Part 12
[333] Quindi Citranguy, nella tragedia Tamulica, sopra Saranga: «Regina, voi siete capace di legare e scuotere una montagna con un pugno di capelli; di innalzare un padiglione nuziale, senza aiuto di colonne.»
[334] Lib. IV «_intrare debeant in unam ecclesiam ordinatam pro libito voluntatis et in eadem ecclesia sponsalitia huiusmodi debeant celebrari_ et non alibi _sub poena, etc._»
[335] Modena, 1864.
XII.
La parte del prete.
Il concilio di Trento[336] stabilisce la nullità del matrimonio se non sia contratto in presenza del parroco e di testimonii; il qual decreto della Chiesa, preso alla lettera, dovea poi, nell'opinione del secolo decimosettimo, far parere legittime le nozze, come quelle di Lucia Mondella con Lorenzo Tramaglino[337].
Il prete supplì il padre, nelle funzioni di combinatore e consecratore di nozze; e in qualche caso supplì la pronuba, o, come il feudatario medievale, anche lo stesso marito.
Nel compiere tali ufficii e ancora nel rinunciare ai medesimi, il prete si fa pagare; raro è che il parroco si contenti, come nell'Abruzzo Teramano, che gli sposi gli bacino le mani. Egli vuol doni, e la gallina che si dà nell'Arpinate al parroco e il bicchier di birra, la candela e il ramo di rosmarino involto in un filo sfilacciato di seta rossa che ricevono il pastore ed il sagrestano, nell'Havelland[338], sono gli infimi doni che gli sposi possano rilasciare alla chiesa. Il prete indiano richiedeva, senz'altro, una vacca, e, per di più, riceveva in dono i panni sudici della sposa ch'ei solo avrebbe, secondo la credenza inspirata al volgo, potuto purificare.
In Francia, nel medio evo, il prete soleva pure intervenire al banchetto nuziale; ma fosse pudore, fosse malizia, esso preferì, in seguito, convertire il suo diritto in denaro.
Io inclino tuttavia a credere che il pudore trattenesse assai pochi dal partecipare al banchetto nuziale, per lo più indecentissimo, riflettendo come le frequenti lagnanze de' primi scrittori della Chiesa contro i preti, diaconi e sottodiaconi che assistevano ai banchetti nuziali, provino soltanto il piacere della recidiva. La speculazione potè invece più presto decidere il prete a privarsi di doni e vantaggi incerti, per assecurare ai suoi ozii una rendita fissa. Così troviamo ora che il prete per lo più, nelle cerimonie nuziali, riceve solamente danaro. Nel Pesarese, lo sposo dava al prete un _papetto_ o un _testone_, o un _mezzo scudo_[339] ed al sagrestano uno _zapparin_[340]. La qual conversione del dono in danaro, premeva tanto al nostro prete ch'ei la volle pur consegnata, come legge, negli Statuti municipali[341].
Gioverà ora vedere, per merito di quali ufficii, il prete riceve la sua mercede nella cerimonia nuziale. Ai sacrificii antichi, ne' quali si sacrificavano o si fingevano di sacrificare il simbolico toro ed altri animali fecondatori, come la porca romana, con grande spargimento di grano, riso, farro, simboli di fecondità, e di acqua purificatrice, sottentrò presso i cristiani la così detta Messa degli sposi, nella quale si finge di sacrificare in corpo e sangue ed anima il fecondatore per eccellenza, la bellissima tra le figure del sole, il Cristo. Poco su poco giù, sono gli stessi inchini, le stesse benedizioni, le stesse preghiere, lo stesso spettacolo. Se non che, il prete indiano accompagnava gli sposi nella camera nuziale, e continuava a dirigerne e benedirne ogni movimento e recitar formole molto espressive, finchè non vedesse il matrimonio intieramente consumato[342]; il prete cristiano si fermò sulla soglia della chiesa. Tuttavia è notevole come anche in Francia, e particolarmente in Brettagna, il prete cristiano abbia cercato di protrarre l'uso antico, recandosi nel medio evo a benedire il letto nuziale, sopra il quale stavano gli sposi (_sedentes vel jacentes_, come dice il cerimoniale)[343], con le seguenti parole: «_benedite questi cari giovani come voi avete benedetto Tobia e Sara; degnatevi benedirli così, o Signore, affinchè nel nome vostro essi vivano e invecchino e si moltiplichino lungamente, pel Cristo Signor Nostro. Così sia._» Altre formole di benedizione del letto nuziale si trovano ne' rituali della Francia medievale.
NOTE:
[336] Sessione 24, c. I.
[337] Cfr. MANZONI, _I Promessi sposi_: cap. VI. «Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io invece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandoglisi davanti i due sposi, con due testimonii, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell'e fatto.»
[338] Cfr. KUHN UND SCHWARZ. _Op. cit._
[339] Lire 1, o 1 50 o 2 50.
[340] Centesimi 25.
[341] Cfr. _Statuta Castri Fidardi_ (Castelfidardo), Maceratae, 1588, lib. quartus: «_Item statuimus et ordinamus quod in sponsalitiis ipsis, vel postea quacumque ipsorum occasione, nullus audeat cereos vel cereum seu fatioletta apportare, sed pecuniam tantum solvat et offerat ad Altare; et qui contra fecerit. etc._»
[342] Cfr., nel terzo libro, i capitoli che s'intitolano: _La pronuba_, e _Il Jus primæ Noctis_.
[343] Cfr. VILLEMARQUÉ. _Op. cit._
XIII.
Augurii di fecondità alla sposa.
Quasi tutta la cerimonia nuziale è simbolica del congiungimento degli sposi e della fecondità loro augurata. Ma vi sono, fra l'altre, alcune cerimonie più significative, che meritano di fermare la nostra attenzione. Il grano, che la folla getta ancora sopra gli sposi che passano in Sardegna[344], in Sicilia e ad Ortonuovo in Lunigiana, ricorda il grano sparso a piene mani nelle cerimonie nuziali indiane e latine, il grano che soleva portarsi innanzi alla sposa latina, affinch'ella diventasse feconda, il grano che l'odierna suocera indiana versa sul capo della nuora. Il cestino di pulcini che, nella campagna di Bra, si fa abbracciare alla sposa ed i bambini che presso i Brettoni si mettevano nel letto nuziale degli sposi, ricordano l'uso vedico di mettere un bel bambino sopra il seno della sposa, per lo stesso augurio di fecondità.
I Romani facevano sedere la sposa sopra una pietra Priapea; ed un senso fallico aveva pure la pietra sopra il letame, ed altre pietre alle quali lo sposo indiano, a più riprese, faceva accostare la sposa, dalla quale scongiuravasi pertanto Viçvàvasu il genio della verginità. Le zuppe di tutta carne che si mangiano nell'Altmark, in Germania[345], dagli sposi, affinchè il loro bestiame s'accresca, ricordano i numerosi inni e riti vedici, i quali, con la fecondità degli sposi, auguravano la prosperità alla casa. A tutti questi atti augurali, aggiungansi i frequenti augurii di numerosa figliuolanza fatti, per ogni verso, con smorfie e parole agli sposi; e, dopo avere tutto notato ed esserci persuasi che le credenze più antiche sono le più tenaci, e che il mondo non minaccia spopolarsi, per difetto d'augurii alle spose affinchè si fecondino, diamoci pure un po' di spasso e permettiamoci pure di ridere, alla volta nostra, coi versi inesorabili di Tito Lucrezio, ripetendo al credulo volgo il suo eloquente _nequidquam_[346].
NOTE:
[344] Cfr. DOMENECH. _Op. cit._
[345] Cfr. WEBER. _Op. cit._
[346] _De Rerum natura_, IV:
_Nec divina satum genitalem numina quoiquam_ _Absterrent, pater a natis ne dulcibus unquam._ _Appelletur, et ut sterili Venere exigat aevom;_ _Quod plerumque putant, et multo sanguine moesti_ _Conspergunt aras, adolentque altaria donis,_ _Ut gravidas reddant uxores semine largo._ _Nequidquam Divom numen, sorteisque fatigant._
XIV.
Allegrezze perchè si fa la sposa.
In Germania, la vigilia delle nozze, i ragazzi rompono tutte le vecchie stoviglie della casa, levando grida di gioia. A Gallarate e Turbigo, in Lombardia, il più ardito vicino entra di soppiatto nella stanza ove la compagnia nuziale festeggia, e getta in mezzo ad essa una scodella di terra, che naturalmente va in pezzi; dalla strada allora i ragazzi fanno strepitosamente evviva alla sposa. Nel Fanese, la suocera presenta alla sposa una pentola piena di cenere e di cattive erbe; la sposa la butta in terra; e quanto più minuti pezzi se ne fanno, più il matrimonio sarà felice e fecondo. In generale, per tutta Italia, si ha per buon augurio che in giorno di nozze si rompa qualche cosa. Ed è troppo evidente di quali guasti sia simbolo, una tal cerimonia, perchè io abbia bisogno di interpretare il malizioso proverbio Perugino: «_se si rompe qualche cosa è male per la sposa._»
Ai ragazzi che fanno festa agli sposi, soglionsi ancor gettare confetti, ciambelle e noci, che ricordano le _nuces juglandes_ de' Romani. Allora i ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida risuonano soltanto di lunghi evviva. Ma guai se si tardi o si neghi ai gridatori il dono; le grida si fanno insolenti; non si rompono più cocci, ma vetri e tetti, e si fa ingiuria alla sposa, come se questa nell'unirsi ad un uomo, abbia incontrato la massima tra le vergogne. Già Astolfo re dei Longobardi poneva una multa per impedire in Italia l'abuso di gettare immondizie sopra la sposa[347]. Gli _Statuti di Firenze_ del 1415[348] proibiscono che si gettino sassi contro o sopra la casa, dove le nozze si fanno; gli _Statuti di Città di Castello_[349] vietano che si gettino pietre, o immondizie o si faccia strepito alla casa di chi fa nozze; un decreto finalmente della Repubblica Veneta del 1562[350] ha quanto segue: «_Nelle feste che si faranno di nozze, come di compagnie, et di cadauna altra, siano del tutto prohibiti li festoni sì a porte et fenestre come in ogni altro loco, nè possano usarsi tamburi, trombe squarzade, et simili instrumenti, nè meno alcuna sorte di codette, o altra artiglieria._» Pure lo sparo di mortaletti, schioppi e pistole e il suono di campane continua ad accompagnare la festa nuziale in molti luoghi d'Italia, come pure in Germania; ma non in segno di spregio alla sposa, sì bene di festa. I giocolieri o _troctingi_ medievali sono sostituiti dai presenti _torottotela_ subalpini e buffoni marchigiani, e montenegrini[351], i quali accompagnano il suono e il canto di movimenti assai grotteschi; anzi, presso Novi Ligure, il buffo è lo sposo medesimo, il quale precede la comitiva, spiccando salti meravigliosamente bizzarri, fra gli evviva della folla. Il violino e la viola sono poi gli ordinarii strumenti coi quali si rallegra ora la marcia nuziale ne' contadi d'Italia, se bene dei tamburi accennati nel decreto della repubblica veneta vi siano ancora vestigia tra noi[352].
Nella marcia romana e greca, le tede o fiaccole, simboliche del fuoco domestico e del fuoco generatore acceso dalle madri, ornavano la pompa nuziale. Nell'uso moderno, gli sposi non portano la candela fuori della chiesa, gli Slavi, e i Tedeschi che ne fanno uso, avendo per costume di donarli al prete, come gli Italiani del medio evo[353]. È singolare tuttavia l'uso di Civita di Penne, ove, all'uscire degli sposi dalla chiesa, si presenta un uomo con una grande paniera, adorna di dolci e nocciuole infilate, sul capo, e in mezzo alla paniera un grosso lume.
All'uso delle tede nuziali vuolsi evidentemente ascrivere l'origine della burlesca espressione italiana _far lume_, che vuol dire assistere a bocca asciutta al godimento degli sposi o innamorati.
Nell'India ancora, si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove alla dimora dello sposo, qualunque sia l'ora del giorno, non volendosi, di certo, sopprimere al fuoco il suo simbolo, che in questo caso, non è tanto d'illuminare quanto di augurare alla sposa vigilanza e fecondità; così, nell'India vedica, gli sposi si facevano precedere dal fuoco nuziale che non doveva estinguersi mai; e una formola conservata dall'_Atharvaveda_[354], da recitarsi mentre la sposa entrava in casa, le raccomanda il fuoco e l'acqua, come l'uso romano voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e fuoco. Quanto all'origine della cerimonia, è possibile che sia mitica; l'aurora, la prima delle spose, la sposa del sole, ci presenta anch'essa alle sue nozze un fenomeno di fuoco ed acqua, ossia di luce e rugiada.
NOTE:
[347] «_Pervenit ad nos, quod dum quidam homines ad suscipiendam sponsam cujusdam sponsi cum Paranympho et Troctingis_ (specie di giocolieri che saltano) _ambularent, perversi homines aquam sordidam et stercora super ipsum jactassent, etc._»
[348] Lib. III: «_Si quis proiecerit lapides ad domum, vel super domum alicuius tempore quo ibi fierent nuptiæ._»
[349] Editi a Città di Castello, 1538: «_Statuimus et ordinamus quod nullus audeat vel presumat projicere lapidem vel petrudinem_ (sic) _aliquam vel facere aliquem rumorem ad domum alicuius nuptias celebrantis de die vel de nocte._»
[350] Cfr. MUTINELLI. _Lessico Veneto_.
[351] Cfr. MIÇKIEVIC'. _Canti Illirici_.
[352] Tale, per esempio, è il tamburello a sonagli che usa negli Abruzzi.
[353] Cfr., di sopra il capitolo che intitolai: _La parte del prete_.
[354] Cfr. WEBER. _Op. cit._
XV.
Il rapimento della sposa.
Risaliamo qui ancora al mito, ed all'epopea che ne deriva. In questa prima tra le creazioni artistiche dell'umano intelletto, il Dio o l'eroe si conquista la sposa, sottraendola al suo guardiano, che la tiene occulta. La giovine sposa, allieva delle fate, cresce nelle tenebre; il giovine sposo, altro allievo delle fate, esce anch'esso dalle acque tenebrose[355]. Il giovine sposo, sottrae alle tenebre la giovine principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demonii; e in altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l'aurora, la figlia della notte. Questo è il più frequente motivo mitico ed epico. Ed a questo motivo io riferisco la cerimonia del rapimento che occorre talvolta nell'uso nuziale indo-europeo. Gli scrittori romani, notando l'uso, vollero spiegarlo come una reminiscenza dell'antico ratto delle Sabine; e trovarono a' dì nostri, molti critici, che ripeterono senz'altro quelle stesse origini dell'uso. Ma chi consideri come il ratto delle Sabine sia un avvenimento del mito, e non della storia, e come Romolo sia l'eroe dell'epopea latina, e però stia fuori degli avvenimenti terrestri[356] e chi consideri ancora come, presso altri popoli, i quali non ricordano nella loro storia alcun ratto di Sabine lo stesso uso si conserva, non vorrà confermare un pregiudizio che nacque in tempo in cui il cielo mitologico era chiuso alla critica quanto e più forse dell'astronomico.
Il principe degli sposi, lo sposo visibile d'ogni giorno, lo sposo celeste, lo sposo alle nozze del quale con Sùryà è dedicato un intiero inno vedico, i cui versetti servirono poi nell'antichità indiana di formole per il cerimoniale delle nozze, il sole, insomma, servì di modello agli sposi. Egli sposa l'aurora e la rapisce dal potere sinistro de' genii della notte: l'aurora versa la rugiada; la sposa rapita deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga la rugiada; lo sposo non piange, ma rasciuga il pianto della sposa. L'uso ed il fenomeno celeste, a vicenda, si dichiarano.
Vediamo ora come quest'uso siasi mantenuto. Dionigi d'Alicarnasso lo chiama _greco ed antico_[357], ed è noto come a Sparta la cerimonia nuziale fosse un vero rapimento che lo sposo faceva d'accordo coi parenti. Nel rito romano, ai tempi di Catullo[358] il marito fingeva di rapire dalle braccia della madre la sposa. La stessa finzione si rinnova nell'uso nuziale sardo; e a Casalvieri, nell'Arpinate, la forma del rapimento è questa:
«Lo sposo accompagnato dai parenti trova chiusa la casa della sposa; nè, per picchiar ch'ei faccia, alcuno lo sente; onde, tutto smanioso, ne domanderà i vicini che rispondono di non saperne nulla. Allora egli si aggira per quei dintorni ed, in un fosso, troverà una scala a piuoli rotta in qualche parte; egli, racconciatala, con questa sale per una finestra nella casa della sposa. Dopo molto cercare trova la sposa nascosta in qualche cantuccio, e con essa egli discende ad aprire la porta della casa tutto festante ed allegro. Allora il padre e la madre della sposa gli dicono: «_Or che l'hai ritrovata l'hai meritata_», ed il padre di lui presenta innanzi la porta della casa ai genitori della sposa una coscia di pecora, dicendo: «_ecco la carne morta e dateci la viva_[359].» Dopo di ciò, la sposa viene benedetta e consegnata allo sposo, che la mena verso la sua dimora.
La stessa cerimonia del rapimento è nell'uso Turanico. Per l'Ungheria, me lo fa supporre la consuetudine che vi si mantiene del _serraglio_[360]; per i Turcomanni, il Boqueville attesta come, dopo una viva lotta simulata fra gli amici dello sposo e i parenti della sposa, questa, resistente, viene portata via, di fuga sopra un tappeto; per i Finni è ancora il _Kalevala_ che ci istruisce. Lo sposo finnico come l'indiano e lo slavo viene o manda a pigliar la sposa con un carro tirato da cavalli. La sposa piange a lungo e non sa decidersi; la madre le rimprovera quell'abbandono; un fanciullo la consola; le comari la consigliano intorno ai doveri; alfine lo sposo mena via la sposa ed i ragazzi cantano: «_Un uccello nero è venuto dal fondo della foresta fino a noi, e ci ha rapito una bell'oca._»
NOTE:
[355] Cfr. i miei _Studi sull'Epopea Indiana_.
[356] In uno studio speciale sovra l'_Epopea latina_, pubblicato nel _Libero Pensiero_ di Parma, nell'anno 1868, ho tentato mostrare come la vera e sola epopea latina sia nella vita di Romolo, personaggio eminentemente mitico.
[357] Ἑλληνικόν τε καὶ ἀρχαῖον ἔθος
[358] Il _Carmen nuptiale_ ci offre un'idea di tali contrasti:
_At tu ne pugna cum tali coniuge, virgo._ _Non aequum est pugnare, pater quoi tradidit ipse,_ _Ipse pater cum matre, quibus parere necesse est._ _Virginitas non tota tua est, etc._
[359] Da lettera del prof. Ferdinando Santini.
[360] Cfr. il capitolo seguente.
XVI.
Il serraglio.
Allo sposo rapitore è naturale che parenti, amici, vicini, conterranei contrastino la sposa rapita; quindi, per la sposa rapita, si armano le guerre epiche; e dal mondo epico-mitico l'uso popolare ha derivato, fra gli altri impedimenti nuziali, la cerimonia del serraglio, con la quale s'impedisce l'allontanamento della sposa.
Nell'India antica, parecchie ragazze cercavano trattenere con varii scherzi lo sposo mentre egli veniva a pigliare la sposa; e lo sposo le placava con doni.
Così, in Russia, sono ancora le fanciulle che arrestano lo sposo prima ch'egli arrivi alla chiesa; e lo sposo le manda via contente con moneta spicciola e pan pepato.
Quando lo sposo, nell'Heideboden in Ungheria[361], conduce via la sposa, la gioventù del villaggio con un nastro di seta impedisce la via; gli sposi si riscattano con un bicchiere di vino e un po' di pane, sebbene, alla prima, il procuratore della brigata dimandi assai più.
Questa cerimonia è chiamata generalmente in Italia _fare il serraglio_, in Corsica, _far la travata_ o _far la spallera_, nel Pistoiese, _far la parata_, nella Valtellina, _far la serra_, nel Tarentino, _fare lo steccato_[362] od anche _fare la parata_[363], e in parecchi luoghi del Piemonte, _fare la barricata_.
In generale, stimasi poco onorata la sposa di quei nostri contadi ove l'uso vige, se gli amici non arrestano gli sposi, mentre partono; arrestando lo sposo, si prova di stimare la sposa; perciò le spose si mostrano sempre liete di un tale contrasto, il quale consiste, per lo più, in un semplice nastro che la sposa stessa deve tagliare, e talora pure in una vera barricata (il serraglio qui appare simbolico della verginità della sposa).
Del _serraglio_ nuziale trovo già ricordo per la Toscana, presso il Sacchetti e poi nella decima novella di Agnolo Firenzuola[364] e in uno scritto, forse inedito, del Rinuccini, che, per quanto spetta le nozze, io riferisco per intiero, in nota, da un manoscritto della Magliabecchiana[365].
Quando la sposa va fuor di paese, il serraglio si fa agli sposi sulla porta del paese; ed ordinariamente è la sposa quella che con le forbici taglia il serraglio, se pur questo serraglio è solamente un nastro o cordoncino da potersi tagliare con le forbici, quasi voglia la sposa mostrare con tale atto ch'essa va via volentieri e che non le importa di perdere quello che perderà. Se invece si tratti di un serraglio impossibile a tagliarsi con forbici, provvedono la ronchetta del marito e le braccia di lui e della brigata soddisfatta ne' doni, occorrendo talora di rovesciare una vera barricata composta di parecchi attrezzi da campagna.
Pure alcuna volta accade che la brigata de' giovani, ricevuta, per rispetto alla consuetudine, una piccola moneta, regali invece essa stessa con lauti cibi e bevande gli sposi.
L'uso del serraglio dura, per quanto è pervenuto a mia notizia, quantunque si vada ora sensibilmente perdendo, nel Monferrato, nell'alto Canavese, nell'Ossola, presso il Lago Maggiore, nella Valtellina, nel Trentino (Valle di Non), nel Fanese, nel Pesarese, in alcuni contadi della Toscana, in Corsica, nell'Abruzzo Teramano e nel Tarentino.
L'uso è de' più caratteristici nelle nostre cerimonie nuziali, e può servire di lucido commento alla più bella pagina dell'epopea. Lo sposo, sia che tolga la sposa stessa, sia che tolga alla sposa quello ch'essa custodisce più gelosamente, è sempre un rapitore; ora le cose vietate non ottenendosi senza difficoltà, allo sposo rapitore, che pur finisce col trionfare, si oppone, per via, qualche ostacolo; il _serraglio_ è figura evidente di ostacoli siffatti che lo sposo rapitore incontra. Adamo Oleario, che viaggiava nell'anno 1637 in Persia, vi aveva notato quest'uso. Quando si faceva il contratto nuziale, tutti gli astanti dovevano tenere le mani distese, poichè in tal modo s'impedivano loro atti di spregio allo sposo, come per esempio, il taglio di un lembo della vesta, con imprecazione affinchè lo sposo riesca impotente; ma di ciò si vedrà meglio nel nostro libretto sopra gli _usi natalizii_.
NOTE:
[361] Cfr. SZTACHOVICZ. _Op. cit._
[362] «Staccatu.»
[363] «Apparatu.»
[364] «Costui adunque (un tal di Prato) sapendo ch'un suo amico menava moglie, pensò subito, come è usanza di queste contrade, di farle un serraglio.»
[365] Dico _forse_ inedito, perchè non vorrei che qualche eruditissimo e gentilissimo bibliofilo mi venisse tosto, se io pubblico per inedito ciò che forse non lo è più, a dare accusa di falso, come avviene tanto spesso in queste care controversie dei nostri letterati; quasi che ci fosse così gran merito a scoprire un manoscritto, quando questo manoscritto si trova inscritto a catalogo; quasi che provenga molta più gloria a chi copia da un manoscritto che a chi copia da un libro; quasi che ogni copiator di manoscritti diventasse un Angelo Mai. Io do per inedito lo scritto che segue; se non lo è, poco male; io lo ripubblico perchè nessuno lo conosce, o tanto pochi ne hanno notizia da non riuscire superflua una nuova edizione. Per dare poi il suo a chi spetta, debbo ancora soggiugnere come fu una indicazione del dotto ed ora compianto bibliotecario della Magliabecchiana cav. Canestrini, che mi pose il manoscritto fra le mani. È una inezia per la quale parrà che io spenda troppe parole; ma poichè sovra tali inezie si spacciano e si pretendono, in giornata, diplomi d'immortalità, è bene avvertire il lettore che io non vi pretendo affatto.
_Considerazioni sopra l'usanze mutate nel presente secolo del 1600 cominciate a notare da me, cav. Tommaso Rinuccinj, l'anno 1665 e con pensiero d'andar seguitando fino a che Dio benedetto mi darà vita, trovandomi nell'età d'anni 69._
Nozze.