Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore

Part 11

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Così, presso i Brettoni, quando lo sposo è entrato in casa, il capoccia gli consegna una cinghia da cavallo, che lo sposo passa alla cintura della sua fidanzata. Mentre egli affibbia e sfibbia la cinghia, il _breutaer_ intuona un canto che incomincia: _Ho veduto in un prato una giovine cavalla gioiosa_, ecc.; dopo di che s'invocano le benedizioni del cielo; il _breutaer_ fa scambiare gli anelli agli sposi e giurarsi di rimanere uniti sulla terra come il dito all'anello, per durare uniti nel cielo. La sposa esce quindi dalla casa col paraninfo (che non è il _bazvalan_), il quale ha tante liste d'argento sull'abito quante migliaia di lire porta la sposa in dote[304]. Segue il fidanzato con la donzella d'onore; il _bazvalan_ fa salire lo sposo tenendo la briglia al suo cavallo, il _breutaer_ solleva di peso la sposa, ponendola dietro lo sposo, e compiendo così l'ufficio del _dr'idhapurusha_ o _uomo forte_ del cerimoniale indiano che sollevava di peso la sposa sopra la pelle di toro distesa presso il fuoco sacrificale e forse la portava pure sopra il carro, come nell'odierno uso germanico. Messi a cavallo gli sposi, tutta la comitiva, pure a cavallo, parte di galoppo verso la chiesa; e il primo che arriva si guadagna un montone e il secondo alcuni nastri[305].

In Russia, gli sposi vanno invece alla chiesa in due carri distinti, tirati da tre cavalli, dopo che la sposa ha raccomandato il suo giardino al padre, col canto che segue:

Per la campagna, il cigno gridava, Nel gineceo Annetta piangeva: Dio giudichi il padre mio! Consegnano la fanciulla a gente straniera, Rimane il verde giardino senza di me, Si seccheranno tutti i fiori del giardino, Il mio roseo, il mio bianco fiore, L'azzurro, il celeste fiordaliso. Io farò questa raccomandazione al padre mio: Alzati, o babbo, di buon'ora, Innaffia, di frequente, ogni mio fiore, All'aurora ed al tramonto, E più ancora con la tua mesta lacrima.

Ma il lasciare la soglia della casa, per muovere alla chiesa non è sempre senza cerimonie; in Germania, la giovine coppia gitta sulla soglia che deve attraversare un tizzone acceso[306], quasi per avvertire sè stessa come il passo che sta per fare vuol essere difficile, od a purificarsi. In Sardegna, mentre la sposa esce dalla casa paterna, le viene presentata una cestina piena di tortore, a ciascuna delle quali essa deve dare la libertà[307]. Anche la _Venus sponsa_ de' Latini rappresentavasi con una colomba in mano; e nei sarcofagi de' primi tempi della Chiesa, a simboleggiare la fedeltà coniugale, si rappresentano talora tortore, talora delfini[308]. Nella campagna d'Alba, fino all'anno 1848, nella vigilia del giorno in cui si festeggiano i due santi della città, per la qual festa si dà il fuoco ad una colomba, che dà così principio ai fuochi d'artifizio, perfettamente come la colombina di casa Pazzi che, in Firenze, per la settimana santa si brucia, affinchè i contadini tirino gli augurii per la raccolta dell'anno; nella campagna d'Alba, io dico, fino all'anno 1848, era l'ultima sposa fattasi prima della festa, che doveva dare il fuoco alla colomba. Ora queste tortore e queste colombe compagne della sposa, di ottimo augurio anche nelle nozze de' Brettoni, che cosa significano? Sono esse simbolo d'innocenza o d'amore o di fecondità o di tutto questo insieme? E le tortore che la sposa sarda mette in libertà non potrebbero essere segno della innocenza che la fanciulla è prossima a perdere? o pure, come parmi più probabile, non simboleggierebbero esse la libertà che la fanciulla, sottratta all'autorità paterna, va cercando nella gioia delle nozze?

Comunque ciò sia, ecco gli sposi in istrada, per non tornare indietro, divisi per lo più, finchè il prete non li abbia uniti in chiesa, e sostenuti ciascuno dai proprii parenti, mentre i suonatori, le campane, lo sparo de' mortaletti e degli schioppi e gli evviva della folla accompagnano la marcia più solenne che festosa di tutta la comitiva nuziale, la quale quanta fosse, in passato, possiamo raccogliere da una prova negativa, io voglio dire presso gli Statuti Fiorentini del 1415[309], ove si pone il divieto che il corteggio nuziale possa comporsi di oltre duecento persone, cioè cento per parte. Nè alcun vocabolo potrebbe essere qui più proprio di _corteggio_, per esprimere la comitiva nuziale, poichè dove son principi, ivi è corte; e che gli sposi siano principi lo vedremo nel capitolo seguente. Noto intanto, come nel Canavese, quando un uomo s'avvia per pigliar parte ad alcuna comitiva nuziale, sia solito a dire ch'ei va _a far onore_, o sia, _a far la corte_.

NOTE:

[302] Cfr. TOMMASEO, _Op. Cit._

[303] Cfr. SZTACHOVICZ, _Braut-Sprüche und Braut-Lieder auf dem Heideboden in Ungern_. — Anche ne' Sassoni Siebenbürgen si accompagnano gli sposi che lasciano la casa della sposa, per recarsi in chiesa, con alcuni versetti di benedizioni. Cfr. SCHUSTER. _Siebenbürgisch-sächsische Volkslieder_, _Sprichwörter_, _Rätsel_, _Zauberformeln und Kinder-Dichtungen_, Hermannstadt, 1865. — Leggo poi in una vita di Buddha (_The life or Legend of Gâudama the Buddha of the Burmese_, by the rev. P. Bigandet) come, per le nozze di lui, i Pounhas abbiano pure versato acqua benedetta sopra la testa degli sposi. L'uso dell'acqua benedetta versata sul capo degli sposi è pure vedico. Cfr. WEBER, _Indische Studien_, v.

[304] In Piemonte, suole la stessa sposa portare tanti giri di _dorini_ (ghiandette d'oro) intorno al collo, quante sono le migliaia di lire ch'essa ha di dote.

[305] Cfr. VILLEMARQUÉ, _Op. cit._

[306] Cfr. KUHN UND SCHWARZ. _Op. cit._

[307] Cfr. DOMENECH. _Op. cit._

[308] Cfr. MARTIGNY. _Dictionnaire des antiquités chrétiennes._

[309] Libro IV.

V.

Gli sposi incoronati.

Se non è una corona, sarà una ghirlanda; se la corona non è d'oro, sarà di un altro metallo; se non si adopera corona, saranno fiori; ma sempre usò e sempre usa ricingere di un serto il capo degli sposi. Poichè gli sposi son principi, e principi, perchè il primo degli sposi, lo sposo mitico, il sole è sommo principe incoronato. Al sole fanno corona i suoi raggi; gli sposi della terra, nel difetto di raggi solari, immaginarono cingersi il capo di oro o metallo che all'oro somigli, o di vaghi fiori. Il principato degli sposi dura, in Russia, quanto le nozze, o sia per lo più otto giorni; è un resto del culto agli sposi come ai principi mi sembra l'uso da pochi anni scomparso nella campagna d'Alba, ove un drappello di soldati presentava le armi agli sposi che passavano, mentre che l'ufficiale di guardia offeriva un mazzo di fiori alla sposa.

Ora è interessante il vedere come l'uso della corona o ghirlanda nuziale sia popolare a quasi tutti i popoli indo-europei. Per l'India, sappiamo che lo sposo muove tuttora incoronato alla dimora della sposa; per la Russia, che i due paraninfi tengono levata sul capo degli sposi per tutto il tempo del sacro rito una corona metallica, d'oro per i ricchi, indorata o di ottone per i poveri[310]; per la Grecia, che i due sposi portano una ghirlanda, la quale serbano di poi sopra il letto; per l'Albania, allude alla corona nuziale un grazioso canto popolare, ove si dice, fra l'altro:

Quando passano il parentado con lo sposo Prendi i pampini della bianca vite, Sì prendi i pampini della vite bianca, E ne intessi due corone[311].

Presso i latini sappiamo che si coronava la nuova sposa con verbene ed erbe scelte da lei medesima, e Imene si cingeva le tempie coi fiori della fragrante maggiorana[312]; fra i primi cristiani, entrambi gli sposi si incoronavano[313].

Nell'uso moderno europeo, generalmente, s'incorona invece solo più la sposa[314]; e come le antiche spose, per memoria di Suida, dedicavano il cinto nuziale a Diana, le nostre dedicano la loro ghirlanda nuziale alla Vergine, che ne ha preso il posto e ne compie, presso le donne, i più delicati uffici[315].

NOTE:

[310] Cfr. nel primo capitolo di questo libro, l'uso delle antiche spose veneziane.

[311] Presso la _Raccolta di Canti popolari Siciliani_, fatta da LEONARDO VIGO.

[312] Cfr. FESTO, sotto la voce _corolla_; e CATULLO, _In Nuptias Juliæ et Manlii_:

_Cinge tempora floribus_ _Suaveolentis amaraci._

[313] «_Jam quidem virgo tradita est, jam Corona sponsus, jam palmata consularis, jam cyclade pronuba, jam toga Senator honoratur._» — Cfr. pure i vetri del Garucci ove appare lo stesso Gesù Cristo ad incoronare gli sposi.

[314] Da un disegno presso il Lamarmora, entrambi gli sposi sardi appaiono incoronati.

[315] Uso di Sinigaglia, nelle Marche. — Dalla risposta di Nicolò I, papa, ai Bulgari, cap. III, presso il Muratori, _Antiquitates italicæ, dissertatio vigesima, de actibus mulierum_, rilevo come gli sposi bulgari dovessero portar corona e come gli sposi italiani fossero soliti ad assumere le due corone in chiesa «_.... Post hæc autem de Ecclesia egressi Coronas in capitibus gestant, quæ semper in Ecclesia ipsa sunt solitæ reservari._» Forse dette corone erano metalliche.

VI.

Gli sposi velati.

Il velo può avere un doppio simbolo, o di legare materialmente gli sposi o di rappresentarne la innocenza; il fatto che le vedove non solevano, passando a seconde nozze, ripigliare il velo nuziale[316] può convenire per la dichiarazione così d'un simbolo come dell'altro. E il pudore naturale alle vergini dovette loro farlo più accetto e contribuire a perpetuarne l'uso; se bene, per verità, anche a tal pudore vi siano state e vi siano eccezioni[317]. Il velo che ora vediamo per lo più bianco sul capo delle spose, come desiderato segno di candore, in origine era di un color rosso di fuoco; e però _flammeum_ lo chiamavano i Latini. Io inclino quindi a credere che il desiderio di fargli simboleggiare la innocenza fosse in origine il minimo, e che il colore del velo simboleggiasse piuttosto la prima unione maritale. Per i Latini, il _flammeum_ doveva essere simbolo d'unione sempiterna, se dobbiamo attenerci alla sola interpretazione che, sotto questa voce, ne dà Festo[318], il quale nota come la moglie del flamine, alla quale non era lecito il far divorzio, portasse di continuo il _flammeum_; ma non è impossibile che la _flaminica_ portasse il _flammeum_ ossia il velo color fiamma, color del fuoco generatore, per l'unica ragione che si chiamava _flaminica_. Si noti tuttavia come il velo nuziale si converte ordinariamente anche per le donne maritate moderne in cuffia: la qual cuffia, come il velo, rappresenta non tanto l'innocenza che si ha, quanto quella che si è perduta, come mi sembra provarlo l'usanza della Piccola Russia da me ricordata, per la quale si copre il capo con un fazzoletto a modo di cuffia, anche alla fanciulla che, senza maritarsi, ha peccato.

Il velo si metteva nelle antiche nozze sul capo dello sposo non meno che della sposa; e sappiamo che, velati, nella cerimonia sacrificale, solevano pure mostrarsi gli sposi romani. I cristiani adottarono l'uso del velo nuziale solamente verso il terzo o quarto secolo dell'era volgare, poichè in odio del _flammeum_ pagano, parve loro assai tempo empia consuetudine; e forse d'allora in qua, non volendosi o non potendosi sopprimere il velo, se ne mutò il color rosso in bianco. Durò l'uso del velo nuziale per tutto il medio evo in chiesa, nè solo per la sposa, ma anche per lo sposo. Quattro uomini tenevano i quattro angoli del velo sospeso sopra le due teste incoronate degli sposi, sempre che non si trattasse di vedovi[319]. E un testimonio oculare mi scrive aver notato in una cerimonia nuziale a Parigi, nel tempio della Madeleine, or sono pochi anni, come, ad un certo punto della messa, si distendesse da due parenti sul capo degli sposi un velo oblungo. «Le Greche dell'Armenia, scrive il signor Zecchini, pel giorno delle loro nozze portano un velo di color rosso e giallo, col quale si coprono la testa e tutto il corpo.»

NOTE:

[316] Nella risposta sopra citata del papa Nicolò I: «_Velamen illud non suscipit, qui ad secundas nuptias migrat._»

[317] Tertulliano si lagnava già delle cristiane che non voleano velarsi, mentre le arabe si coprivano tutta la faccia: De Virg. vel. 17: «_Indicabunt vos arabiæ ethnicæ, quæ non caput sed faciem quoque ita totam tegunt, ut uno oculo liberato contentæ sint dimidiam frui lucem quam totam faciem prostituere._» Che l'uso di velarsi poi presso le donne che si maritano o maritate, fosse pure indiano, lo argomentiamo da una prova negativa, presso il _Lalita-Vistàra_, secondo la versione che dal Tibetano ne fece il Foucaux: «Cependant Gopâ, la jeune femme de la famille de Çâkya, en présence de son beau-père, et de sa belle mère, et des gens de la maison quelqu'ils fussent, ne voilait pas son visage. Et ceux-ci se disaient, en la blâmant avec sévérité: Ne conviendrait-il pas de reprendre cette jeune femme qui n'est jamais voilée?»

[318] _Flammeo amicitur nubens ominis boni causa, quod eo assidue utebatur flaminica, id est flaminis uxor, cui non licebat facere divortium._ — Lo sposo indiano vela oggi egli stesso la sposa appena terminate le funzioni. — In Tessaglia, la sposa tiene il velo fino alla casa dello sposo.

[319] Cfr. MURATORI. _Antiquitates Italicæ_, Diss. XX.

VII.

Il tappeto degli sposi.

Quello che il velo sul capo, esprime il tappeto nuziale disteso sotto i piedi degli sposi e sopra i sedili uniti ov'essi siedono; è simbolo, cioè, del primo materiale congiungimento[320]. Gli sposi russi, per quanto dura la sacra funzione, restano in piedi sovra un tappeto di raso color rosa; gli sposi cercano mettervi i piedi nello stesso tempo, poichè si crede che nella casa padroneggerà quello o quella che metterà primo il piede sul tappeto nuziale. Gli sposi indiani rimanevano sopra una rossa pelle di toro. Gli sposi romani sedevano sopra scanni fra loro congiunti con una pelle della vittima sacrificata, la quale, come si rileva da certi bassorilievi, era una vacca. Noto, per incidente, come nel sacrificio nuziale degli antichi Finni si sacrificava pure un toro[321]. Ora, una reminiscenza di cosiffatti usi simbolici mi sembra di certo ancora il tappeto o cuscino rosso, sopra il quale, nell'agro Tuderte, innanzi la soglia della casa, la suocera fa inginocchiare la sposa[322].

NOTE:

[320] In Germania, gli sposi devono stare tanto vicini, mentre il matrimonio si celebra, che nessuno possa fra loro vedere. Cfr. KUHN UND SCHWARZ, _Op. cit._

[321] Cfr. KALEVALA, 20 runo, versione di Léouzon Le Duc, Paris, 1868.

[322] L'uso è alquanto somigliante; ma ignoro di qual colore sia il tappeto che copre lo scanno e il tavolo, sopra i quali è fatta discendere in Sardegna la sposa, presso la soglia della casa maritale.

VIII.

Gli sposi inanellati.

Altri son gli anelli della promessa, altro l'anello che si mette, in presenza del prete, solennemente in chiesa. In Russia, in Albania, sul Pindo, gli sposi scambiano i loro anelli tre volte. Scambio di anelli tra gli sposi notiamo pure nelle Edda, fra i Germani e fra i Brettoni. Rosso doveva essere l'anello nuziale scandinavo, e d'oro lo mantenne generalmente l'uso nuziale indo-europeo, forse in memoria del _c'akra_ o circolo o disco del sole, il primo degli sposi.

Questo anello si mette, come è noto, al quarto dito, chiamato perciò _anulare_, cui nel medio evo si reputava corrispondere una vena del cuore. Secondo un rituale della chiesa di Rheims, il prete provava l'anello sulle tre prime dita, recitando per ciascun dito una formula ripetuta dal fidanzato, e al quarto dito si fermava con un'altra formola[323]. Ma conviene che lo sposo abbia alcuna avvertenza nel mettere in chiesa l'anello alla sposa; poichè la sposa trae pronostici dalla maggiore o minor violenza con cui lo sposo l'inanella; se lo sposo canavesano e il perugino introduca, per esempio, l'anello al di là della seconda congiuntura nel dito della sposa, questa deve rimanere avvertita che lo sposo sarà un tiranno domestico e che la bastonerà. Grande sventura poi il perdere l'anello nuziale; in Germania, de' due sposi morrà primo quello che avrà perduto l'anello; e, nel Perugino, si dice che starà tanti anni nel purgatorio colui che avrà perduto l'anello nuziale.

NOTE:

[323] Ecco il formulario:

Al pollice: «Par cet anel l'Église enjoint All'indice: «Que nos deux coeurs en un soient joints Al medio: «Par vrai amour et loyale foy All'anulare: «Pour tant je te mets en ce doy.»

Cfr. CHÉRUEL, _Op. cit._

IX.

Communione di cibi e di bevande.

Vi ha un proverbio francese che dice: _Boire et manger, coucher ensemble, c'est mariage ce me semble_. Questo proverbio si riferisce evidentemente all'uso di far bere e mangiare gli sposi insieme, uso che diede luogo nel medio evo a parecchi abusi[324].

Nell'India vedica, si versava sopra le mani de' due sposi unite una doppia manata di grano arrostito.

Fra i Parsi, mentre gli sposi si danno la mano, il _maubad_ versa loro sopra le mani unite riso e frumento.

La romana _confarreatio_, che consacrava le nozze, doveva avere il medesimo significato, ossia rappresentare la communione di ogni bene fra gli sposi.

La _confarreazione_ si celebrava nel cospetto del Pontefice, del Flamine e di dieci testimonii. Le Vestali preparavano un minestrone di farro con cui si aspergeva la vittima simbolica del sacrificio nuziale. Di quello stesso farro facevasi un pane del quale entrambi gli sposi doveano mangiare.

In alcuni cantoni della Brettagna, il prete taglia una fetta di pane bianco e lo spezza fra gli sposi; quindi versa vino in una tazza d'argento, che lo sposo beve in parte, passando il resto alla sposa.

In Russia, gli sposi, per un antico uso ereditato forse dai Greci, che lo hanno pure conservato, si scambiano tre volte in chiesa il calice contenente vino; l'ultima goccia dev'essere bevuta dalla sposa, la quale intende così di volere, in seguito, vuotare, rassegnata il calice delle amarezze[325].

Ne' dintorni di Bolzano (Trentino), due ragazzi sostengono due vasi pieni di vino; il prete versa da bere allo sposo e alla sposa, che bevono allo stesso bicchiere; quindi si fanno bere tutti gli astanti.

Tutto ciò fa parte del cerimoniale sacro; ma vi sono usi, i quali, anche non presente il sacerdote, restano sacri, tenendo le parti del sacerdote il padre. Così, se gli sposi non divisero i cibi e le vivande in chiesa, lo faranno appena giunti a casa.

Nella valle di Susa, gli sposi mangiano allo stesso piatto e bevono allo stesso bicchiere[326].

Lo stesso uso vive in Sardegna[327] e presso il Lago Maggiore.

L'indiano Gobhila scrive d'un cibo sacrificale, che nel secondo giorno delle nozze gli sposi dovevano mangiare insieme, e il Weber[328] annota come nell'antiche usanze del settentrione, e in Colonia, e ne' Siebenbürgen gli sposi bevono allo stesso bicchiere.

Nell'Indocina[329], al banchetto nuziale gli sposi mangiano allo stesso piatto; così, generalmente, nell'India odierna, al banchetto che si fa nel quarto giorno delle feste nuziali.

Marco Cralievic', l'eroe de' Serbi, fra gli altri doni che egli reca alla sposa, ha pure una ciotola, nella quale egli deve bere con essa; e sappiamo da Quinto Curzio[330] come, presso i Macedoni, gli sposi spartissero con la spada lo stesso pane, ed insieme lo gustassero.

NOTE:

[324] _Lo Statutum Synodale Nicolai Episcopi Andegavensis_, ann. 1277, cap. III (presso il Du Cange, _Op. cit._): «_Intelleximus nonnullos volentes et intendentes matrimonium ad invicem contrahere, nomine matrimonii potare, et per hoc credentes se ad invicem matrimonium contraxisse, carnaliter se commiscent. Verum cum per hoc nullum matrimonium contrahatur, et ob hoc quoniam plures jam fuerint decepti, vobis firmiter injungimus, quod frequenter et in publice Ecclesiis parochialibus vestris dicatis, quod per prædicta ejusmodi matrimonium nec sponsalia contrahantur._»

[325] Nella cena, che si fa la vigilia delle nozze, in Russia (governo di Mosca) i convitati bevono vino e dicono: _è amaro_. Allora i due sposi si abbracciano come a provare che l'amaro diviso diventa dolce.

[326] Cfr. REGALDI. _La Dora._

[327] Cfr. LAMARMORA. _Op. cit._

[328] _Op. cit._

[329] SYMES. _Op. cit._

[330] VIII, 4, 27 «_hoc erat apud Macedones sanctissimum coeuntium pignus, quem divisum gladio uterque libabat._»

X.

Intorno all'Altare.

A simboleggiare il viaggio della vita che i due sposi insieme faranno, l'antico sposo indiano pigliava per mano la sposa e le faceva fare tre giri intorno all'altare, dicendo: «_Vieni, sposiamoci, facciamo figli. Uniti d'amore, gloriosi, contenti, viviamo cento anni._» Gli stessi giri intorno all'altare compievano gli sposi romani, mentre innanzi alla sposa, per augurio di fecondità, si portava il farro. Nelle nozze russe, i due sposi tengono da una mano una candela, e, pigliandosi per l'altra mano, fanno pure tre giri intorno all'altare; quindi si baciano. Un'altra cerimonia somigliante era quella de' sette passi della sposa indiana verso il nord-est, per ciascuno de' quali lo sposo faceva un augurio; all'ultimo, egli diceva: «_fa l'ultimo passo come amica; siimi affezionata; possiamo noi aver molti figli e questi diventino vecchi._» Il che detto, come gli odierni sposi russi, così gli indiani accostavano volto a volto. Al Weber[331] i sette passi indiani richiamano pure in mente i sette salti dell'uso nuziale germanico. Quest'ultimo uso, meglio che il viaggio in comune degli sposi, può forse indicare soltanto che la sposa sta per fare il gran passo. Il salto della sposa ebraica ha forse il medesimo significato, se pure non è un semplice salto di gioia, come quello di Bigio, nello _Stufaiolo_ del Doni[332].

NOTE:

[331] _Op. cit._ «Cfr. _Die sieben Schritte beim Ordale und vor Allem Kuhn's Angaben über den Siebensprung. Vestphäl. Sagen, wonach dieser Brauch bereits der indogermanischen Urzeit anzugehören scheint._»

[332] Scena ultima: il vecchio Nicolò dà in isposa al famiglio Bigio la serva Caterina:

_Bigio_: Io voglio tôr qui la vostra fante di cucina.

_Caterina_: Vedi, balordo, di' madonna Caterina.

_Bigio_: La signora Caterina, e copularmi come comanda la legge.

_Nicolò_: Fa prima un salto.

_Bigio_: Ecco fatto.

XI.

Ove le nozze si celebrano.

Nel recinto domestico si celebravano le nozze indiane, slave, germaniche, greche e latine, sia che il solo padre della sposa sacrificasse, sia ch'egli chiamasse ancora, per la cerimonia, un sacerdote sacrificatore.

Nell'India meridionale, le nozze si fanno ancora sotto padiglioni sostenuti da colonne in legno molto elevate[333]. Nel medio evo, in Francia, si celebravano le nozze sulla soglia della chiesa. E che in Toscana, fino al secolo decimoquinto si consacrassero pure nozze fuori di chiesa lo argomentiamo da un divieto degli _Statuti Fiorentini_ del 1415[334] perchè un tale scandalo non si rinnovi. Nell'introduzione del marchese Campori agli _Statuti di Modena_[335], a proposito d'un matrimonio civile celebrato nel 1289, trovo poi queste parole: «Ritornando in sul dire della celebrazione di quel matrimonio, troviamo avesse luogo non in una chiesa, ma bensì nel cortile della casa di Lanfranco Rangoni, dove, benchè fosse il verno, oltre a duecento persone, tra nobili e popolani, erano convenute. Un Caretti, senza più uom laico e che vent'anni più tardi apparisce notato nella matricola de' giudici, richiese entrambi i giovani se ad unirsi in matrimonio acconsentissero; alla qual dimanda affermativamente risposero; dopo di che, i padri degli sposi innanzi a lui il consenso loro prestarono. «Allora, dice il documento nostro, Tobia Rangoni sposò coll'anello la figlia sua ad Aldrobandino, e poscia nella camera stessa di lui fu ad essi apprestato il letto nuziale. Nè allora, nè in altra circostanza, che ci sia nota, questa forma di matrimonio civile che era, al dire del Caretti medesimo, secondo le consuetudini della città, porse luogo a protestazione del clero, che pure in tante altre circostanze ciò che stimava di pertinenza sua alacremente contro l'autorità laicale soleva propugnare.»

NOTE: