Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore

Part 7

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In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti; non tra collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio Probo nel proemio al suo libro[185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo personaggio ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma ciò, per gli usi nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani stupra una dopo le altre tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una mostruosa eccezione. E Alcibiade è un'altra mostruosa eccezione presso i Greci, siccome quello che dormì con la propria figlia[186]; egli vuole, com'è noto, far parlare ad ogni costo di sè; ed è con questo intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul talamo del re di Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta come discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in Grecia, in Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era fatto tra persone intime e migliore si riconosceva. Il Vispered[187] lo dice esplicito: «Io amo quelli che sono sposati con parenti»; e se i parenti erano padre e figlia, madre e figlio, meglio; il matrimonio riusciva privilegiato.

Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono tali matrimoni come gli ottimi.

NOTE:

[177] _Lalita Vistàra_, tradotto sopra la versione tibetana dal professore Foucaux.

[178] VIII, 21.

[179] _Statuti Criminali dell'isola di Corsica._ Lione, 1843.

[180] Art. 222. _Edicta regum Langobardorum_, ed. Baudi di Vesme «_Si quis ancillam suam propriam matrimoniare voluerit ad uxorem, sit ei licentiam; tamen deveat eam libera thingare, etc._»

[181] Pure furono sempre vietati dalla legge romana connubii fra patrizii, e, non che schiavi e schiave, liberti o liberte o figli di liberti e liberte, e specialmente istrioni. La legge su questo punto era tanto severa, che se la figlia di un senatore sposava un libertino, il padre veniva espulso dal Senato. E presso Paulus abbiamo: «_Qui senator est, quive filius, neposve ex filio, proneposve ex filio nato, cujus eorum est, erit; ne quis eorum sponsam, uxoremve, sciens, dolo malo habeto libertinam; aut eam quæ ipsa, cujusve pater materve artem ludicram facit, fecerit, etc._»

[182] Seneca ha, nel lib. IV _De Benefic._ «_Promisi tibi filiam in matrimonium; postea peregrinus apparuisti. Non est mihi cum extraneo connubium._» E Macrobio, nel primo de' _Saturnali_: «_peregrinis nulla cum Romanis necessitudo._» L'avere sposata Cleopatra e Berenice, straniere, fece gran torto, presso i Romani, al triumviro Antonio e a Tito imperatore.

[183] Quelli di Gallese almeno ne adducevano una ragione scusabile; si temeva che l'ingresso di sconosciuti nella città, per via di matrimonio, vi portasse canaglia. Così, nelle _Constitutiones_ di Ancona, si richiedeva, perchè il forestiero potesse pigliar moglie nella città, ch'egli vi dimorasse almeno da due anni; il che viene quanto a dire ch'egli vi fosse sufficientemente conosciuto.

[184] Elio Spartiano, presso gli _Scriptores Historiae Augustae_, ed. Th. Vallaurius. «_Interest scire quemadmodum novercam suam Antoninus duxisse dicatur; quæ cum esset pulcherrima et quasi per negligentiam se maxima corporis parte nudasset, dixissetque Antoninus_: vellem si liceret, _respondisse fertur_: si libet licet. _An nescis te imperatorem esse et leges dare non accipere? Quo audito, furor inconditus ad effectum criminis roboratus est; nuptiasque eas celebravit, etc._»

[185] _De vita excellentium imperatorum_: «_Neque enim Cimoni fuit turpe, Atheniensum summo viro, sororem germanam in matrimonio habere. At id quidem nostris moribus nefas habetur._»

[186] Il caso nefando è riferito così dall'oratore Lisia, presso Ateneo (XII, 16): «Navigando insieme nell'Ellesponto Assioco e Alcibiade, in Abido, menarono in comune due mogli, Medonziade e Xinocepe. Quindi essendo loro nata una figlia, nè sapendo essi se da Assioco o da Alcibiade, come fu in età da marito, dormirono pure con essa, con la quale se usava Alcibiade diceva essere dessa figlia di Assioco, se Assioco, di Alcibiade.»

[187] III, 18.

XIII.

Come la fanciulla si domanda.

Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il matrimonio, come dicono nell'India, _alla maniera de' gandharvi_[188], dove insomma interviene l'autorità de' parenti e la festa non è solamente della giovine coppia, ma più forse delle loro rispettive famiglie, ha importanza la cerimonia della chiesta nuziale.

Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso italiano è questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per esplorare se non vi sia pericolo di rifiuto; quindi muove il padre stesso dello sposo a fare la domanda; in Sicilia, come appare dai canti popolari e dalle informazioni del Pitrè, assume piuttosto un tale ufficio la madre.

Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:

— Arsira[189] me' matruzza[190] mi spiau[191] E mi dissi unni[192] vai, figghiuzzu miu?

— Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193] Ca cc'è 'na bedda[194] di geniu miu.

— Fighiuzzu, 'nsignamillu[195] ca cci vaju Quantu tanticchia[196] mi nni preju iu[197]

— Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199] Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].

In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo della chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il puntamento, ossia si fissa il giorno delle nozze. Che il medesimo a Roma si facesse lo argomento da questo brano di Terenzio[201]: «Mosso da tal fama Cremete se ne venne a me spontaneo, per dare a mio figlio in moglie l'unica sua figlia immensamente dotata. Mi piacque; feci la promessa; si fermò questo giorno alle nozze.» In questa prima cerimonia, quando le parti si trovano d'accordo, gli sposi si danno la mano; e l'aver compiuto un tale atto è un primo e forte legame, come lo era per gl'Indiani[202]. Il padre della Tancia al cittadino Pietro Belfiore, dice:

La v'ha data la man, l'è obbrigata Non ci bisogna su nè sal nè olio[203]

Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi sono assai popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il toccamano e il dare l'anello quello che, nella credenza comune, sembra legar più è l'aver dato l'anello della promessa, chiamato dai Latini _anulus pronubus_, diverso da quello che si dà ora in chiesa dal prete quando benedice le nozze omai combinate e non più possibili a rompersi senza grave scandalo. L'anello della promessa è un pegno di unione futura; l'anello che si dà in chiesa è simbolo dell'unione che si fa. L'uso dell'_anulus pronubus_ è generale in Italia, dato «o per segno di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel pegno i cuori si leghino[204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'_anulus pronubus_ non è ancora vincolo legale di matrimonio[205]; lo è invece pel diritto visigotico e longobardico[206], e più poi ne' nostri canti popolari, uno de' quali dice così:

Oh! guarda che bel fior che ha quel roso! M'è stato detto, amor, che siete sposo. Se siate sposo ancora non lo so; Ancora siete a tempo a dir di no. Se siete sposo ancor non lo so io; Ancora siete a tempo a dirgli addio. Quando vi vederò l'anello in dito Allor ci piglierò pena e partito. Quando vi vederò l'anello d'oro, Allor ci piglierò partito e duolo[207].

Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro; anzi nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al tempo di Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come nell'agro Tuderte e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi rammento, chiamano questo anello nuziale _la fede_, e nel Veneto, _la vera_; ora _vera_ è parola slava che vale precisamente _la fede_.

L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma talora può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con Adelaide[208], o dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge alla sposa, come ne abbiamo un caso presso il Bandello[209], o fatto dare, come ci occorre presso il Doni[210]. Nell'India era una vecchia parente che metteva in dito ai due sposi un anello di ferro[211]. Tra principi si trova pure il caso in cui la fanciulla per ordine paterno si fidanzi per mezzo di un anello, che ella manda allo sposo destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la stringe pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un _casus belli_[212].

L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della promessa, no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual proposito mi piace rilevare, da un eccellente scritto di Dora d'Istria[213], l'uso che la dotta ed elegante scrittrice ha potuto osservare tra i Serbi: «I _pesma_ sembrano avere inteso a rendere popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a distinguere i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà il basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le tradizioni orientali, la mela vien considerata come un simbolo di seduzione. Una mela sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle mani di Paride, Hera, il tipo della matrona ellenica, e Athene, la vergine austera, consentirono a mostrarsi ignude come Afrodite nel cospetto di un pastor frigio. Una fanciulla serba più prudente che non fosse l'Eva della Genesi, si affretta a _gettar sul naso_ di Mirko la mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua mela», grida ella irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda lungi col piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente sorride sì tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende l'anello d'oro, l'anello della promessa.»

Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia in origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di osservare come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non usa più offrire l'anello.

Nell'India antica, secondo i _sùtra_, i due messaggieri d'amore, lasciata la casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e frutti, andavano soli alla casa della sposa, si annunziavano al padre, e in presenza di tutti i parenti, esposto prima il loro mandato, scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi dello sposo e domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre i parenti erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il più bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i messaggieri toccano una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la stessa coppa veniva quindi posta sul capo della sposa, come augurio di fecondità. Recitata qualche formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo faceva sedere sopra l'erba _kuça_ e gli dava a bere latte con miele; lo sposo presentava quindi i suoi primi doni alla sposa.

Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi, manifesta il proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui elegge un giorno propizio, appresta i doni e si avvia con essi alla casa della sposa. Il padre fa la promessa e presenta i doni; il padre della sposa, prima di rispondere, tenta gli augurii; e, ove egli consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le promesse e si fissa il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre ancora quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze, purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di alcun dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come penitenza poi, egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà. L'apparato del viaggio si fornisce in tutto punto, e il giovine fidanzato si mette in via; ma com'egli è appena giunto fuor della città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che gli domanda ove sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio, pur ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste e si sollecitano le nozze.

Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le quali si facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia mia per l'onore e pel matrimonio e per la metà del letto, per la serratura e per le chiavi»[214], intendendosi con ciò che il matrimonio dovesse riuscire onorato e che la moglie, oltre alla partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il dominio della casa.

In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa abita. Il padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il forestiero risponde: «Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce, se voi la volete lasciar entrare.» Il padre lo fa entrare, e si tratta; la fanciulla origlia intanto dalla stanza vicina; se i due contraenti si mettono d'accordo e combinano le nozze, la fanciulla incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel governo di Tver, dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si reca in visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come è l'uso russo, prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si siede e prega Dio. Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della sposa, ove giunto, i due suoceri ripiegano in su un lembo della loro pelliccia[215], e il padre dello sposo dice: «Quello che hai immaginato, facciamolo; battiamo le mani». Allora la palma dell'uno batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si chiama il _battimano_; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo chiamano il _toccamano_; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di altre parti d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de' loro contratti sia un vero _battimano_. Fatto il _battimano_, i contadini russi aggiungono: «Dio ci permetta di vivere amici e di visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e sale insieme, di modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti finiscono in bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si scambiano, oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in Russia, che _la sposa è bevuta_, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il padre dello sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare via la sposa? Se non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la principessa»[216]. Il padre della sposa risponde: «Io stesso la condurrò; non vi recherò codesto disturbo». Alla sua volta, la madre della sposa presenta i suoi doni per lo sposo e pel mandatario, dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le pene vostre, per averci dato un erede, e questo per il principe[217]: un fazzoletto ed un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa[218]». Dopo di ciò, il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa piglia il pasticcietto (_pirog_), preparato per l'occasione, col lembo diritto della pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia del padre dello sposo, il quale, appena ricevutolo, corre, con quanta più prestezza può, verso la propria dimora, senza toccare con la mano il pasticcietto. A una tal forma di chiesta nuziale si riferisce il seguente canto popolare del distretto di Tarszok (governo di Tver), nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come paurosa, a difesa, delle sue dilette compagne, dei _cigni_, secondo la sua poetica immagine, e dice:

Tu, mio sostentatore padre, Non biasimarmi, non metterti in collera, Mio sostentatore padre, Se io ho condotto qua la schiera de' cigni, Le mie care compagne. Tu, mia carissima compagna N. N., Avvicinati a me, alla malinconia amara, Aiutami a sopportare la mia tristezza. Voi, mie care compagne, Siete senza pietà; Forse i vostri visi sono di carta, Le ardenti lacrime di perla, I cuori più duri della pietra. Tu, mio sostentatore padre, E tu, mia cara madre, Non battete delle mani[219], Nè il lembo contro il lembo[220]. Non impegnarmi, sostentatore padre, Nè tu mia propria madre Con impegni forti, Forti, eterni.

NOTE:

[188] Nella leggenda di Çakuntalâ presso il _Mahâbhârata_ sono indicate otto maniere di matrimonii indiani, quello ad uso brâhmanico (brâhmah), quello ad uso degli dêi (dâivas), quello ad uso dei sapienti rishi (ârshas), quello a modo di Prâgèapati, cioè fatto col solo intento di ottener prole (prâg'âpatyas), quello ad uso dei demonii celesti (âsurah), quello ad uso dei musici, ballerini ed angeli celesti, cioè il matrimonio per amore, per inclinazione, il matrimonio gandharvico (gândharvah), quello ad uso dei rakshasi o mostri rapitori, cioè il matrimonio fatto col rapimento della sposa (râkshas), e infine il matrimonio a uso de' mostruosi selvaggi antropofagi _piçâc'i_ (_pâiçâc'as_). Al guerriero erano leciti il matrimonio per amore e il matrimonio per rapimento; i matrimonii a uso de' demonii e de' piçâc'i, ossia la sola congiunzione carnale fatta per violenza o per sorpresa non erano leciti ad alcuno, od al più alle infime caste sociali.

[189] «Ieri a sera.»

[190] «La mia mammina.»

[191] «Mi osservò», ma come chi vuole interrogare.

[192] «Ove.»

[193] «Io ci vado.»

[194] «Bella.»

[195] «Guidamici, indicamelo.»

[196] «Un tantino.»

[197] «Io ne godo.»

[198] «Vossignoria.»

[199] «Non ho senso, son fuori di me.»

[200] «Non vedo.»

[201] Andria:

_Hac fama impulsus, Chremes_ _Ultro ad me venit, unicam gnatam suam_ _Cum dote summa filio uxorem ut daret._ _Placuit, despondi; hic nuptiis dictus est dies._

Propriamente, era il padre della ragazza o _sponsa sperata_ quello che _spondebat_; il giovine o _sponsus speratus_ dal padre suo _stipulabatur_.

[202] Cfr. i matrimonii di Devayánì e di Draupadì, presso il _Mâhabhârata_, I, 3379, 3380, 7341.

[203] Buonarroti, _Tancia_, atto 4.º, scena 4ª. E un canto popolare toscano, presso il Tigri:

Saprai pur, bello, che legati siamo, E sposar tu non puoi altra persona. Colla man destra femmo il toccamano, E colla lingua ci demmo parola. Se tu con altra in Chiesa ti dirai, Le tue pubblicazion fermato avrai.

Secondo la _Sporta_ del Gelli (scena 6.ª, atto 5.º), basta la stretta di mano fra il suocero e il genero:

_Franzino_: «Siate testimoni, spettatori; ponete su la mano.»

_Ghirigoro_: «Eccola.»

_Franzino_: «Padrone, ponete su la vostra.»

_Alamanno_: «Perchè? Eccola.»

_Franzino_: «Buon pro vi faccia a tuttaddua; la Fiammetta vostra figliuola è moglie qui di Alamanno mio padrone.»

[204] Isidorus Hisp., lib. 2. De Divin. Offic., cap. 15: «_Quod in primis nuptiis, anulus a sponso sponsæ datur, sit nimirum vel propter mutuæ dilectionis signum, vel propter id magis, ut eodem pignore eorum corda jungantur._»

[205] «_Anuli subarratio non est de substantia matrimonii, sed pro signo et pro quadam investitura._» Cfr. Monterenzio, negli scolii delle _Sanctionum et Provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris Bononiæ_. Bologna, 1569, t. 2.º

[206] Lib. 3, tit. I. Cfr. BARONIUS, Ann. 58, num. 51 et seg. — L'editto di Liutprando, art. 30: «_Si quiscumque sæcularis parentem nostram saecularem disponsat cum solo anulo, eam subarrat et suam facit._»

[207] E un altro canto popolare toscano:

Dissi: Quell'uomo, datemi un anello, Che c'è me' pa' che mi vuol maritare, E mi vuol dare a un giovan di castello, Io voglio un giovanin che sia 'l più bello.

[208] Per mezzo di un ambasciatore; così agli ambasciatori del _re di pagania d'oltremare_, la principessa Orsola di Ungheria, nella Leggenda di questa santa, presso il Del Lungo, dice: «ed allora compieremo il matrimonio e la convenzione carnale; e al quale se voi siete mandati a ciò e se voi avete balìa aiutoria, per cagione di compiere tutto lo suo intendimento, datemi l'anello per nome del figliuolo di messere lo re d'Oltremare.»

[209] Nella novella della Gualdrada, ove all'onesta fanciulla Ottone III consegna l'anello della promessa in nome di Guido, lo sposo che le destina.

[210] _Novella ventesimaprima_, ove si ricorda la sola buona azione di che abbia forse meritato lode in sua vita il duca Alessandro de' Medici. Udito come due cortigiani avevano tradito una povera fanciulla, egli si reca presso la medesima in compagnia di loro e «cavatosi un ricco anello di dito, lo porge a colui che promesso aveva di prenderla per donna e disse: «sposala.» In Francia, in simili casi, colui che era obbligato a sposare, dovea ricevere invece di un anello metallico, per segno d'infamia, un anello di paglia. La paglia ha un originario significato fallico. Cfr. CHÉRUEL, _Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France_.

[211] Cfr. WEBER. _Op. cit._

[212] Io ricordo il caso di Maria di Borgogna, impegnata per tal modo col duca Massimiliano d'Austria, riferito nelle Memorie del Commines, Cologne, 1615, p. 507, 508: «Ainsi d'aucuns commencérent à pratiquer le mariage du fils de l'Empereur, à present Roi des Romains: dont autresfois auoit esté paroles entre l'Empereur et le duc Charles, et la chose accordée entre eux deux. Si auoit l'Empereur une lettre faite de la main de la dite Damoiselle, du commandement de son Père et un anneau, où il y avoit un diamant.»

[213] _La nationalité Serbe d'après les chants populaires._

[214] «_Despondeo tibi filiam meam in honorem et uxorem et dimidium lectum, in seras et claves._» Presso Stiernhoek, citato dal Mittermaier, _Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts_.

[215] Un simile uso viveva tra i Romani, quando si trattava dai loro ambasciatori per la pace; un lembo ripiegato della toga significava pace: disteso, invece, guerra.

[216] Ossia la sposa; cfr., nel secondo libro, il capitolo che tratta degli _Sposi incoronati_.

[217] Lo sposo; come sopra.

[218] Tali fazzoletti e asciugamani sogliono essere riccamente ricamati in rosso.

[219] Cioè, «non fate il battimano.»

[220] Cioè, non avvicinate i due lembi delle pelliccie ripiegati.

XIV.

La sposa si accaparra.

L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo di Giulio Capitolino, tra gli _Scriptores Historiæ Augustæ_[221]. L'uso italiano le ha continuate non contraddetto dal Diritto longobardico, la cui _meta_ era una vera caparra[222]. La caparra in danaro o _strenna_ (come la chiamano nel Canavese e nel Biellese) che lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non eccede mai la somma di lire cinquanta[223]; se le nozze si guastano, per causa dello sposo egli perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la caparra viene restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa nel contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno veramente i parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non sempre la sposa accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle sembrando offesa quel pegno; o se, come nell'Abruzzo[224], l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica moneta che acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala, se l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.