Part 15
Presso i Romani, secondo Macrobio[424], erano funesti alle nozze i quattro giorni dopo le calende, le none e le idi. Nella Francia medievale, si celebravano i matrimoni dopo il Natale[425].
In Italia, il maggior numero di matrimonii si fa in carnovale, o sia nell'inverno. Tra gli altri mesi dell'anno, si sfugge particolarmente il maggio, per il proverbio siciliano che dice: «_La spusa majulina nun si godi la curtina_», variante del proverbio latino che diceva: _maio nubunt mala_[426].
In Sicilia, si evita ancora il mese d'agosto, come nefasto per le nozze; uso superstizioso oggi, ma in origine fondato, senza dubbio, sovra alcuna ragione naturale.
In Persia tutti i tempi dell'anno son buoni per le nozze, eccetto il mese del _ramazan_, e i dieci giorni dell'Ashur, ne' quali si celebra la morte di Hussein.
Sovra i quali usi particolari nondimeno corre spesso l'uso generale del buon senso, il quale permette nozze a qualsiasi stagione dell'anno, ove la necessità lo porti; e vi è necessità, osserva l'indiano commentatore di Âçvalàyana, e pecca anzi quel padre che non riconosca una tale necessità, ogni qual volta ei «non mariti la figliuola, appena è diventata donna.»
NOTE:
[416] _Antiquitates Italicæ_, diss. XX. _De actibus mulierum._ Gli sposi «_a sacerdote monebantur, ut ob reverentiam Sacramenti eo die et sequenti nocte a commercio carnali abstinerent. Imo erant, qui per biduum et triduum subsequens observandam indicerent continentiam._»
[417] Cfr. BECKER, _Op. cit._
[418] Cfr. HOTMAN. _Op. cit._ — Macrobio, lib. I, c. 15: «_Primus nuptiarum dies verecundiæ datur._» — Ricordo poi ancora l'ordine che dà Romolo, presso Dionigi d'Alicarnasso, II, ai giovani romani che rapiscono le Sabine di serbarle caste per una notte, quindi menarle: «καὶ φυλάττειν ἁγνὰς ἐκείνην τὴν νύκτα.»
[419] In Allgäun e Bettringen; Cfr. WEBER. _Op. cit._
[420] Cfr. UBICINI. _La Turquie actuelle._
[421] Cfr. novella 154 «.... essendo le nozze di Genova di quest'usanza ch'elle durano quattro dì e sempre si balla e canta, mai non si proffera nè vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino, e' confetti, è uno accomiatare altrui; e l'ultimo dì la sposa giace col marito e non prima.»
[422] Cfr. KUHN UND SCHWARZ. _Op. cit._
[423] Cfr. SIMBROCK. _Op. cit._
[424] _Saturn._ I. 16.
[425] Cfr. un contratto di matrimonio del 1462, presso il Du Cange. _Op. cit._ «_Convenerunt ulterius dicti domini de Altoforti et de Ulmo, patres dictorum sponsi et sponsæ futurorum, facere sollempnisari dictum matrimonium de dictis sponso et sponsa in primo sponsalio, post festum nativitatis Domini proxime venturum._»
[426] Cfr. OVIDIO. _Fast._ V:
_Si te proverbia tangunt,_ _Mense malas Maio nubere vulgus ait._
III.
Il jus primæ noctis.
Dalle notizie de' viaggiatori italiani nelle Indie orientali raccogliamo come l'erede, nelle famiglie, non fosse già il primogenito, ma il secondogenito. Che il medesimo uso vivesse nel medioevo germanico lo raccogliamo dal Du Cange[427]. Quest'uso trae la sua origine dalla costumanza presso certi popoli, certe caste, certe famiglie di concedere il godimento della sposa per la prima notte non allo sposo, ma ad uno straniero; e questo straniero era un viaggiatore qualsiasi a Tarnassari, e un bràhmano nel Malabar[428]. In origine, dovea considerarsi come una pena l'esercizio di un tale diritto, poichè troviamo che nell'India il viaggiatore e il bràhmano non solo ne venivano pregati come di un favore, ma specialmente ricompensati.
Il figlio che ne nasceva, come spurio, non poteva ereditare; e, per lo più, se ne faceva un prete, come negli usi nostri si fa ordinariamente prete o frate il figlio di nobile che abbia poca sostanza da eredare. È da notarsi come nell'antica credenza vedica si supponeva che un demonio si nascondesse nella vergine, il quale ne venisse via col sangue[429]; è da ricordarsi ancora come i panni insanguinati si davano al prete, il quale solo, dicevasi, aveva ancora virtù di purificarli[430]; quindi si comprenderà, parmi, perchè lo sposo cedesse volentieri ad altri il suo posto per la prima notte.
Lo stesso uso viveva ancora in Europa nel medioevo; ma quello che, in Asia, facevasi dai preti, come per grazia e per mestiere, in Europa si continuò a fare dai medesimi e dai feudatarii, come per diritto finchè la pazienza de' sudditi potè reggere al sopruso. L'idea di purificare la sposa essendo scomparsa, rimaneva soltanto più la cura di pregustarla; gli sposi, resi accorti dell'inganno, e riconosciuta la iniquità della gravezza, si levarono contro i loro tiranni che in parte spensero, in parte obbligarono a desistere dalle loro nefande pretese, od a convertirle, almeno, in un tributo di danaro o di dono o di cibi. Non potendo o non volendo il signore partecipare al banchetto nuziale, delegava talora a rappresentarlo qualche suo servo con due cani[431].
Presso il Du Cange[432], troviamo numerosi esempii di feudatarii ed anche di vescovi che si usurparono nel medio evo un tale diritto, e si nota pure sull'autorità dell'_Historia Sabaudiæ_, come la stessa consuetudine, sotto il nome _cazzagio_, esisteva anche in Piemonte. Era mio debito adunque il rintracciare nelle nostre storie la presenza dell'uso; ed ecco quanto pervenni a raccogliere in proposito.
Quello che il Du Cange riferisce da Lattanzio intorno a Massimiano Galerio, pregustatore delle vergini spose, può essere un caso isolato di arbitrio sovrano, somigliante a quello di re Giovanni d'Aragona, il quale tuttavia dopo aver desiderata la vergine sposa del conte di Prata si decise a farla sua legittima moglie[433]. Ma ricorda un uso feudale inveterato la lega offensiva e difensiva fatta dalla comunità di Pergine con la comunità e città di Vicenza contro i signori di Castel di Pergine ed altri loro collegati, nell'anno 1166. Tommaso Gar, in una sua dotta memoria, che gli piacque modestamente intitolare: _Episodio del medio-evo trentino_[434], lo ha già rilevato: «Codesto stupido e ferino abuso, egli scrive, che offende la dignità umana nel sentimento più delicato, era stato assunto a quei tempi fra i diritti regali e non solamente si esercitava di fatto o nei casi più favorevoli redimevasi per danaro, ma figurava bruttamente anche nel gius pubblico di qualche estraneo principato ecclesiastico.»
Nel 1525, Pietro Buzzi venne arso vivo dai contadini di Nonci presso Roveredo, per avere usurpato il diritto d'uno sposo nella prima notte delle nozze. Il dottor Zecchini ci fa sapere che un uso simile vigeva nel medio evo presso i feudatarii del Friuli.
Quanto al Piemonte, mi aiutano a riscontrarlo alcune utili notizie che trovo sparse qua e là in un'opera di amena ed istruttiva lettura che va pubblicando ad Ivrea il signor Antonio Bertolotti[435]. Le cerimonie con le quali si compie tuttora il carnevale d'Ivrea, il più caratteristico fra quelli dell'alta Italia, alludono evidentemente ad una festa, per la morte di un feudatario, che voleva deflorare una vergine sposa, o sia riserbarsi il _jus primae noctis_. La tradizione fa del tiranno un marchese di Monferrato, il quale si rappresenta oggi ancora per mezzo d'un fantoccione, che viene fatto ardere, sovra un terreno zappato, ogni anno, dai più recenti sposi della parrocchia. Oltre i marchesi di Monferrato, sembrano avere usato del _jus primae noctis_, che il popolo oggidì stranamente chiama il diritto del _fodro_, forse per esprimere il diritto sovrano, il diritto del signore, anche i Conti di S. Martino a Vische, i conti Valperga a Castellamonte, i Tizzoni a Crescentino ed i Biandrate a san Giorgio. Per i Biandrate mi sembra una prova eloquente l'udire, per relazione del signor Bertolotti, come nella storia manoscritta di San Giorgio di Vitale Priè, l'autore, segretario comunale, ed anche, per qualche tempo, della stessa casa Biandrate, si adoperi a combattere la tradizione vigente in paese, secondo la quale anche quei feudatari si usurpavano il diritto della prima notte. Il popolo pazienta, ma non dimentica. Quei di Feletto poi sono oggi ancora canzonati per l'antico barbaro diritto che pesava sopra di loro, per la tirannide dei conti di San Martino di Rivarolo; e, pel nome di Feletto, sebbene filologicamente non sia da tenersene alcun conto, merita nota l'etimologia che il popolo gli attribuisce da _flere_, piangere. Le etimologie che il popolo trova per i suoi villaggi e le sue città, per quanto ridicole, rispetto al linguaggio, si riferiscono pure quasi sempre ad una tradizione storica, che ha un valore[436]. Il popolo sostiene che Feletto si chiamò dal pianto, perchè il feudatario usurpava ai mariti la sposa per la prima notte; nè io posso trovar più accettabile l'etimologia del signor Bertolotti, che fa piangere Feletto, per i danni recati dal fiumicello Orco. Io mi fido assai più, in questo caso, alla tradizione del volgo, per quanto _Felectum_ non abbia niente di comune con _flere_. Nella memoria del popolo rimaneva un triste ricordo che la occupava tutta; per quel ricordo, volendo spiegarsi la sua origine, non seppe principiare altrimenti che da esso. Ed a chi consideri la monotonia della vita ne' villaggi non parrà strano che vi si rammentino per secoli le violenze patite, per causa d'insolenti signori, che vennero un giorno a turbare l'ordine e la pace uniforme delle famiglie.
Le vendette del popolo, quando pure esso riesca a vendicarsi, proporzionandosi ordinariamente al ricevuto insulto, noi possiamo dalla natura della vendetta argomentare quella dell'insulto. Molti de' feudatarii venivano dal popolo indignato offesi ne' genitali; è lecito argomentare che, per quelli, i tiranni avessero peccato. Un simigliante caso trovo ricordato, come avvenuto a Vische, ove i testimonii, secondo gli atti di quell'archivio comunale, e consultati dalla diligenza del signor Bertolotti, deponevano per un orrendo sfregio fatto ad una giovine sposa, ed ove il popolo rese al suo signore la pariglia[437]. E, secondo ogni probabilità, la rivolta canavesana, detta il _tuchinaggio_ o _tusinaggio_[438], che quanto ci rimane ancora oscura, tanto merita di venire illustrata, ebbe principio dalla stancata pazienza de' mariti, sebbene più cause abbiano forse contribuito a riscaldarla. Chè, se la mediazione di Amedeo VI e VII di Savoia salvò dall'ira popolare molti signori, non consta che, sopita la ribellione, siansi dai signori rinnovati gli scandali antichi; ed i San Martino e i Tizzoni di Vische e Crescentino, che sul principio del secolo decimosesto probabilmente il tentarono, fecero misera fine tra le mani del popolo risollevato.
NOTE:
[427] _Op. cit._, ultima edizione, sotto la voce _Burghenglish_: «_Burghenglish, Rastallo vetus est Consuetudo in Burgo veteri, in quo, si pater relictis pluribus filiis decedat, secundogenitus ei solummodo succedit in terris et tenementis, quibus saisitus erat in burgo, cum decessit, vi istius consuetudinis; quam etiam locum habuisse in familia Hœstratam auctor est Ludovicus Guicciardinus in Descr. Belgii. Ea autem Lex obtinet in Comitatu et urbe Nottinghamensi, ut habet Christoforus de S. Germano in Dialogo de Legibus Angliæ cap._ VI: NATU MINIMUS DOMICILIUM PRINCIPALE HABEBIT, _in Leg. Hoeli Boni ed. Wotton, pag. 346 Quem usum in pluribus locis viguisse testantur Mittermaier, princip. Jur. Germanici._
[428] Cfr. la mia _Storia dei viaggiatori Italiani nelle Indie orientali_. Livorno, 1874.
[429] Cfr. l'inno 85.º del 10.º libro del _R'igveda_.
[430] Cfr. ib. e il lib. 14.º dell'_Atharvaveda_, presso gli _Indische Studien_ di Weber, V.
[431] Cfr. CHÉRUEL. _Op. cit._
[432] _Op. cit._ — «_Sciendum est_ (così nelle _Leges Scoticæ_, lib. IV, cap. 31) _quod secundum asisam terræ, quæcumque mulier fuerit, sive nobilis, sive serva, sive mercenaria, Marcheta sua erit una juvenca, vet 3 solidi, et rectum servientis 3 denarii. Et si filia liberi sit, et non domini villæ, Marcheta sua erti una vacca, vel 6 solidi; et rectum servientis 6 denarii. Item Marcheta filiæ Thani vel Ogetharii, 2 vaccae vel 12 solidi.... Item Marcheta filiæ Comitis, est Reginae, 12 vaccae.» In quem locum sic Skeneus_ (l'editore delle _Leges Scoticae_): «_March equum significat prisca Scotorum lingua. Hinc deducta metaphora ab equitando, Marcheta mulieris, dicitur virginalis pudicitiæ prima violatio et delibatio, quæ ab Eveno rege, dominis capitalibus fuit impie permissa, de omnibus novis nuptis, prima nuptiarum nocte. Sed et pie a Malcolmo III sublata fuit, et in hoc capite certo vaccarum numero et quasi pretio redimitur._» — «_Nemo_ (così le _Leges Hoeli Boni Regis Valliae cap. 21_) _feminam det viro, antequam de mercede domino reddenda fidejussorem accipiat. Puella dicitur esse desertum Regis et ob hoc Regis est de ea amachyr (pretium virginitatis) habere_» — «_Scribit præterea vir doctissimus Daniel Pabebrochius ad Vitam S. Foranni Abbatis Walciodorosensis, eam præstationem pro redemptione primæ noctis nuptiarum a servis glebae exigi etiamnum a praediorum dominis in Belgii, Frisiae ac Germaniae aliquot tractibus: ad quam etiam consuetudinem referendum illud videtur, quod olim Ambianensis Episcopus in suos dioecesanos jus sibi competere asserebat, videlicet ut iis qui noviter nuptias inierant, tribus prioribus noctibus post earum celebrationem una non liceret, nisi certa pecuniæ summa ei persoluta; quod quidem (prohibitum Litter. Philippi VI anni 1336 et Caroli VI anni 1338) tandem penitus abrogatum fuit Abbavillensium petitione Aresto Parlamenti Parisiensi 19 Martii anno 1409; nisi forte id juris sibi arrogarit Episcopus, quod Concilio Carthaginiensi IV, can. 13 «sponsus et sponsa, cum benedictionem acceperint eadem nocte pro reverentia ipsius benedictionis in virginitate permanere» jubeantur — Oblinuit et in Galliis nostris pessima Marchetae consuetudo sub nomine Cullage vel Culliage, ut in hac voce observat D. De Lauriére in Gloss. juris Gallici ex Instrum. ann. 1507 cap. de Reditu Baroniæ S. Martini le Gaillard: «Item a le dit seigneur (le comte d'Eu) audit lieu de Saint Martin droit de Cullage quand on se marie.» Singulare autem factum hoc de re refert Boerius Decis. 297 num. 17: «Ego vidi in curia Bituricensi coram Metropolitano processum appellationis in quo rector seu curatus parochialis prætendebat ex consuetudine primam habere carnalem sponsae cognitionem, quae consuetudo fuit annullata, et in emendam condemnatus. Et pariter dici audivi, et pro certo teneri, nonnullos Vasconiæ dominos habere facultatem prima nocte nuptiarum suorum subditorum ponendi unam tibiam nudam ad tatus neogamae cubantis, ant componendi cum ipsis.» Eamdem hanc consuetudinem extitisse apud Pedemontanos, quam_ CAZZAGIO _vocabant, testis est_ HISTORIA SABAUDIÆ. — _Huius moris appendix est quod legitur in Pacto ann. 1318 inter. Joan. de Berbigny dom. de Dercy et habitatores ejusdem villæ ex Reg. 59 Chartoph. reg. 150: «Se aucuns de mourans en ladite ville de Dercy, il devoit et estoit tenut à amener sa famme de au giste en la devant dite ville de Dercy, la nuit que il s'esposoit, et se famme de Dercy se marioit à aucun de dehors, elle devoit et estoit tenue à gesir a Dercy la nuit qu'elle esposoit._» Mi sembra finalmente un resto del _jus primæ noctis_ il tributo di una moneta d'oro che presso il _Chronicon Poloniæ_ di Boguphalus, il tedesco, figlio del re, reclama da Walther, il robusto, che porta via Ildegonda (Heldegund) e da quanti altri passeranno con una vergine.
[433] Cfr. BANDELLO, p. terza, nov. 54.ª
[434] Trento, 1856; il documento, a proposito de' diritti abusivi assunti dal tiranno Gundebaldo e suoi antecessori, si esprime così: «_Item quod hangarias et honera ab ipso Patre et Avo suis sibi factis in totum tollantur et cassentur uti sunt... et fruictiones primæ noctis de sponsabus._»
[435] Passeggiate nel Canavese.
[436] Così, per esempio, è noto che Federico Barbarossa distrusse Chieri; il popolo chierese, memore di quel terribile avvenimento, dice che il nome della città proviene dall'avere il Barbarossa, dopo averla distrutta, esclamato: non sei più _chi eri_. — La tradizione, conforme alla storia, fa discendere Annibale dal Cenisio, per Val di Susa, Giaveno, Avigliana. A Giaveno il rozzo popolo ritiene che Annibale passando di là abbia detto in latino _jam veni_, onde sia venuto il nome della città. Tali etimologie provano al tempo stesso la ignoranza del popolo e la tenacità della sua memoria tradizionale.
[437] «_Posuerunt, ut vidi, bigliam unam in foramine culi per vim Joanninae De Rege, et ipsam per vim nudam ire et deambulare faciebant per locum Vischarum ponendo ignem in vulvam ipsius._» I popolani di Vische alla loro volta «_illustrem Dominum Jacobum nihilomine suspicantem, dum venaretur armata manu circonvenerunt et multis illatis vulneribus misere occidunt et quod inauditum est et calamum a scribendo estrahit ob atrocitatem rei, membrum ejus virile abscindunt et in os inserunt._»
[438] Il solo che, a mia notizia, abbia discorso un po' lungamente del _tusinaggio_ è il Durandi (_Della Marca d'Ivrea_. Torino, 1804, p. 118, 119); ma non ha di certo risoluta la questione, che meriterebbe, ci sembra, di fermare l'attenzione speciale di alcuno tra i più sapienti investigatori delle nostre storie. Ecco in quali termini il Durandi si esprime: «Alla relazione _de Bello Canepiciano_, che Pietro Azario finì di scrivere nel gennaio del 1363, si potrebbero aggiugnere altri accidenti occorsi di poi, se stesse bene continuar la storia degli orsi e delle tigri. Ma le popolazioni del Canavese, stanche di soffrire, fecero alla fine ciò che pur sogliono far i popoli stracchi e angarieggiati da troppe gravezze: ruppero ogni freno e si concertarono insieme per resistere ai loro signorotti e spegnerli. Dinominarono _tusinaggio_ cotesta loro unione o lega e _tusino_ o _tuchino_ ciascun de' collegati. Intendeano d'indicar con siffatto nome una sola volontà in tutti di scuotere il giogo e vendicarsi. Assai uccisioni vi seguirono, e mali gravissimi. Il conte di Savoia s'interpose più volte tra il popolo e que' nobili e con la generosa sua moderazione gli riuscì di metterli di accordo, massimamente nel 1385. Ma coloro poi ritornavano ad affliggere il popolo e nei primi anni del secolo decimoquinto, e n'era freschissima la memoria di quello, allorchè in un contratto di affrancamento a pro de' terrazzani d'Agliè de' 20 giugno 1423 si scrivea che «_Tempora dicti tusinaggii omnes homines Canapitii erant multum dominis rebelles, et dominos suos tradiderant oblivioni, nec in servitiis eorum dominorum ambulabant, sed potius in destructionem personarum et bonorum._» «Da più altri documenti di quella età ho pur raccolto che il mentovato _tusinaggio_ veniva a dire una cospirazione di tutti i popolani contro de' feudatari dirizzata a liberarsi da mille gravezze e molestie, e a distrugger quelli ed usurparne i beni, per rifarsi de' mali insino allora patiti. Ma non è chiaro donde cotal nome derivi...»
IV.
Il paraninfo e la pronuba.
Il paraninfo assiste lo sposo, la pronuba la sposa. Il paraninfo è spesso una sola cosa col compare (_cum patre_) e procolo, per lo più o il padre dello sposo, o un vecchio suo parente, o il prete; la pronuba, che adempie spesso gli ufficii della comare (_cum matre_), e mezzana, è per lo più una suocera od una vecchia parente. Stando così le cose, non è meraviglia che gli sposi sopportino testimonii al compimento delle loro nozze; sono padri e maestri, madri e consigliere, non già indiscreti curiosi i loro assistenti. Gli inni vedici ci lasciano vedere chiaramente come il prete guidasse gli sposi inesperti fino all'ultimo; e il prete francese che nel medio evo benediceva ancora il letto nuziale, e il _malossè_ o mezzano vogherese che riceve tuttora in dono una camicia, ricordano, parmi, il dono delle camicie che gli sposi dell'età vedica rilasciavano al loro assistente presso il talamo, e l'uso germanico, che il Weber[439] cita dal Weinhold, per cui allo sposo, l'indomani delle nozze, sono messi innanzi al letto abiti nuovi.
I paraninfi hanno nell'inno nuziale vedico una parte essenziale, e così ancora nell'uso odierno nuziale montenegrino[440].
Dagli usi italici non pare che siasi mai ricevuto fra noi il testimonio maschio ad assistere gli sposi sul talamo, nè forse alcuna donna; Catullo dice soltanto alle donne: _collocate puellulam_; dopo il che sembra la pronuba si ritirasse. Così la pronuba turca è mandata via dagli stessi sposi, quando loro paia di non avere più bisogno di lei.
Nell'uso odierno italiano, la pronuba è una delle suocere: essa tuttavia, mentre la romana innanzi di guidarla al _lectus genialis_, sparso di rose, faceva sedere la sposa sul fallo d'un Priapo[441], si contenta di allestire il letto, spogliare la sposa, dare consigli di moderazione e spegnere modestamente il lume.
Nell'Arpinate, anzi, il padre e la madre dello sposo vanno primi a letto, e dal letto ricevono gli sposi; e dato loro il permesso di dormire insieme, li lasciano andar liberi e soli al nido.
NOTE:
[439] Op. Cit., V.