Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore

Part 1

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A. DE GUBERNATIS

STORIA COMPARATA

DEGLI

USI NUZIALI IN ITALIA

E PRESSO

GLI ALTRI POPOLI INDO-EUROPEI

SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA E AMPLIATA DALL'AUTORE

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI. 1878.

Proprietà letteraria.

Tip. Treves.

_AI NUOVI LETTORI._

Dopo nove anni, riprendo nelle mani il mio libretto a cui il pubblico italiano fece così cortese accoglienza. S'io dovessi scriverlo oggi da capo, forse lo farei molto più ampio e gli darei un altro ordine. Ma, poichè il libro, com'è nato, non dispiacque e non fu trovato inutile, prendo coraggio a lasciarlo stare qual è, aggiungendo solo qua e là alcuna notizia che m'è venuta alle mani da sè stessa dopo pubblicato il lavoro e che può contribuire a renderlo manco imperfetto, lieto intanto che esso abbia servito ad avviare in Italia un nuovo genere di ricerche sopra i nostri usi popolari. In appendice si troveranno pure riprodotte alcune notizie speciali sopra gli usi corsi e veneziani, venute alla luce alcuni anni dopo la pubblicazione della presente operetta, che ha forse, in parte, determinato i loro autori a raccoglierle.

Io non ho ora, in ogni modo, a far altro se non ringraziare l'intelligente editore che m'ha procurato un primo pubblico indulgente ed augurarmi che egli possa trovarmene ora in Italia un secondo non meno benevolo, il quale non trovi superflua la ristampa d'un libro che tratta di un uso il quale può trasformarsi, ma che si rinnoverà sempre fin che ci saranno nel mondo un Adamo, un'Eva ed un serpente seduttore che faccia da procolo e da paraninfo.

ANGELO DE GUBERNATIS.

AL CONTE GEZA KUUN

IN UNGHERIA

_Mio carissimo Geza._

Questo libretto che fu pubblicato, per la prima volta, senza alcuna dedica, nell'anno in cui ci siamo conosciuti, vuol essere ora dedicato a te, come pubblico pegno di un'amicizia la quale non mi ha procurato fin qui altro se non grandi e soavi consolazioni, e che io mi auguro possa, fin che vivremo, recarci conforto. Gli anni che passano fanno invecchiare ogni cosa intorno a noi, ma non i sentimenti, che, quanto più mettono radice nel tempo, più gagliardi crescono. Possa il tuo nome messo sulla prima pagina di questo libretto fortunato ricordare per molto tempo ed a molti il bene che ti vuole

Firenze, primavera del 1877.

_il tuo_ ANGELO DE GUBERNATIS.

PREFAZIONE

alla prima edizione

_Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva molto più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono ogni secolo a popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra, infimo è al certo il numero de' privilegiati, che, per lustro od infamia, sono eletti all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini nasce, lavora e si estingue, martire uniforme, ne' periodi veloci di oscure generazioni, io non so se come fiore o come crusca, alla superficie, si agita e dà spettacolo di sè un'aristocratica famiglia di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte, le moltitudini e seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma, come nella prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima, precipitando essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli non è stato il solo autore della sua così detta nazionale grandezza, e però, quando questa appare più gloriosa, egli la gode assai male; per altro verso, egli prende pure una minima parte alla sua rovina; e, però, continuerà facilmente a vivere anche dopo che questa, o per suo vizio organico, o per alcuna violenza di interni ed esterni nemici, sia cessata. I protagonisti della storia raccomandano il nome loro alla posterità col monumento, ma periscono come le loro istituzioni; il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per compenso e quasi direi per vendetta della natura, vive immortale come le sue tradizioni e le sue patriarcali consuetudini._

_Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi medesimi, per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue fila, a traverso le quali presumeranno le generazioni future giudicare la nostra, come noi giudichiamo, senza appello, le passate, io non credo che seguiremmo con tanta passione il racconto delle gesta consegnate da autenticissimi, se si voglia, ma poco sinceri documenti, alla storia; delle gesta, io dico, le quali, per essere state pubbliche, immaginiamo universali, per essere state pompose, supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo._

_Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale converte spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne ragione di Stato, non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si ritenga per fermo che lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo rettorico, nè da vigliacca assentazione ad esagerare, a travestire, ad inventar nulla di ciò ch'ei narra, ha pure la sua importanza la narrazione delle pubbliche vicende di un popolo costituito in proprio Stato; ma, come nello studio della natura, prima del fenomeno, vuole osservarsi la legge, così ragion vuole che si ricerchi la vita intima ed immutabile di un popolo, innanzi di rappresentarcelo nelle sue esteriori, più aperte bensì, ma assai meno complete e assai più combinate manifestazioni. Il più delle volte, il fenomeno non è la legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge, l'anomalia; così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune circostanze eccezionali._

_A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda eresia, piglio la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non chiamo la così detta storia d'un popolo altrimenti che la sua_ caricatura, _quando pure esso non sia qualcosa di peggio, destinato a mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi una distinzione molto larga fra la storia delle democrazie e quella delle monarchie, oligarchie e teocrazie, non può sfuggire come presso le prime ancora non di rado avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per consentire fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o sia ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità._

_Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla è necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che il vago e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni loro si attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni segrete; anche ai popoli si vuole tener conto di cosiffatta eccitabilità e di certe ragioni occulte; ma, evidentemente, nè quella nè queste non bastano di certo a lasciarci intendere quello che un popolo abbia potuto essere o quello che sia._

_Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe forse chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel loro intimo focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno. Questa storia accetta o subisce dalle vicende e dalle istituzioni politiche quello che le conviene o quello che non può evitare; ma conserva, a traverso le fasi della storia esterna che hanno potuto alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è tanto più solido e puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita pubblica. Questa nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso que' popoli che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più: sopprimendo le storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza, nel legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di quelle che determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle famiglie, la distinzione delle famiglie in tribù, e la loro dispersione, varietà che il diverso clima e la diversa regione hanno quindi potuto accrescere ed alimentare, molte consuetudini d'un popolo essendo intimamente legate con le condizioni fisiche le quali esso, nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi antichi si depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto qualcosa che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo qualcosa è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi: ma non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero all'altro; essi saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e pure, se noi, che ci troviamo al di fuori delle loro differenze, li osserviamo senza alcuna preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la somiglianza e la consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso parente. Basta una linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora questa linea lega tuttora il gran quadro delle famiglie alle quali diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso della prima famiglia patriarcale si moltiplicò nelle famiglie successive, e, nel moltiplicarsi, naturalmente prese modo differente; ma nè le varie inclinazioni che divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica famiglia e talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta l'espressione, il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo estinguere i caratteri essenziali della primitiva sua stirpe._

_Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito degli usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva: «Varii sono gli usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono osservarsi nelle nozze; noi recheremo soltanto quello che essi hanno di comune[1].» Lo stesso pressapoco debbo io qui ripetere, in questo primo saggio di una storia comparata degli usi nuziali. Ma poichè l'Italia formerà l'oggetto speciale delle mie ricerche, ho bisogno di prevenire il giudizio del lettore italiano, affinchè per avventura non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il nostro paese sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà, invece, essi provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri d'ogni nazione; Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel settentrione hanno più largamente contribuito, invadendo la nostra contrada, e confondendosi quindi con noi, a trasformarci in parte nelle nostre consuetudini; e soltanto nell'Italia di mezzo e nella Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno, l'antica tradizione italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta più originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati; quelli dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in digrosso fra l'antica Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana, sono, per lo più, indigeni; quelli della rimanente Italia, non di rado, importati. Il che non toglie che spesso fra usi indigeni ed importati si trovi somiglianza; poichè la somiglianza ha la sua ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea. Solamente, dove, per esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente di feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente ancora il pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e forse un poco a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo latino._

_E spiegatomi così sovra gl'intendimenti che io ebbi nel distendere il presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema d'aggiungere, se non che, prima di offrire ai concittadini miei il povero frutto delle mie povere fatiche, mi è necessario render grazie alle cortesi persone che mi vennero in aiuto nelle ricerche. So bene che non si troveranno nel mio libro tutte le notizie relative agli usi nuziali, e che quest'opera potrà col concorso di futuri scrittori ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere punto punto esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho detto possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per appagare una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio all'uomo Indo-Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e mandarsi ad effetto da qualche nostro felice ingegno._

_In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che io descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per cavarne notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna, io debbo specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie, della signora Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing. Giuseppe Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba, di Agostino Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie Genovesi cav. Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti Canavesani, di monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio Chilovi Tridentino, di Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella Lunigiana, del prof. Giuliano Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini da Fano, del professor Luigi Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti Valtellinese, del prof. Ferdinando Santini residente ad Arpino, del cav. Gabriello Cherubini da Atri e del prof. Giuseppe Pitrè Palermitano. Per gli usi Russi, oltre all'esserne io medesimo stato testimonio oculare ed essenzial parte, mi giovarono assai le rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per alcuni canti popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di Tarszok, i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora Tatiana Lvoff._

_Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene forse di più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero compenso a tanta gentilezza, nel venire fra le loro mani, non parere nè troppo indiscreto nè troppo pesante._

Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.

ANGELO DE-GUBERNATIS.

NOTE:

[1] Açvâlayana _Gr'ihyasûtra_. I

INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA

SCOPO DEL MATRIMONIO.

Dall'inno vedico al catechismo cattolico si è sempre consacrato il matrimonio per una sola potente ragione, quella di procrear figliuoli; ma la ragione fu spesso sottintesa o temperata da un naturale istinto di poesia, che non permetteva di considerare la compagna dell'uomo come un solo servile strumento di generazione. Unico il Diritto romano pose per legge e considerò come sacro[2] che il matrimonio si compie per cagione dell'ottener figli. Unico il Diritto romano distinse, per legge, la dignità della donna da quella dell'uomo, decretando che vi sia potestà sopra il maschio e che la femmina si possa _dar nelle mani_, ossia, ciò che torna poi il medesimo, _manomettere_[3]. Unico il diritto sacro romano inventò una dea _Viriplaca_[4], ossia placatrice del marito, alla quale s'innalzò pure un tempio a fine di comporre le contese domestiche.

La donna riuscì per tal modo, una schiava dell'uomo, e, malgrado il cristianesimo, questo barbaro sentimento penetrò ancora dal diritto romano nell'italiano. Gli statuti di Lugo, confermati nel 1520 dal duca Alfonso di Ferrara, affermano nel marito il diritto di batterla, e se adultera, di esporla sul rogo, tanto che muoia ove a lui piaccia[5]. La barbarie della legge contribuì ovunque in Italia a rendervi talora barbaro l'uso. Quindi alla legge stessa la necessità talora di correggersi e di contraddirsi per sopprimere l'uso che perseguitava la donna. Gli Statuti di Perugia, pubblicati nel 1523[6] mettono una multa ai maschi che insultino per via una donna di buona condizione e di buona fama. Un decreto del 13 maggio 1709, pubblicato dalla Repubblica di Genova[7], tenta correggere lo stesso abuso nell'isola di Corsica, ove era pur divenuto un'arte di darsi moglie. La donna si rispetta male finchè si considera da meno dell'uomo; e il diritto romano che ne proclamava la servitù contribuì non poco a rimuovere dai nostri usi quella specie di culto per la donna che prima di essere cristiano fu celtico e Germanico, quella specie di culto estetico alla madre, alla sposa, alla indovina, ossia all'essere di più delicato e più pronto sentire, che ci lascia così felicemente distinguere la donna dalla femmina. Perciò, in Italia, e, precisamente nel seno del cattolicismo, nell'Italia del papa, ossia nell'Italia della superstizione, più ostinati che altrove si mantennero gli usi fallici. Non sono molti anni che a Veroli nella Sabina si compievano ancora processioni falliche. E mi sembra simbolo di un'antica processione fallica, l'uso che vigeva, nella città di Gallese, per la festa di San Famiano, nella quale si portava attorno un talamo acceso[8]. Nel seguito di quest'operetta, ci accadrà di notare i varii usi persistenti in Italia, come augurio di fecondità alla sposa, alcuni de' quali troveremo perfettamente conformi con altri de' tempi patriarcali vedici. Qui si benedice ancora la terra perchè porti buon grano; si benedice la sposa perchè riesca feconda; ed altra virtù alla benedizione non si desidera.

La donna pel nostro popolo unicamente partorisce; resta perciò una cruda ironìa la risposta che l'epicureo imperatore Elio Vero dava alle lagnanze della moglie negletta: «Soffri ch'io mi dia piacere con altre. Perocchè il nome di moglie suona dignità e non voluttà»[9]. Elio Vero metteva così la donna al di sotto di quello che piace ai sensi: ne faceva una fredda cosa elegante.

NOTE:

[2] Ennio, presso Festo, ha:

_Ducit me uxorem sibi liberûm quærendûm gratia,_

e Varrone, presso Macrobio, va più in là: «_uxorem liberorum quærendorum causa ducere, religiosum est._». Presso gli odierni Parsi, il marito piglia una seconda moglie, se la prima sia sterile, e assoggetta la prima alla seconda.

[3] Gajus, I, 108: «_Sed in potestate quidem et masculi et feminæ esse solent; in manum autem feminæ tantum conveniunt._»

[4] Cfr. Valerio Massimo, II, 16.

[5] _Ita quod moriatur si viro suo placuerit._

[6] Rubr. 75: _Quoniam est inhonestum verecundiam facere mulieribus, statuimus quod quicumque masculus fecerit alicui mulieri bonæ conditionis et famæ iniuriose cadere de capite vel acceperit vettam vel drapellum vel velectum vel pannum quem in capite deportaret, puniatur pro vice quolibet in XXV lib. den._

[7] Si trova nelle _Addizioni agli Statuti di Corsica_, Lione 1843: «Avendo avuto notizia che si vada sempre più addimesticando l'abuso già tanto tempo introdotto di baciare in istrada pubblica e di _attaccare_ secondo il vocabolo di quel paese, cioè di levare la scufia, o dar di mano, o di fare altri atti di famigliarità alle giovani, perchè impossibilitate queste dal pregiudicio che nell'altrui opinione ne sentono a più maritarsi con altri siano costrette a sposarsi con loro, ecc.»

[8] Statuti di Gallese, pubblicati in Gallese nel 1576, lib. V: «Perchè egli è cosa concedente che nelle feste solenni celebrate dalla santa chiesa cattolica romana e parimenti dalla nostra città s'abbino da ornare ed onorare con gli lumi maggiori che si possono, e somigliantemente per manutenere le buone e laudabili consuetudini di questa nostra città di Gallese, per il presente capitolo, statuimo ed ordiniamo che tutti gli artigiani della nostra città di Gallese siano obbligati e debbano ogni anno perpetuamente un mese avanti la festa della solennità del glorioso San Famiano _advocato et_ Protettore della nostra Patria, creare due Rettori della loro arte, quali Rettori così creati, abbiano da esercitare il loro ufficio del Rettorato per un anno continuamente, e debbano fare un Talamo, o vero un Cirio, ad uso e stil di Roma, e detto Cirio basti per tutta l'arte, sino che serrà buono adoprare e detti Rettori abbino cura e debbano processionalmente farlo portare per tutta la città acceso, ecc.»

[9] Elio Spartiano, nella vita di Elio Vero, presso gli _Scriptores Historiæ Augustæ_; ed Th. Vallaurius, Augustæ Taurinorum, 1853: _Patere me per alias exercere cupiditates meas. Uxor enim dignitatis nomen est, non voluptatis._

LIBRO PRIMO

PRIMA DELLE NOZZE

I.

Quando la fanciulla è bambina.

La _pupa_ de' Latini, pupattola degli Italiani, _poupée_ de' Francesi, è il primo oggetto che richiama l'attenzione della donna al suo destino; ancora bambina ella è già madre; la bambola ch'ella inventò per bisogno di prodigar tenerezze a qualcosa di più debole ch'essa non sia, fu creazione del suo solo istinto di madre. La pupattola è comune all'uso indo-europeo; _paidiskê_ l'addimandano i Greci, come noi diciamo _bambola_ presso _bambina_; e per la stessa analogia gli Indiani chiamavano la pupattola _putrì_, o _dàruputrì_, _dàruputrikà_, che vale _fanciulla di legno_[10].

NOTE:

[10] Essa ci viene già ricordata nel _Mahàbharàta_.

II.

Quando la fanciulla cresce.

La donna si anticipa le gioie nuziali ne' giuochi fanciulleschi, ove la sposa è figura prediletta. Lascio stare, per ora, la parte che i fanciulli pigliano nelle vere nozze, ora per fare allegria, ora per festeggiare, ora per maledire, dovendo qua e là farvi accenno in diversi capitoli; quello che essi ripetono ora facevano in antico; quello che si nota fra noi, osservasi pure, a mia notizia, in Germania, tra i Bretoni, tra i Finni, nell'India; la festa è un po' per loro, perchè essi sono lo scopo finale della festa. Essi rompono le vecchie stoviglie, essi mandano urli di gioia, essi salutano e servono[11] gli sposi, e talora, per ischerzo, li arrestano; talora vanno più in là; per esser fatti tacere con regalini d'ogni maniera, molestano gli sposi per mezzo di ostinate insolenze. I fanciulli sono adunque la morale, il coro della favola; e come la favola è spesso fatta per la morale, così la festa nuziale è animata da fanciulli, la presenza de' quali è necessaria come un augurio per la fecondità del talamo.

Per questa parte probabilmente che i fanciulli da lungo tempo hanno preso alle feste nuziali, la tendenza nei loro giuochi ad imitarle. Io so di parecchi giuochi somiglianti che si fanno in Italia, de' quali il più evidente parmi quello che usa in Piemonte detto dell'_ambasciatore_, che qui descriverò, poichè mal noto o punto ai non Piemontesi. Ambasciatore chiamano i Piemontesi nel loro giuoco, come i Toscani ne' loro stornelli, il messaggiero d'amore. Un fanciullo che figura il capo di casa dà la mano a due fanciulle che formano catena con altre disposte in una lunga fila. L'ambasciatore, che è un altro fanciullo, si avanza e con la cantilena, alla quale io segno qui sotto le note, dice solennemente:

Sur imbasciatur[12] (mi) (fa) (sol) (la) (sol)

quindi facendo alcuni passi indietro:

Lantantirulirulena (mi) (sol) (sol) (re) (mi) (mi) (do) (sol);

il fanciullo si avanza di nuovo e ridice:

Sur imbasciatur

quindi si ritrae al suo posto, cantando:

Lantantirulirlàlà (do)

Allora le fanciulle guidate dal capo di casa si avanzano verso il messaggero d'amore e cantano:

Cosa völi vui?[13] Lantantirulirulena[14] Cosa völi vui?[15] Lantantirulirulà.

Ritorna la volta dell'ambasciatore, che avanzandosi al primo e al terzo, ritirandosi al secondo e quarto versetto, ricomincia a cantare:

I vöi üna d' vostre fie[16] Lantantirulirulena, ecc.

Le fanciulle e il capo di casa, muovendo di nuovo incontro, domandano:

Quala völi vui?[17] Lantantirulirulena, ecc.