Part 14
Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali del banchetto nuziale, quando sono giunti _ad mala_, prendono ciascuno un frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una moneta d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di vino in un bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde il frutto, assaggia il vino, e raccoglie la moneta.
Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle nozze, veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta all'ingiù, e battuto sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin ch'ei non si riscattasse con qualche regalo.
Simbolo fallico sembrano gli uccelletti vivi che presso il Lago Maggiore e nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio, agli sposi. E un altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino ornato di nastri rossi, che a Riva di Chieri in Piemonte, nella campagna d'Alba Monferrina e in Ispagna[402], si riserva per l'ultimo giorno del banchetto nuziale, banchettandovisi tre giorni. L'arrivo del tacchino in tavola viene anzi accolto a Riva di Chieri con singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o torottotela, prima che lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo componimento, in dialetto, di qualche moderno poetastro[403]. Oltre il buffone, appare ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negli Adelfi, ci ricorda i suonatori di tibia[404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini, rallegrano i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è un pitocco del paese, cantati da lui al suono della sua mandola, mentre due danzatori grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti. Omero (Odiss. III) ci dipinge questa festa tale quale la si vede presentemente:
«Rallegravansi assisi a lauta mensa Di Menelao gli amici ed i vicini; Mentre vate divin tra lor cantava L'argentea cetra percotendo, e due Danzatori agilissimi nel mezzo Contempravano al canto i dotti salti.»
A Riva di Chieri, in Piemonte, un suonator di violino e un individuo che porta un vassoio pieno di fiori, s'introducono in fin di pranzo nella sala del banchetto, e quello che porta i fiori, canta così:
Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca: Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.
Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia, Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.
Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia, Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;
Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì, I smie nost persi quand l'è si bin fiurì.
Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc, E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.
Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intende Che l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende[405].
Dopo questa tirata alla borsa dello sposo, i due vanno intorno distribuendo mazzi di fiori. Dicono maliziosamente alla sposa ch'essi presentano una ghianda bucata, e la consigliano, se lo sposo voglia batterla, a pigliare la valle de' prati:
Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà; Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà. Se chila as tröva lesta, As campa giü d'la fnesta, S'as tröva d'sgagià, A pìa la val di prà.[406]
Questo tra i canti che suonano alle mense nuziali è de' più decenti; ma le caste orecchie della musa non potrebbero tollerare certi sguaiati strambotti che si permettono oggi ancora nelle campagne marchigiane i buffoni alle nozze; come neppure certe uscite smodatamente allegre, con le quali la compagnia tentata dai fumi del vino, promuove in ogni rustico banchetto il rossore sul volto alla giovine sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice un proverbio piemontese[407]; ma poichè la ciarla è di rado innocente, poichè la _procax fescennina locutio_ evocata da Catullo[408] non si tace, poichè invano gli Statuti comunali italiani, a correggere gli scandali, vollero ridurre il numero de' convitati permessi ne' banchetti nuziali[409] a proporzioni modeste, la madre addolorata e le vergini sorelle e parenti e compagne della sposa se ne astengono quasi sempre, più per naturale pudore, che per obbedienza al precetto degli antichi padri della Chiesa, i quali non si stancavano di predicare contro l'indecenza de' banchetti nuziali. Fin dai tempi di Varrone solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa novella i motti più insolenti ed osceni[410]; chè, se i doni dello sposo li facevano spesso tacere, a quel comprato silenzio non di rado seguiva il pianto della povera sposa oltraggiata e delle stesse compagne che le erano date per farle coraggio. _Prætextatis_, dice Festo, _nefas erat obsceno verbo uti_, quasi che il far dire cose oscene ai soli fanciulli non fosse delitto assai più grande.
NOTE:
[389] Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia tedesca di Val Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo ci offre un intiero capitoletto interessante relativo a quegli usi nuziali, lo riferisco qui nella sua integrità. Il libro porta questo titolo: _Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed alpi, di Valentino Carrera_ (Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252 leggiamo il capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino, coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.
E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.
Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola, onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa dal natìo casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperto d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne, ond'ha ornato il capo, appare quale caraibo. Egli tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura, il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate, cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.
Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.
Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.
Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità della sposa.
Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a pensare a tutti.»
[390] «Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro l'uscio; non mi hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»
[391] Perugino.
[392] Sardegna.
[393] Sicilia.
[394] Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi nel mosto.
[395] Trentino.
[396] Grecia antica. Cfr. BECKER. _Charikles_, III.
[397] Cfr. MUSSO. _Chronicon Placentinum_, presso il Muratori, R. It. Ser. XVI: «_Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere et confectum zuchari et post dant bibere._»
[398] Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV.
[399] _Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam_
[400] _In Nuptias Juliæ et Manlii:_
_Neu nuces pueris neget_ _Desertum domini audiens_ <i<Concubinus amorem._
_Da nuces pueris, iners_ _Concubine. Satis diu_ _Lusisti nucibus. Lubet_ _Jam servire Thalassio._ _Concubine, nuces da._
_Sordebant tibi villuli,_ _Concubine, hodie atque heri_ _Nunc tuum cinerarius_ _Tondet os. Miser, ah miser_ _Concubine, nuces da._
[401] Pane e noci, Vita da sposi.
[402] Cfr. CABALLERO. _Cuentos y poesias populares andaluces_, nel cuento che s'intitola: _La suegra del diablo._ «Siendo para Panfila el pelar la pava una perspectiva mas halagüeña que la caldera de la lejía, dejò que se degañotase su madre, y acudió à la reja.»
[403] Lo riferisco in nota per la sua stranezza:
Che bel piasì ch' l'è p'r mi Esse si tant bin vestì. Im ved propi a sté bin In grassia d'l spus Giuvanin. S'era bütame a t'rmolé, Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé; Ma, avend sentì che, p'r mia mercede, Am fasìu vnì a pusséde Tüta la bela cumpagnia D' sta spusiña tant'alegra e ardìa, Sübit sunt vultame in alegrìa. Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñe Ch'andè tüt 'l dì cun cule galiñe. An sissì i god üna perfeta tranquilità Suvra sta taula tan bin parià. Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass, L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass. Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegrament A vnì fin adess che vöi fé me testament. Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöi Ch'as fan d'tuiru fin an s'y öi, Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi. 'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me. A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné. Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé, P'r ch'ai sia pöi nen da litighé. Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e Peru Carlin Bastian Giüspin e Toni 'l gneru. Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntenté P'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé. Lass i me oss a ün can bel gross. La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà, A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà. Tüta la mia piüma pi fiña Ch'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta. E arivand la necessità, A sarà pöi già parià. Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar, Vöi pa passé da avar. I lass dal bech an sü e dal pnass an giù: E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.
[404]
_Missa haec face,_ _Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas._
[405] «O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora che avete maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre dello sposo, vi presenteremo il fior di ortica, affinchè non la teniate nè peggio nè meglio che se fosse vostra figlia. O voi, signora sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il nostro mandorlo quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì bene vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi, signora sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà tanto più gentile. O voi, signore sposo, vi daremo da intendere che abbiamo portati questi fiori, perchè ce li facciate vendere.»
[406] «Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando l'uomo venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si trova lesta, si butta giù dalla finestra; se si trova snella, essa piglia la valle dei prati.»
[407] Dintorni di Fenestrelle.
[408] _In Nuptias Juliae et Manlii._
[409] Gli _Statuti di Modena_, pubblicati e illustrati dal Campori, prescrivevano che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero intervenire al banchetto nuziale; e lo stesso Campori cita il banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale presero parte 1214 uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in questo caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.
[410] Cfr. _De Habitu Virginum_, opera, 1726, p. 179: «_Quasdam virgines non pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium libertate sermonum colloquia incesta miscere, audire quod non licet dicere, observare et esse præsentes inter verba turpia et temulenta convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa ad patientiam stupri, ad audaciam sponsus animatur._»
Varrone, presso Nonio Marcellino: «_Pueri obscoenis novae nuptulae aures restaurant._»
Nè si risparmiavano le pronube; quindi San Gerolamo, nell'Epistola a Geronzia: «_Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista nuptura es? Quem acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid utrumque sequatur intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi rauco sonitu buccina concrepabit, ut quas habeas pronubas, habeas forte lugentes._»
LIBRO TERZO
IL MATRIMONIO SI CONSUMA
I.
Si prendono gli augurii.
Nell'uso nuziale indo-europeo, il matrimonio è un sacramento, assistito da una caterva di iddii. Essi, come primi sposi, ammaestrano e proteggono i mortali che si avviano alla vita coniugale. L'inno vedico ci descrive un matrimonio solare, e la compagnia di quelle nozze celesti diviene quindi la proteggitrice delle nozze terrene. In Grecia, a Roma, in Germania, negli stessi usi cristiani, ove Cristo e la Madonna figurano talora ad incoronare i novelli sposi, si ha il medesimo intervento della divinità, auguratrice di lieti e fecondi connubii. Ma il maggior lusso di iddii o genii evocati a render propizie le nozze si osserva nell'antico uso romano. Quanto più l'Olimpo romano appare povero per sè, tanto maggiore fu ne' Romani lo studio di popolarlo con esseri al tutto immaginarii ed allegorici. Lasciando stare Talassio, Giunone e Diana, dio e dee agli sposi popolari ed accettissimi, si finse un iddio per ogni funzione del rito nuziale, come gli antichi Indiani per ciascuna di tali funzioni aveano una propria formola; onde i lamenti di Sant'Agostino, nella sua _Città di Dio_[411].
Tuttavia i più solenni sacrificii nuziali erano in onore di Giunone; in essi, toglievasi alla vittima il fiele e lo si buttava via, per significare come ogni amarezza dovesse star lontana dalle nozze[412].
A Roma era considerato come di buon augurio il fulmine per le nozze, probabilmente per la stessa cagione che faceva ai Germani preferire il giovedì o _donnerstag_, _giorno del fulmine_, per la celebrazione del matrimonio[413]. Ma il fulmine dovrebbe, a quanto sembra, non menar pioggia, poichè un proverbio tedesco dice: _se il giorno delle nozze piove, la sposa non ha nutrita bene la gatta_. Altre superstizioni vivono ancora circa le nozze in Italia e fuori.
A Mineo, in Sicilia, per esempio, gli sposi inginocchiati all'altare devono levarsi insieme, poichè morrà prima chi primo si leverà. Altro uso somigliante, che vigeva già sotto forma poco diversa a Roma[414], si osserva nell'Umbria, a Novi Ligure, a Lomello, e nelle Langhe di Alba Monferrina, ove gli sposi entrano nella camera nuziale ciascuno con una propria candela accesa ed insieme la spengono, o la fanno spegnere dalla madre dello sposo o della sposa, perchè il pregiudizio è ancora diffuso, che morrà prima quello il cui lume si sarà spento prima. A Novi Ligure, stanno ancora attenti gli sposi alla prima persona che l'indomani delle nozze viene a visitarli; l'augurio è tristo, se questa persona sia un vecchio od un prete. A questi incontri per via in nessun luogo si dà nondimeno tanta importanza, quanto presso gli Indiani ed i Brettoni. Nell'India se il padre dello sposo, mentre va a fare la chiesta, si abbatte in un gatto, o in un serpente, o in uno sciacallo, forse pure in un corvo, che sappiamo essere anco per gli Indiani uccello di sinistro augurio, torna indietro e rinuncia o pure elegge altro giorno più fortunato. Così, tra i Brettoni, se il _bazvalan_, mentre va a fare la chiesta, incontra una pica od un corvo ritorna sopra i suoi passi; egli procede invece lieto innanzi se ode il grido della tortora, la quale abbiamo già veduto di sopra[415] accompagnare spesso gli sposi. In Russia e in Germania si crede funesto il matrimonio quando il carro nuziale incontra una lepre, ossia quando la lepre va contro il carro. L'origine di questa credenza è, senza dubbio, indiana. Uno dei frequenti appellativi sanscriti della luna è quello che porta la lepre; la lepre che attraversa il carro nuziale vale quanto il fare le nozze quando la luna non è propizia, ossia nelle fasi tenebrose della luna.
NOTE:
[411] _De Civitate Dei_, lib. 6, cap. IX: «_Cum mas et fœmina conjungantur, adhibetur deus_ JUGATINUS. _Sit hoc ferendum. Sed domum est ducenda quæ nubit; adhibetur deus_ DOMIDUCUS; _ut in domo sit, adhibetur deus_ DOMITIUS; _ut maneat cum viro, additur dea_ MANTURNA. _Impletur cubiculum turba numinum, quando et paranymphi inde discedunt. Adest dea_ VIRGINENSIS _et deus pater_ SUBIGUS _et dea mater_ PREMA _et dea_ PERTUNDA _et_ VENUS _et_ PRIAPUS. _Virginensis quidem ad hoc ut virgini zona solvatur; Subigus ut viro subigatur; Prema, ut subacta, ne se commoveat, comprimatur._»
[412] Cfr. NIEUPORT, _De ritibus Romanorum_.
[413] Veggasi quanto abbiamo scritto, in proposito, nel capitolo dei pronostici.
[414] Cfr. HOTMAN, _De veteri ritu nuptiarum_: «_rapi solebat fax nuptialis, qua prælucente nova nupta deducta fuerat ab utrisque amicis, ut ait Festus, ne aut uxor sub lecto viri, aut vir in sepulchro comburendam curaret, quo utraque mors propinqua alterius captari putabatur._»
[415] Cfr. il cap. IV del secondo libro.
II.
Giorni per le nozze e loro durata.
Nel capitolo intorno ai cibi e banchetti nuziali, vedemmo come a Riva di Chieri e nell'Albese si banchetti tre giorni, ma al terzo giorno soltanto si mangi il tacchino. Con ciò s'intende che la giornata vuol essere grassa; grassi i cibi, grassi i discorsi, grasse le opere; lo spirito è vinto dalla carne; o, in una parola più esplicita, il matrimonio si consuma. Ma, perchè tre giorni d'attesa? Perchè l'uso indo-europeo è questo. E perchè sia tale l'uso indo-europeo, Gobhila, antico autore indiano, ci mette in via d'indovinarlo. «Dopo tre notti, egli scrive, ha luogo la copula, dicono gli uni; tempo opportuno per la copula è il momento in cui alla sposa che si trova nel mese è appena cessato il sangue.» Il mese lunare e il mese delle donne facendosi corrispondere, si comprende ancora perchè dagli antichi si preferisse per la celebrazione de' matrimoni il plenilunio e il novilunio, e la luna o Lucina ne fosse la proteggitrice. Celebrandosi poi i matrimonii, appena la fanciulla divenisse matura, si capisce perchè si ponesse tanta attenzione a que' tre giorni famosi, e all'indomani soltanto de' tre giorni le nozze si consumassero.
Col tempo, serbandosi l'uso, se ne dimenticò la ragione; l'uso medesimo, per questo stesso obblio della sua origine, a capriccio de' preti si abusò, qual mezzo di penitenza, imposto agli sposi. Così, nell'India stessa, secondo il commentatore Pàraskara, si danno già, oltre all'astinenza delle tre prime notti, astinenze di sei, di dodici notti ed anche di un anno. Così il professor Cristoforo Baggiolini mi scrive che un certo parroco del Vercellese imponeva per ordinaria penitenza ai nuovi maritati di astenersi per dieci, quindici ed anche venti giorni dal far letto comune; a Gallarate e Turbigo gli sposi rimangono divisi per otto giorni; in Valtellina usano fare omaggio alla Vergine de' gaudii maritali ritardati per tre notti. Così una misura semplicemente igienica, al modo stesso che il divieto assoluto di ogni carne nell'India e della carne porcina presso gli Ebrei, e pel venerdì e sabato, della carne grassa presso i Cristiani, divenne un comandamento religioso. Nel medio evo, in Italia, era generale l'uso tra gli sposi di fare un po' di astinenza, ma, come rilevo dal Muratori, non tanto per conformarsi all'uso oramai invecchiato, quanto per obbedire al precetto della Chiesa[416]. In Grecia, passavano pure generalmente tre giorni prima che gli sposi consacrati si unissero[417]; e lo stesso avveniva in Roma[418]; il cristianesimo vi mise di suo una nuova superstizione; lasciò credere, cioè, come in Germania[419] si crede, che le tre notti di astinenza siano necessarie per iscacciare il Diavolo e salvare la povera anima. Nelle _Edda_, «Gerd piglia tempo nove notti prima d'acostarsi a Frey. Frey risponde al messaggio: una notte è lunga, due son più lunghe; come passarne tre?» È noto come, nelle _Edda_, il numero simbolico nove, tiene quasi sempre il posto del tre. Nel Belgio la stessa usanza; e presso i Turchi ancora lo sposo si unisce con la sposa solamente il quarto giorno[420].
In Italia, noto la presenza di quest'uso a Riva di Chieri, ad Alba Monferrina, nel Milanese, nella Valtellina, nel Pesarese, nel Fanese, nell'Osimano, nell'Umbria, nel Teramano, e nell'Arpinate. Nel Genovesato lo osservava fin dal secolo decimoquarto il Sacchetti[421].
Ma se gli sposi acconsentono a darsi tanta mortificazione, cercano poi la via di alleviarla, occupando i tre giorni di astinenza con feste. Ed ecco, per qual motivo le feste nuziali sogliono in parecchi paesi durare più giorni; ecco per qual motivo, se incominciano il lunedì, finiscono il giovedì, se incominciano il giovedì, finiscono la domenica, se incominciano il sabato, finiscono il lunedì; esse hanno da durare da tre a quattro giorni; ma non è caso che alcuna festa nuziale, fatta secondo il rito, s'incominci in Italia di mercoledì o di venerdì.
Il venerdì essendo giorno di magro, non è possibile che in detto giorno si pensi ad un connubio; per il mercoledì, alle Langhe di Alba Monferrina, corrono due proverbi: _sposa mercorina è peggiore della brina, e sposa mercorina fa andare il marito in rovina._ Il lunedì in vece, ossia il giorno sacro alla luna, il giovedì, ossia il giorno sacro a Giove tonante, e la domenica o il giorno del Signore, giorno del sole, sono considerati come propizii. Quanto al venerdì, sembra sia stato escluso dal solo ricordo cristiano della passione di Cristo, in memoria della quale si impose il digiuno; poichè, al contrario, come giorno sacro a Venere dovea esso preferirsi nelle nozze; e di qui spieghiamo perchè il venerdì, o giorno di Freia, sia ancora in Germania uno de' giorni prescelti per le nozze[422], ed anzi precisamente il giorno in cui gli sposi si uniscono[423].
Detto de' giorni, può giovare il conoscere quali stagioni l'uso indo-europeo preferisca per la celebrazione delle nozze. E qui pure è sorprendente come la razza indo-europea palesi la sua unità. Nell'India, in Grecia, in Germania si designava come tempo propizio alle nozze quello che passava fra l'equinozio d'autunno e quello di primavera, ma specialmente l'inverno.