Part 7
Io, narratore del tutto, salgo dell'albero maestro in sulla vetta, e poggiando la schiena contro, miro e odo — Che cosa miro? Miro a traverso l'opaco e denso velo di notte le forme delle galee nimiche che se ne tornano al lido. Odo i loro lamenti, o meglio un indistinto susurrio, e, (forse immaginazione) mi ferisce direttamente un nome: quello di Ettore! Ettore! che i figli implorano ed han lasciato: e i galeanti ripetono: Ettore!
Odo, e questo ai piedi miei, salmi recitar per un defunto, Patroclo appunto, e a questi frammiste imprecazioni e stupidamento, e pronunziato Ettore! egli, egli... Achille pronunzia: «Ettore! egli, egli!» quasi stupefatto che un nemico aborrito abbia potuto così operare sul dolcissimo amico del cor suo. Larga la scena debole il narratore.
«Core mio (prosegue Achille) tu sei intero, ed è spezzato quello di Patroclo.»
Veggo le mie piante illuminate dal basso repentinamente, e guardo giù per vedere numero di fiaccole e colla accese girare ostinatamente intorno alla nave, e cantano i salmi, Plutone! è ripetuto:
Ma questo che viene appresso è più nuovo, più originale ancora e più perfettamente greco.
Le Termopili!
Qualcuno ne ha fatto perfino della coreografia in versi; chi poi non vi ha declamato sopra?
Qui invece si narra.
Ho un grande episodio da narrarvi se tempo ti basta.
«O figli di Licurgo (grida il mio duca Leonida) chi viene alle calde porte?» Domanda, e lascia all'eco dei monti di Beozia la cura di ripetere.
Liscinio è accanto a me. Dai ventimila fanti molti se ne staccano, ch'io stimo a ventimila: non meno che tutti.
«Io dico (soggiunge Leonida) venire a morte!
— Venire a morte! — ripete l'eco, quasi assumesse la responsabilità di farcelo entrare ben dentro in mente.
Leonida vede alcune spalle: quindicimila volti lo guardano, quasi lui dovesse tutti consigliarli: E non cessa, ma dice: «Amate ricevere le frecce che vi renderanno meglio? Un tumulo si inalzi, e sia di prodi; chi fra questi sarà?»
Ventimila tornano a lui.
«Tutti prodi!» si grida — «Tutti prodi vi stimo, e non sareste di Sparta, l'Eurota non v'avrebbe bagnati.»
Così dispiego io. Lui dicea: «Comando che ognuno dinanzi a me passi, e non mi saluti — Sia così.»
La processione dura, e io a Liscinio nel qual tempo dico: «mezzo è il mio core, a te ho dato l'altra parte: io non te la chiedo: ma potrò io morire, potrò io battermi? dammelo, dammelo....... Non me lo dare anzi: vieni meco e vedrai il resto.»
Liscinio in braccio prendo e sono per passare di fronte a Leonida, che ben trecento sono, che dico? quattro centinaia sono scelti: non più ne vuole; pur me chiama inoltre.
E rimembro.
«Eineucalion, tu sei un bravo, (era vero!) vieni avanti..... Ma e chi è costui che porti al braccio?»
«È il mio mezzo core, rispondo.
«Vieni tu solo, che più non ne voglio: osò dirmi.
Liscinio a lui: «Debb'io restar con mezzo core?»
«Eineucalion, fatti oltre solo.»
E non mi mossi di un passo, ma Liscinio teneo tuttora.
Leonida: «Io te lo impongo.»
«Con mezzo core non posso stare a battermi.»
«Che intendi dire?»
«Se amici non hai, debb'io curarmene?»
Dura cosa è il dirlo: alla forza volle ricorrere! Ma da Liscinio mi staccai, e dissi: «Chi mi tocca, ardito lo stimerò! Solo compiango dover morire per mano amica: non speravo così.»
«Venite avanti tutt'e due; saranno qualche centinaia di nemici di più stesi morti — Val più due valorosi che uno.» E la lancia me tocca e Liscinio. E andammo e morimmo.
È semplicemente sublime!
* * *
Mettendoti sotto gli occhi il processo esteriore dei fatti, ho notato, via via, come in margine, quello, interiore, delle mie idee.
Non è parso anche a te di assistere al graduale svolgimento di un unico fenomeno che dalla semplice sensazione passato ad invadere l'immaginazione e da questo penetrato, a poco a poco, nel dominio più elevato delle facoltà della mente, vi abbia risvegliato e messo in moto energie sopite e ignorate, di miracolosa apparenza? Non ti si è presentato spontaneamente dinanzi il concetto di una strettissima analogia tra lo stato normale e l'anormale, tra il sonno e il sonnambulismo provocato, tra lo stato magnetico e lo spiritico, fra questi due e lo stato ordinario delle nostre facoltà intellettuali?
Certamente analogia non vuol dire identità; ma la differenza non può neanche significare che un fenomeno esca dal circuito dei fatti naturali tanto da doversi attribuire ad un agente fuori di noi.
La nostra ignoranza intorno alle funzioni del sistema nervoso e del sistema psichico che gli corrisponde ci impone di essere circospetti. Tu rideresti certamente di un medico che volesse attribuire i fenomeni della gran nevrosi isterica al vecchio intervento del diavolo. Le _demoniache_ di una volta oggi non vengono più bruciate ma condotte negli ospedali o rinchiuse nelle Case di salute; e la Chiesa cattolica non fiata. Tu rideresti egualmente del tuo medico se ricorresse all'azione di forze ignote, tutt'altre che quelle del magnetizzatore e della magnetizzata, per spiegarti i fenomeni sorprendentissimi del sonnambulismo provocato. O perchè, domando io, non dobbiamo trattare alla stessa stregua coloro che, pur riconoscendo gl'intimissimi legami tra il sonnambulismo provocato e i fenomeni dello spiritismo, s'inalberano poi all'ipotesi che questi, con la loro base anzi radice in quegli altri, possano esserne semplicemente una varietà, sebbene molto distinta e più straordinaria?
Ammettendo che la scienza, o meglio, che certi scienziati si siano affrettati a conchiudere troppo presto colle loro recise negazioni, non devesi pure ammettere che gli spiritualisti e i credenti spiritisti si siano affrettati troppo presto anch'essi conchiudendo affermativamente? A me pare di sì.
E mi pare più giusto il convenire che con tutto il meraviglioso progresso delle nostre cognizioni positive, nel presente anno di grazia mille ottocento ottantaquattro, noi ci troviamo, di faccia a molti fenomeni naturali, nella stessissima condizione dei poveri selvaggi al cospetto di altri fenomeni spiegabilissimi per noi e per essi ancora un mistero. Però noi, selvaggi della civiltà, ammaestrati dalla storia, dovremmo condurci assai diversamente di quelle misere creature poste dalla loro cattiva sorte nei più bassi gradini della gran scala umana. Invece, forse per una severa legge dello spirito, procediamo alla stessa guisa.
Inoltre, siamo avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati; tanto i materialisti presi dalla paura di vedersi forzati, _dai fatti_, ad ammettere l'esistenza di un _qualcosa_ non semplicemente materia; quanto gli spiritualisti atterriti dall'idea di veder quel _qualcosa_, dagli onori di puro spirito immortale, degradato alle condizioni di un che nè tutto spirito come essi l'intendono, nè tutto materia come l'intendono quegli altri. E il curioso è che, stringi, stringi, nè gli uni sanno nulla di positivo, di veramente scientifico, intorno al loro spirito immortale, nè gli altri nulla di positivo, di veramente scientifico intorno alla costituzione della loro materia!
Sì, siamo ancora avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati. A seconda delle nostre idee preconcette, la verità ci fa paura e le andiamo incontro fino a un certo punto, fin dove ci torna comoda, fin dove colla nuda e cruda attestazione del fatto non ci mette alle strette di dover confessare umilmente la nostra grande ignoranza. Se così non fosse, non avremmo ora la cocciutaggine della scienza nel negare fatti evidentissimi che saltano agli occhi da ogni parte, nè l'altra di attribuire risolutamente tali fatti a cause supernaturali, come se fossero già stati esauriti tutti i possibili mezzi di esame per annodarli alla gran catena dei fenomeni del mondo inorganico e dell'organico, dato che siano due mondi e non uno solo, solissimo.
Claudio Bernard, nelle conversazioni e dalla cattedra, ripeteva sempre: _un fait morbide n'est que l'exagération d'un fait normal_.
Tolto via quel _morbide_, che qui non c'entra, non parrà ardito l'affermare che i fatti eccezionali, sorprendenti, miracolosi, siano soltanto l'esagerazione di fatti normali.
Io potrei facilmente ridurre questa lettera alle proporzioni di un grosso volume, registrando una serie di fatti autentici, indiscutibili, nei quali le ordinarie facoltà del nostro organismo sonosi elevate ad una potenza eccezionalissima, da rasentare il sonnambulismo provocato, lo spiritismo ed anche il miracolo, senza che per ciò si tratti di fenomeni precisamente magnetici, spiritici o di miracoli religiosi.
Mi contento di rimandarti a un libro curioso, divertente e scritto, nello stesso tempo, con vero intendimento scientifico. Esso non ha la stolta pretesa di aver risoluto l'intrigatissimo problema dei fenomeni spiritici; ma, senza dubbio, ha il merito di averlo proposto con coraggiosa franchezza, con ammirabile nettezza, e di aver additato la via per cui dovrà indirizzarsi la ricerca della soluzione avvenire. Esso s'intitola: _Essai sur l'Humanité postume et le Spiritisme_ e n'è autore il signor Adolfo d'Assier, un positivista comtiano[73].
Ripeto: analogia non vuol dire identità: esagerazione già implica sproporzione di qualità e di misura. Quando la semplice sensazione magnetica invade l'immaginazione, è diventata quasi un'altra cosa; quando il fenomeno passa il limite dell'immaginazione e si accampa nelle facoltà più elevate dell'intelligenza è penetrato in una regione dove nessun fisiologo può ridurlo ad una special forma di movimento molecolare senza sconfinare dalla propria giurisdizione veramente scientifica.
Oh, non ti figurare che la mia leggerezza e la mia vanità di curioso e di dilettante siano per essere così eccessive da spingermi dentro il ginepraio di così ardui problemi.
Io aspetterò, fiducioso, come te e tutti i nostri pari, i responsi della nuova psicologia a cui lavora così tenacemente la filosofia scientifica moderna; e aspetterò che il prossimo libro del mio Pietro Siciliani contenga questo importantissimo capitolo scritto con quella serena imparzialità che gli viene dal giusto punto di vista in cui il suo positivismo critico l'ha posto, egualmente distante dalle dommatiche affermazioni dei positivisti del materialismo e dei metafisici dell'idealismo.
Intanto, nè Tu nè il Siciliani, spero, giudicherete che io vada oltre la mia ristrettissima competenza, stendendo la mano a uno solo dei tanti spinosi problemi spiritici, quello delle _communicazioni_ in forma artistica.
Se sono arrivato al mio problema imitando il _bonhomme_ Lafontaine, che nell'andare all'Accademia prendeva sempre la via più lunga; se ho sentito il bisogno di largamente giustificare la mia posizione di osservatore dilettante, descrivendo a grandi tratti tutto il cammino da me percorso, vuol dire che ho piena coscienza del mio limite e che non intendo passarlo.
Con le _communicazioni_ in forma artistica mi è parso di trovarmi in casa mia, perchè i riscontri dello stato normale coll'anormale ho potuto praticarli non solamente con più faciltà ma con maggiore esattezza, il doppio esperimento essendo, in questo caso, fino a un certo punto, assolutamente personale. Avrò male apprezzato i resultati della mia piccola inchiesta? Non vorrà dir nulla. Rimarranno sempre i fatti che hanno un valore da per loro stessi.
Per ciò ho vinto la giusta repugnanza di parlare in pubblico della mia povera persona. Non si tratta, ho detto da me da me, di questioni puramente letterarie, ma di osservazioni psicologiche, di esperimenti stavo per dire _in anima vili_; ed ogni fenomeno umano accuratamente osservato ha molto valore per la scienza, qualunque possa essere, grande o meschino, il soggetto nel quale, per un concorso di favorevoli circostanze, è venuto a prodursi.
Così possa sembrare non senza importanza anche agli altri il conoscere qualcuno degli svariatissimi modi con cui l'interessante fenomeno della opera d'arte può manifestarsi nel mondo!
* * *
Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell'opera di arte in maggior quantità che non pel passato, c'è sempre un punto, nell'atto della produzione, in cui la facoltà artistica agisce con completa incoscienza.
Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado, nell'elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l'agevola, la mette in moto; ma l'atto, ma il vero punto della creazione si avvolge infine, come in ogni altro fenomeno vitale, nelle misteriose oscurità dell'incoscienza.
Le preparazioni, i processi possono variare all'infinito. Tra il Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina di nostra intima conoscenza che, preso un foglio di carta, scrive le prime righe di una novella o di un romanzo senza saper nulla intorno ai suoi personaggi e alle loro azioni e va incontro ad essi e dietro a questa, _flanant_, alla ventura, sicuro che le sue creature usciranno, a poco a poco, dalla loro indeterminatezza e si metteranno ad agire e a parlare con piena libertà d'arbitrio nel limpido mondo della sua fantasia, c'è, chi non lo vede? un'enormissima differenza di messa in opera e di processo. Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico resultato, riescono a quella che io chiamerò l'_allucinazione artistica_, alla incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi psicologica, legge di patologia umana, geniale benignità morale, non fa caso.
Il valore, la vitalità dell'opera di arte dipende dalla maggiore o minor preparazione tecnica che nella concezione di essa interviene. L'arte, come forma e nient'altro che forma, ha un proprio organismo che si va di giorno in giorno sviluppando in tutta la sua rigogliosa crescenza, e non sta nell'arbitrio dell'artista l'accettarne o il rifiutarne la preesistente ricchezza di forma, allo stesso modo che non sta allo scienziato l'accettare o rifiutare il materiale della scienza raccolto fino al punto in cui egli la trova. Eppure la compenetrazione di quella forma col fantasma artistico individuale, qual esso risulta dal complesso delle facoltà dell'artista, rimarrà, forse per sempre, un fenomeno inesplicabile nella sua essenza. Cessa di essere, per questo, un fenomeno normale, ordinario, naturalissimo?
Il valore, la vitalità di un'opera di arte dipende anche dalla maggiore o minor quantità di impressioni immediate che noi vi facciamo intervenire. Queste non sono, come parrebbe a prima vista, intieramente coscienti. La più gran parte, accumulate indirettamente, per la via dei sensi, nei ricettacoli nervei e psichici del nostro organismo, si svegliano, si coordinano, si fondono in uno stupendo insieme sotto il pungolo di un'eccitazione volontaria o che almeno sembra tale.
L'artista procede, in questa circostanza, come i _soggetti_ del sonnambulismo provocato, ed ha la sua particolare allucinazione; la quale differisce dalle sonnamboliche unicamente per gradi, minimi o massimi, d'intensità e non per la intima sua natura.
Per entrare, come sogliamo dire, nella pelle del nostro personaggio noi adoperiamo ora contrazioni muscolari e isolamenti di determinate sensazioni a fine di lasciarne libere alcune altre più confacenti al nostro scopo; ora vere interruzioni o sospensioni della nostra personalità; e il Mosso potrebbe dirci l'equivalente trasformazione in calore di questi diversi movimenti. La perfetta oggettività della ben riuscita opera d'arte non ha altra origine; talchè l'artista non fotografa neppure quand'egli stesso crede di soltanto fotografare. Interpretare, integrare, compire i dati più immediati della realtà con altri più complessi accumulati nel suo organismo dalle sensazioni inavvertite e (oggi bisogna aggiungerlo) con quelli, più remoti e non meno efficaci, condensati in esso dall'eredità; ecco le operazioni concorrenti alla produzione dell'opera di arte, ed ecco la chiave di oro che può, forse, aprircene i meravigliosi segreti.
Due o trecento personaggi della _Comèdie Humaine_ hanno tale e tanta evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale. L'_allucinazione_ dell'artista si è lì così prodigiosamente condensata e solidificata nella forma, che l'impressione della lettura non solo eguaglia l'impressione diretta ma talvolta la vince, perchè nell'opera di arte c'è come un concentramento di raggi in cui l'eccitata immaginazione dell'artista fa l'ufficio di lente.
L'allucinazione spiritica, nel produrre le _communicazioni_, passa gradatamente, come l'artistica, dalla quasi coscienza alla incoscienza. Infatti il giovane Albertini, dopo le prime prove, dubitava al par di me che le cose da lui scritte non fossero il resultato di un lavoro della sua mente, della sua ispirazione, come solevano dire gli antichi. E se mi si obbiettasse che questa mezza coscienza iniziale non viene avvertita egualmente da tutti i _mediums_ scriventi, potrei rispondere che neppure tutti gli artisti sperimentano allo stesso grado quel _nisus_ nervoso e psichico di cui poi anzi ho parlato. In grazia di una felice disposizione dell'organismo, l'eccitamento può occorrere in proporzioni minori.
L'allucinazione artistica, per la intensità e per la durata, differisce notevolmente da quella delle sonnambule e dei _mediums_.
Noi ignoriamo quali energie entrino più particolarmente in funzione, e in quanta misura, sia nell'una che nell'altra; ma questo non impedisce di riconoscere la identità nella differenza e la somiglianza nella diversità che corre fra le due specie di fenomeni in discorso.
Il Balzac non parlava forse dei personaggi dei suoi romanzi come di persone reali, impensierito delle difficoltà di un matrimonio, attristato da una scabrosa avventura di qualcuno di essi?
Il Dickens non scriveva al Forster: _terminata la seconda parte_ (delle _Chimes_, campane) _nel concepire ciò che doveva accadere nella terza ho provato tant'agitazione, tanto dolore, come se la cosa fosse stata reale, che ho dovuto chiudermi in camera per nascondere i miei poveri occhi, gonfi e rossi al punto di dover essere ridicoli?_
E gli esempi potrebbero facilissimamente venir ridotti a migliaia.
Per restringermi, come mi son proposto, alla mia personale osservazione, eccoti un caso di allucinazione artistica, che chiamerò complicata perchè intrecciasi stranamente colla quasi allucinazione sonnambolica o spiritica che vogliasi dire. Questa complicazione ha poi, secondo me, impedito all'opera di arte di condensarsi nella forma e venire alla luce.
Nella Galleria dell'Accademia di San Luca in Roma c'è un _ritratto d'ignota_, del Van-Dick, una bella testa dalla fronte liscia, dagli occhi vivissimi, dalla carnagione bianca e fina, dalle labbra sottili e semi aperte a un sorriso. Incastrata in un gran collare di merletto, ha l'apparenza di una testa staccata dal busto messa in un vassoio di argento finissimamente cesellato. Gli scuri capelli tirati in su torreggiano sulla fronte circondati da un piccolo diadema di pietre preziose legate in oro; quattro file di perle, fermate da una borchia d'oro, con un ciondolo, le pendono sul seno.
Nell'ottobre del 1875 questo ritratto trovavasi nella prima sala, un po' in alto, accosto alla finestra, quasi di faccia all'uscio di entrata.
Ne rimasi come affascinato. Stetti a guardarlo lungamente, senza staccarne gli occhi un istante... Chi era colei? Una gran dama, di certo; si capiva dall'abbigliamento. Ma quella sua carnagione di un pallore di avorio; ma quella pelle che mi pareva mostrasse nella maturità lo stato verginale del corpo — una pelle _non usata_ e già diventata un po' rigida —; ma quelli sguardi che si fissavano così intentamente nei miei, quasi animantisi a poco a poco, per interni fulgori prodotti dalla simpatica insistenza con cui la guardavo; ma quel mezzo sorriso, di una mitezza triste, che si accordava così bene con l'aria un po' fredda dell'aspetto; tutto, tutto mi faceva intravedere, a traverso la nebbia di due secoli, una pietosa storia di intime sofferenze, eroicamente sopportate nella glaciale solitudine del suo palazzo o del suo castello; la storia d'una passione repressa, non sapevo se per volontaria fierezza della propria condizione o per contrasti di famiglia.
E mi sentivo commosso da un compatimento grande verso quella bella figura di donna che mi pareva quasi sdegnata di vedersi lì, in mostra; offesa ogni giorno della sbadata curiosità dei visitatori, ed ora impressionata dall'insolita compassione con cui uno sconosciuto si sforzava di carpirle il più intimo segreto della sua vita.
Fantasticavo così da più di un'ora, quando il custode venne a dirmi: Signore, si chiude.
Poco dopo, all'aria aperta, tra le meraviglie del Foro inondato di sole, avevo già dimenticato quel ritratto d'ignota e la mia poetica fantasticheria.
Tornato a casa verso la mezzanotte, chiuso il portone e fatto qualche passo nell'andito, al buio, intanto che frugo in tasca per lo scatolino dei cerini, sento o mi par di sentire l'alito caldo di un respiro umano sulla guancia destra..! Accendo in fretta un fiammifero.... Non scorgo anima viva.
Rido di me stesso e comincio a montar le scale; ma, all'improvviso, eccomi assalito da un inesplicabile senso di paura... Mi sembra che una persona invisibile monti le scale dietro di me.
Questa volta non posso ridere. Salto i gradini a quattro a quattro e richiudo prestamente l'uscio, quasi volessi impedire l'entrata.... a chi? Non lo sapevo neppur io in quel momento. Se non che in camera, mi si presentava subito alla memoria quella bianca e fredda figura d'ignota dipinta dal Van-Dick.
— Un bel soggetto di novella fantastica! pensavo nello spogliarmi per andar a letto.
E la tela di essa mi si spiegava nell'immaginazione coi più minuti particolari: la visita all'Accademia; la sensazione del soffio caldo sulla faccia provata nell'andito, al buio; poi l'apparizione, da prima indistinta, indi un po' più chiara, sebbene sempre vaporosa, dell'Ignota che veniva per ringraziarmi di quel sentimento di simpatia dimostratole la mattina. Avevo paura; non osavo risponderle. Dopo, la paura gradatamente diminuiva; la figura di lei diventava sempre più visibile. E la sera tornavo a casa più presto per rivederla, per intrattenermi con lei....
— Sì, un bel soggetto di novella fantastica!... Ma la chiusa?
Non la trovavo. E mi addormentai nel cercarla.
Durante la giornata, distratto dagli affari, non mi rammentavo più della Ignota, nè del soggetto del mio lavoro; ma ogni notte, appena entrato in camera, la fantasticata allucinazione della novella diventava quasi una realtà. Sentivo in quello stanzone di via Ripetta la presenza della Ignota. Negli angoli dove l'ombra era più densa, la figura di lei mi pareva si disegnasse ondeggiante, come formata da una leggierissima nebbiolina azzurrognola.
Per qualche momento avevo paura, proprio paura.... (Una notte ci mancò poco non andassi di là, a svegliare Ulisse Barbieri che forse sognava un dramma sanguinoso o una ricca caccia colla civetta pel giorno seguente)... poi riprendevo il tessuto della mia novella, dal punto dove l'avevo lasciato la sera avanti.