Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore

Part 3

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Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il laccio o la cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del principio s'hanno a trovare in fine, e quello che è sopra deve passar sotto. E qui sta, m'ha detto una buona donna di quel comune, il miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e Salaparuta ogni fanciulla _corta di sorte_ raccoglie un fiore, detto perciò _Ciura di S. Giovanni_, gli abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone in un buco all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua, altrimenti egli o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo questo fiore è un piccolo carciofo selvaggio[43], in Assoro e in Belpasso un quissimile, ma in Belpasso lo si mette sui forni invece che in un buco qualunque. A Monte S. Giuliano (l'antico Erice, prov. di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni ragazza getta dalla sua casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio finchè altri la raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà questo un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la ragazza che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella morrà nubile. Nè questa maniera di trarre auspicii è solamente per San Giuliano. Se ci fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa. Quivi le donne, sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro intenzione, la _novena_ a San Giovanni. Al nono giorno, si mettono in via a sentir parole che eventualmente il primo incontrato dirà. Le prime parole che udranno saranno indizio se l'oggetto per cui han fatto la novena sarà o non sarà per avverarsi. A mo' d'esempio, sentiamo a dire: _nenti, nenti, è inutili_; oppure _mmalidittu ddu jornu_, ovvero _sunu perduti li spisi_, e allora diranno: la cosa non avverrà, non può avvenire.»

A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i tarocchi, e poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte, dicendo: uomo, bell'uomo, mercante, ladro, spia. Se quando passa il due di spade, si dice bell'uomo, è segno che si sposerà un bell'uomo, se si dice spia, è segno che si sposerà una spia, e così di seguito. Il giuoco si fa pure con una variante per sapere se si è amati: si dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne vuole; la parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo, lo si distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice dell'altra mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi si guarda come il capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno che il damo vuol bene (si può confrontar qui la prova che si fa nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo); se nè si rizza nè si distende, l'amante non è caldo, se rimane disteso, l'amante è intieramente freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San Giovanni si fanno tre lettere col nome che si vuole, ma differente per ciascuna lettera, che si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si mettono le tre lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in quella lettera che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a Venezia la prova del piombo, o quella della chiara d'uovo che le somiglia, ed anche quella della pantofola, che si getta giù dalla scala; mancano tanti anni al matrimonio quanti sono gli scalini che la pantofola ha passati andando giù, onde le ragazze mettono ogni arte nel buttar con la punta del piede la pantofola perch'ella ritorni allo scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un vaso, lo si inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si trova bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è bello, lo si lega con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul balcone, perchè si vegga quale fortuna sta per toccare alla fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di quelli che passano la mattina di San Giovanni, e si fa pure una prova simile a quella toscana e siciliana delle fave[44]. La prova de' fagiuoli riunisce insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si buttano ad uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:

Fasiol, bel fasiol, Va più lontan che ti pol; Va più lontan del mar, Dime 'l nome de quello che m'à da sposar.

Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che si deve sposare.

Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino questo santo:

Sant'Agustin de l'abito, Santo sè e santo sarè, La mia fortuna vu la savè; De la del mar, de qua del mar, Diseme 'l nome che m'à da capitar.

Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si ode rammentare sarà quello dello sposo futuro.

In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia alle ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice[45]. Una simile credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie; lo rammenta pure S. Farina, nel suo _Tesoro di Donnina_.

Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc[46], la vigilia di San Giovanni tre ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un pasticcio, che insieme fanno cuocere e dividono a caso in tre parti; le quali mangiano. Vanno quindi a dormire e sognano la notte inevitabilmente un giovane che muove alla lor volta con una dolcissima bevanda; quello è il giovine destinato a menarle all'altare. È chiara la somiglianza di quest'uso con quelli di Calcinaia sopra riferiti; un altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi; ma io temo che il Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero. Secondo questo viaggiatore e dotto francese, le ragazze svedesi compongono a San Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali sempre l'_hypericum_ o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto il guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno, avverrà. Non sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio significato? e che dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori si disegni alle fanciulle svedesi il loro destino?[47].

Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai quali allude pure il canto popolare:

La sorte gettai per provarti E la mia sorte mi disse che moglie ti pigli:

ed una prova sarebbe accennata in questo distico:

La mia mano ha ben presa la tua tenera mano, Quest'è segno buono ch'io ti farò compagna[48].

Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi _Quadri della Grecia Moderna_[49], ci ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai quali ricorrono le fanciulle greche. «San Giovanni, egli scrive, è per queste ragazze quello che San Nicolò è per le giovani di molti paesi d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre fanciulle _per condurre ad onor lor giovinezza_, facendo il miracolo del pomo d'oro, venne generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più che difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo in paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le zitelle dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo, riunisconsi insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia nell'aperto de' campi, con un bel pomo in mano, che però è meno bello delle fiorite lor guance; e la prima cura in cui si occupano dopo qualche colloquio amichevole, o qualche giuoco innocente, è di farsi recare dell'acqua da un secchio, o da una sorgente. La persona ch'è incaricata di tale uffizio non deve proferire alcuna parola, ed è perciò che quell'acqua è detta _acqua secreta_. Avuta che la s'ebbe, se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette il suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa operazione, lo collocano sopra la terrazza della casa, o su d'un luogo elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria libera durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del santo, voi vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e trepidezza inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri della chiesa; ned è a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue compagne. Postesi in ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e divota preghiera a San Giovanni, la quale in conclusione non è che una invocazione ad Amore. Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il misterioso vaso pieno d'acqua, che vien portato con somma precauzione; tosto che l'hanno dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo aprono e ciascuna alla sua volta prende un po' di quell'acqua secreta per versarla in un piccolo vaso, nel quale pone anche il pomo che il giorno addietro aveva tuffato nel vaso maggiore; e fatti tre segni di croce sì sopra l'uno che l'altro dei due recipienti, comincia così ad apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo Giovanni! fa che s'io debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non deve essere mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che pronunciò questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e tenendo i pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle sue compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi, non manca mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso giorno di san Giovanni pongono in opera un altro mezzo, oltre quello del vaso pensile; e consiste nel lavarsi il volto con quell'acqua secreta, in cui dev'essere già stato immerso il pomo di ciascuna; poco dopo si conducono in istrada, se chiuse erano in camera, o nel paese, se in campagna; strano è poi il primo nome di un giovine che sentan a pronunciare, sia quello che debba essere il loro sposo.» Il dottor Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per assicurarsi se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il petalo scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato sul braccio non avesse scoppiato.

Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di volerlo fare suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è proprio dei figli e delle nuore[50]. Un moto singolare del braccio avverte il re Dushyanta dell'avvicinarsi della sposa nella _Çakuntalâ_ di Kâlidása. I moti del corpo seguono quelli dell'anima; nell'India e in Russia, si crede ancora che l'uomo provi il bisogno di starnutare quando una donna pensa a lui.

In Italia si dice: «_Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno regalato o mortificato._» A me sembra, per cagione del buon senso attribuito ai proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la mortificazione che segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore[51] fatta da chi non credeva alla sincerità del primo proverbio. Gli augurii poi che accompagnano fra noi l'uomo che starnuta, i _prosit_, le _felicità_, i _Dio ti prosperi_, i _bonheur_, gli inchini che accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono, come parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo starnuto come una benedizione.

I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica, ed avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di qualsiasi caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello starnutare. Ma io non so allora perchè non si farebbero simiglianti augurii per colui che ha un accesso di tosse, per dire d'un caso molto più pericoloso.

Stimo invece veramente che si avesse lo starnuto come avviso profetico, e interpreto pur questa credenza col mito del tuono. Il tuono è uccello di buon augurio, è il gallo che canta e farà piovere, nella mitologia vedica[52]; è insomma il nunzio della pioggia; l'uomo suscitato da Prometeo, nella mitologia ellenica, si fa sentire per mezzo di uno starnuto: ora Prometeo è un eroe tutto solare e congiunto ai fenomeni del cielo tempestoso. Raffigurato il tuono come uno starnuto del Dio, si potè agevolmente dare anco allo starnuto, in genere, la virtù di presagire. In Oriente, lo starnuto, specialmente del re, viene accompagnato da preghiere; per i Greci e per i Latini, era una specie di oracolo. È noto il culto che ebbe ne' paesi germanici il tuono e come vi si denominasse dal medesimo il giorno che noi sacrammo pure a Giove tonante, ossia il giovedì (_Donnerstag_). Perciò il giovedì rimase per i Tedeschi devoti alle antiche loro credenze, giorno di riposo[53] e di festa; ma il giovedì, il giorno del tuono, viene essenzialmente prescelto per compimento delle nozze, e i contadini tedeschi chiamano una bella fanciulla da marito _granata del tuono_[54]. Giove tuona, Giove starnuta, Giove benedice; il giorno sacro a Giove è ancora sacro a Giunone arbitra di matrimoni, ossia sacro alle nozze; Giove starnuta; Giove si sposa, l'uomo starnuta; dunque una donna ha pensato a lui; non altra origine parmi che si possa attribuire più probabile alla superstizione indiana e russa, e in parte pure italiana. Poichè, non conviene obbliarlo, se i creduli sono da compatirsi, se la credulità umana è deplorevole, l'origine della credenza ha quasi sempre un significato naturale che appaga la ragione. Ora io non so se ho precisamente indovinato qui le fonti del proverbio italiano, che riguarda lo starnuto, ma son contento di questa breve digressione che mi porge opportunità di raccomandare ai nostri raccoglitori e comparatori di proverbi la maggiore importanza ed utilità che avrebbero le loro fatiche se di alcuno dei proverbi omai messi tutti insieme (gli essenziali al meno), si muovessero finalmente a rintracciare quello che più ci rileva, cioè la loro origine mitica e storica.

NOTE:

[25] Cfr. _Atharvaveda_, VI, 89.

[26] Cfr. Weber _Indische Studien_, V.

[27] Cfr. Schönwerth e Weinhold citati dal Weber negli _Indische Studien_.

[28] Cfr. Gelli, nella _Sporta_, atto 5.º, scena 5.ª «Io ti so dir, Lapo, che tu avevi digiunato la vigilia di Santa Caterina, a tor la moglie che tu avevi tolta.»

[29] _Corniscarum divarum locus erat trans Tiberim cornicibus dicatus, quod in Junonis tutela esse putabantur._

[30] _Accipitrum genera sexdecim invenimus; ex iis Egituum claudum altero pede prosperrimi augurii nuptialibus negotiis. Hist. Nat, X. 8._

[31] _Nihil fere quondam majoris rei nisi auspicato, nec privatim quidam gerebatur. Quod etiam nunc auspices nuptiarum declarant, qui re omissa nomen tantum tenent._

[32] «A portare i fuscelli per fare il nido.»

[33] VII, 38.

[34] Vedi, nel secondo libro di quest'opera, il capitolo che s'intitola: «Gli sposi incoronati.» — L'uso medesimo della focaccia con le fave, esisteva pure in Francia, secondo Chéruel, _Dictionnaire historique des institutions, Meurs et Usages de la France_. «Il etait d'usage, depuis un temps immémorial, et par une tradition qui remontait jusqu'aux saturnales des romains, de servir, la veille des Rois, un gâteau dans lequel on enfermait une féve qui designait le roi du festin. Ce _gâteau des Rois_ se tirait en famille. Les cérémonies qui s'observaient en cette occasion, avec une fidélité traditionnelle, ont été décrites par Pasquier dans ses _Recherches de la France_ (IV. 9). Le gâteau, coupé en autant de parts qu'il y a de conviés, on met un petit enfant sous la table, lequel le maître interroge sous le nom de Phébe (Phoebus ou Apollon), comme si ce fût un qui, en l'innocence de son âge, representât un oracle d'Apollon. À cet interrogatoire, l'enfant rêpond d'un mot latin: _domine_ (seigneur, maître). Sur cela, le maître l'adjure de dire à qui il distribuera la portion de gâteau qu'il tient dans sa main; l'enfant le nomme ainsi qu'il lui tombe en la pensée, sans acception de la dignité des personnes, jusques à ce que la part soit donnée où est la féve; celui qui l'a est réputé roi de la compagnie, encore qu'il soit moindre en autorité. Et, ce fait, chacun se déborde à boire, manger et danser. Tacite, au livre XIII de ses Annales, dit que dans les fêtes consacrées à Saturne, on était dans l'usage de tirer au sort la royauté.»

[35] _Rivista Europea_ — Anno III, vol. 2.º fasc. 1.º

[36] _Rivista Europea._ Anno V, vol. 3.º fasc. 1.º

[37] Ed. Th. Vallaurius: _Quum amissa uxore aliam vellet ducere, genituras sponsarum requirebat, ipse quoque matheseos peritissimus; et quum audisset esse in Syria quamdam, quæ id genituræ haberet, ut regi jungeretur, eandem uxorem petiit...._

[38] Nella versione Tibetana tradotta dal prof. Foucaux: _Histoire du Bouddha Sakya Mouni_.

[39] Op. cit.

[40] Nel Comasco è il proverbio:

La rôsada de san Giovan La guariss tüc'c'i malann.

Vedi le _Canzoni popolari comasche_, raccolte dal dottor G. B. Bolza, Vienna, 1867; e un canto popolare spagnuolo, riferito dal Caballero (_Cuentos y poesias populares Andaluces_):

La mañana da San Juan Cuaja la almendra y la nuez, Asi cuajan los amores Cuando dos se quieren bien.

[41] Noto, 1874.

[42] Cfr. pure per lo stesso uso Avolio, _Canti popolari di Noto_.

[43] Suppongo che il Pitré col nome di _carciofo selvaggio_ intenda qualificare il _semprevivolo_.

[44] «Se tol tre amoli; uno e'l se pela tuto, e uno el se pela mezo, e uno el se lassa come ch'el xe; e se va via, e resta le amighe; e queste sconde sti tre amoli soto tre piati, uno per piato. Alora se vien fora, e se va coi i oci bendai, e se tol quel piato che se vol. Se se tol el piato dove ze l'amolo pelà, se va a star da povereta; se se va a torse quelo de l'amolo mezo pelà, se va a star cussì e cussì; e se se tol quelo de l'amolo intiero, se va a star da signora.» _Credenze popolari veneziane_ raccolte da Dom. Gius. Bernoni; Venezia, Antonelli. 1874

[45] Da un articolo di Clemet-Mullet, pubblicato nel N. 56 della _Revue Orientale et Américaine_.

[46] _La Baltique._ Paris, Hachette.

[47] Si confrontino gli otto acervi dell'uso indiano, nel capitolo: _Gli sposi si provano_, in questo medesimo primo libro.

[48] Vedi TOMMASEO, _Canti greci_.

[49] Firenze, 1876, terza edizione, pag. 327-329.

[50] Vedi _Mahàbhàrata_, vol. 1, 5873-5875.

[51] Tuttavia era già romana la superstizione che fosse di cattivo augurio lo starnutare di primo mattino, e di buono invece lo starnutare nel pomeriggio.

[52] Vedi le mie _Fonti vediche dell'Epopea_.

[53] Quindi venne l'uso nostro di far riposare gli scuolari il giovedì.

[54] Vedi ROCHOLZ, _Deutscher Glaube und Brauch_, vol. 2, pag. 42. Berlino, 1867. Le granate, con le quali la tradizione popolare si rappresenta le streghe, appartengono evidentemente al medesimo mito.

IV.

Come si fa l'amore.

Sull'amore fu scritto tanto, dal Cantico dei Cantici a Stendhal. E pure il capitolo che io metto qui era ancora da scriversi. Io so che, dal più al meno, l'amore è sempre il medesimo, in sostanza; ma, nella forma, varia assai; e variano poi non poco fra loro l'amore per l'amore e l'amore pel matrimonio. Io mi lascio qui occupare da quest'ultimo soltanto.

A quale età incominciano gli amori? Non parlo degli erotici, ma di quelli che hanno per fine il connubio. La questione, presso di noi, è risolta dalla sola fanciulla; appena ella sia matura, le si può permettere d'incominciare a far l'amore.

Ma nell'India antica, ove si facevano spose di otto anni, nell'India odierna, ove si usa fidanzare le figlie a cinque o sei anni, sebbene si consegnino al marito solo fra i dieci o dodici anni, ossia soltanto dopo che abbiano dato segni di fecondità; presso i turchi ove si destina la fanciulla a tre o quattro anni, per consegnarla a dodici o tredici: nel Kirmàn, ove si promettono le fanciulle a nove anni e a tredici si sposano, non rimane evidentemente alle fanciulle nessun tempo per fare all'amore. E, in genere, si può dire che ove l'autorità paterna preme troppo la famiglia, non hanno luogo innamoramenti che conducano a nozze.

Presso i Serbi la fanciulla viene fidanzata, prima di essere matura alle nozze; ella obbedisce quindi al destino che le fa il padre. Il padre dispone pure della fanciulla tra i russi; e lo stesso avveniva nella società romana, ove la tirannide paterna era il solo governo della famiglia[55].

Il matrimonio si combinava dai parenti, che facevano gli sposi prima di innamorarli[56].

Se molti pertanto di tali matrimoni si fanno ancora tra noi ne ha colpa il diritto romano[57]. Il diritto germanico portava invece altra libertà; i Germani si sposavano assai tardi; anzi, avevano per cosa turpe che un uomo conoscesse donna innanzi ai vent'anni[58]; questo voleva dire, che, prima di imporsi un legame, l'uomo doveva sentirsi libero e liberamente imporselo. Nè ad una donna era concesso, innanzi alla sua maturità, nè fidanzarsi, nè essere fidanzata. Il diritto longobardico prescriveva i dodici anni compiuti[59]. Anche la Brunilde dell'Edda aspetta i suoi dodici inverni per darsi uno sposo. In Francia, non prima dei dodici anni, poteva una fanciulla essere sposata. In Grecia, non prima de' quindici[60]; Platone, poi, nelle _Leggi_ e Aristotile nella _Rettorica_, fermano come età giusta per i maritaggi, alla donna quella che passa fra i sedici e i diciotto; all'uomo quella che cade fra i trenta e i trentacinque anni[61]; convien dire, che quell'ideale de' due filosofi rispondesse alla consuetudine già viva tra la gente più ragionevole e temperata. Così, nell'India, mentre sappiamo che l'uso esisteva di fidanzare bambini e di sposare i figli giovanissimi, il _Sahityadarpan.a_ viene fuori con una sentenza moderatrice dell'uso: «L'uom saggio come penserà alle donne, innanzi di aver terminato il suo tempo? il sole non manifesta il rosso vespertino innanzi d'aver percorso l'intiero mondo».

Per tal modo, ora vediamo l'uso diventar legge e confermare; ora la legge diventar uso e riparare.

In Italia, a dispetto del diritto romano, le fanciulle innanzi di andar a marito, vogliono far all'amore, e in nessun paese forse si ama di più che fra noi, io non dico certo con maggior forza, ma intendo con maggior facilità, varietà e gaiezza. Qui ed in Grecia e un tantino pure in Ispagna i fidanzati si amano cantando; vi è strepito e vi è pompa ne' nostri amori; perciò i nostri amori si prestano agevolmente a venir descritti. In Italia poi il canto popolare è quasi tutto amore: e ci sovrabbonda.

Quale contrasto fra le nostre fanciulle da marito e la serba Roskanda vittima di Marco Cralievic', in onore della quale la poesia canta: «La fanciulla crebbe rinchiusa, crebbe, dicono, quindici anni, nè vide sole nè luna[62]». Si lotta qui ancora e in Grecia e in Ispagna contro la gelosia de' parenti; ma essa non basta ad arrestare ne' suoi amori la giovine coppia che si vuol sposare. In un racconto popolare spagnuolo[63], l'amante inveisce, con una strofa, contro la vecchia suocera, e in un canto popolare[64] disfida il padre della fanciulla ch'ei vuole far sua.

Amore, nel mezzogiorno, è audace e non ha scrupoli e non fa differenza, o, come dice Pietro Belfiore, nella _Tancia_ di Buonarroti il giovine[65]:

. . . . . . . non la guarda al casato, Nè fa provanze, o leggi Prioristi; Ma ch'egli agguaglia il piccin col maggiore, E nobiltà non guarda, nè onore.

Amore fra noi è un vero attacco, che si fa col canto. Nell'Abruzzo teramano, piglia talora forma di una caccia[66], e se la fanciulla si mostra ritrosa, sono schioppettate di versi insolenti che la maltrattano.

A Mineo in Sicilia, sembra, ad un assedio per approcci, l'amante fa tanti passi quanti sono i versi ch'egli canta; all'ultimo verso, che chiamano piede, egli fa pure l'ultimo passo, e si trova sotto la finestra della innamorata. In altre parti della Sicilia, amore è seduzione; la comare tenta il cuore della fanciulla, con le lodi del giovine: