Spiritismo?

Part 8

Chapter 83,571 wordsPublic domain

.... La Ignota mi parlava con tenerezza sempre crescente. La sua gratitudine era già diventata amore bell'e buono e non me lo nascondeva. Però quel mio terrore di lei la rendeva molto triste: Ah! il mondo di là non era poi così distaccato da questo dov'ella aveva tanto sofferto e pianto, amante non riamata! Perchè dunque la facevo soffrire di nuovo con quel mio puerile terrore? Perchè non la riamavo un pochino?... Le rispondevo di sì; ma ella mi leggeva nell'animo la mia forte repugnanza per l'affetto di una morta, di uno spirito! E intanto l'apparizione si condensava maggiormente. Sentivo la sua mano posarsi sulla mia colla leggerezza di una piuma di cigno: sentivo le sue labbra sfiorare tiepide le mie, con una sensazione ineffabile di dolcissimo ribrezzo...

— Un bel soggetto di novella fantastica! Sì... Ma la chiusa? La catastrofe?

E mi addormentavo nel cercarla.

E così ogni notte, da capo, vivevo per qualche mezz'ora in uno stato strano, nè di completa realtà nè di allucinazione completa; talchè, a volte, non sapevo più distinguere se fosse l'idea della mia novella che mi producesse quella piccola allucinazione, o se quell'idea fosse la semplice sensazione di un fatto a cui io assistevo, spettatore ed attore nel punto stesso.

— Ma la chiusa? la chiusa?

.... Cominciavo ad assuefarmi. Quella relazione con un essere oltremondano aveva un tal fascino che io non sapevo più resisterle. Però ella mi appariva, di volta in volta, più mesta, d'una mestizia di profonda rassegnazione: Neppur dopo morta doveva essere amata! — Ora potevo proprio stringerla fra le mie braccia. Non l'avrei distinta da un corpo di donna vivente senza la sua estrema leggerezza; ma i suoi baci li provavo caldi sulle labbra, e la sua voce non mi arrivava più all'orecchio così fioca come se giungesse da immensa distanza. — Perchè sei così trista? — Non mi ami!... Non puoi amarmi! — Oh, no t'inganni! Io t'amo!... T'amo!.. — Me lo dici per pietà!... Grazie! Addio, addio! Non ci vedremo più! — E, lentamente, mi svaniva tra le braccia, sorda alle mie preghiere, ora che l'amavo davvero, ora che avevo le lagrime agli occhi e sentivo lacerarmi il cuore da quell'addio!...

— Oh!... La chiusa era trovata!

Lo crederai? Questa novella non mi è riuscito di scriverla nè allora nè dopo. Tutte le volte che l'ho tentato, la forma non mi è mai parsa così leggiera, così trasparente, vorrei dire così impalpabile come la richiederebbe il soggetto.

I miei amici, Giorgio Arcoleo — in quel tempo non ancora professore di diritto costituzionale ma già facondissimo parlatore — Ruggiero Mascari — uno studente di medicina e chirurgia smarrito pei fiorenti giardini della letteratura — Francesco Giunta — un amabile scettico che, dopo aver studiato avvocatura, fa per poltroneria il professore di belle lettere molto meglio di tant'altri che vi si addicono di proposito — tutti e tre forse ricorderanno quella bella giornata autunnale passata insieme sul Vomero, all'ombra del gran pergolato, quando nel raccontare ad essi lo strano processo di formazione della mia non sapevo se novella, o allucinazione, o realtà spiritica, mi tremava, un po' dalla commozione, la voce; e volevo spiegato da loro perchè quel fantasma di donna scappasse via appena accennavo di volerlo imprigionar nella forma e renderlo visibile agli occhi altrui[74].

— Ma scrivi la tua novella proprio come l'hai raccontata! mi diceva parecchi anni dopo Enrico Nencioni ch'era stato ad ascoltarmi con grande interesse.

Inutile! Quella novella _vissuta_ è rimasta sempre ribelle a qualunque forma letteraria, cioè superiore; e dimostra che non sempre giova l'esser pieno d'un soggetto perchè _la mano risponda_, come Michelangelo direbbe.

Il caso, se non m'inganno, è caratteristico molto. Le due allucinazioni, quella che ho chiamata artistica e la sonnambolica o spiritica, vi s'intrecciano ed innestano l'una nell'altra da render difficile il distinguere in qual punto la loro fusione si compia: del come non parlo.

Intanto, mentre il ricordo, l'impressione, la _forma ideale_ della novella mi rimane tuttavia vivissima in mente, l'effetto dell'opera d'arte che provocolla oramai non è più lo stesso. Ho riveduto, dopo quasi otto anni, quel _ritratto d'ignota_: la magìa di esso è sparita. Forse perchè situato in un'altra stanza, con altra luce, in un posto così basso da poter essere osservato da vicino? Forse perchè lo stato dell'animo mio era, dopo otto anni, da cima a fondo mutato?

E vi ero andato a posta, una di quelle cento volte che la tentazione di scrivere la mia novella si faceva sentire più forte, e più forte, egualmente, l'impotenza di andar oltre le solite due o tre paginette di scritto! E vi ero andato, chi sa? per giovarmi della probabile spinta d'una sensazione immediata!... Ahimè, il pennello del Van-Dick non rinnovava il miracolo del 1875!

* * *

Avviene non di rado che l'opera d'arte sgorghi fuor dell'immaginazione così intimamente compenetrata colla forma, così completamente forma, senza preparazioni od elaborazioni di sorta, che la quasi incoscienza del lavoro diventa una piacevolissima sorpresa.

Un'incoscienza _sui generis_. Non c'è propriamente un vero sviluppo, una vera coordinazione, assimilazione, organizzazione di elementi personali, recenti, remoti, ereditarii; ma bensì una specie di fioritura della immaginazione nella temperatura primaverile dello spirito, sotto una luce raggiante non si sa da dove. L'analogia delle produzioni che ne risultano colle communicazioni spiritiche è spiccatissima.

Per contentare un caro bambino avevo trascritto nel novembre del 1881 una fiaba popolare, _La Reginotta_. E dicevo al bambino: _mi ero incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non ci riuscivo. C'è voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai poemi e alle tragedie, non è possibile rifarle_. — Com'è che, parecchi mesi dopo, prendevo una mattina la penna e scrivevo, di foga, un'altra fiaba tutta di mia invenzione, _Spera di sole_, alla quale non avevo pensato neppur un momento?

_C'era una volta...._ E la fiaba era venuta fuori quasi sotto dettatura; e con tal mio diletto e sorpresa che il giorno dopo, per prova, ripreso quel quaderno, volli persuadermi se un fenomeno letterario così insolito per me, fosse tornato a ripetersi.

Tu sai che io amo rimugginare lungamente un'opera d'arte, per averla nettissima nel cervello in ogni sua parte; in guisa che, scrivendone la prima parola, possa sapere precisamente quale dovrà esserne l'ultima. Ho sempre invidiato quei fortunati capaci di scrivere indifferentemente il quinto, l'ottavo, il decimo capitolo di un romanzo, il terzo, il quarto atto di una commedia o di un dramma, senza aver messo sulla carta una sola parola del primo capitolo o del primo atto, spesso senza neppur sapere quel che dovrebbero mettervi. La profonda convinzione che un'opera d'arte sia un organismo, non solamente m'impedisce di fare questi maravigliosi _tours de force_, ma mi arresta per giorni, per settimane, per mesi, dinnanzi a una parola, a un periodo non confacente a quell'insieme, ripugnante a quell'organismo. Mi è impossibile di spiccare un salto a piè pari, di lasciare una parola in bianco o un periodo provvisorio da servire intanto da addentellato. Inciampi, miserie del mestiere sconosciuti a parecchi; talvolta per ignoranza del valore di una transizione, di uno scorcio, tal'altra per una speciale agilità della mente che trova subito la correzione, la frase da sostituire, o gira la posizione con felice prontezza di tattica.

Perciò io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come ad uno spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso:

_C'era una volta....._ i miei fantastici personaggi si mettevano in moto, s'impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla.

Spesso mi andavo domandando, con curiosità bambinesca, in che modo il Reuccio o la Reginotta se la sarebbero cavata; e quando la quasi disperata avventura si snodava felicemente e il Reuccio trionfava, e la Reginotta otteneva il suo intento, ridevo di cuore e battevo le mani: brava la Reginotta, bravo il Reuccio!

_Vissi più settimane soltanto con essi_ (coi personaggi delle mie fiabe) _ingenuamente, come non credevo potesse mai accadere a chi è già convinto che la realtà sia il vero regno dell'arte. Se un importuno fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi, gli avrei risposto, senza dubbio, che avevo ben altre e più serie faccende pel capo; avevo _Serpentina_ in pericolo, o la _Reginotta_ che mi moriva di languore per _Ranocchino_, o il _Re_ che faceva la terza prova di star sette anni alla pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata fanciulla_.

E scrivendo così nella prefazione del mio libro non adoperavo un artificio rettorico ma dicevo la schietta verità.

Capisco bene, Amico mio, che non c'è da gridare al miracolo. Una discreta cognizione della forma artistica delle fiabe; un mediocre possesso di tutto il loro materiale spicciolo, d'altronde ristrettissimo, re, reginotte, reucci, fate, maghi, nani, lupi mannari; la speciale condizione di quel loro mondo così estraneo ad ogni legge di verosimiglianza e di logica comune; tutto contribuiva ad agevolare il mio còmpito artistico, quantunque veramente nulla sia più difficile del facile e nulla più complicato, nella esecuzione, dell'apparente semplicità in letteratura.

Ma il fatto della quasi inconscienza, ma la spontaneità del fenomeno non perde il suo valore per questo.

Il caso seguente è più complesso. La sensazione vi si trasforma lentamente in allucinazione letteraria, e nel passaggio si assimila altre consimili impressioni della realtà per poi produrre un effetto inatteso.

Si tratta d'un tale che allora stava per pubblicare un giovanile volume di novelle, dove la teorica della cristallizzazione formolata dallo Stendhal riceveva, senza che l'autore l'avesse fatto a posta, una calda riprova. Come nelle miniere di Salisburgo, il ramoscello sfrondato della realtà vi si rivestiva d'une infinité de petits cristaux mobiles et ebluissants; e l'autore, imitando i minatori di Hallein che ne manquent pas, quand il fait un beau soleil et que l'air est perfaictement sec, d'offrir de ses rameaux de diamants aux voyageurs, presentava il suo ramoscello ai lettori, invitandoli a discendere con lui nelle profonde miniere della passione amorosa.

Però, la cristallizzazione dell'ultima branca del suo ramoscello non parendogli ben riuscita, egli cercava di porvi riparo. E il caso lo servì, con uno di quegli incontri che producono il famoso _coup de foudre_. _Il faudrait changer ce mot ridicule_, dice lo Stendhal; _cependant la chose existe_.

«Sentivo tremare in fondo al cuore qualcosa di lei penetratovi a un tratto. Una soave commozione non provata da gran tempo mi spingeva a fantasticare un mondo di cose indefinite sulle quali sorridevano come raggi di sole i suoi begli occhi nerissimi.... Per due settimane rifeci ogni giorno i viali dei Giardini pubblici ove l'avevo incontrata. Aspettavo, delle ore, smanioso, agitato, come se le poche parole scambiate fra me e quella donna avessero avuto la magica virtù d'un violentissimo filtro, e fosse omai stretto ad essa l'intiero destino della mia vita..... Sentivo sopratutto e vedevo con lucidezza ammirabile un che misterioso da non potersi esprimere colle parole, un'emanazione fragrante del suo bellissimo corpo, un riflesso, un'essenza eterea di esso che mi accusava, dopo tanti giorni, la presenza di lei in quel posto. La sabbia dei viali ne aveva trattenuto un vestigio coll'orma dei suoi piedini; l'erba, le foglie delle piante di fiori, che attorniavano le aiuole, ne avevano rapito qualcosa ai lembi della sua veste toccati mentr'ella passava; l'aria intiera n'era impregnata; gli atomi luminosi, da lei spostati nell'andare, vibravano ancora.»

Si era messo a notare, forse per uno sfogo, queste impressioni sulla carta, certamente senza più rammentarsi dell'ultima novella del suo volume che gli pareva non armonizzasse colla intonazione delle altre; però, di mano in mano ch'egli avea proceduto in quella sincera confessione del suo peccato di pensiero, il fantasma della persona cercata con tanta smania e non più potuta rivedere gli si era confuso nella mente col fresco ricordo di un'altra persona, velando questa colla grazia gentile della sua bellissima figura. E così, fitta, per due giorni, una vera ossessione lo aveva posseduto; e la creatura della sua fantasia, più viva, più evidente d'una creatura reale, gli avea ripetuto dentro, punto per punto, coi più minuti particolari, il lungo processo d'una passione morta di sfinimento poco prima.

Col cuore sconvolto, col cervello in fiamme, egli avea lavorato dodici ore al giorno, di seguito, levandosi dal tavolino soltanto per prendere un boccone e rifarsi, con un pò di sonno, delle esauste forze; e appena scritta, con mano tremante, l'ultima parola della sua novella, era cascato colla testa sul manoscritto, mezzo svenuto; il sangue gli turbinava nel cervello, in tutta la persona.... _e gli era parso di morire_.

Poi si era destato da quello sbalordimento come da un grave e lungo sonno. Stretto e tormentato, per più di quindici giorni, fra i terribili artigli della sua fulminea passione, in certi momenti anche atterrito di quella implacabile violenza, si era destato sereno, tranquillo, completamente guarito. Aveva amato e posseduto, nella sua allucinazione artistica, l'adorato fantasma; e quel processo di passione così rapidamente ripetutosi nella sua immaginazione e nel suo cuore, avea prodotto gli effetti della passione reale.

Tornò ai giardini pubblici per rintracciarvi quello che già gli pareva un passato lontano. «Era la stessa stagione del nostro primo incontro; la primavera. Gli alberi ricchi di fronde; le aiuole verdi di erbe e qua e là fiorite. Il sole, prossimo al tramonto, scherzava coi raggi tra le frondi agitate dal venticello della sera.

Ahimè! Quei viali, quelle frondi, quelle aiuole non mi dicevano più nessuna delle mille celesti cose rivelatemi una volta. I zampilli mormoravano stupidamente monotoni; le acque dei laghetti e dei canali, torbide, verdastre, riflettevano gli oggetti con un tono di colorito che faceva schifo. Le rane, nascoste tra le foglie delle ninfee, gracidavano una musica degna del posto, che ora mi sembrava pretensionoso e volgare... E andando via rimuginavo:

— Ma è dunque vero che questo mondo di fuori sia una mera creazione del nostro spirito, uno scherzo, un'illusione?»

* * *

Lo so; questa quasi incoscienza dell'allucinazione letteraria non è la perfetta incoscienza delle sonnambule e dei _mediums_ scriventi.

«Gli artisti, dice il Richet, per sforzi che facciano, non giungeranno mai a perdere la nozione della loro personalità; non cesseranno un istante dal distinguersi dalle loro creazioni, non dimenticheranno il loro _io_ e, malgrado la febbre dell'ispirazione, si vedranno sempre seduti al loro tavolino occupati a fare un poema, un dramma, un romanzo[75]».

Sta bene.

Nell'_obbiettivazione dei tipi_, com'egli la chiama, le sonnambule non li concepiscono, li realizzano in loro. «Esse non assistono, come le allucinate, da spettatrici, alle immagini che si muovono sotto i loro occhi; somigliano piuttosto ad un attore che preso da subita follìa, scambiata colla realtà l'azione di un dramma, si credesse trasformato, corpo ed anima, nel personaggio da rappresentare[76].»

Sta benissimo. Ma la mezza allucinazione, l'allucinazione completa, l'_obbiettivazione dei tipi_, per quanto differentissime tra loro, sono forse così dissimili da non potersi ridurre ad uno stesso fenomeno in diversi gradi d'intensità?

Io non ti ho nascosto la mia ammirazione pei documenti che pubblico. Dubitando del mio giudizio, ho consultato e fatto consultare persone assai più competenti e più imparziali di me.

Giosuè Carducci, lette sulle bozze di stampa le _Visioni di fra Iacopone_, dettava a una gentile amica che gliele avea presentate in mio nome[77]:

«Di Jacopone da Todi non rimangono prose altro che tradotte dal suo latino. Difficile dunque giudicare delle prose in queste colonne rappresentate. La lirica di Jacopone è mescolata di moltissime dizioni e frasi umbre. Nulla di dialetto umbro nelle prose di queste bozze. In queste colonne, anzi, molta affettazione di prosa antica del secolo XIV, che il più delle volte non riesce bene. Ma l'invenzione delle _visioni_ è molto felice e quasi corrispondente e in armonia ai tempi mistici.»

Alessandro di Ancona, che conosce fra Jacopone come pochissimi in Italia, non rispondeva altrimenti ad un comune amico che l'avea richiesto di un parere, e notava parecchie parole non dell'epoca: _ufficio, ciuccio, puntaa li piedi, venio, portaali, tiraami lottava, fulminando, si divertiano, livello, piazzavansi, li mezzi umani_.[78]

Letto l'episodio della battaglia delle Termopili, il Carducci diceva: «Anche questa volta ammiro la trovata ch'è buona, e specialmente la seconda parte è consentanea all'ambiente greco. Ma da principio c'è un _lasciare all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere_, che è uno stile tutto moderno e non bello. E quell'esclamare: _O figli di Licurgo!_ per dire gli Spartani non è storico. Un antico avrebbe detto: _o figli, o discendenti di Ercole_. Ma tutto insieme la _visione_ è ben trovata ed è felice specialmente l'ultima parte.»

E aggiungeva che _gli pareva impossibile che un ragazzo quasi ignorante potesse scrivere a quel modo di quelle cose_.

A me, invece, pare altrettanto impossibile quanto, per esempio, la trasposizione dei sensi.

Il prof. Cesare Lombroso, nello scritto da me accennato, diceva:

Non è vero che nel sonnambulismo naturale e anche nell'artificiale abbiamo dei fenomeni che escono assolutamente dalla cerchia fisiologica come la _lucidità profetica_ per dirla in una parola, e la trasposizione dei sensi? È una domanda a cui lo scienziato accademico risponderebbe con uno di quegli accenni olimpici del capo che pei profani sono più schiaccianti di dieci dimostrazioni e di un centinaio di fatti, eppure non vogliono dir nulla.

Ma io che ho un vizio antico di non credere se non ai miei occhi e di non avere paura di affermare quello che ho veduto, le dichiaro subito che ella ha in gran parte ragione.

E qui le narrerò come io, incredulissimo fino a pochi giorni fa su tale argomento, abbia dovuto mutare di convinzione. Quell'egregio scienziato e bravo pratico e uomo di cuore (tutte cose rare a trovarsi anche divise) che è il professore Scipione Giordano mi fece conoscere or non è molto una singolare fanciulla, gentile d'aspetto come nell'anima, quattordicenne, educata all'antica in una di quelle famiglie illustri per ingegno e insieme per onestà, delle quali si va perdendo lo stampo, e che esclude già a priori ogni simulazione, ogni esagerazione. In quell'epoca e per causa della pubertà essa fu ad un tratto colpita dall'isterismo, con tutta la sua forma classica di catalessi, convulsioni, paralisi, impossibilità di deglutire e, quel che più interessa, di sonnambulismo intermittente. Durante gli accessi di questo, perdeva completamente la visione agli occhi, vedendo invece allo stesso grado d'acutezza colla punta del naso e col lobulo dell'orecchio sinistro, e distingueva non solo i colori, ma un manoscritto arrivato di fresco e i gradi del dinamometro di cui io variavo la pressione mentre i suoi occhi erano doppiamente bendati.

Curiosa era la mimica nuova con cui reagiva agli stimoli portati sopra questi che chiameremo occhi improvvisati e trasposti. Avvicinando, per esempio, un dito all'orecchio od al naso o accennando a toccarlo o, meglio ancora, facendovi con una lente lampeggiare un raggio di luce forte a distanza, fosse pure per frazione di minuto secondo, se ne risentiva vivamente e ne restava irritata: — _I veùle emborgneme_ (volete accecarmi) gridava e scuoteva il volto come uno che sia minacciato nell'occhio e tentava afferarmi la mano; poi, con una mimica istintiva affatto nuova, come era nuovo il fenomeno, portava l'avambraccio a difendere il lobulo dell'orecchio e la pinna del naso e restava così per dieci o dodici minuti.

Anche l'olfatto aveva trasposto; chè l'ammoniaca, l'assafetida non destavano, cacciate sotto il naso, la più lieve reazione; invece anche una sostanza leggermente odorosa sotto il mento vi provocava una viva impressione ed una mimica tutta speciale. Così, se l'odore era grato sorrideva, ammiccava cogli occhi, aveva frequente il respiro; se disgustoso, portava rapidamente le mani, a quella piega del mento che era divenuta la sede dell'odore e scuoteva rapidamente la testa.

Più tardi l'olfatto si trasportò al dorso del piede; ed allora, quando un odore le spiaceva, dimenava le gambe a diritta e a sinistra, contorcendo anche tutto il corpo; quando ne godeva, restava immobile, sorridente, dava in frequenti respiri e in una leggera dilazione delle pinne nasali.

Un fatto isolato non avrebbe nessuna importanza per quanto io l'abbia ripetutamente provato e studiato. Ma esso si lega a una lunga serie di fatti del tutto analoghi. — Già nel 1808 Petetin (_Electricité animale_, Lyon, 1808) osservò otto donne catalettiche nelle quali i sensi esterni erano traslocati nella regione epigastrica o nelle dita delle mani e dei piedi.

Sulle prime infatti, a dir vero, tutto ciò sembra doverci trascinare nel mondo sopranaturale; eppure, pensandovi sopra, s'intravvede che una spiegazione può trovarsi di questo strano fenomeno unicamente facendo un passo indietro nella scala della creazione, tra quegli infimi animali come gli Echini, nei quali, la visione si confonde col tatto, facendo retrocedere la cerchia della sensibilità specifica, in quella generale d'onde il maggior perfezionamento degli esseri la distaccava. Il fenomeno non ci eleva al di sopra d'Adamo, ci fa discendere. Ed è naturale, trattandosi d'un fatto essenzialmente morboso, che ha tanta analogia con quella transposizione della sensibilità da uno all'altro membro collaterale del corpo che si può con un metallo provocare nelle isteriche ed è legata dunque ad un movimento molecolare.

Forse vi è qualche cosa di più; si avverte meglio lo svolgersi successivo dei fenomeni della propria nervosi, perchè nella eccitazione straordinaria dell'estasi sonnambolica noi acquistiamo una coscienza maggiore del nostro organismo, nelle cui condizioni, come nell'ingranaggio d'un orologio, stanno iscritte, in potenza, in germe, le varie successioni morbose.

A proposito di un caso consimile il Prof. Achille de Giovanni, della clinica psichiatrica di Padova, ha fatto delle belle osservazioni che potrai leggere per intiero nella Gazzetta medica italiana.[79] Per dare una scientifica spiegazione del fenomeno egli ricorre alle _impressioni tattili incoscienti pregresse, coesistenti ad altrettante percezioni visive ed immagazzinate nel cervello in istato di latenza_; e conchiude: «Quando penso al meraviglioso e ricchissimo lavorio di associazione ideo-sensoria, alla persistente incubazione e latenza dei fenomeni psichici e sensoriali, alla mirabile reciprocità di nessi genetici fra il cosciente e l'incosciente, dei quali fatti tutti possiamo averne prove palmari anche in grossolane osservazioni su noi stessi e sugli altri, e dei quali infine scrissero magistralmente e con indirizzo eminentemente scientifico lo Spencer, il Bain, il Taine, il Maudsley ecc. mi sento lusingato che il mio modo d'interpretazione di alcuni fenomeni psicosensori dell'ipnotismo non poggi del tutto sull'assurdo, sull'immaginoso, sul fantastico.»