Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore

Part 13

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Concluso che era un Parentado, gl'interessati dell'una e dell'altra banda, ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo d'un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa s'invitavano le parenti fino in terzo grado ad accompagnarla alla messa; e nell'uscir di casa s'incontravano alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de' suoi contenti, e mostrare di non volerla lasciar uscire, se non donava loro qualcosa, al che rispondeva la sposa con cortesia, e dava loro, o anello, o smaniglio, o cosa simile, et allora quello che haveva parlato (che era sempre uno de più giovani e riguardevoli della truppa) ringraziava e pigliava a servire la sposa, con darli di braccio sino alla carrozza o per tutta la strada se s'andava a piedi, come per lo più seguiva, e al ritorno a casa restavano a banchetto tutti quei parenti e parente che erano stati invitati, e quelli del serraglio restavano licenziati. L'anello si dava poi in altro giorno, nel quale si faceva una colizione grande di confettura bianca, et un festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giuocava a Giulé, se era stagione da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c'era un uomo in capo alla sala che con una listra, che haveva in mano, chiamava per ordine de' gradi di parentela ciascuno; e così senza confusione andava ciascuno al suo luogo, le donne da una banda, e gli uomini dall'altra. Mentre erano a tavola al banchetto delle nozze, soleva ordinariamente comparire con mandato di quello, che haveva parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d'odori, il regalo che haveva havuto da lei, e lo sposo rimandava il bacile con 30-40, e fino in 60, e 100 scudi, secondo le facoltà, de quali se ne serviva poi quello con gli altri compagni in una cena tra loro, o in fare una mascherata, o altra festa simile.

Si dismesse poi il far il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del denaro in uso proprio; onde questo costume non si riconosce adesso se non in Corte, che quando una delle dame della Ser.ma Gran Duchessa se ne va sposa a casa sua, i paggi del Gran Duca vi fanno il serraglio e la servono sino alla porta del palazzo, e fanno poi del denaro un banchetto tra di loro.

Si dismesse ancora ne' banchetti il chiamare i parenti nel mettersi a tavola con l'ordine del grado del parentado, onde pare ne siano nati due disordini, cioè, che non tutti gl'invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a fare insieme tante cerimonie, per voler mandare in su gli altri, che genera confusione, e disagio per chi è di già al suo posto. E l'altro, che in vece di molti parenti si invitavano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quelli e qualche volta questi amici sono tanti, che escludono dall'invito molti parenti (per non esser la sala capace di tante persone) che si va perdendo quella famigliarità, che dovrebbe essere tra i parenti.

S'è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d'altri, ma s'è introdotto di farlo per polizza, scrivendosi in un quarto di foglio. N. dà conto a V. S. Ill. che ha maritata la N. sua figliola o sorella al sig. N. in via tale, e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno, lasciandole in casa di ciascuno. E perchè molti hanno cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze, pare che si possa credere, che l'usanza s'introduce comunemente.

La funzione dell'anello s'è fatta quasi sempre in casa, se bene qualch'uno l'ha voluto, per devozione, dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco, e con una veste che aveva le maniche aperte fino in terra, ma poi s'è dismesso, e il colore, e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all'uso dell'altre donne, e di che colore più li piace.

XVII.

Per istrada.

La maggior solennità delle antiche nozze romane era la così detta _deductio_; il popolo affollavasi alla porta, onde la sposa doveva essere condotta alla casa maritale tra le fiaccole, i suoni[366], gli osceni motti Fescennini, gli augurii e gli evviva al Dio Talassio, una specie di Fallo latino. I parenti, gli amici intimi, la pronuba erano della comitiva; così pure un _puer camillus_ col vaso _cumerum_, e tre _patrimi et madrimi pueri praetextati_, l'uno de' quali precedeva con una fiaccola di spina bianca, di ottimo augurio nelle nozze, gli altri due guidavano la sposa. In Grecia usano ancora nel corteo nuziale esser presenti i saltatori, i suonatori ed i cantori d'inni epitalamici; la sposa carica di ornamenti procede in mezzo a due donne che la sostengono.

La stessa pompa si nota nelle antiche e moderne nozze di tutto l'Oriente, ove il massimo lusso di vesti, bardature e carri è sfoggiato. Nell'India poi, lungo il viaggio, gli sposi solevano recitar varie formole di augurio per la fecondità e felicità e di scongiuro contro le malattie e contro i ladri che si potessero incontrare per via. Tali formole ci sono, nella massima parte, conservate dall'_Atharvaveda_. Così gli sposi romani in viaggio si raccomandavano alla _Iuno domiduca_ o _iterduca_.

Secondo gli _Statuti di Modena_, sopra citati, la _deductio_ in pubblico era il vincolo vero del matrimonio; così la _traduttione_, che vale il medesimo, secondo gli _Statuti di Lucca_[367]. Forse per questa ragione, e per evitare maggiori scandali, gli _Statuti di Narni_ e di qualche altra città italiana stabiliscono che la sposa non possa essere menata via di notte.

È uso ancora in alcune parti d'Italia[368] che la comitiva nuziale, nel tornar dalla chiesa, faccia il giro alle case de' prossimi parenti ed amici, ov'è rallegrata di cibi e di bevande. A Riva di Chieri, talora, innanzi a tali case, s'improvvisano le danze, al suono degli istrumenti portati dai musici che precedono la comitiva.

NOTE:

[366] Plauto, nella _Casina_, IV. 3:

_Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,_ _Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo._

[367] «Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle nozze dal dì della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e l'entrate de' beni di essa donna. Et dal dì della ditta festiva e pubblica traduttione, tutti i beni della ditta donna, posti nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente Statuto assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita la copula carnale, o che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia impubere.»

[368] Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.

XVIII.

Danze nuziali.

Come non mancano il canto e il suono, raro è che manchi la danza ad una festa nuziale. Lo stesso Buddha, che dichiara di non amare nè la musica, nè i profumi, nè i banchetti, nè le danze, nè il vino, nelle sue proprie nozze, _per operare secondo gli usi del mondo_[369], si lascia vedere in mezzo ad ottantaquattro mila donne e si abbandona ai giuochi, ai piaceri, ai suoni e ai canti.

Nell'India vedica, secondo l'_Atharvaveda_, appena la sposa era partita, le sue sorelle e compagne, nella casa paterna, intrecciavano le danze, le quali dovevano aver carattere molto somigliante a quello delle danze funebri. La danza era dell'uso e non capricciosa; e tale è rimasta nell'uso moderno, se bene si vada pure perdendo. Nell'Heideboden, in Ungheria, l'uno de' due paraninfi suol dire: «_Siamo noi pure qui, io ed il mio compagno, e non vogliamo lasciar cadere quest'uso, anzi più tosto promuoverlo_[370].» Il paraninfo invita, per conto dello sposo, la sposa alla danza, e le danze son tre, la prima con lo sposo; ma gli sposi non si toccano; essi toccano soltanto, l'uno da una parte l'altro dall'altra, il lembo d'uno stesso fazzoletto; e così danzano; le altre due danze sono della sposa coi due paraninfi.

Noi vedemmo il caso di Riva di Chieri, in Piemonte, ove, mentre si mena via la sposa, si danza; lo stesso avviene nella pompa nuziale dell'India odierna; a Templin si danzava alla mezzanotte del primo giorno di festa dalla sposa con uomini travestiti da donna. Ma per lo più le danze sono l'ultima cerimonia della festa, e, dove la festa dura tre o più giorni, si rimandano all'ultimo giorno. In Grecia, al terzo giorno «le parenti e le amiche vanno con la sposa alla fonte, ed ella attinge in brocca nuova ch'ha seco e butta nella fonte cose da mangiare e minuzzolini di pane; poi ballano in tondo; e quella è l'ultima festa»[371]. Il _ballo tondo_ usa pure in Sardegna per le nozze; e forse ci viene descritto in questi versi concitati, coi quali si conchiudono le nozze della Tancia e della Cosa, nella dotta commedia rusticale del Buonarroti:

Il ballo s'intrecci Braccia con braccia; Mentre un s'allaccia, L'altro si strecci; Qualch'un si scoppi, Chi si raddoppi; Poi ciascun pigli per mano La sua dama, e andiam pian piano.

Nei dintorni di Bolzano, si balla dagli sposi, prima di aprire le danze, quello che, nel Trentino, si chiama la _tudeschina_, e consiste in una serie di movimenti graziosi fatti a piacere, ma, a tempo di musica, per i quali lo sposo insegue danzando la sposa, e le si avvicina, ma non la raggiunge mai.

La danza nuziale tra il popolo si fa all'aperto; tra la gente che ha nome di civile, invece, entro sale splendidamente illuminate. Il popolo danza per lo più di giorno; la gente civile di notte; ond'è per essa il divieto di prolungare le danze oltre le tre di sera, che s'incontra negli _Statuti di Firenze_ del 1415[372]. Esso finisce veramente le feste nuziali con le danze, ed è, dalla sala delle danze, quando si danza, che, secondo il Codice del Cerimoniale francese, gli sposi che sanno vivere, devono, inosservati, scivolare, l'uno dopo l'altro, al talamo[373].

NOTE:

[369] _Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par Foucaux._

[370] SZTACHOVICZ. _Op. cit._

[371] TOMMASEO. _Canti greci_.

[372] Lib. IV: «_In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem nuptiarum post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre, non possit danzari, sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra fecerit puniatur, etc._»

[373] Code du Cérémonial par Mme la comtesse de Bassanville. Paris, 1867: «La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant d'être vue; c'est manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir qu'elle se dispose à s'en aller. Le marié quitte la soirée peu de temps après la mariée. Il choisit le moment où l'on danse pour ne pas être remarqué.»

XIX.

Sulla soglia.

Le soglie della porta, nella dimora dello sposo, si ornavano pel ricevimento della sposa. In Grecia, secondo Plutarco, le si coprivano di rami d'ulivo e di alloro; in Roma, con bende di lana e fiori, dopo averle unte con grasso di lupo e di porco. Lo sposo indiano, giunto con la sposa alla casa maritale, le diceva: «_Io sono IL, e tu sei LA, io sono il Saman e tu sei la Ric', io il cielo, tu la terra; uniamoci e facciamo figliuoli_[374].» Presso i Romani, già notammo come la sposa con la formola: _ubi tu Gaius, ibi ego Gaja_, che recitava pure alla soglia della casa maritale, intendesse significare la sua parte di dominio; e si cita presso la _Zeitschrift_ del Wolf[375], l'antica formola tedesca, che diceva: «_Dove io sono l'uomo, là tu sei la donna, e dove tu sei la donna, là io sono l'uomo._» È notevole poi l'uso comune fra Roma antica e l'India, che lo sposo o chi per lui sollevava di peso sopra il limitare della casa la sposa, la quale non doveva nè toccare le soglie, nè esserne toccata. Per l'India vedica, ricordano quest'uso l'_Atharvaveda_ e il _Kàuçikasütra_; per Roma antica, Plauto[376], Catullo[377], Lucano[378].

Non ripetendosi la medesima cerimonia per le vedove, parrebbe quasi che le soglie toccate dalla sposa dovessero toglierle quello che le rimaneva di più prezioso; gli antichi tuttavia preferivano vedere in tale cerimonia un nuovo simbolo del rapimento; e ad essi si accosta Augusto Rossbach, il dotto illustratore degli usi nuziali di Roma antica[379].

Nella Grecia moderna, il signor Zecchini osservò l'uso seguente: «Quando la giovane è giunta alla porta, su d'un crivello distendesi un tappeto, e sopra esso la si fa camminare nell'atto che si approssima al marito. Se il crivello non si rompesse sotto i suoi piedi, ned essa manca di pesarvi con tutto il suo corpo, nutrirebbesi in suo danno alcuni sospetti che allarmerebbero lo sposo.»

NOTE:

[374] Cfr. _Atharvaveda_, lib. XIV, presso gli _Indische studien_ di Weber, v.

[375] _Zeitschrift für Deutsche Mythologie._

[376] _Casina:_

_Sensim super attolle limen pedes, nova nupta._

[377] _In Nuptias Juliæ et Manlii:_

_Transfer omine cum bono_ _Limen aureolos pedes_ _Rasilemque subi forem._

[378] _De bello Pharsalico:_

_Turritaque premens frontem matrona corona_ _Translata vitat contingere limina planta._

[379] Cfr. ROSSBACH. _Untersuchungen über die Römische Ehe_, Stuttgart, 1853.

XX.

La suocera.

Le suocere hanno nell'opinione popolare quel posto medesimo che le matrigne: sono tristi. Quindi nel Pesarese, chiamano bacio di Giuda quello che la suocera dà alla nuora; nell'Umbria dicono: _suocera e nuora, tempesta e gragnuola_; nella _Fiera_ del Buonarroti[380], un tale volendo far sacramento per qualcosa di spiacevole, grida: _orbè, suocera mia!_ E, nella novella 227 di Franco Sacchetti, il piacevole motto di una nuora diventa proverbio «_Buon per te, passera, che non avesti suocera._»

Nella bocca della suocera, suonano sempre rampogne per la nuora; e la stessa _veneranda madre_ di Ettore presso l'_Iliade_[381], non fa eccezione, ne' lamenti di Elena.

Una delle pretese della suocera è di dormir più della nuora, o almeno quanto questa. La nuora, secondo il precetto di Buddha, deve andar l'ultima a dormire e levarsi la prima[382]; Draùpadì, presso il _Mahàbhàrata_, volendo assicurare Satyabhamà come ella compia i suoi doveri verso la suocera, osserva che il sonno suo e quello della suocera durano del pari.

È interessante ora l'udire dal nostro Regaldi[383], come, nella valle di Susa, la suocera accolga la nuora: «Quando la brigata giunge alla casa dello sposo trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in sulla soglia si affaccia la suocera burbera nel volto, colla mestola appesa alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora: — «Che cosa volete? — Entrare in vostra casa e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi. — Eh! voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che l'assetto della casa. — Lasciatemi provare e vedrete. — Ma qui si tratta di pascolare e mugnere gli armenti, di tagliare il fieno e lavorare i campi. — Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi. — Di alzarsi la prima e coricarsi l'ultima perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima. — Ed io farò anche questo. — Ma voi verrete meno a tante fatiche. — Iddio e vostro figlio mi aiuteranno.» A queste affettuose parole, la suocera smette l'aria burbera e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora: — _Vieni, figlia mia_, le dice, _vieni e possa tu non mai scordarti delle fatte promesse_. — Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa che da quell'istante fa gli onori della casa e invita tutta la compagnia a prender posto al banchetto di nozze.»

In Calabria, segue il Regaldi, la suocera, all'entrare nella casa, avvolge un lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi e congiungendone i capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici, insieme con gli sposi, stendono le mani, intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima, cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa.

Gli onori del ricevimento alla sposa li fa la suocera, ma prima ella vuole assicurarsi che la nuora sarà laboriosa e benevola; nel Bolognese e altrove la suocera mette la scopa attraverso alla porta; la nuora deve levarla e mettersi con quella scopa a spazzar subito le camere; se non lo fa, la suocera si mette in collera; in Lunigiana, nell'Umbria, nell'Arpinate, la suocera domanda alla nuora se porti guerra o pace; la sposa risponde pace; allora le due donne si abbracciano; a un tale dialogo si riferiscono pure due versi d'un canto popolare umbro, che dicono:

Te benedico colla palma dell'ulia (olivo) Possi portà la pace a casa mia.

Al che la sposa risponde: «Così speriamo.» Ma non sempre la suocera vede bene le nozze, e però alcuna volta si astiene pure dai complimenti. A Pinerolo, quando essa è contraria alle nozze, se ne rimane in casa, per apprestare la cena. Lo sgarbo prenunzia evidentemente grandi battaglie fra le due donne. Così negli usi de' Brettoni, quando la madre di famiglia vede arrivare il _bazvalan_ per trattar nozze che non le vanno, finge non vederlo e gli volta le spalle, occupandosi del fuoco.

Ma se la suocera accetta le nozze, assicuratasi coi dialoghi sovra descritti che la nuora le viene ossequente, mette il suo amor proprio nel bene riceverla ed ospitarla. Da un capitolo antecedente rilevammo l'uso di accogliere la sposa col grano per augurio di fecondità; la _grazia_ de' Sardi, i confetti, gli zuccherini che si gettano alla sposa contengono il medesimo simbolo. Simbolo di fecondità e di ospitalità era il pane e il vino che anticamente gli sposi trovavano preparati sulla porta della loro dimora; nei dintorni di Ciamberì, in Savoia, la suocera attende alla soglia gli sposi con un pane e del sale; in Russia, mentre lo suocero presenta agli sposi la sacra immagine, la suocera solleva pure sopra le loro teste un pane con un cavo nel mezzo ripieno di sale. La suocera sarda riceve la sposa con grano e sale. La polpetta della suocera perugina e la schiacciata della suocera abruzzese suppliscono evidentemente il pane ed il grano. In Corsica, la suocera presenta alla sposa un _tinedru di caghiatu_[384]; l'osimana un boccale di vino. Nel Tarentino, fino al secolo decimosesto, era l'uso che la sposa, al suo ingresso nella casa, fosse imboccata con una cucchiaiata di miele, cibo sovra ogni altro accetto nelle nozze tartare.

È notevole ancora come l'uso indiano e romano di versar l'acqua ai piedi della nuova sposa che entrava in casa siasi mantenuto in alcune parti della Sardegna, ove la suocera accoglie ancora la sposa con un bicchier d'acqua che versa innanzi la sposa, mentre questa passa la soglia della camera nuziale. La suocera deve essere dalla nuora considerata come la sua padrona e il suocero come il suo padrone; perciò messere (_msé_), ossia mio signore, chiamano le nuore piemontesi lo suocero, e madonna, ossia mia signora, la suocera; il qual onore reso alla suocera rilevo pure da un canto popolare toscano:

Quando sarà quel benedetto giorno Che le tue scale salirò pian piano? I tuoi fratelli mi verranno intorno, Ad uno ad un gli toccherò la mano. Quando sarà quel dì, cara colonna, Che la tua mamma chiamerò madonna?

NOTE:

[380] Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.

[381] XXIV:

... E se talvolta o suora O fratello o cognata, o la medesma Veneranda tua madre (chè benigno A me fu Priamo ognor) mi rampognava, Tu mansueto, con dolce ripiglio, Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.

[382] Cfr. FOUCAUX. _Histoire du Bouddha Sakya Mouni._

[383] _La Dora._

[384] Un tinello di quagliata; cfr. TOMMASEO, _Canti Côrsi_.

XXI.

Il dominio della sposa.

La suocera è la padrona vecchia, la nuora è la padrona giovine della casa. Perciò, entrando nella casa maritale, essa suole ricevere alcuni simboli del suo nuovo dominio. Presso i Germani del settentrione appendevano al fianco della sposa le chiavi[385]; e nel poemetto su Rig, presso l'_Edda di Soemund_, troviamo Snoer, la fidanzata di Karl, portarsele al fianco. La sposa romana riceveva anch'essa le chiavi, e, accadendo divorzio, le restituiva[386]; nel Ducange[387], si aggiunge come nel medio evo le vedove solessero gettare le chiavi e il cinto nuziale sopra il cadavere del marito. Un altro simbolo popolare del dominio della sposa nella casa è la mestola, che la suocera, ed ove questa manca, lo suocero le presenta. L'uso vigeva nella Germania settentrionale[388]: e vive ancora nei dintorni di Ciamberì in Savoia, a Riva di Chieri, a Pinerolo in Piemonte e a Lugnacco nell'alto Canavese; quindi l'espressione popolare italiana _tenere il mestolo_, che equivale a _dominare_. A Castelnuovo di Magra in Lunigiana la sposa entra in casa con due grembiali; la suocera ne slaccia uno e lo porta sopra il letto matrimoniale, intendendo con ciò di darne a lei il possesso.

La rocca, che in molti luoghi d'Italia la suocera presenta alla nuora, è simbolo del lavoro che l'aspetta; la granata, che talora le attraversa l'ingresso nella casa maritale, è simbolo dell'ordine e della pulizia con cui ella dovrà tenere la casa.

NOTE:

[385] Cfr. MITTERMAIER, _Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts_. Cfr. la formola tedesca nel XIII capitolo del primo libro di quest'opera.

[386] Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «_Quo mulier offensa, claves remisit, domum revertit._»

[387] Ed. Henschel, 1840-50.

[388] Cfr. KUHN UND SCHWARZ, _Op. cit._

XXII.

Cibi e banchetti nuziali.

Nelle nozze si dà al mangiare tanta importanza, che nozze e banchetto da sposi vennero a significare il medesimo[389]. La novellina piemontese, che finisce ordinariamente in un matrimonio dell'eroe con l'eroina conchiude con questo ritornello: «_A l'an fait tante nosse e tanti spatüss; e mi i j'era daré d'l'üss; a l'an gnanca name na f'tta d'prüss_[390].» Qui la parola nozze vale evidentemente banchetto nuziale; così, a quanto pare, nel _Bestiaire_ francese:

Et feroît pour nous grant mangier, Et grans noces et gran convi.

E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di nozze, onde probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia allegro suolsi domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e si beve meglio, come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nel _Mogliazzo_ del Berni:

E' sarà buon che noi beiàmo un tratto, Ch'io voglio a queste nozze scorporare!

Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio, si canta:

Andiam di brigata Intanto a bere E a godere Una 'nsalata E doman cialde Faremo a falde, Berlingozzi e bastoncelli Per le nozze di duo' anelli.

Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto _croccante_, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto, tutti i convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa cerimonia. A questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de' convitati va di soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta della sposa e lo cuce ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che la loro unione è fatta e non può più disfarsi.

Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette[391], i confetti, gli zuccherini, la grazia[392], gli spinnagghi[393], gli uccelli[394], i trionfi[395], i pemmata[396], i lunghetti[397], i tortelletti, i ravioli[398], accompagnano ogni festa nuziale nell'uso indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova nelle nozze tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze le noci ai fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri fanciulleschi, ci è reso popolare dai versi di Virgilio[399] e di Catullo[400]. E il citato proverbio piemontese conferma ancora tal uso:

Pan e nus Vita da spus[401].