Part 4
Signura zita[67], signora damuzza[68] Voi siti ciuri[69] di vera biddizza[70] Lu vostru zitu si tagghia e sminuzza E cè sguagghia[71] lu cori a stizza a stizza[72] Beddu[73] diamanti aviti a ssa[74] manuzza[75] 'N pettini d'oru 'ntra ssa biunna trizza[76] Quannu[77] si 'nguaggirà[78] ssa zitiduzza Spinci[79], Amuri, bannera[80] d'alligrizza. Vi fazzu, 'ngnura[81] zita, la bon'ura, Cu ssa facciudda[82] di 'na ninfa antera[83] Aviti li vranchizzi[84] di la luna, E lu sblennuri[85] di 'na nova sfera[86]; Aviti un garzuneddu ca v'adura, Ch'è chinu di biddizzi di primera; Gesù lodatu sia ca junci ss'ura, Si junci tu stinnardu[87] e la bannera. 'Ngnura zita, vi fazzu la bon'ura, Facci 'nfatata di ninfa sirena, Ccà[88] cc'é lu vostru zitu chi v'adura, Chinu di fantasia tuta sirena: 'Ntra ssu pittuzzu portati la luna, E 'intra li manu lu suli, Gna Mena[89], E sia ludata 'sta jurnata e 'st'ura, Guditivi lu munnu sanza pena.
Più spesso il seduttore è il damo stesso, come in un canto popolare piemontese inedito, il quale io pubblico qui non perchè, secondo la variante del Nisard,
Il faut de l'inédit, n'en fût-il plus au monde,
ma perchè questo dialogo in versi fra il pretendente e la dama, goffo com'è, rende ad evidenza i rozzi amori delle campagne piemontesi, dove spesso una crollata di spalle od uno sgarbo simigliante della ragazza che accompagni un suo sorriso è un'eloquente maniera d'invito. Si cantava, un tempo, a Riva di Chieri, nella prima visita che il giovine faceva alla stalla della ragazza. La ragazza finisce con una risposta insolente, dove accenna, come se ella ama poco, egli ama punto, dopo la quale, probabilmente, ella si ritirava ridendo, e col suo riso, impegnava l'amante al ritorno:
— Bela fìa d'l faudal rigà, Seve cuntenta che 'l me braie a tucu vost faudà? — El me faudà l'è d' canavassia, Venta tuchelu cun bela grassia. — Oh bela fìa, stala fr'sca l'eva ant la sìa? — A sta fr'sca e dulenta. — Si turneisa n'autra seira, sariive cuntent? — O cuntenta, o no, p'r na volta venta nen di che d'no. — O bella fìa, chi sei tant bin risponde, L'acqua d'l mar va a bell'unde. — O bel unde, o bei saut, Mì sai rispunde sussì e d'autr. — Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia? — La mia füssa parei d'la vostra savrìa deve risposta. — Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia? — La mia l'è sut al tavul, la vostra l'è a ca d'l diavul[90].
Negli Apennini liguri, gli innamorati cantano la seguente canzone, che io ricevo dalla gentilezza del Celesia: la fanciulla non vuole aprire all'amante ma al fidanzato; perciò il giovine promette ritornare il giorno dopo con l'anello. Se non sia intieramente opera di popolo, questa canzone spira tutta la grazia e naturalezza dei canti popolari:
— Chi picca la mia porta? Chi l'è che picca lì? — L'è il vostr'amant, Maria; Vi prego in cortesia, Bella, vegnì a dervì[91] — V'ho mai dovert[92] a st'ora, Nanca vi vôi dervì[93]; Son scalza, in camisola, Mi[94] dentro e voi di fora, Sté[95] lì fin che l'è dì. — La porta di voi, bella, Mai più la vederò, Me fate[96] un gran disdegno, Lo porterò per segno, Fin che scamperò. — Se vú mì bandonate, Mì 'm morirò d' magon[97]; Ma 'm[98] preme il mio onore Tant come il vostro amore; Abbié[99] un po' compassion. — Se il raggio della luna Splendesse come il sol, Mì vorris scriv[100], Marìa, La vostra scortesìa In lod del vostr'onor. — Vi las la bonasira[101]; Diman ritornerò; Vi porterò ú anello[102] Tutto dorato e bello; Con quel vi sposerò.
Dalla lingua adoperata in questo canto mi parrebbe che esso fosse passato in Liguria dal Monferrato, mentre poi vi spira dentro un'aura di serenata provenzale.
Nel Canavese è popolarissima una canzone che chiamano _Martina_, la quale cantata forse, in antico, da un così detto _Martino di Madonna_ che tornava dalla fiera con un dono per la sua innamorata, o per il padre di essa, si ripete ora innanzi alla porta delle stalle dai giovani pretendenti e dalle ragazze che vi sono ricercate, chiamate _le vioire_ ossia _le vegliatrici_. È una gara di canto. Vi sono strofe obbligate che tutti sanno a memoria; ve ne sono altre intermedie che conviene improvvisare; se quei di fuori, cioè i giovani, s'arrestano nel canto e non trovano più la via di continuare, non pure non viene loro aperto l'uscio dalle vegliatrici, ma essi si raccomandano alle gambe per non lasciarsi riconoscere e per evitare il ridicolo; se, invece, s'imbrogliano le vegliatrici, i giovani irrompono nella stalla, urlano e sghignazzano per la riportata vittoria.
Quindi si danno liberamente a corteggiar le loro dame; ma se, mentre essi corteggiano, arriva un'altra brigata di giovani per cantar _Martina_ e dal canto escono pur questi con onore, si apre alla nuova brigata ed i primi venuti se ne vanno, per la necessità di obbedire al proverbio canavesano che dice: _chi ch'a l'a môt ch'ansaca_[103]. Ecco ora le strofe obbligate della canzone _Martina_; prima delle ultime due strofe vanno le improvvisate, le quali possono essere molte o poche, secondo la pazienza od impazienza degli innamorati[104]:
_I giovani_: Oh! buña seira, vioire, Corpo d' mi! buña seira. Oh! buña seira, vioire, O vioire, buña seira.
_Le giovani_: Chielu ch'a j'è lì d' fora? Corpo d' mi, chi ch'a j'è lì? Sangh d' mi; chi ch'a j'è fora? Chielu? chi ch'a j'è lì?
_I giovani_: I sun Martin d' Madona, Corpo d' mi! i sun Martina, I sun Martin d' Madonna Sangh d' mi! Martin Martina, _Le giovani_: Duv sestu stait, Martina? Corp d' mi! duv sestu stait? Duv sestu stait Martina? Sangh d' mi! duv sestu stait?
_I giovani_: A la gran fera, vioire, Corpo d' mi! a la gran fera, A la gran fera, vioire, Sangue d' mi! a la gran fera,
_Le giovani_: Cos l'astu cumprà d' fera, Corp d' mi! cos t'as cumprà? Cos l'astu cumprà d' fera, Sangh d' mi! cos t'as cumprà?
_I giovani_: Un bel caplin, vioire, Corp d' mi, vioire, ün caplin. Un bel caplin, vioire, Sangh d' mi! vioire, ün caplin.
Le vegliatrici seguono a domandare col canto come sia ornato il cappello, quanto costi, a chi sia destinato: se i giovani rispondono finalmente che esso va al padrone della stalla, le vegliatrici per lo più si dichiarano contente; allora i giovani ripigliano:
_I giovani_: Dörbimi l'üss, o vioire, Corpo d' mi, dörbimi l'üss, Dörbimi l'üss, vioire, Sangh d' mi, dörbimi l'üss.
_Le giovani_: Eco düvert, Martina, Corpo d' mi, l'üss è düvert, A l'è düvert, Martina, Sangh d' mi, l'üss è düvert.
Il canto era già caro agli innamorati romani, come parmi rilevare dal _Curculion_ di Plauto[105]; ma in Toscana, particolarmente, l'amore visse e vive di canto. Nel mese di maggio, altrimenti chiamato mese degli amori, mese degli asini[106], _mensis hilaritatis_, si festeggia qui la natura che si rifeconda e il canto viene ad accompagnare questo allegro ridestamento; e poichè il mondo vegetale e l'animale si danno vita reciproca, si benedice ai campi e si preparano nuove spese, si porta in giro un albero fronzuto, il così detto _maio_, carico di fiori e frutte, come segno che la natura è ridesta, e si pianta innanzi all'uscio delle belle come augurio di una fecondità novella. Ma in Italia è difficile immaginare una festa senza suoni e canti; in Toscana, ove il maggio si festeggia, cantano pure il maggio, e maggio, per l'appunto, si addimanda questa canzone. A San Romolo, paesello, che dista due sole miglia dal luogo in cui scrivo, il primo di maggio, usavano raccogliersi sotto un padiglione dodici garzoni e dodici fanciulle per cantare il maggio; in altre parti della Toscana e nel Perugino, usano i maggiaiuoli andare attorno in brigata, di casa in casa, presso le varie innamorate, che discendono a regalarli di uova, formaggio, berlingozzi, rinfreschi e simili presenti. Il Tigri[107] riferisce due delle antiche canzoni che si cantano per calendimaggio, ossia il primo giorno di maggio; la seconda soltanto fa all'oggetto nostro ed è questa:
Or è di maggio, e fiorito è il limone; Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami; Ora è di maggio che fiorito è i fiori; Noi salutiamo di casa il padrone. Salutiam le ragazze co' suoi dami. Salutiam le ragazze co' suoi amori.
Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da giuochi; così era in Francia[108]; così ancora in Sardegna e particolarmente ad Ozieri. «I giovani d'ambo i sessi si adunano e siedono in circolo innanzi alla casa d'uno di essi; allora ricopronsi d'un bianco lenzuolo, e collocano in mezzo a loro un canestro in cui ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio. Eseguito il deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la giovinetta s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che compongono il giuoco, intuona una strofa d'una canzone così concepita:
Maju maju beni venga Cun totu su sole e amore Cun s'arma e cun su fiore E cun sa margaritina.
Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento, finita la quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il proprietario è designato ad accettare il voto e la felicitazione. La cantatrice ripetendo poi la strofa primiera, a quella ne aggiunge un'altra di funesto presagio, che si rivolge e devesi accettare dalla persona, il cui oggetto è contemporaneamente tratto dal canestro. Continuando il giuoco in questa maniera sino alla perfetta mancanza di oggetti, ne avviene che mezza l'assemblea è favorita, l'altra maltrattata»[109].
Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro agevola, parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto originale. I tedeschi dicono: _einen Korb geben_, ossia _dare un corbello_[110] per rifiutare e particolarmente dare un rifiuto di matrimonio. È probabile che, in un giuoco di sorte, simile a quello che si fa in Sardegna, si lasciasse qualcheduno dei giovani senza regali, ossia col canestro vuoto.
Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per fine di matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori; mi giova ora ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia e qual luogo li favorisca meglio.
Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.
La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la prima conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano o si spanna il granturco; si conferma l'inverno nelle calde stalle. Nel Pesarese, per esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza, e si gingilla con essa dichiarando il suo amore alla ragazza, con una di queste tre formole quasi consacrate «_A vlet donca to' marit?_[111]» _V' piac'ria la mi' persona?_[112]» «_V' piac'ria chesa nostra?_[113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e, avvolgendosi attorno alle dita le fettuccie dello _zinnale_ o copriseno, risponde, secondo la sua varia modestia e voglia, con un «_magara fussa!_[114]» oppure con un «_Santit mal bab o malla mama_[115]».
Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro[116], nella vigilia di Natale o dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di castagne, di pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un giovanotto offre frutta, accetta dalle mani di lui qualche cosa, si intende che accetti anche di amarlo.
Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle vendemmie, si elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato della chiesa. Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata una ragazza, l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa; e quando ella esce, con un colpo di gomito, le fanno intendere come sospirano per essa.
Non di rado ancora le ragazze si attirano dietro i giovani, quando muovono vestite pomposamente nella processione del _Corpus Domini_. E queste nostre processioni mi richiamano in mente la descrizione che ci fa Senofonte Efesio delle nozze di Abrocome ed Anzia. «Celebravasi la festa di Diana, solennità del paese, andandosi dalla città al tempio, per lo spazio di sette ottavi di miglio. Era d'uopo che gissero in processione tutte le donzelle di quella contrada, sontuosamente adorne ecc.... Poichè costumanza era in quella ragunata di trovare gli sposi alle pulzelle e le donne ai garzoni»[117].
Ma dove l'amore piglia più spesso radice è nelle stalle. Ordinariamente, quando il giovine vi entra, sa già quello che va a cercarvi; ma rimane, per contro, ancora incerto, se la ragazza da marito, o _mariora_, come in Piemonte la chiamano, lo voglia o no. Per non esporsi alla vergogna di un rifiuto, egli manda alcuna volta innanzi il così detto _messaggiero d'amore_.
NOTE:
[55] Vedi, in questo libro, il capitolo che s'intitola: _L'autorità del padre e del fratello nelle nozze_.
[56] Presso Orelli ed Henzen si trovano iscrizioni le quali ricordano mogli romane morte a 13, a 12 ed anche ad 11 anni. Trovo poi nelle _Petri Excerptiones_, come la fanciulla poteva a sette anni venir fidanzata e a dodici sposarsi. La stessa età per le promesse è fissata da MODESTINUS, _Differentiarum_, 4.
[57] Dovevano informarsi di certo a tale diritto gli _Statuti di Lucca_, editi a Lucca nel 1539, i quali concedevano la facoltà di menar moglie, quantunque non matura.
[58] CESARE: «Intra annum vero XX feminæ notitiam habuisse in turpissimis habent rebus.»
[59] Nell'editto di Liutprando, art. 112, ediz. Baudi di Vesme e Neigebaur, leggo: «_De puella unde antea diximus, ut non ante XII annos legitima sit ad maritandum, sic modo statuimus, ut non intrante ipso duodecimo anno, sed expleto, sit legitima ad maritandum. Ideo autem hoc diximus, quia multos intentiones de causis istais cognovimus, et apparuit nobis immatura causa sit ante expletos duodecim quod annos._»
[60] Vi furono tuttavia eccezioni.
[61] A questo ideale s'accosta il proverbio palermitano: «_Omu di vintottu e fimmina di dicidottu._» Termine estremo specialmente per la donna, poichè un altro proverbio, pure palermitano, soggiunge: «_Figghia di dicidott'anni, maritala o la scanni._» Ciò non toglie naturalmente che donne di maggior età in Sicilia non si maritino, e poichè mi trovo col discorso a Palermo, mi piace riferire la descrizione assai lepida che fa Ricordano Malaspini, o chi per lui, nella sua _Storia Fiorentina_, del matrimonio e parto di Costanza, madre di Federico II:
Il papa Clemente «trattò con Costanza sirocchia del re Guglielmo che era monaca, e d'anni 50, e fecela uscire del monastero, e dispensò ch'ella potesse essere al secolo e usare matrimonio. E occultamente la feciono partire di Sicilia e venire a Roma; e la chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo imperatore. Onde appresso ne nacque colui che poi fu chiamato Federico secondo imperatore, che tante persecuzioni fece alla chiesa, indi dietro, e non senza giudizio di Dio essendo nato da monaca sacrata e d'età d'anni 50; che era quasi impossibile a natura di femmina di partorire figliuolo. E troviamo che quando la detta Costanza imperatrice era gravida del detto Federico, si sospettava per il paese, che per la sua antichità non potesse avere figliuoli nè essere grossa. Onde s'ordinò ch'ella partorisse nel mezzo della piazza di Palermo sotto un padiglione. E si mandò bando: che quale donna volesse andare a vedere, potesse. E assai ve ne andarono e vidonla; così cessò il sospetto.»
[62] Si confrontino nelle novelline, gli allievi e le allieve delle fate, che non dovevano mai vedere alcuno e star di continuo nelle tenebre, fino al dì delle nozze; il fondo di tali novelline è evidentemente mitico, e allude ora al sole, ora all'aurora che escono dalla notte.
[63] _La suegra del diablo_ presso i _Cuentos y poesias populares Andaluces_, raccolti dal Caballero:
Yo te quisiera querer Y tu madre non me deja El demonio de la veja En todo se ha de meter.
[64] Ib.
Aunque pongan a tu puerta La artilleria real, Y a tu padre de artillero, Con tigo me he de casar.
[65] Atto 4.º, scena 6.ª.
[66] Fra gli altri si canta questo rispetto un po' ardito:
Fior di mentuccia Pigliam lo scoppietto e andamo a caccia Per dar l'uccelletto a Mariuccia.
Più assai decente un canto-serenata, che gli amanti nell'Abruzzo teramano vanno accompagnati da chitarra o cornamusa a cantare sotto le finestre delle belle ed incomincia:
Luna di notte e sol di mezzogiorno, Stella Dïana e paradiso eterno, ecc.
[67] Zitella, e qui, particolarmente, fidanzata.
[68] Damigella, donzella, in accordo col damo, che è fidanzato.
[69] Fiore.
[70] Bellezza.
[71] Squaglia.
[72] A stilla a stilla.
[73] Bello.
[74] Codesta.
[75] Piccola mano.
[76] Bionda treccia.
[77] Quando.
[78] Si ingaggierà, si impegnerà.
[79] Spiega o spingi.
[80] Bandiera.
[81] Signora.
[82] Faccietta.
[83] Altiera.
[84] Bianchezze.
[85] Splendore.
[86] Di un sole nascente.
[87] Lo stendardo.
[88] Qui.
[89] Signora Filomena.
[90] Reco qui la traduzione italiana:
— Bella fanciulla dal grembiule a strisce, Siete contenta che le mie brache tocchino il vostro grembiule? — Il mio grembiule è di canevaccio, Convien toccarlo con buona grazia. — Oh! bella fanciulla, sta ella fresca l'acqua nella secchia? — Ella sta fresca e dolente. — Se io tornassi un'altra sera, sareste voi contenta? — O contenta o no, per una volta, non conviene dir di no. — — O bella fanciulla, che sapete tanto bene rispondere, L'acqua del mare va a bell'onde. — O bell'onde, o bei salti, Io so rispondere questo ed altro. — Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio? — Se il mio fosse pari al vostro, saprei darvi risposta. — Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio? — Il mio è sotto il tavolo, il vostro è a casa del diavolo.
[91] Venite ad aprire.
[92] Aperto.
[93] Neanche vi voglio aprire.
[94] Io.
[95] State.
[96] Mi fate, o pure, secondo la lezione del Celesia, m'è fatt, cioè, mi è fatto.
[97] Dolore, crepacuore.
[98] A me, mi.
[99] Abbiate.
[100] Io vorrei scrivere.
[101] Vi lascio la buonasera.
[102] L'anello.
[103] Chi ha macinato, insacchi. Io debbo questi particolari al signor A. Bertolotti che primo pubblicò la canzone _Martina_ de' Canavesani nelle sue geniali _Passeggiate nel Canavese_. — Vengo pure avvertito come nel Pesarese, a Fenestrelle e in Calabria usino canti improvvisi in occasione di nozze; ma non sono riuscito a procurarmene.
[104] La traduzione italiana suona così:
— Oh! buona sera, vegliatrici. Pel corpo mio, buona sera. Oh! buona sera, vegliatrici, Vegliatrici, buona sera.
— Chi è egli che c'è lì fuori? Pel corpo mio, chi c'è lì? Pel sangue mio chi c'è egli fuori? Chi è egli? chi c'è li?
— Io son Martino di Madonna, Pel corpo mio, io son Martina, Io son Martino di Madonna, Pel sangue mio! Martino Martina!
— Dove se' tu stato, Martina? Pel corpo mio, dove se' tu stato? Dove se' tu stato, Martina? Pel sangue mio, dove se' tu stato?
— Alla gran fiera, o vegliatrici, Pel corpo mio, alla gran fiera, Alla gran fiera vegliatrici. Pel sangue mio, alla gran fiera.
— Che hai tu comprato per la fiera, Pel corpo mio, che hai tu comprato? Che hai tu comprato per la fiera? Pel sangue mio, che hai tu comprato?
— Un bel cappellotto, vegliatrici, Pel corpo mio, vegliatrici, un cappellotto, Un bel cappellotto, vegliatrici. Pel sangue mio, vegliatrici, un cappellotto.
— Apritemi l'uscio, vegliatrici. Pel corpo mio, apritemi l'uscio, Apritemi l'uscio, vegliatrici, Pel sangue mio, apritemi l'uscio.
— Ecco aperto, Martina, Pel corpo mio, l'uscio è aperto, Esso è aperto, Martina, Pel sangue mio, l'uscio è aperto.
[105] Phaedromus s'accosta alla porta della vergine Planesium e canta: «_Quid si adeam ad fores atque occentem?_» Palinurus: «_Si lubet; neque veto, neque, jubeo, etc._» Phaedromus: «_Pessuli, heus, pessuli! vos saluto lubens, vos amo, vos volo, vos peto atque obsecro, Gerite amanti mihi morem amoenissimi, etc._» Sembra una delle nostre serenate.
[106] A motivo del loro caldo negli amori, che li rende pure filarmonici alla loro maniera. I Romani nelle calende, e none di maggio, sacrificando al Dio lare, incoronavano di pani un somarello, probabile simbolo di fecondità.
[107] _Canti popolari toscani_, 2.ª edizione.
[108] Ciò appare da una nota di Benedetto Curzio al quinto _Arresto d'Amore di Marziale d'Alvernia_, ricordata dal Minucci, in una sua lunga nota al _Malmantile_ del Lippi: «_Prima die maii mensis juvenes pluribus ludis ac jocis sese exercere consueverunt, arborem sæpenumero deportantes, ac in loco publico, aut etiam ante alicujus egregii viri januam, vel frequentius amicae fores plantantes, vestitam nonnunquam promiscuis adamantibus, intersignis atque emblematibus._» L'uso de' maggi, è, del resto, popolarissimo in Francia ed in Germania.
[109] LUCIANO, _Cenni sulla Sardegna_.
[110] L'espressione italiana _corbellare_ ha un senso somigliante, e proviene da corbello; corbelli o tasche chiamano in Toscana i testicoli; così pure l'espressione analoga _minchionare_.
[111] _Riv. Europea_, anno V, vol. I, fasc. I, pag. 90.
[112] Volete dunque toglier marito?
[113] Vi piacerebbe la mia persona?
[114] Vi piacerebbe la casa nostra?
[115] Magari fosse!
[116] Sentite il babbo mio o la mia mamma.
[117] _Gli amori di Abrocome e d'Anzia_ volgarizzati da Anton M. Salvini. Pisa, 1816.
V.
Il messaggiero d'amore.
Lasciando stare i cigni, le colombe, gli sparvieri, gli uccelli insomma della leggenda popolare, che portano le novelle agli amanti, messaggiero d'amore, sensale, mezzano[118], baccelliere[119], marussè[120] o malossè[121], camerata[122], ruffiano[123], domandatore[124] sono varii appellativi, che si danno in Italia al procuratore di matrimoni[125], il quale talvolta si confonde pure col paraninfo, di cui avremo occasione di ragionare nel secondo libro di quest'opera.
A me piace notare fra gli altri il titolo di baccelliere[126], per l'etimologia significativa della parola. Poichè baccelliere viene da _baculus_, e ricorda, per l'appunto, il bastoncello degli antichi ambasciatori, a incominciare dal caduceo di Mercurio, l'ambasciatore degli Dei. Il _bazvalan_, ossia procolo de' Bretoni[127], ed i procoli ungheresi, portano ancora tali bacchette, ornate di nastri e fiori, quando muovono a fare la domanda della sposa. Presso i Bretoni, l'ufficio di _bazvalan_ è un privilegio de' sarti, i quali vi mettono zelo singolarissimo. Essi devono sapere tutta la storia della famiglia del pretendente e ridirla, al caso, come pure avere notizia di tutte le sue sostanze. Il _bazvalan_ combina le nozze con la madre della fanciulla, fa gli inviti per le nozze medesime, ed assiste ad esse, come personaggio principale. Nell'India antica, talvolta erano due compagni o parenti del garzone che facevano da procoli presso il padre della fanciulla; talora era il _guru_ o maestro spirituale del giovine.
Così da noi, specialmente nelle campagne, non di rado, il procolo è il parroco od il prete confessore.