Part 8
È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di Tver, in Russia, che si chiama _bere la beltà della ragazza_. In una bottiglia di acquavite si mette un'erba detta _del diavolo_; la si orna di nastri e candelotti ed il padre dello sposo deve riscattare questo diavolo per mezzo di cinque kapeika[225]. A tale offerta gli si dice: «La nostra principessa[226] non vale solo questo;» allora il mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il medesimo, ed egli sempre aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a cinquanta _kapeika_[227].
NOTE:
[221] Vi si parla di Massimino Giuniore: «_Desponsata illi erat Junia Fadilla, proneptis Antonini; quam postea accepit Toxotius eiusdem familiae senator, qui periit post præturam, cuius etiam poemata exstant. Manserunt autem apud eam arrhæ regiæ, quæ tales (ut Junius Cordus loquitur, harum rerum perscrutator) fuisse dicuntur monolium de albis novem, reticulum de prasinis undecim, dextrocherium cum costula de hyacinthis quatuor, præter vestes auratas et omnes regias, ceteraque insignia sponsalium._»
Nelle _Petri Excerptiones_ poi trovo questo precetto: «_Si quis uxorem ducere aliquam voluerit mulierem et in tempore sponsalium aliquid ei arrharum nomine, causa futuri matrimonii, dederit, veluti anulum, monile, pelles vel aliud simile, si per mulierem steterit, quominus matrimonium sequatur, nisi justa causa impediat, reddat arrhas in duplum, vel etiam in quadruplum, si forte ita pactum fuerit inter eos. Sin vero per virum steterit, nisi justa causa interveniat, tunc arrhas amittat, vel si pactus est, quadruplum._»
[222] Cfr. _Glossarium Cavense_, citato dal Du Cange sotto la voce META.
[223] Nella descrizione che ci fa Jacopo Salviati delle nozze di Bernardo Rucellai con Nannina de' Medici, la caparra o _mancia_ che lo sposo dà alla sposa appare di fiorini 100 larghi e mani 1000 di grossoni.
[224] Abruzzo Ultra I.
[225] Venti centesimi.
[226] Intendi, sposa.
[227] Due lire italiane.
XV.
Ricambi di doni nuziali.
Le nozze non son fatte per gli avari; si dà e si riceve in esse con allegra spensieratezza, e nessuno tien conto di quello che vi ha speso. Si mangia e si beve in casa altrui; si dà da mangiare e da bere in casa propria; è sempre la stessa abbondanza; le economie verranno poi. In Toscana il popolo si burla di chi _fa le nozze col baccalà_, per indicare che le sue nozze furono meschine, senza confetti, senza regali, senza feste. I doni, per augurio di fecondità volano per tutte le parti; oltre agli sposi, ne hanno gli stretti parenti, i convitati, i compagni, le compagne; ma in tutti è gara di render più che non si è ricevuto. Riesce difficile pertanto tener conto esatto di tutti i doni che sogliono farsi nelle nozze; ma importa il sapere di qual sorta particolarmente siano, ed in qual modo particolarmente si facciano.
I cibi, fra i doni, non contano, tanto più ch'essi ci daranno occasione di un articoletto speciale, come saremo, nel secondo libro di quest'operetta, a banchettar con gli sposi. Ma conterà bene il dono d'una vacca che lo sposo indiano faceva alla sposa e al prete maestro[228], e il dono germanico della stessa vacca fatto, ai tempi di Tacito, dallo sposo alla sposa[229]; importerà il dono d'una camicia che la sposa indiana[230] tesseva e cuciva pel dì delle nozze allo sposo, certo, come la sposa russa, _affinchè il principe_[231] vedesse il lavoro della sposa; e il dono è popolare a quasi tutto l'uso indo-europeo[232]; un canto illirico[233] ricorda, fra gli altri doni della sposa allo sposo, una elegante camicia che non era stata nè filata nè tessuta, ma che la fanciulla stessa (figlia del doge di Venezia) aveva per tre anni, giorno e notte, con le proprie mani, lavorata e contesta d'oro finissimo. Io cito, fra gli altri luoghi d'Italia, la Liguria, il Piemonte, il Milanese, il Pesarese e il Perugino, ove la fanciulla mette gran cura a ben cucire la camicia ch'ella regala allo sposo; nell'Arpinate poi, nell'Abruzzo Teramano e presso il Lago Maggiore, la sposa non regala solamente d'una camicia lo sposo, ma quanti parenti maschi si trovano nella casa di lui; nel Pistoiese, oltre lo sposo, si regalano della camicia i due paraninfi detti _scozzoni_.
In molti luoghi d'Italia, lo sposo veste a nuovo, per intiero, la sposa, per quanto ne deve al di fuori apparire; in altri, una sola parte del vestiario vien regalata. In alcuni paesi del Tarentino, a Gallarate e Turbigo di Lombardia, a Cossato-Biellese e a Palermo, trovo indicate particolarmente le scarpe come dono nuziale; il che mi richiama all'uso germanico, per cui lo sposo diventa padrone della sposa, mettendole un nuovo paio di scarpe; ed al russo, che fa mandare le scarpe alla sposa sopra un piatto, certo, affinchè, pur nel toccare per la prima volta la soglia maritale, la sposa appaia intatta, per la stessa ragione per cui la sposa romana nell'entrare in casa dello sposo non dovea toccarne coi piedi la soglia. In altri luoghi finalmente, come per esempio a Carpignano in Lombardia, si regalano solo oggetti da lavoro, cioè un coltellino, un agoraio, un par di forbici e un ditale; o, come nel Pesarese, fra poveri, una rocca o conocchia lavorata e ornata. Questi ultimi usi confermano gli antichi romani del _camillus_ che portava gli utensili della donna, e della conocchia apprestata che accompagnava la sposa[234]. Il medesimo uso romano della conocchia nuziale, si mantiene ancora nel Monferrato Albese, a Monte Crestese nell'Ossola, nella valle d'Andorno (Biellese), in Sardegna, in Corsica, come rilevo da un canto popolare côrso[235], il quale dice:
Quando andereti sposata Purtereti li frineri;
e in Toscana ove un canto popolare satirico, che somiglia ad una novella, motteggia così la donna che non sa filare:
La bella donna che ha perso la rocca! E tutto il lunedì la va cercando; Il martedì la trova mezza rotta, Mercoledì la porta rassettando, Il giovedì le pettina la stoppa, Il venerdì la va inconocchiando, Il sabato si liscia un po' la testa, Domenica non fila perch'è festa.
Che la conocchia poi sia pure indispensabile compagna della fanciulla tedesca che va a marito lo raccolgo da un canto popolare che, fra i Tedeschi, dice:
Riceve il miglior marito, Quella che sa meglio filare[236].
Un altro de' doni nuziali più caratteristici, è il _cinto_, _cingolo_, _centurino_ o _cintone_, o _nastro_, o _zona_ che si voglia addomandare, onde le nostre spose si ricingono la vita mentre vanno pomposamente vestite al tempio.
Talora, invece del semplice nastro, le spose portano un grembiale; ond'è, che fra i doni nuziali, ora troviamo un nastro, ora un grembiule, e che le espressioni _solvere zonam_ e _sciogliere_ o _far cadere il grembiule_ valgono il medesimo.
Il Symes[237], sullo scorcio del secolo passato, notava nell'Indo-Cina, fra gli altri doni nuziali alla sposa quello di tre _tubbeck_ o cinture. E la cintura non mancava alle spose indiane, greche, romane[238], celtiche; ma forse l'avevano in proprio; che, in Francia, invece, fosse consueto dono dello sposo, lo si può supporre dal _Jeu de Robin et de Marion_ nella pastorale di _Adam de la Hale_[239]. È nota la virtù attribuita dalla leggenda germanica alla cintura delle fanciulle. Brunilde, finchè questa non si scioglie, è prodigiosa; caduta questa, riesce una donna come le altre[240]. E alla cintura nuziale allude pure un canto popolare dell'Estonia, ove la leggendaria _Salma_ va dicendo allo sposo da lei eletto: «Caro giovine, caro fidanzato, tu m'hai dato il tempo di crescere, dammi ancora quello di vestirmi. L'orfanella si veste con fatica; essa è lenta, la povera, a cingersi _la cintura_[241].»
Meno importanti i doni della sposa allo sposo, e meno significativi: così non credo che la cintura a fil d'argento e perle tessuta dalla sposa di Zante[242], secondo il canto popolare, allo sposo, abbia un simbolo speciale[243]. La camicia vedemmo già per qual desiderio di raccomandarsi la sposa regali al suo fidanzato; e d'altri doni molto caratteristici che si facciano allo sposo io non so; nè il canto russo[244] che accompagna una di cosiffatte donazioni li determina:
Per la città, per la città sono incominciati i suoni, Nel gineceo, nel gineceo si portarono i doni, Faceva doni, faceva doni la giovinetta: Accogli, o signore, i doni, accogli i doni, o bravo giovine, E contro i doni miei non isdegnarti, I doni miei, i doni miei son magri, Le mie nozze, le mie nozze non sono d'importanza.
Più larga si mostra la sposa verso il procolo; verso la sposa poi abbondano di generosità, oltre lo sposo, i parenti e gli amici di lui e di lei; di maniera che, ove questi sian molti, la sposa per le sue nozze ha quasi da farsi un corredo. In qualche raro luogo, interviene pure fra i donatori il prete, che altrove e per lo più, sull'esempio indiano, ripete, per contro, un regalo per sè. Presso il Lago Maggiore, alla sposa che viene a visitarlo, il parroco offre danaro, ed in Como era l'uso, forse vivo ancora, che il vescovo inviasse la magnifica _palma_ che gli viene offerta per la settimana santa, alla prima sposa nobile che s'impalmasse dopo la domenica delle Palme.
Presso il Lago Maggiore, la _guidazza_ o pronuba regala alla sposa danaro o tela da camicie. A Monte Crestese, nell'Ossola, mentre dura il finto piagnisteo in casa della sposa, per la vicina separazione, una vecchia, alla quale danno nome di _landa_, prende il grembiule della sposa all'ingiù, e fa con essa che piange o finge di piangere, un giro davanti a tutti i parenti ed amici, i quali gettano i loro doni nel grembiule. A riva di Chieri, quando una povera giovine si marita, i parenti delle due parti vanno presso i ricchi e dicono loro: _Noi vi invitiamo pel giorno_, ecc., _se voi volete venire a regalare la sposa_. Quelli che accettano si recano all'ora fissata presso la sposa, l'accompagnano in chiesa e quindi alla sua nuova dimora. Colà giunta, essa si mette sulla soglia, tiene con una mano rialzato il grembiule e con l'altra una borsa, e le donne mettono nel grembiule una camicia o qualche altro abito che, fino a quel momento, portarono sul braccio; gli uomini offrono danaro; se essi lo mettono nella borsa, la sposa deve dividerlo con la famiglia; se lo mettono in seno alla sposa, rimane esclusivamente per lei. I donatori hanno diritto di baciare la sposa. Così nei paesi montani dell'Abruzzo Teramano, mentre gli sposi stanno a sedere, gli astanti si baciano e versano danaro in un fazzoletto disteso apposta presso di loro. A Vistronio, nel Canavese, la sposa impalmata usava sedersi sui gradini esterni della chiesa, e lasciarsi baciare da quanti deponevano danaro sul piatto ch'ella teneva in mano.
Or questa cerimonia del bacio alla sposa è certamente antica, e vige ancora, sotto forma alquanto diversa, in alcuni paeselli della valle di Susa, dove quanti incontrano la sposa mentre ella esce di chiesa hanno diritto di baciarla, all'Allumiere, presso Civitavecchia[245], nella Sardegna di mezzo e settentrionale[246] e altrove; ma non vien detto e non ebbi modo di sapere se il bacio vi sia mercato come a Riva di Chieri, nell'Abruzzo e nel Canavese, o gratuitamente concesso, in obbedienza alla consuetudine.
Ma, per tornare ai doni, recherà meraviglia che tanti abbondino ancora in Italia per nozze, quando i nostri Statuti concordemente intesero a rimuoverli; egli è che, se ora la liberalità è ancora molta, in passato essa era immensa e fuor d'ogni consiglio; temendosi pertanto che il fasto di un solo giorno nuziale portasse la miseria nelle famiglie, si posero decreti a frenarli; poichè non si trattava di far donativi alla sposa, alla maniera di Aureliano, presso Flavio Vopisco[247], e di tutti i principi antichi e moderni che sono liberali, per le nozze da loro combinate, della sostanza pubblica, ma di impoverire solamente sè stessi, volendo ornare sovra ogni altra donna la nuova sposa. Ma la legge statutaria, nel voler togliere via uno scandalo, esagerò senza dubbio la restrizione de' doni, e, per ciò ch'ella aveva di eccessivo, non fu osservata, mentre l'abuso massimo, che forse intendeva ferire, cessò del tutto.
Questo abuso è il così detto _morgincap_ che ci offrirà soggetto d'un capitolo a sè, nel terzo libro di quest'opera; qualche Statuto, di fatto, lo nomina esplicitamente, come, per esempio, quello di Casalmaggiore[248]; ma l'occasione di levar via l'abuso, o l'eccesso, fece abusare ed eccedere il primo anonimo legislatore statutario ed i suoi pedissequi anonimi imitatori, con la stranezza de' loro rigori proibitivi. Il morgincap e la pompa eccessiva delle nozze potevano veramente perturbare l'ordine economico delle famiglie; ma lo scambio di doni che l'onesta allegrezza d'una festa domestica consigliava e consiglia agli sposi ed ai loro parenti ed amici, non riuscendo pericoloso, fu cagione che il divieto di esso, malgrado il solo pretesto di correggere la vanità femminile, e il lusso smodato, come appena la legge veniva promulgata, incontrasse il ridicolo[249].
NOTE:
[228] Se lo sposo era un bràhmano, poichè, se guerriero, dovea cedere al prete maestro una terra, se agricoltore o mercante, un cavallo.
[229] Secondo il Birlinger, _Volksthümliches aus Schwaben_, usa tuttodì lo stesso dono in Isvevia; la vacca accompagna il carro della sposa. — Fra i doni nuziali germanici, figura pure il gallo. Cfr. SIMROCK, _Handbuch der Deutschen Mythologie_ (nell'Arpinate si dà una gallina al prete); in Francia, usava il dono d'un cavallo alle ragazze che accompagnavano la sposa. Cfr. CHÉRUEL, _Dictionnaire des institutions, Moeurs et coutumes de la France_.
[230] Cfr. _Atharvaveda_, lib. 14.
[231] «Lo sposo.»
[232] Anche fra i Turchi trovo ricordato un somigliante dono nuziale. Cfr. UBICINI, _La Turquie actuelle_.
[233] MIÇKIEVIC', _Canti Illirici_.
[234] Plinio, VIII, 48: «_Lanam cum colo et fuso Tanaquil, quæ eadem Coecilia vocata est, in templo Sangi durasse, prodente se, auctor est M. Varro, factamque ab ea togam regiam undulatam in aede Fortunæ, qua Servius Tullus fuerat usus. Inde factum ut nubentes virgines comitaretur colus comta cum fuso et stamine._»
[235] Cfr. TOMMASEO, _Canti Côrsi_. In Corsica chiamano _freno_ la _conocchia_.
[236]
Die bekommt den besten Mann Die am besten spinnen kann.
Cfr. _Deutsche Lieder in Volkes Herz und Mund_, Leipzig, 1864.
[237] Relazione della sua ambasciata al regno d'Ava.
[238] Presso i Romani doveva essere di _lana_ pecorina; si confronti il nastro rosso e nero di _lana_, che le spose indiane portavano, secondo i _gr'ihyasùtra_, e le spose della Germania meridionale portano, secondo Schönwerth.
[239]
Robins m'aime Robins m'a Robins m'a demandée, Si m'arà. Robins m'acata cotele D'escarlate bone et bele Soukanie et _chainturele_ A leur i va.
Cfr. NISARD, Des chansons populaires, t. 1.
[240] Cfr. _Der Nibelunge noth_; la cintura sembra simbolo di verginità.
[241] Cfr. LÉOUZON LE DUC, _La Baltique_.
[242] Cfr. TOMMASEO, Canti Greci.
[243] Così neppure la cintura di lana rossa e le calze bianche con impronta gialla, che, presso i Brettoni, i _bazvalan_ e il _breutaer_ ricevono in dono. Cfr. VILLEMARQUÉ, _Barzaz Breiz, Chants populaires de la Bretagne_.
[244] Governo di Tver.
[245] Per notizia che me ne reca l'avvocato Valenziani di Roma.
[246] Cfr. LAMARMORA. _Voyages en Sardaigne_ — DOMENECH, _Bergers et Bandits, Souvenir d'un voyage en Sardaigne_. — Mercato è il bacio che Ottone III, presso il Bandello, e Piero d'Aragona, presso il Boccaccio, danno in fronte alla giovine sposa; essi se ne creano cavalieri, dopo averla dotata; e così hanno comprato il diritto del bacio.
[247] Cfr. _Scriptores historiæ Augustæ_; Aureliano fece sposare a Bonoso la gota Hunila, vergine di regio sangue, a fine di strappare dalle confidenze di lei i segreti della formidabile sua gente, e però scrisse, fra l'altro, a Gallonio Avito suo legato in Tracia: _Nunc tamen quoniam placuit Bonoso Hunilam dari, dabis ei, iuxta breve infra scriptum, omnia quæ precipimus: sumptu etiam publico nuptias celebrabis. Brevis munerum fuit: tunicas palliolatas hyacinthinas subsericas: tunicam auro clavatam subsericam librilem unam, interulas dilores duas, et reliqua quæ matronæ conveniunt. Ipsi dabis aureos Philippeos centum, argenteos Antoninianos mille, aeris sestertium decies._
[248] _Statuta Casalis Majoris_, Milano, 1717; «_Statutum est, quod Mariti de coetero non teneantur, nec debeant fecere uxoribus donationem propter nuptias, nec morgincap, nec aliquid aliud ultra promissionem dotis, quam acceperint ab Uxoribus._»
[249] Si veggano nella novella 137, di Franco Sacchetti, le beffe che vi si fanno già dello Statuto fiorentino, per ciò che spetta gli ornamenti delle donne, le quali, mutando nome alle cose, ingannavano facilmente la legge. E perchè i lettori possano formarsi un'idea delle minuzie nelle quali si perdevano i nostri Statuti, recherò loro un brano degli _Statuti di Fano_ e alcuni brani degli Statuti di Firenze del 1415 (lib. IV. _Ordinamenta circa sponsalia et nuptias_). I primi dicono: «_Declarantes quod nullus dare possit simil et semel uxori seu sponsæ pannum granæ sive scarlactum et pannum sirici; nec dare possit ultra duas vestes ut superius dictum est; neque possint dari d.nabus neque portari unquam valeant p. d.nas vestes aliquæ panni deaurati, nec possint portare supra dorsum vel in capite ornamenta aurea vel argentea vel de perlis; vel alicuius alterius generis in totum valoris ultra viginti ducatorum sub pœna et bamno cuilibet portanti vestes seu ornamenta contra formam p.entis statuti decem ducatorum pro qualibet veste et qualibet vice de dotibus earum applicandorum co.i Fani, etc._» E i secondi: «_Nulla persona audeat, vel præsumat, nec etiam possit in forzerino, vel scatola, vel aliqua alia re alicui mulieri nuptæ, antequam viro tradatur, nec postea pro usu huiusmodi mulieris mittere, aut portare, aut mitti aut portari facere aliquas perlas, naccheras, vel lapides pretiosas in grillanda, in frenello, cordono, cordiglio, cintura vel alia re apta ad cingendam, vel in formaglio, vel in fregiatura, ricamatura, abbottonatura, aut fogliettis nec aliquo alio modo pro usu huiusmodi mulieris valoris ultra quadraginta florenos auri, sub poena, etc. Et quod nullus sponsus, quando in civitate Florentiæ vel ejus comitatu dabit anulum matrimonialem eius sponsæ seu uxori, possit eidem dare, vel mittere ultra duos anulos, qui non possint, nec valeant excedere valorem seu costum duodecim florenorum auri intra ambobus, etc._» Non meno intolleranti poi gli Statuti di Perugia (Perugia, 1526): «_Quod nulla uxor cuiuscumque conditionis existat quæ ad maritum iverit possit nec debeat donare vel largiri alicui consanguineo mariti aut alteri cuicumque personæ aliquod munus vel aliquam rem consistentem in pondere numero vel mensura, nec ipsum munus aut rem possit accipere ab aliqua persona ex parte viri vel alia quacumque persona._»
XVI.
La dote.
La dote può essere di tre maniere: l'una è quella che la sposa può ricevere dalla propria famiglia, chiamata perciò dalla legge longobardica col nome di _phaderphium_; l'altra è una specie di riscatto della sposa che lo sposo fa, pagando alla famiglia di lei una grossa somma per impossessarsene: il che i Longobardi chiamavano _mundium_, ossia il diritto di tutela che dal padre passava al marito, ossia il diritto di farsi _mundualdo_[250]; gli corrisponde, in parte, la nostra controdote. Il terzo caso di dote è quello in cui, sopra l'erario pubblico, si mandano fanciulle a marito con dote.
Abbiamo da Erodoto che, presso gli antichi Veneti, i giovani garzoni i quali pigliavano moglie versavano al pubblico erario una piccola somma, con la quale si dotavano le povere fanciulle. E una reminiscenza di questo uso antico mi sembra il decreto emanato dalla repubblica veneziana, affinchè per rendere più solenne la cerimonia delle nozze «dodici fanciulle di condotta irreprensibile e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate dalla nazione e andassero all'altare accompagnate dal Doge stesso rivestito del suo regal manto e circondato del pomposo suo seguito»[251].
Dove manca lo Stato, perchè lo Stato è il principe, si incontrano alcuni casi capricciosi di doti fatte a povere fanciulle da principi; così, presso il Bandello, Ottone III dota la onesta Gualdrada di tutto il Casentino e di parecchie Castella in Val d'Arno, Piero d'Aragona dota le due figlie di messer Lionato, e, presso il Boccaccio, Carlo d'Angiò dota le due figlie di messer Neri.
In antico, la vera dote era quella che il marito faceva alla moglie o ai parenti di essa, i quali volevano rimborsarsi de' servigi che perdevano. Nell'India antica, la mercede consisteva oltre alla moneta çulka, in tori o vacche, il qual dono poi il prete sacrificatore ripeteva per sè. Che presso gli antichi Greci il marito dotasse la moglie, lo prova ad evidenza un passo dell'Iliade[252], ove Agamennone offre per isposa una delle sue figlie ad Achille, senza ch'egli si dia l'incomodo di dotarla. Presso i Romani, la cerimonia della _coemptio_ prova che il marito dovea pure comprare, in certo modo, la moglie; ma, alla sua volta, questa era ordinariamente dotata, per una ragione che ci viene espressa da una risposta di Lesbonico, nel _Trinummus_ di Plauto[253], ove parrebbe al giovine che, se egli non dotasse la propria sorella, questa dovrebbe reputarsi più tosto concubina che moglie. E che la dote portata dalla moglie al marito fosse in Roma uso antico, lo argomentiamo dai tre assi che già al tempo di Varrone[254] le spose doveano, per tradizional consuetudine, nell'andare a marito aver seco, uno cioè per simbolo della dote, e gli altri due per l'offerta sacrificale. L'_emptio_ adunque era reciproca, e però il nome di coemptio, e la formola solenne: _Ubi tu Caius ego Caia_ che Plutarco ci spiega così: _Ove tu signore e padron di casa, anch'io signora e padrona di casa_. La qual formola tanto simpatica non trovò poi presso il Diritto romano quella conferma ed applicazione che ottenne in realtà presso altri popoli che una tal formola non possedevano, come, per esempio, i Germani, appo i quali, come nell'odierna Svizzera, era senza dubbio il marito che dotava la moglie[255], e pure la moglie veniva rispettata come sacra.
In generale, l'uso indo-europeo porta la dotazione della moglie per parte del marito. Presso i Franchi, lo sposo nel mettere in chiesa l'anello alla sposa, ripeteva dopo il prete: «_con questo io ti sposo_» e versava tre danari nella mano destra o nella borsa della sposa (lasciando gli altri dieci al prete) e con ciò diceva: «_e vi doto de' miei beni_»[256].
Lo stesso uso vige fra la gente tartarica; presso gli antichi Finni, i Turchi e i Turcomanni odierni lo sposo compra la sposa. Gli ultimi, anzi, per informazione del signor Blocqueville, hanno prezzi varii secondo la forza e la bellezza della sposa[257].
Nell'odierna Italia, il contado di Atri mi sembra conservar traccie dell'uso di comprar la sposa dal capo di famiglia, il quale non lascia menar via la figlia, se prima non gli vengano consegnati in dono uno o più polli.