, pag. 45 dell'appendice.
[263] «_Lectum genialem_ (che è il letto matrimoniale) _quem biennio ante filiæ suæ nubenti straverat, in eadem domo sibi ornari et sterni expulsa atque exturbata filia jubet, nubet genero socrus._»
[264] Traduco dal Lamarmora, _Voyages en Sardaigne_.
[265] Anche nella valle d'Andorno (Biellese), sono parecchie fanciulle che portano in varii cestoni il corredo della sposa alla sua nuova dimora. A Monte Crestese, nell'Ossola, una ragazza porta la conocchia; un'altra, il corredo entro una gerla. A Civita di Penne una sola donna, al finire della funzione di chiesa, si avanza col carico di cuscini, lenzuola e coperte nuziali, e accompagna gli sposi alla loro dimora.
[266] Questo arancio de' Sardi può forse rappresentare i pomi d'oro, consueto dono per le nozze eroiche, presso l'antica poesia serba e scandinava.
[267] Anche nella valle d'Andorno, fanno parte del corredo due scodelle e due cucchiai; e la nuova coppia se ne deve servire, finchè duri la luna di miele.
[268] L'uso, come di sopra vedemmo, è intieramente romano.
[269] L'asino.
[270] Così gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV: «_Quod nulla domina possit portare vel portari facere, mittere vel mitti facere forzerinos ad domum sui mariti valoris ultra sexdecim florenorum._» Gli _Statuti di Perugia_ (Perugia, 1526) permettono al corredo delle spose due sole vesti di gala (_honorabiles_). Negli _Statuti di Narni_ (Narni, 1716, lib. III, cap. 67) si concedono soltanto «_panni lanæ pro Muliere, duo lecta pannorum, unum soppedanium de ligno._» Più liberali di minuzie gli _Statuti di Gallese_ (Gallese, 1576, lib. II), ove si comprende pure il regalo per lo suocero e per la suocera. «_Vestis ricca et zona argentea pro honore sit in arbitrio contrahentium matrimonium. Una reticella serici fini ponderis quinque unciarum, alia vera reticella similis serici ponderis trium unciarum. Lectum unum lanæ seu plumæ, cum capitale ponderis, scilicet lanæ librarum triginta quinque, si plumæ librarum quinquaginta, unum par linteorum sponsalium trium telorum quolibet linteo, justæ et decentis misure; una coperta lanea nova, una capsa lignea seu duo Forzerii lignaminis, una tobalia magna, duo tuballeoli albi, duo torzaroli bombacis, quatros bendoni etiam bambacis, septem toballeoli albi ampli, quinque alii toballeoli extremi, et si sponsa invenerit in domo viri socrum afferat secum unam petiam panni tele septem brachiorum canape, seu lini, si etiam invenerit socerum quod autem sit socer solus debeat secum afferre dictam petiam tele quatuordecim brachiorum: Quatuor subiculus seu camisas foemineas sponsalitias, unum sciuccatorium p. capite et unum toballeolum p. lecto._»
[271] Atto 4.º, scena 5ª.
[272] Cintura.
[273] Un ornamento del capo.
XVIII.
Mentre la sposa si prepara.
L'essere detti, per tre volte, in chiesa, le visite fra parenti, lo scambio de' doni, i primi banchetti, le provvisioni per le nozze, gli inviti per il giorno delle nozze, tutto ciò occupa assai le nostre famiglie che stanno per fare la sposa. Lo stesso, meno le pubblicazioni in chiesa, avveniva in Roma, in Grecia, nell'India e presso gli altri popoli indo-europei. In Roma, inoltre, il dì delle nozze raccoglievansi di primo mattino in casa della sposa quanti più potevano parenti ed amici invitati. La casa dello sposo e quella della sposa si ornavano di fiori, ghirlande e tende di lana. I parenti lontani, gli amici, i conoscenti non invitati, se conoscevano le leggi della buona creanza, doveano raccogliersi nella strada, per rendere onore agli sposi; al che si riferisce il passo seguente di Giovenale[274]: «Domani, di primo mattino, ho da fare un complimento nella valle di Quirino. Perchè il complimento? Che mi domandi tu? L'amico si sposa e non vuol aver troppa gente attorno».
Nell'India antica, in uno de' tre giorni, ne' quali si dice: _oggi o domani o dopo domani condurranno via la sposa_, il guru o maestro spirituale dello sposo, arrivato qual messaggiero, come veniva il mattino, benedicea con acqua e purificava la fanciulla; dopo di che, alcune donne, regalate di cibi e bevande, intrecciavano una danza.
Arrivava allora lo sposo, e seguiva un lungo ricambio di doni e gentilezze, accompagnato da benedizioni e sacrifici tra le due famiglie che stavano per conchiudere il parentado.
Nell'India odierna, la notte che precede le nozze, gli sposi mangiano con i parenti del riso, e vanno quindi con lampade, riso, acqua fresca e _betel_ in mano a visitare i vicini e far loro presenti.
Presso i Brettoni, gli inviti alle nozze si fanno, cantando, dal _bazvalan_, il quale, accompagnato da uno de' parenti più stretti dello sposo, si reca nelle varie case, possibilmente nel punto in cui le famiglie sogliono mettersi a tavola; egli picchia tre volte alla porta, si dichiara _bazvalan_ o messaggiero nuziale, e viene festeggiato e fatto assidere alla mensa[275].
Nella Germania meridionale[276], il fidanzato e il suo compagno vanno pel villaggio, di casa in casa; e il fidanzato dice: «Voi siete pregati per le nozze martedì all'albergo.... Venite senza fallo; occorrendo, vi renderemo la pariglia. Non dimenticate di venire.» In ogni casa, la massaia apre la dispensa, ne leva un pane e un coltello e presenta il tutto, dicendo allo sposo: _tagliate del pane_. Il fidanzato taglia una fetta e la porta con sè. E qui abbiamo un'altra prova dello sposo; poichè si argomenta ch'egli riuscirà un cattivo capo di casa, ove non affetti bene il pane.
In Russia, prima che tramonti il sole del giorno che precede le nozze, la giovine fidanzata si lamenta così:
Mi sederò io, la mesta mestizia, Su la bianca panca, Presso la lucida finestra; Tu, mio sostentatore padre, Tu, mia propria madre, Vi siete infastiditi, mio sostentatore padre, E tu, mia propria madre, Della mia testa balzana, Della mia treccia castagna. La mia bellezza, la mia vergine bellezza passerà, Passerà, cambierà, Si mescolerà col nero fango, Col nero fango lutulento, vischioso. Tu, mia aurora, Mia aurora vespertina, Perchè così presto, o aurora, tu arrivi?
E più l'aria si abbuia e più si fa tenero e più si dispera il canto della giovine fidanzata russa, al quale non saprei in vero contrapporre altri più delicati e più commoventi, non pur tra i dotti, ma nemmeno tra i popolari:
Il roseo sole gira. E tu, o stella errante, Dietro le nuvole sei passata Lunge dalla chiara luna; Così la nostra vergine D'una in altra stanza è passata, D'uno in altro tetto, E, nel passare, s'impensierì, E tra le lagrime, disse: Signor mio, babbo mio, Non sarebbe egli possibile fare altrimenti, E me vergine non maritare?
Tanta mestizia, tanto sgomento che occupa tutti i canti popolari russi, relativi alle nozze, non toglie tuttavia che la festa delle fanciulle o _dievisgnik_, la sera del giorno che precede il nuziale, non riesca animata e gioconda; egli è che, più del canto, riesce a rallegrarla la copia de' cibi e delle bevande.
NOTE:
[274] II:
_Officium cras_ _Primo sole mihi peragendum in valle Quirini,_ _Quae causa officii? quid quaeris? nubit amicus,_ _Nec multos adhibet._
[275] Cfr. VILLEMARQUÉ. _Chants populaires de la Bretagne_.
[276] Cfr. il racconto di Auerbach: _La pipa_.
XIX.
Il bagno; la sposa si veste.
In Italia, non so che i bagni, i quali pure vi si fanno, per decenza, ordinariamente un giorno prima delle nozze, siano accompagnati da alcuna solennità. E pure un carattere sacro essi avevano di certo a Roma, come lo conferma un passo di Servio: «Con l'acqua e col fuoco, egli commenta, i mariti accoglievano le mogli. Onde pure oggidì si portano innanzi le faci e l'acqua attinta da una limpida fonte per mezzo di un fanciullo assortito[277] o d'una fanciulla che prende parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i piedi agli sposi». Oggi ancora, in alcuni luoghi della Sabina, le donne maritate non possono recarsi alla fonte, per attingervi acqua; le sole fanciulle possono farlo.
Ora quest'uso del lavare i piedi agli sposi, e di levar l'acqua da una fonte particolare, non era solo romano, ma greco ed indiano.
In Grecia, l'acqua destinata al bagno nuziale deve essere di fonte o di fiume, essere acqua viva, in somma. Nella Troade, era famoso per tale uso lo Scamandro, al quale, presso Eschine, la fidanzata, che si bagna, volge questa preghiera: «_togliti, o Scamandro, la mia verginità_[278]; in Magnesia, godeva della stessa fama il Meandro; in Atene, la fontana Kallirhoe, intorno alla quale così informa Tucidide[279]: «d'appresso è la fontana di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale, dopo essere stata restaurata dai tiranni, nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima, quando v'erano le sorgenti scoperte, si chiamava Kallirhoe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell'acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni». E, in Grecia ancora, era un fanciullo che dovea levar l'acqua per lo sposo e una fanciulla l'acqua per la sposa[280].