Part 10
Nell'India, il paese dalle abluzioni per eccellenza, sono innumerevoli le fonti sacre, alle quali può essere attinta l'acqua del bagno nuziale. Ma sempre, innanzi di adoperarsi, questa viene benedetta. Nell'_Atharvaveda_[281] si conservano parecchie formole per una tale benedizione. Nell'India odierna, lo stesso suocero lava i piedi allo sposo con acqua, latte e sterco di vacca[282]; segue la congiunzione delle mani e la libazione dell'acqua sopra le palme unite degli sposi.
Finito il bagno, l'antica sposa indiana rilasciava le sue vesti sudicie al procolo (ordinariamente lo suocero od il prete) recitandosi questo versetto: «Quanto di cattivo e d'impuro sarà accaduto nelle nozze e nel trasporto della sposa, lo scuotiamo sovra il procolo». Il procolo levava i panni sudici con un bastone di _udumbara_, e andava ad appenderli nella selva ad un albero, a fine di purificarli; intanto la sposa si ornava e vestiva di nuovo, mentre le si recitavano versetti d'augurio, per la fecondità e un vivere lungo e felice. Quindi le si applicava un pettine di giunco a cento denti, con augurii perchè il sudicio cadesse. Al qual uso, oltre il romano dell'asta[283], con cui si pettinava dagli astanti la sposa, mi piace richiamare il russo, per cui ciascuno de' convitati a cena dà un colpo di pettine alla sposa già pettinata e depone una moneta sul vassoio che le sta innanzi.
Tra i canti albanesi di Sicilia[284] è questo che accompagna la sposa, quando essa viene condotta al bagno; e la menzione che vi è fatta della neve e del ghiaccio, mi fa supporre che il canto sia più antico della migrazione degli Albanesi in Sicilia, e nato veramente tra i monti dell'Epiro:
Fiocca neve e fa pioggia E la bella andò a lavare. Ruppe il ghiaccio col piede E la neve con la mano. Spirò un venticello dritto dritto Che le tolse il velo delicato, E glie lo raccolse il di lei vecchio padre, E col velo ritornarono a casa.
In Russia pure, il canto accompagna la cerimonia del bagno, fatto per traspirazione, così dallo sposo come dalla sposa. Nella stanza del bagno si scherza, si ride e si canta; le compagne lavano la giovine sposa, la quale, uscendo dal bagno, canta melanconicamente così:
Io, pervenuta all'ultimo, prego Dio, Lo stesso Cristo del cielo, La Santa Madre di Dio, Nella mia bellezza di vergine, Con le mie care giovani compagne, O larga strada, luce mia, O larga strada aperta ai sollazzi, Ho finito di camminare sopra di te, Ho finito di sollazzarmi Con le mie care giovani compagne, Nella mia bellezza di vergine. Vicini miei, cari vicini a me più prossimi, Non ricordatevi de' miei dispettucci e delle mie insolenze; Attribuite, miei cari vicini, Le insolenze alla semplicità della vergine, I piccoli dispetti alla bellezza della vergine; Amara lamentatrice, mi accosto Alla mia pulita camera, Al mio vasto cortile, Alla nuova porta, Agli intagliati pilastri.
E, mentre le viene intrecciata la chioma, essa rivolta ad una compagna le dice tutta carezzante:
Tu, mia cara sorella, tortorella, N. N. Intrecciami la mia treccia castagna, Che sia fortissima, che sia finissima. Intrecciami un nastro rosso, Legami, tortorella mia, Tre nodi, Tali che mai non si disfacciano.
Presso gli Albanesi di Calabria incontriamo pure canti, che ricreano la fidanzata, mentre essa vien pettinata, mentre le vien messa la _keza_, specie di cuffia o berretta, mentre le si indossa la _tzoga_ o gonnella nuziale, e le si attacca alla _keza_, un velo con uno spillone sormontato da colomba[285]. Ma invece di essere la sposa quella che canta, cantano le compagne ora unite, ora divise in due cori che alternativamente si rispondono. Si apre il canto così:
O tu sposa, avventurata sposa! È venuta l'ora che vai sposa. Va sposa questa signora Al fianco di un signore: Voi dunque, signore e vicine, Pettinatele bene la treccia, Intrecciategliela mollemente, e fatene palla; Non le spezzate alcun filo, Sì che le sia grave quest'ora.
Allora il primo dei cori incomincia:
Sul trono del padronato Ora leggiadramente acconcia il crine Colla keza fulgente, Coll'animo altero del tuo signore, O decoro delle donzelle, Levati, chè tardasti assai.
Il secondo coro risponde:
Non fu tardo alcuno, Chè solo tardò la signora madre A comprarle la tzoga, Acciò non le s'involasse ratta; Ora che volete affrettarla In quest'ultima ora? Appena folgora il sole.
Tutte le donne insieme intuonano finalmente il canto:
O sorella e signora sposa, Ecco il difuori per te si chiude, Il difuori e tutto il mondo estraneo. Come la colomba dei cieli Coll'amore del compagno tuo Tu felice sotto la pioggia, E al fragore delle quercie, Abbi decoro, sorella mia, Come il sole quando sorge, Come il sole nelle saliere, Come la torta in sulle tovaglie.
Quando la sposa era vestita, si riteneva dai Romani come ottima consuetudine ch'ella si coricasse sul letto con gli abiti nuziali[286], forse per la stessa cagione che in Russia si siedono innanzi di imprendere gravi negozii o lunghi viaggi. Nessun negozio più grave, di fatto, e nessun viaggio più lungo di quello che imprende la giovine sposa. Ella viaggia da un mondo ad un altro, da una vita all'altra; così ella potesse, nel suo ultimo sonno di vergine dimenticare quanto abbandona, e risvegliarsi ricca di liete speranze!
NOTE:
[277] Mi parrebbe che in questo caso, sia il senso che meglio convenga al disputato epiteto di _puer felicissimus_; ecco, del rimanente, il testo medesimo di Servio: «_Aqua et igni mariti uxores accipiebant. Unde et hodie faces prælucent et aqua petita de puro fonte per puerum felicissimum vel puellam quæ interest nuptiis, de qua solebant nubentibus pedes lavari._»
[278] . . . . . λάβε μου, Σκάμανδρε, τὴν παρθενίαν
[279] II, 15.
[280] Cfr. BECKER. _Charicles_, III.
[281] Libro XIV. Cfr. gli _Indische studien_ di Weber.
[282] Considerato come purificatore. L'acqua che le fanciulle annoveresi gettano dietro la loro compagna che si marita, mi sembra pure avere un simbolo di purificazione. Cfr. _Kuhn und Schwarz, Norddeutsche Sagen, Märchen und Gebräuche_. Leipzig, 1848.
[283] Cfr. PLUTARCO, nella _Vita di Romolo_.
[284] Presso la _Raccolta de' canti popolari Siciliani_, ordinata da Lionardo Vigo.
[285] Cfr. CAMARDA. _Appendice al Saggio di Grammatologia comparata della lingua albanese_.
[286] Presso Festo: «_Regillis, tunicis albis et reticulis luteis utrisque rectis, textis susum versum a stantibus pridie nuptiarum diem virgines indutæ cubitum ibant ominis causa, ut etiam in togis virilibus dandis observari solet._»
LIBRO SECONDO
LE NOZZE
I.
Come sono vestiti gli sposi.
Il lucido giorno arriva; gli sposi sono pronti a mettersi in via; prima che essi muovano e ci occupino altrimenti, osserviamone le foggie del vestire. Esse vogliono apparire solenni; ove la povertà tolga di spendere in pompose vesti, è lecito, per tal giorno, pigliarne ad imprestito, come sappiamo che avveniva alle antiche spose veneziane; «esse non arrossivano, scrive la signora Renier Michel[287], di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e sino la corona d'oro che lor venìa posta in cima al capo, qual segnale di nuove spose. Il Governo avea cura di abbigliare in pari modo quelle che venivano dotate dal pubblico; ma, finita la festa, dovevano esse restituire tutti gli ornamenti, non ritenendo per sè che la dote.»
Incominciamo dal capo della sposa; come si pettinasse solennemente presso i Romani e nell'India e si pettini fra gli Albanesi ed in Russia, abbiamo sopra veduto. Accennammo pure di sopra alla keza o cuffia o berretta delle Albanesi. La cuffia è simbolo delle donne maritate; nella Piccola Russia, quando una ragazza si è lasciata sedurre, le compagne le mettono per forza sul capo il fazzoletto a mo' di cuffia, come le donne maritate lo portano. In Germania[288], le donne maritate mettono alla sposa una cuffia, con nastro di seta rosa, mentre le non maritate cercano impedirlo. In Piemonte[289] la nuova sposa porta una cuffia a piume, in Corsica una cuffia bianca arricciata[290], a Castelnuovo Magra in Lunigiana una rete di seta rossa[291] con nappe rosse pendenti, e sopra la rete, da una parte, un piccolissimo e grazioso cappellino di paglia, dall'altra ricche ciocche di fiori, particolarmente garofani. Talora, oltre la cuffia, occorre ancora un fazzoletto o un velo, come presso le spose albanesi e le côrse[292]; talora il velo solo, talora il velo e la corona. Ma al velo ed alla corona nuziale dovremo concedere più oltre un paio di capitoletti distinti. Onde, per finire quello ch'io so intorno alla testa della sposa, aggiungerò qui ancora come, in alcune parti del Trentino, le fanciulle portino sul capo una fogliolina verde, simbolo evidente di verginità, la quale perdono il dì delle nozze, in cui s'intrecciano ai capelli della sposa fiori finti.
Intorno al collo portano in Germania un filo rosso, che può ricordar forse il nastro rosso e nero di lana delle spose indiane[293]. Rosso è, per lo più, il fazzoletto che le spose piemontesi portano intorno al collo, e la collana de' così detti dorini (che sono ghiandette d'oro, vuoto o pieno, a più o meno giri, secondo la dote della sposa) onde esse medesime fanno la loro massima pompa, e le granate con fermaglio d'oro che ricingono il collo delle spose di Castelnuovo Magra in Lunigiana, contengono forse il medesimo simbolo, presagio più facile ad indovinarsi dal lettore che a dichiararsi da me.
La veste della sposa, secondo l'uso antico, è per lo più bianca; e l'uso si mantiene quasi universalmente presso i popoli indo-europei. Accenno come una singolarità la consuetudine di Ortonuovo in Lunigiana, ove la sposa porta una gonnella di panno nero con busto guernito di rosso allacciato sul davanti con una stringa rossa. Vuolsi poi notare come in Italia, dopo l'invenzione della seta, la vanità delle spose del contado faccia loro spesso preferire all'antica veste nuziale bianca (l'_alba tunica romana_), una veste di seta o nera od a vivi colori.
Intorno alla vita vedemmo già usarsi dalle spose un nastro, o cintura, per lo più di color rosso; un tal nastro portano pure gli sposi nel Trentino, legato al braccio.
Sul grembo, spesso in Italia, il grembiale; le calze, ora bianche, ora rosse; le scarpe ora rosse addirittura, ora legate con nastri di seta scarlatta.
Nell'India, vestendosi la sposa, si diceva: «le dee, che questo (abito) hanno filato, tessuto e disteso e piegatine intorno i lembi, ti vestano fino alla vecchiaia. Vivendo a lungo, vestiti di questo. Con quell'attrattiva che è ne' dadi e nelle bevande spiritose, con quell'attrattiva che si trova ne' figli, con quell'attrattiva che ha una coscia ignuda, con quella, o Açvin, ornatela. Così noi orniamo allo sposo suo questa sposa; la rallegrino di figli Indra, Agni, Varuna, Bhaga, Soma.»
L'attenzione si fermò assai meno sopra gli abiti dello sposo; pure si può notare che trionfa anche in essi il color rosso, per lo stesso simbolo che di sopra ho accennato. Attorno al cappello, al braccio, alla vita, alle calze, alle scarpe splendono nastri rossi; ama i fiori anche lo sposo, ed ove usano le ghirlande o le corone, s'inghirlanda o s'incorona; ed ove usa il velo ei si lascia velare.
NOTE:
[287] _Origine delle feste veneziane._
[288] Cfr. SIMROCK, _Handbuch der Deutschen Mythologie_.
[289] A Riva di Chieri.
[290] Cfr. la cronachetta, presso i _Canti Côrsi_ del TOMMASEO.
[291] Si rammentino le reticelle color d'arancio delle spose romane, citate da Festo.
[292] Queste ultime portano sopra la cuffia un fazzoletto di Cambrì o d'altra tela fina pendente sugli omeri.
[293] Nell'India meridionale usano il tali, una specie di figuretta di divinità fecondatrice, per un nastro, color zafferano, a 108 fili finissimi, sospesa al collo delle donne maritate. Cfr. LAZZARO PAPI, _Lettere sulle Indie Orientali_.
II.
Lo sposo arriva.
Solo, difficilmente ei s'arrischia; lo accompagna, per lo più, il procolo o il camerata e talora una intiera brigata di giovani, fra suoni, grida, spari di pistoloni o schioppi. I ragazzi, al solito, gli fanno contrasto; ma di questi impedimenti nuziali vedremo, di proposito, in un prossimo capitolo. In Sardegna, lo sposo viene accompagnato dai paraninfi e dal prete del villaggio, specie di mezzano. Appena la sposa vede arrivare lo sposo si getta ai piedi della madre, e, piangendo e singhiozzando, ne invoca la benedizione. Ne' dintorni di Fenestrelle, in Piemonte, lo sposo muove con tutto il parentado, e, secondo la espressione popolare piemontese, trova sempre, alla dimora della sposa, l'_uscio di legno_[294], che vuol dire la porta chiusa. Quei di fuori fanno alcuni bizzarri complimenti, spesso in rima, ai quali rispondono, dopo avere aperto, ed essere state ritrovate, dove stavano con essa nascoste, le amiche della sposa. Questi dialoghi fra gli amici dello sposo e le amiche della sposa sono popolari all'uso indo-europeo; e noi conserviamo ancora il canto relativo de' Brettoni, e quello degli Albanesi. Ma, presso i Brettoni, canta per la fanciulla e per le sue compagne, il loro avvocato che si chiama _breutaer_; il _bazvalan_ o procolo, arrivato coi compagni dello sposo, a cavallo, nel cortile della sposa, la invita col canto ad uscire; il _breutaer_ risponde; finito il dialogo fra loro, lo sposo coi compagni resta fuori; il _bazvalan_ viene introdotto e siede un istante a tavola; dopo di che, il _bazvalan_ discende a pigliare lo sposo[295].
Presso gli Albanesi di Calabria, mentre le compagne finiscono di vestire la sposa e la porta sta sempre chiusa, arriva lo sposo co' suoi e dicono[296]:
Rondinella dal bianco collo, Apri tosto, e mi ti mostra, Chè ti è venuto l'amante alla porta.
Le donne rispondono maliziosamente dal di dentro:
Zitti, via, che è impedita, Abbiamo la biancheria nel bucato, Abbiamo il pane al forno; Quanto ne lo leviamo, e poi vengo.
Gli uomini:
Colà su, colà per il monte, Colà era una pianura grande, Dove pascolavano le pernici; Mi si lanciò uno sparviero[297], La più bella ne scelse, E me la rapì per il cielo.
Le donne si volgono allora a consigliare la sposa compagna, perchè pigli il suo partito:
O sposa, tu sorella mia, Servi tu il signor tuo, Lascia gli ufficii che hai, E prendi quelli che troverai.
Gli uomini fanno coraggio allo sposo, affinchè compia ardito il suo disegno:
O tu, signore sposo, Non andare timido, Chè non vai a combattere, Ma vai a prendere Quel capo (gentile come) una mela Quella vita (sottile come) una verga.
Le donne aprono la porta; gli uomini irrompono; lo sposo fa atto di rapire la sposa; le donne si lamentano così:
O sparviero, primo sparviero, Lasciami andare la pernice; Ecco tristamente, poichè l'hai afferrata Di lagrime inonda il seno.
Lo sposo è occupato della sposa; i compagni rispondono per lui:
Non la lascio, e non la rimuovo, Chè io per me la voglio.
Vedendo una parte delle donne disperato il partito, salutano la sposa e la benedicono in nome de' suoi parenti:
Prendi tu dunque, sorella mia, Prendi il saluto dalle compagne, Dalle compagne, o dalle vicine. Prendi la benedizione di tua madre, Di tua madre, e del padre tuo.
L'altra parte si volta dolorosamente verso la madre in nome della sposa che, tutta occupata del suo dolore, non può più parlare:
Che ti ho io fatto, o madre mia, E mi rimuovi dal tuo seno, Dal tuo seno, e dal tuo focolare?
Ma la madre, che nell'uso popolare indo-europeo non accompagna mai la figlia nè alla chiesa nè al banchetto, perchè deve stare in casa a piangere, soffocata dalle lacrime, non può nulla rispondere; e neppure il vecchio padre. In nome loro pertanto una parte delle donne benedice la sposa:
Abbiti la benedizione tu, o figlia, Vanne come il sole quando esce. I nostri nomi nei tuoi figli Si ripetano, e sieno onorati, Quando noi saremo trapassati.
Questi rimproveri che la sposa addolorata volge alla madre sono pure assai poeticamente resi in un canto popolare russo. Lo sposo arriva co' suoi compagni a cavallo, secondo la consuetudine più universale all'uso indo-europeo; la sposa inquieta interroga la madre, che, per mezzo di vaghe risposte, si studia, come può, di allontanare dalla figlia il dolore che le sovrasta; ma, quando la compagnia entra in casa e si stacca dal muro la sacra immagine, innanzi alla quale si devono gli sposi prosternare per essere benedetti, anche la madre si unisce a benedire:
— Madre, perchè nel campo c'è la polvere? Signora, perchè nel campo c'è la polvere?
— Sono i cavalli che scherzano; Luce mia cara, sono i cavalli che scherzano.
— Madre, nel cortile le visite arrivano, Signora, nel cortile le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò, Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, sul verone le visite arrivano, Signora, sul verone le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò, Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, nella stanza nuova vengono, Signora, nella stanza nuova vengono!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò, Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, dal muro levano l'immagine santa, Signora, dal muro levano l'immagine santa!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò, Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, mi benedicono, Signora, mi benedicono!
— Fanciulla, il Signore sia con te, Luce mia cara, il Signore sia con te[298].
NOTE:
[294] L'üss d'bosch.
[295] Cfr. VILLEMARQUÉ. _Op. cit._
[296] Cfr. CAMARDA. _Op. cit._
[297] Anche nella poesia popolare russa vedemmo già personificato lo sposo in uno sparviero; nella poesia vedica, lo sparviero porta l'ambrosia, figura del fallo che porta il seme genitale.
[298] Dopo pubblicato questo libretto uscì a Londra (Ellis e Green, 1872) un libro prezioso intitolato: _The songs of the Russian people_ by W. R. G. Ralston, ove un lungo e interessante capitolo (pag. 262-308) è consacrato ai canti nuziali della Russia. A tale capitolo rinvio il lettore che volesse più ampie notizie sopra le nozze russe.
III.
Il pianto della sposa.
L'uso indo-europeo primitivo lasciava piangere la sposa una sola volta, quando veniva lo sposo, e benedetta dal padre e dalla madre, la menava alla sua nuova dimora. La benedizione de' parenti bastava senza quella del prete; le funzioni domestiche bastavano senza quelle della chiesa. Allora si poteva dal rituale notare, in modo preciso, quando alla sposa spettasse di piangere. Ciò non si può ora, che lo sposo riceve in consegna la sposa non una, ma due o tre volte: la prima in casa, quando gli sposi s'avviano alla chiesa, la seconda nella chiesa stessa, la terza quando si torna di chiesa, correndo in parecchi paesi l'uso che gli sposi tornino dalla chiesa a far la prima refezione nella casa della sposa, la quale, come si dice, alle Langhe Albesi in Piemonte, ha bisogno di forze _per la fatica del viaggio_.
Questa molteplicità di congedi contribuì forse a fare scomparire in molti luoghi l'antico uso che faceva piangere la sposa prima di recarsi a marito. Pure di una cosiffatta usanza di vedica antichità, sono ancora molte le traccie in Italia, in Grecia, in Albania, tra gli Slavi e tra i Finni.
Per quello che mi consta dell'Italia, la cerimonia del pianto della sposa è viva in Sardegna, presso il Lago Maggiore, nella valle d'Andorno, a Monte Crestese nell'Ossola, nell'Abruzzo Ultra 1.º, nell'Arpinate, in Calabria, in Sicilia, nel Bolognese, nel Fanese, nell'Osimano, nel Tudertino; e dico la cerimonia del pianto e non il pianto, dico il pianto infinto e non le pie lagrime che la madre e la figlia insieme confondono nel dolore del distacco; poichè questo dolore non è un uso, ma una voce sempre viva della natura, che non concede ad alcuno di lasciar senza rammarico le persone e le cose amate; dove si ama, si piange; ma perchè in molti luoghi si piange senza amare, quest'altro pianto è dell'uso.
Ma l'uso per riuscir tale, dovette pure avere il suo perchè; ed il perchè io lo trovo in un altro uso, che formerà il soggetto di un prossimo capitolo che si intitola: _Il rapimento della sposa_. Il canto popolare ci ricorda questo pianto obbligatorio nuziale, e de' saggi ne recammo già dalla poesia russa ed albanese; i contrasti del _Carmen Nuptiale_ di Catullo lasciano indovinare la stessa usanza; e nell'agro Tuderte poi si canta ancora:
La giovinetta, quando si marita, Con due parole abbandona la mamma: Dice: la libertà per me è finita, L'ultimo giorno che porto la palma[299].
A tal pianto, che fa, che dice lo sposo? Nel contado Osimano egli è pronto a soggiungere: «Che avete che piagnete tanto? Avete paura di non trovare il pa?[300] State zitta, magnerete, beverete e starete in santa pace.» — Meno cortese invece il paraninfo greco[301], alla piangente dice in nome dello sposo: «_se piange, lasciatela_»; al che la sposa prontamente soggiunge: «_menatemi via, ma lasciatemi piangere_.»
La sposa deve inevitabilmente piangere, e il perchè lo vedremo, come pure perchè, mentre la sposa stava intenta al suo piagnisteo, lo sposo indiano mandasse un grido d'evviva.
NOTE:
[299] La palma si dà alle vergini; cfr. l'uso del vescovo di Como nel capitolo del primo libro che s'intitola: _Ricambio di doni nuziali_.
[300] Il padre, il babbo.
[301] Cfr. TOMMASEO, _Canti greci_.
IV.
Prima delle sacre funzioni.
Nell'India antica, era la suocera quella che faceva gli onori allo sposo venuto per portarle via la figlia; ma gli onori avevano per lo sposo assai poca attrattiva; la suocera di lui lo picchiava, con un pestello da mortaio, e lo tirava in casa pel naso. Il primo uso del picchiare lo sposo è pure germanico; ma, come il Weber[302] avverte, non la suocera, ma la comitiva nuziale fa, in Germania, un tale sgarbo allo sposo. Il suocero invece più onestamente offriva allo sposo indiano un miscuglio di miele e gli preparava da sedere sovra l'erba _kuça_. Presso i Tartari di Kazan è lo sposo che si fa precedere dal miele, ch'egli manda con uova e burro in dono alla sposa. Anche nella valle d'Andorno in Piemonte, lo sposo, di primo mattino, manda, entro un paniere, tutta una colazione allestita in casa alla sposa: poich'è uso che innanzi d'andare in chiesa gli sposi e compagni e parenti loro, in casa della sposa, facciano il primo spuntino.
Rifocillata, la compagnia si dispone a partire, i suonatori accordano i loro istrumenti e le campane incominciano con lo suonare a festa. La madre benedice la figliuola, che in Ungheria s'inginocchia e riceve sul capo l'acqua benedetta[303]. È una specie di sacramento domestico.