Part 5
In Russia, il procolo è un parente dello sposo; così per l'ordinario in Italia; questo parente fra noi è talvolta lo stesso padre; così nell'India odierna, la domanda è fatta dal padre del giovine a quello della fanciulla.
A Palermo e nel Birman[128], la procuratrice del matrimonio è invece la madre o altra donna da lei deputata; così, nel Canavese, ove non si trovi il _bacialer_, è una comare quella che mette insieme le nozze. Ma, quasi sempre, fra noi, la domanda ai parenti è preceduta dalla domanda del pretendente alla fanciulla, e dal consenso di questa; ossia prima il cuore dei giovani elegge, quindi la ragione dei vecchi approva o condanna.
NOTE:
[118] Così è chiamato l'intromettitore Agnolo di Giovanni De' Bardi pel matrimonio di Francesco Guicciardini, ne' _Ricordi autobiografici_ del medesimo, vol. X delle _Opere inedite_, pubblicate dal compianto Giuseppe Canestrini.
[119] In molti luoghi del Piemonte.
[120] Presso il Lago Maggiore.
[121] Nel Vogherese.
[122] A Riva di Chieri e a Gallarate.
[123] Nel Pesarese e nel Fanese.
[124] Nel Bolognese.
[125] _Proxeneta_ lo chiamavano gli antichi. Vedi Hotman: _De veteri ritu nuptiarum_.
[126] _Bacialer_ nel Canavesano.
[127] Vedi VILLEMARQUÉ, _Barzaz Breiz (Chants populaires de Brétagne)_.
[128] Vedi la _Relazione del Symes_.
VI.
Il matrimonio per libera elezione.
Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior rispetto alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del bràhmano, o sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle nozze, la figlia del cavaliero è lasciata libera nella scelta dello sposo. L'uomo deve meritare la donna e non la donna l'uomo. Le corti d'amore, i tornei, le giostre del nostro così detto medio evo, ove premio del valore era la mano d'una donna, sono più antiche del medio evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita guerriera insieme e patriarcale.
Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e baroni, o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta _svayamvara_, ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.
Acvalàyana[129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze, fra i quali mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il giovine fa dono di un paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto matrimonio dei _r'ishi_, (che ricorda il matrimonio bràhmanico e degli antichi Germani[130]); 2.º quello per cui il giovane sposa la ragazza, dopo che i giovani si sono fra loro piaciuti, anche senza il consenso dei parenti, detto matrimonio alla maniera de' ganharvi[131] o _svayamvara_, e in uso presso i guerrieri. Di questa seconda forma di matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi esempi illustri; così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero Arg'una, Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa[132], perchè stima, da quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il padre solo abbia diritto di disporre della propria figlia. Nel _Mahàbhàrata_, vien detto che il matrimonio, per via di _svayamvara_, ossia in cui la fanciulla si elegge lo sposo che più le piace, è _caro ai poeti_[133].
Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali occasione di sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi, nelle quali la giovine principessa si elegge lo sposo, le prove che i pretendenti hanno a dare del loro valore, l'incoronamento dell'eletto per parte della fanciulla[134], sono un campo ove l'immaginazione del poeta può accendersi e animare al nostro sguardo pitture vivissime. Poichè raro è che uno _svayamvara_ non sia accompagnato da una gara di valore fra i contendenti. La sposa si ha da conquistare. Indra con la forza conquista Sità, nel _Rigveda_, Ràma suo successore, nel _Ràmàyana_, la conquista per mezzo della prova di un arco meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii cimenti superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de' poeti e de' racconti popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo deve mostrarsi mandato dal destino, o predestinato con qualche miracolo; chè, secondo il proverbio, gli sposi Dio li fa e poi li accoppia[135]. E di grandi miracoli sono autori gli sposi delle leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il Sigurd dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono l'impossibile[136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.
In una novellina greca[137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non sapendo decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni invidia, sposa esso stesso la fanciulla disputata.
Nel _Pan' c' anada_ (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano notata una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano da sè stessi in matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera, come ce lo confermano gli odierni bellicosi principi e briganti Rag'puti, i quali, malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi delle loro antiche tradizioni, non hanno dismesso il poetico uso dello _svayamvara_. Il signor Chiefalà, nella sua _Descrizione della città di Benares_[138], scrive: «Quando una principessa di Ragaa (tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il permesso di scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo a suo piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il loro assenso era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la passava al collo di colui che volea per isposo, il giovane la riceveva ed in segno di acconsentimento la teneva al collo senza restituirla, e con ciò l'accordo era fatto, e si sposavano. Questa usanza esiste ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i Marattes, e dovunque hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro medio evo, lo _svayamvara_ doveva essere pure in onore presso certe tribù slave e presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente antico, il quale dice:
Io sedeva nel castello, Io infilava le perle Sopra il rosso velluto. Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere, Egli agitò l'ala destra, Egli toccò il piatto, Il piatto d'argento, E disperse le grosse perle Fino all'ultima, E la fanciulla incominciò a piangere, Mentre le stava innanzi il padre. «Non piangere, fanciulla mia, Io inviterò per te i principi, i boiari; Essi raccoglieranno le tue grosse perle, Fino all'ultima.»
Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più noti, i _Nibelunghi_, come per gli Scandinavi, le _Edda_ e la _saga di Ervora_, e per i Franchi, i _Reali di Francia_, dove il re Erminione fa bandire un torneamento, al quale intervengono molti signori per isposare Drusiana. È uno _svayamvara_ il matrimonio medievale della principessa Teodolinda col re Autari suo ospite.
La leggenda greca del matrimonio di Elena disputata da trenta garzoni, e la scelta fatta da Menelao, rilevano dal mondo eroico ellenico la medesima usanza, che, secondo Ateneo[139], era pur viva tra i Marsigliesi, presso i quali la fanciulla, in un convito, offriva la tazza a quello de' giovani, che più le piaceva.
Ne' nostri usi popolari la fanciulla generalmente si elegge lo sposo; quindi i parenti, se non hanno nulla in contrario, dispongono l'affare.
Così è degno di osservarsi, come presso il _Ramayan.a_[140], Ràma e Sità, quantunque sposati, per via di _svayamvara_, si uniscono col pieno consenso dei loro genitori. Se non che le nostre fanciulle del popolo, invece di troni nelle assemblee, si contentano di una povera panca nelle stalle. Questa panca, che non manca neppure alle capanne dei Russi e dei Finni[141], è destinata a ricevere i giovani pretendenti. Nel contado di Bra, in Piemonte, i giovani vanno insieme alla stalla, dove siede la dama de' loro pensieri; l'un dopo l'altro si recano a corteggiarla, e quando alcuno indugia troppo, si scuotono i gioghi delle bovine, per fargli intendere che è tempo di levarsi e di lasciare il posto a chi vien dopo.
Nelle stalle del Canavese, le fanciulle da marito si siedono sopra la lunga panca; i giovani, che, per lo più, dopo avere vittoriosamente cantato la _Martina_, entrarono nella stalla, sono ricevuti alla panca. Ed il ricevimento ha le sue formalità. Qualunque giovane che sia seduto presso la _mariora_ o fanciulla da marito, se un altro giovane arriva, deve cedergli il posto. Il mancare a questo riguardo è cagione talvolta, nel Canavese, di spargimento di sangue. A Riva di Chieri il giovane che visita la fanciulla da marito può sperar bene, se egli viene invitato a ritornare.
A Pinerolo, la fanciulla, va ad accendere il fuoco, quando un damo le deve piacere, ed insieme coi parenti si beve; il non fare, come la chiamano, tale _onestà_, val quanto congedare il pretendente.
Nella valle di Andorno, la fanciulla lascia cadere a terra il fuso perchè le sia raccolto dal giovane, al quale vuol dare speranze, cui essa poi consola intieramente, quando gli mette in mano delle nocciuole.
Nella campagna d'Alba, il giovine, entrando nella stalla, getta alla fanciulla un fazzoletto; se la fanciulla lo ritiene, egli pure è ricevuto; se invece glielo restituisce, deve tenersi per congedato.
Nell'Abruzzo Ultra I, il giovine porta la notte, all'uscio della ragazza un ceppo di quercia, detto _tecchio_; se il ceppo è messo in casa, il pretendente può entrarvi anch'esso; se invece, il ceppo è lasciato ov'egli il lasciò, al giovine non resta altro partito, se non quello di ripigliarsi, in modo che nessuno lo vegga, il ceppo, e ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un uso simile incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno di Calabria: «l'amante usa di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad amare, un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è ritirato, la ragazza accetta l'amor suo; se no i parenti dicono: non abbiamo figlie da marito, e allontanano il ceppo.»
Nel Montenegro, come apprendiamo dai signori Frilley e Wlahovic[142], la domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo o _proszi_ (chieditori). Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il capo dei chieditori offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta, è segno che i parenti consentono; allora il rappresentante dello sposo dà quasi per caparra, come presso i Pugliesi, una mela, nella quale è conficcata una moneta, che la fanciulla consegna al padre, al fratello, o, insomma, al capo di casa.
NOTE:
[129] Gr'ihyasùtra.
[130] Tacito, _Germania_, rammenta fra i doni nuziali tedeschi: «_boves et frenatum equum et scutum cum framea gladioque._»
[131] Semi-angioli e semi-demonii indiani.
[132] _Mahàbhàrata_, vol. 1, 3384, 3385.
[133] Vol. 1, 4091.
[134] Così Dràupadì incorona l'eroe vittorioso.
[135] E, a Lomello, si dice che matrimonio e vescovato sono da Dio destinati; nel quinto atto della _Tancia_ del Buonarroti, scena ultima:
In buona fè gli è vero quel dettato, Ch'un parentado in cielo è stabilito.
[136] Così portar caldo il latte da lontano, attraversare le fiamme, trovar l'acqua della vita, uccidere il mostro, strappare al mostro il vero tesoro, fabbricar castelli d'oro, combattere con la sposa stessa, travestita da Moro terribile, strappare al mostro tre capelli, ecc.
[137] HAHN, _Griechische und Albanesische Märchen_.
[138] Livorno, 1824, pag. 116.
[139] Vol. I, c. XIII, pag. 13.
[140] Vol. I, c. III.
[141] Questi ultimi, in un loro inno, presso il _Kalevala_, la chiamano _la lunga panca dell'ospitalità_.
[142] _Le Monténégro contemporain_, Paris, Plon, 1876.
VII.
Gli sposi si provano.
Dopo essersi eletti, gli sposi si provano. Le prove più semplici si usano nel Pesarese e in Terra d'Otranto. Nel Pesarese, il giovine invita la fanciulla a varii lavori campestri o domestici, per misurarne la forza e la destrezza, avvertendo, quando si batte il grano, di mettersi petto a petto, innanzi ad essa; al che rifiutandosi una delle parti, si avrebbe il rifiuto come un segno di corruccio. E cosiffatti esperimenti, per lo più, si rinnovano.
Al Capo di Leuca, nel distretto di Gallipoli, è la sposa che prova la robustezza dello sposo. Un giovane non merita d'impalmare alcuna ragazza, finch'egli non abbia almeno portato lo stendardo (_cacciatu lu stennardu_) nella processione, che si fa per la festa del santo del luogo, e nell'aver fatto il _Battente_ «si tiene tanto, scrive il signor De Simone[143], a queste prove che ho udito dire in un rifiuto di matrimonio da parte della madre della sposa: _vole sse'nzura_ (l'uomo richiedente) _e nu ha cacciatu ancora lu stinnardu._» Nei luoghi in cui fanno tuttavia le processioni dei _Battenti_, guardasi al sangue che spruzza dai loro corpi flagellati; chi ha il più bel sangue, è il giovane alla moda; se pure non avesse fatto almeno una volta il _Battente_ sarebbe rifiutato, quando offrisse la mano sua a qualche ragazza.
È ancora una specie di _svayamvara_ della donna, il quale mi richiama ai vari casi riferiti nel _Libro dei Giudici_, di donne date come premio al valore dell'uomo, e all'uso degli antichi Scandinavi, presso i quali, verso il Natale, o propriamente, nel solstizio d'inverno, le fanciulle indicavano ai loro amanti il fatto eroico, che essi dovevano compiere per meritare la loro mano.
Nell'Arpinate, le fanciulle misurano l'amore dei fidanzati dal colore del nastro, onde essi avvolgono, nella domenica delle Palme, il ramo d'ulivo che portano loro dalla chiesa. Se il nastro è giallo, indica trattare la fanciulla da pazza; se verde, che la si vuol tenere in sola speranza; se rosso, guerra; se bianco, pace; se turchino, amore[144].
Nell'Ascolano, per la festa di Sant'Emidio, gli sposi arrivano alla piazza dell'Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori che strimpellano, mimi che fanno smorfie d'ogni maniera ridicole, si mettono attorno alla sposa, per provocarne il riso. Guai se la sposa ride! ella non sarà una buona massaia, nè una donna prudente; e lo sposo perciò l'abbandona al suo destino.
Nella campagna di Perugia, ora lo sposo, ora la suocera provano la sposa; le si presenta una _polpetta_; la sposa deve ingoiarla intiera o _sana_, come dicono nell'Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla giù, se ne levano sinistri augurii.
A Riva di Chieri, in Piemonte, quando, nel primo giorno delle nozze, si porta in tavola il tacchino, la sposa deve prontamente alzarsi; se non lo fa, si porta uno scaldaletto sotto la sua sedia, dicendosi che la sposa è fredda e bisogna riscaldarla.
A Pinerolo in Piemonte, a Pernate nel Novarese, e a Gallarate in Lombardia, la suocera sbarra la porta con una scopa; se la sposa è prudente, deve alzarla e portarla al posto suo; se invece vi passa sopra, vorrà essere una cattiva massaia.
Nella montagna di Pistoja[145] e nel Campidanese in Sardegna si prova l'amore del giovine, con lo scambiarle la ragazza. Ma, in Sardegna, propriamente, lo scambio è fatto al padre del giovine, che va, per suo desiderio ed in suo nome, a fare la chiesta della fanciulla. Il messaggiero arriva, e, adoperando un linguaggio che ci trasporta ad una età affatto patriarcale, dice: «Io vengo a cercare una giovenca bianca e di una bellezza perfetta che voi possedete e che potrebbe fare la gloria del mio gregge e la consolazione de' miei vecchi anni». Gli ospiti comprendono, ma dissimulano e rispondono con linguaggio altrettanto figurato; e alfine, mostrando di consentire, presentano l'una dopo l'altra le donne della casa, all'infuori dell'aspettata e soggiungendo sempre: «_è questa che desiderate?_» Sul diniego del forestiere, simulando di averla lungamente cercata, ritornano, all'ultimo, con la fanciulla richiesta, la quale si lascia trascinare come per forza. Il forestiere allora si alza, batte le mani e grida: «_è quanto io desidero_»[146].
Anche nell'India, secondo il _Kàuçikasùtra_, sul punto di partire viene scambiata la sposa allo sposo; nell'Annoverese, si mettono le donne in giro intorno alla sposa; si porta via il lume e lo sposo deve afferrare la sposa; se afferra invece un'altra, sinistro augurio; ed egli stesso è oggetto di ridicolo. Ho già notato come il nostro giuoco della _moscacieca_ debba riferirsi ad una tale usanza.
In Isvezia, nella Slesia superiore polacca, presso Saarlouis, e nella campagna di Pistoja, invece della sposa, conducono prima al giovine la più vecchia donna della casa, la quale viene così esposta alla berlina.
In altre forme ancora si provano gli sposi nell'India e in Germania.
Negli usi del popolo tedesco, il fidanzato, per accertarsi che la fanciulla con cui egli ha parlato sarà moglie pulita e massaia, fa portare del cacio e lo affetta, offrendone alla fidanzata; se questa mangia il cacio senza nettarlo, lo sposo è minacciato che la fanciulla non gli farà, qual moglie, buona compagnia[147].
Secondo Açvalàyana, una delle prime cose che si ha da cercare nelle nozze indiane, è la onestà della famiglia; la figlia dev'essere data ad un uomo prudente, la donna dev'essere saggia, bella, costumata e fornita di _buoni segni_ (_lakshanya_, _indizii_). L'amante perciò mette insieme otto acervi di terra levata da luoghi diversi, e parla a ciascuno di essi così: «L'ordine è la prima cosa, nell'ordine sta la verità; dove questa fanciulla è nata, là essa vada». (Ossia mostri con questa prova augurale, di qual casato essa sia e qual parentado essa meriti). «_La verità si faccia palese,_» quindi rivolto alla fanciulla, le dice: «_piglia uno di questi_».
Se la sposa eleggeva la zolla d'un terreno che si fecondasse due volte l'anno, era prova che alla sua prole non sarebbe mai venuto meno il cibo; se la zolla del terreno levato da una stalla, prenunziava ricchezza di bestiame; se la polvere di zolla levata dal circolo ove si celebrava il sacrificio, era segno di molta devozione; se la zolla estratta da un lago che si disseccasse, rivelava prudenza e cortesia in ogni cosa e con tutti; se la zolla formata da un terreno ove si giuocasse, minacciava passione al giuoco; se la zolla di un trivio, si tradiva impudica; se la zolla di landa, si manifestava infeconda; se la zolla di sepolcro, avrebbe ucciso il proprio marito. Altri augurii analoghi a questo, fatto con gli otto acervi, possono ancora riscontrarsi ne' _sùtra_.
A Tarnassari, sopra la costa del Coromandel, secondo la relazione del nostro viaggiatore Ludovico Barthema[148], vigeva, nel secolo decimosesto, quest'uso: «Sarà un giovine che parlerà con una donna d'amore e le vorrà dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol bene e che non è cosa al mondo che per lei non facesse, e stando in questo ragionamento piglierà una pezza ben bagnata nell'olio e appiccagli dentro il fuoco e se lo pone sopra il braccio a carne nuda e mentre che quella brucia egli sta a parlare quietamente con quella donna e senza una minima perturbazione non si curando che s'abbruci il braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e che per lei è apparecchiato a fare ogni gran cosa.»
A Pernate, nel Novarese, la prova a rovescio; è lo sposo che, per assicurarsi se la sposa lo ama, le dà un pizzicotto.
Ma la più comune, pur troppo, delle prove, e più conforme agli usi moderni, è quella che si ricorda in un canto popolare Albanese, alla quale sola, mentre forse tutte le altre scompariranno, si può assicurare l'immortalità:
Tu, se mi vuoi per moglie, Mantieni costante la fede, Quattro, cinque, sei anni, Non per domani, doman l'altro o sta sera, Su, va all'estero, Va, lavora in Oriente! E con il lavoro raccogli denaro, E poi vedrai che io vengo[149].
NOTE:
[143] _La vita della terra d'Otranto_, nella _Rivista Europea_, 1876.
[144] Anco, presso i Germani, il bianco e il turchino erano due colori sacri. Vedi Rochholz, _Deutscher Glaube und Brauch_. Berlin, 1867, p. 191-285, II Band.
[145] Per informazione del prof. G. B. Giuliani, che la visitò e studiò a palmo a palmo.
[146] Vedi LAMARMORA, _Voyages en Sardaigne de 1819 à 1825_; e il capitolo di questo libro che intitolo: _Come la fanciulla si domanda_.
[147] Veggasi una prova dello sposo tedesco, nel capitolo che intitolo: _Mentre la sposa si prepara_, in questo stesso primo libro.
[148] Vedi la _Raccolta di viaggi_ del RAMUSIO.
[149] Vedi CAMARDA, _Appendice alla Grammatologia comparata della lingua albanese_, e, in questo primo libro, il capitolo che tratta della _Dote_.
VIII.
L'autorità del padre e del fratello nelle nozze.
La famiglia è una monarchia, dove il padre fa da re; se il padre manca, il maggiore de' fratelli ne sostiene le veci.
I re sogliono considerare il regno come una loro proprietà; così il capo di casa o _capoccia_, come lo chiamano in Toscana e nell'Umbria, in molti codici umani, possiede moglie e figli, come chi dicesse, greggi e campi. Il marito arriva a espropriare il padre o il fratello maggiore, il capoccia, in somma, di quello ch'egli tiene per suo; e diventa proprietario alla sua volta. L'inno vedico, alla fanciulla che si sposa dice esplicitamente: _io ti sciolgo di qui_ (cioè dal padre), _ma non di qui_ (cioè non dal marito); e queste parole possono servire per i legisti di lucido commentario al disputato _mundio_. Nell'India, come si può agevolmente scorgere dalle leggi di Manu, l'autorità domestica è tutta presso il padre; ed, ove il padre manchi, presso il fratello; sono essi che dispongono della figlia o sorella, la quale non può in alcuna maniera da sè emanciparsi; è necessario che il pretendente la domandi a' suoi proprietarii, e, in certo modo, la compri[150].
Nel Diritto romano, l'autorità paterna non solo è monarchica, ma dispotica, assoluta; il padre ha diritto di vendere il figlio, poichè ha diritto di ucciderlo[151].
L'autorità materna non conta invece nulla, poichè le madri non posseggono i figli; i figli possono quindi liberamente sposarsi senza il consenso della madre, ma nol possono, ove il padre loro padrone nol voglia[152].
Il Diritto longobardico e il comunale italiano si modellarono, per questo articolo, intieramente sopra il Diritto romano; ma il primo raddolcisce alquanto il decreto, facendo partecipe anche la madre nella facoltà di vietare o permettere[153]; gli Statuti di Riva di Trento[154] restringono il caso di colpa alle nozze volontarie d'una fanciulla, senza il consenso paterno, o fraterno, od anche materno, se il padre e il fratello manchino, con un uomo infame o di troppo bassa condizione; gli Statuti di Lugo finalmente, che pure manifestano carattere ferocissimo, permettono ai figli una scappatoia, notando come il padre od il fratello o l'avo e quanti hanno, in somma, la facoltà del divieto, debbano godere del pieno uso della ragione. Si vede bene che la legge formidabile dovea contraddirsi e mostrarsi più clemente nell'uso. L'uso era già più umano della legge presso gli stessi legislatori; ed a me basta per rendermene persuaso questo bel passo di Ennio, onde si scorge come la vittima non muovea sempre silenziosa al supplizio e riusciva alcuna volta a commuovere il suo sacrificatore: «O padre, io sono da te indegnamente offesa; poichè, se tu giudicavi tristo Cresfonte, per qual motivo a lui mi destinavi in moglie? se onesto, perchè mi obblighi contro mia voglia a lasciarlo, quando egli mi vuole?»[155].
NOTE:
[150] Vedi più oltre il capitolo che parla della _Dote_.
[151] Le 12 tavole: «_In liberos suprema Patrum auctoritas esto, venundare, occidere liceto...._»
[152] _Petri Exceptiones_: «_Mulieres liberos in potestate non habent, ideoque filii et filiæ sine consensu matris matrimonia contrahere possunt. Quod non possunt facere sine consensu patris, in cujus potestate sunt._»