Part 5
Credete forse che il lume del Sole colà diffonda i suoi raggi? E le ripide scoscese faccia distinguere dai buoni viottoli e le cattive bestie dalle non nocive? Simile al buio della notte, quando le stelle non servono ad altro che alla visione di loro stesse, è la luce ivi permanente.
Qualche raggio che trapela dall'interno del monte, per le fessure viene oscurato dalle nuvolose mani di quelle genti che, a guisa di ombre erranti a caso, leggiere, per l'aria, portate dal vento, capovolte, diritte, oblique, vanno da quella parte ove tira il vento. Simili a pesci tramortiti trascinati dalla piena, spesso vengono espulsi da quelle tombe quegli spiriti dormenti, a guisa di serpi, nel freddo obblìo, e appena riscaldati dal cattivo calore non di senno fanno opera ma di sonno che infonde male di letargo e impedisce la germogliazione delle piante vicine; le quali, abbeverate da quel maligno influsso, come mummie tocche dell'aria, si scompongono nel loro parti.
E il vento di dove tira?
Da una di quelle bocche del monte.
E l'acqua di dove scorre?
Dal seno di esso[10].
E le orribili selve d'onde hanno origine?
Dalle acque malefiche che fanno allignare ogni cattiva cosa.
E la luce?
Viene coperta da quelle roccie, impedita da quelle cattive ombre.
Ma dura ciò sempre?
Sempre vi si vive in un crepuscolo incerto[11].
In ogni fin di due o trecento mila secoli, vedesi comparire un vecchio che esce da una di quelle fessure ove uno strato di aria insolubile ed infrangibile tiene tutto lontano. Al levarsi della sua testa diffondesi[12] un calore tale che tutte quelle piante; tutti quegli spiriti malefici, tutte quelle aeree ombre sentonsi quasi soffocare perchè nati in clima freddissimo. Un'aurora borreale comincia ad iniziare la certezza del giorno; e il Vecchio, che già partorisce qualche figliuolo nel cammino, si avanza alla discesa del vertice. Un bisbiglio destasi in quel luogo: la sommità vien illuminata[13]; e, allontanate quelle piante e dispersi quegli abitatori. Il Vecchio, detto della Montagna, ossia il Padrone, ovvero il Fabbricatore, lascia di tratto in tratto, a guisa di Colombo in America, qualche piccola colonia di suoi figliuoli. Dà a questi buone semenze, fa nascere ai loro servigi adatti animali, e impiega qualche tempo in insegnamenti. Le basse falde vengono illuminate sparutamente e laggiù si rifuggono gli spiriti più dileguabili, le piante giovani. Ma gl'induriti e i forti permangono. La pianura di sotto resta nel buio eterno.
I venti non fanno più sentire il loro fracasso fra gli alberi secchi: il ruscello diventa acqua un poco sana. Le radici, i mali semi vengono portati nelle selve, nella pianura vicina: non vengono estirpati completamente.
Il Vecchio Menear, che significa _Salvatore_, _Restauratore_, compie la sua missione, e da ordini superiori vien chiamato a rinchiudersi donde uscì. La luce sola resta ancora per pochi minuti. Poi, come le rane in tempo di notte, alzano i loro capi senza alcun timore, quegli spiriti già ricacciati in giù. I figli di Menear vengono uccisi dai cattivi influssi, e il monte ritorna di nuovo al primiero caos.
II.
Qual maggior dolore puossi dare ad un savio di quello di non voler credere nè sentire ciò ch'egli per convinzione detta?
Il vecchio Menear avea già dettato le sue leggi ai suoi figliuoli. Intorno alla cultura delle terre erano i suoi insegnamenti; della disradicazione di quelle erbe male si occupava, ed alla dilequazione di quei cattivi spiriti era diretta la sua venuta. E tutto invano!
Alla sua sparizione, periscono le sue dottrine, i suoi figliuoli vengono uccisi per soffocamento, resta inutile la luce ch'egli destinava a un sano scopo.
Credete forse che il Vecchio della Montagna, rinchiudendosi in quegli impenetrabili appartamenti, vi dorma come un ghiro che s'impingua?
Sempre veglia, sempre è attento; quei duri e compatti massi qual lucido vetro sono dinanzi ai suoi occhi. Simili a colui che trovandosi vicino ad un lume non iscorge quello che dal buio lo guarda, sono quelle ombre di fronte al Vecchio. Qualcuna resta annichilita, scomposta nell'atto di voler impedire quel lume; pure, al comparire di quell'aureo raggio, non manca chi in tutta fretta corra a turare le fessure, qual gente che tema l'entrata d'aria nociva. Ma il Menear molto si duole, molto soffre vedendo che la sua luce resti offuscata. Spesso, ad un suo ordine, qual polvere tratta in mulinelli[14] per l'aria, van tratte via quelle ombre. Ma non sempre egli usa a questa maniera; modi più parchi ha il suo procedere. Manda altri suoi figliuoli tra quelle ombre; e sono di nuovo uccisi, appestati da quelle cattive esalazioni. Forse non è un dolore per lui il partorire e perdere i suoi figliuoli? Dalle buone allora passa alle cattive; e, qual primo Sansone, scuote quel monte, e le fessure già col tempo fattosi più larghe, si aprono facilmente a quella scossa.
Gli appartamenti di Aquilone crollano perchè son tolte ad essi le fondamenta; il Re dei fulmini vien meno, timoroso perchè mancante di combustibile. La selva comincia ad appassire perchè al ruscello vien mutato il corso.
Il Vecchio scuote la sua volontà e ogni cosa, tra i rumori e il terrore, cade a terra. Gli spiriti fuggono con un gran spavento nel cuore, quasi presaghi della loro prossima fine. Così tutti i nascondigli e la struttura di quelle crollanti roccie vien messa in chiaro, che prima davano una trista idea dei loro abitatori.
L'Albero della Vita, che stava per rigermogliare, diventa rapidamente alto e rigoglioso.
Aquilone scacciato dal suo laberinto, fortemente si stramazza qua e là, portando infortunii in tutti i luoghi. Una grande burrasca inonda le terre, e le rocce scoscese diventano un'amena pianura.
Il Vecchio Menear, quasi creatore, siede in alto: i suoi figli per rapida generazione, si moltiplicano a milioni, e ogni cosa va bene. Le dottrine di Menear vengono ascoltate, e il lume eterno del Sole tutto rischiara[15] tutto fa germogliare.
Che te ne sembra?
In quest'altra leggenda, o novella, l'immagine diventa più solida, più libera; e il concetto mistico, la moralità, vi comparisce soltanto all'ultimo, un po' stentatamente appiccicata.
La pugna dei Persiani ai tempi del re Leonardo il piccolo e la lotta dei Venti. Unico discorso.
Era in sulla primavera e la Persia inferiore già pure ridente per principii di nobiltà e bellezze non conosciute dava i primi passi verso[16] il suo innalzamento. Re Leonardo, detto il _piccolo_ per soprannome, chè aveva il corpo alto[17] e robusto e la faccia di un bambino a tre anni reggeva bene quel popolo che ad unico voto lo aveva acclamato re. In tutto il paese una gran pace e contentezza, perchè si viveva da poltroni[18] e le piante tutte davano bei frutti che accompagnati al così detto pane che nasceva in pagnotte[19] erano il lor mezzo di felicità e di crapula. Ognuno diventava nobile secondo il proprio parere e la propria legge. I palaggi e le case venivano dipinti sulle porte delle loro spelonche e, coll'idea, ognuno aveva i suoi nobili appartamenti e ne godeva l'abitazione. Il re aveva[20] in sul più alto punto la sua fortezza e i suoi soldati stavano sempre seco giacchè fatti di pietre e di legno. Egli faceva le leggi che scolpite in larghe tavole esprimevano or un uomo che rubava ed il Dio figurato lo tratteneva sino allo svegliarsi[21] del padrone; or uno che uccideva un altro ed un terzo coll'arco teso già stava per farlo pure morire; ed ora i numi che tutti accorrevano alla difesa del re ed uccidevano i mali perseguitatori e i ministri traditori: tutte figure di esser proibito il furto, esser minacciato l'omicida e dover essere rispettato il re.
Il giorno di domenica in cui tutti andavano ad ascoltare la spiegazione delle leggi (che chi era più valente veniva chiamato a scolpirle) dovevano ad uno ad uno ripetere la stessa spiegazione fatta dal magistrato; e chi per malizia o per stupidaggine non sapeva ripeterla, veniva posto in carcere, assoggettato[22] a molti supplizii finchè non la imparava[23], affinchè, commesso qualche delitto, non potesse nè dire di non aver veduto le leggi, nè averle comprese nel punto della condanna.
Tutto andava bene e i funerali si facevano[24] decentemente, giacchè la camera ove moriva un figlio o un parente non doveva più essere abitata[25] perchè quelli dovevano colà fare le loro occulte passeggiate[26] le loro[27] faccende, che vedere gente viva era il loro inferno[28].
Tutti i giovani adulti venivano istruiti nel modo di combattere tra loro; e per bene esercitarli, li mandavano nei boschi, e chi portava più animali feroci uccisi di sua mano diventava[29] il capo squadra, il comandante della brigata. Ma però tutti i vecchi, e i maturi, sì uomini che donne, in quegli antri godevano il calore del fuoco che con i loro combustibili accendevano.
Or avvenne che quantunque i più ricchi avessero migliaia[30] di buchi, ossia camere, per la lunghezza del tempo trascorso e per la quantità dei parenti morti, dovettero tutti rimanere all'aria aperta[31] finchè non si scavavano[32] le nuove abitazioni. Ma siccome questo accadde in tempo d'inverno, molti cittadini perivano per infortunio e ciò portò un gran lamento nel regno. Laonde la maggioranza andò dal re a chiedere un espediente migliore. Il re, che pure era accomodato tra la paglia e la legna dei suoi sudditi, pensò di far interrogare l'oracolo per conoscere il perchè di quel freddo e di quel vento impetuoso mandato dal Nume. Il sacerdote rispose che dovevano tutti[33] pregare di cuore. E siccome la gente è stata sempre a un medesimo modo, come ai dì nostri, pregavano più per il bisogno che per altro, dicendo quattro parole alla meglio[34]. Il freddo non terminava, ma diventava di giorno in giorno, maggiore. Si consultò di nuovo l'oracolo e questo[35] rispose: che il Dio si era compiaciuto, ma che i Venti e il Freddo gli avevano strappato dalle mani le redini e volevano divertirsi; quindi potevano, se ne avevano l'abilità[36], farli allontanare mediante un combattimento.
Tutti subito, quasi disperati pei brividi e raffreddori, chè il vento aveva fatto diventare i loro occhi fontane di lagrime e i nasi ammalati cento volte più grossi, si preparavano alla pugna. Ecco un affrettamento di accumular provvigioni; chi fabbrica armi chi taglia vestimenti, chi addestra i più forti nel[37] modo di battersi. In pochi anni tutto fu allestito[38]. Il re ordinò ad un drappello dei più valorosi vestiti di calde lane di prender l'ala sinistra che il Vento aveva scelto come un punto più comodo; un altro drappello mandò nel centro per impedire il varco al Freddo mediante certi incendii preparati per bruciarlo.
Al terzo drappello, in cui tutti erano coperti di vestiti invulnerabili, fu imposto di affrontare i turbini e le tempeste. E già tutti hanno preso le loro posizioni, tutti stanno in atto di battersi al primo soffio del Vento, colle micce in mano (_pronte_) a dar fuoco.
Il Vento, più malizioso di essi, ordì il modo di farli tutti perire. E fintosi un leggiero Zefiretto, soffiando basso[39] gli si porta vicino per un trattato di pace. Un'auretta soave quasi imbeve di sonno piacevole tutti i soldati, che lasciano le armi. Intanto si fanno gli accordi; e mentre il Re dava gli ordini di ritirarsi in città perchè il Vento si era già arreso a quello spettacolo di così grandi forze, ecco un forte rumore. I soldati sentonsi scuotere le gambe. Era il Vento che tornava ad imperversare. Un freddo nelle loro membra si diffuse che faceva gelare il sangue. Da un'esplosione freddo-ventosa vennero tutti trasportati in alto, ove il Re dei turbini sprigionava i suoi fulmini con fracasso e distruzione, e poi stramazzati a terra ove furono pasto dei vermi. Le case rimasero tutte inabitate. E questa fu la miseranda fine[40] di quella gente che volevano combattere coll'alto, ignorando ogni legge e dottrina. Se essi pregavano davvero, quel Dio non faceva loro toccare tal misera sorte, e rimanevano padroni crapuloni di quelle terre ove pane e frutta vennivano senza cultura, ove si menava una continua vita di cuccagna che solo la stupidaggine di quegli uomini tolse agli infelici posteri, i quali in semplice narrazione la godono.
Ma ecco una vera e propria novella, senza sottintesi, senza secondi fini, un organismo artistico compiuto in ogni sua parte. La rappresentazione è viva, efficace, e ci trasporta in epoche remotissime, fra civiltà dimenticate dalla storia che qui paion rivivere dissepolte dalle viscere di sconosciuti ipogei.
Il Re di Menefal
I.
E tu vedevi sul fare della notte che la città era in gran movimento[41]. Alti personaggi uscivano di casa di soppiatto e scappavano alla vista dei soldati di ronda che, trovatili, li avrebbero uccisi. Le figlie di Mercurio andavano attorno per le vie senz'essere vedute, e se qualche ladro ad esse si raccomandava, lo conducevano in quei posti dove avean visto mancare la guardia e abbondare il bottino. Spesso si udivano urli e lamenti. Erano di quelli che le _mercurie figlie_ abbandonavano nell'atto del furto e che qualche bestia feroce, entrata in città colle tenebre, sbranava e divorava[42]. Intanto in tutte le case riunioni, assemblee e sacrifici. Ognuno per sè e Giove per tutti.
Prima dell'alba il re di Menefal, coperto di pelli di fiere e seguito da armati, era uscito dal suo palazzo per vedere se qualcuno dei suoi sudditi fosse andato attorno durante la notte. Cominciava a piovere. Appena percorse alcune vie, non ladri trovò, nè fiere, nè figlie di Mercurio, ma vide presentarsi davanti un mostro macchiettato di mille colori che di molti diversi animali aveva accozzate le membra. A quella vista il re si perdette di coraggio, e i suoi armati con lui. E rimasero lì senza poter fare un passo innanzi o indietro, impietrati, fino al far del giorno.
I cittadini di Menefal, giusta il loro costume, si recarono allo spuntar del sole al palazzo reale per offerirvi incensi e sacrifizi al re; ma trovarono il palazzo abbandonato come una casa desolata: e penetrativi dentro, per la prima volta, furono atterriti dalla vista di orribili armi e di sanguinosi ordigni che pendevano dalle pareti d'ogni stanza. Alla notizia di questa scoperta la gente accorreva da tutte le parti. Ma non coloro che abitavano nella via dove il re e i suoi armati eran rimasti di sasso[43] alla vista di quel mostro che non si moveva neppur esso. Quei poveri abitanti piangevano, strillavano, invocavano Giove; qualcuno disegnava col carbone quelle orride figure non mai viste.
Quando il sole fu alto, il re e i suoi armati si riscossero dal loro[44] torpore e si diressero a corsa verso il palazzo reale. Vedendoli tutti coperti di pelle, e più in sembiante di bestie che di uomini, la folla diè mano alle armi appese alle pareti e gli venne addosso: così il re di Menefal perdette la vita, ucciso dai suoi sudditi, con le sue proprie armi.
Quel mostro intanto voleva andarsene via, pei fatti suoi; ma la notizia della sua presenza si era già sparsa per la città e la folla che aveva ucciso il re già si precipitava contro di lui. Visto il pericolo quello buttò per terra le varie pelli che aveva indosso e gridò:
— Fermi! fermi![45]
— Chi sei? — domandava la folla.
— Sono il vostro Salvatore.
Vedendo quell'uomo di un colore diverso dal suo, la folla ristette.
— Vi ho liberato dal re: ho messo in cimento la mia vita.
— Giove! Giove! — gridarono tutti. — Giove è disceso sulla terra!
E lo adorarono.
II.
Quell'uomo era uno di loro; ma avendo abitato per lungo tempo in paesi lontani, il colore della sua pelle era passato dal rosso al verde. Ladro, quella notte andava attorno cercando di fare un bel colpo. Alla vista del re, coperto anch'esso di pelli, lo aveva scambiato per uno del suo mestiere e si era fermato, non senza un po' di timore che non fosse una fiera.
La cosa gli era andata benissimo: ed ora viveva in mezzo a grandi tesori adorato e temuto.
Era costume in Menefal di celebrare una festa in onore di quel Dio, rivolgendo le acque del fiume Mela verso la città e facendole passare in mezzo al gran tempio ove il Dio doveva benedirle prima che irrigassero e inondassero i campi.
Le acque già avevano invaso il canale in mezzo al tempio, e Giove tratteneva col braccio l'ordigno che moderava l'impeto di esse. La cerimonia doveva eseguirsi a porte chiuse e il popolo era in gran parte affollato sull'argine. Il Dio sedeva in alto circondato dai sacerdoti, coperto di ricchissime vesti.
Prima della cerimonia una deputazione eletta dal popolo doveva verificare[46] se Giove era tuttavia in terra, o pure erasene tornato in cielo. Ora, sia pel tempo trascorso, sia per l'umidità prodotta dalle acque vicine, il volto del Dio aveva perduto il suo colore verde ed era tornato rosso come quello di tutti i suoi concittadini. Vedendo questo, la Deputazione del popolo entrò in sospetto che i sacerdoti non avessero ucciso Giove per mettere qualcuno di loro al suo posto. Esaminò Giove attentamente e si convinse che il Dio era diventato un uomo al pari di loro; allora cominciò ad urlare!
Giove, vista la mala parata, disse tra sè:
— Chi è più forte, si salvi!
Lasciato andare l'ordigno che frenava l'impeto delle acque[47], si precipitò nel canale, nuotando contro la corrente, e uscì fuori.
Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati, tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.
Ma neppur Giove sì salvò. I contadini che stavano fuori colle zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare addietro. In quel punto l'impeto delle acque ruppe la resistenza delle porte del tempio e la campagna fu inondata.
Perirono tutti, e Giove con essi.
Che desolazione!
Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal monotono scorrere delle acque del fiume.
Oh, ti confesso, caro Farina, che questa storia del Re di Menefal mi parrebbe sempre una bella cosa, anche se non sapessi che fu scritta _currenti calamo_, in due volte, e senza mettervi nulla del suo, da un giovinetto di nessuna cultura; il quale, dopo, non è mai stato più capace di comporre nulla di simile! Oggi il signor Fortunato Albertini, che si è fatto un bel pezzo di giovane, alto, robusto, pieno di salute, stimerebbe una vera disgrazia la ricomparsa della sua _medianità_ di cui mostrava prima tanto piacere. La coincidenza, senza dubbio, accidentale, del ripetuto manifestarsi di essa con luttuosi avvenimenti domestici, gli ha messo nell'animo una quasi superstiziosa avversione perfino contro quei suoi giovanili quaderni di spiritiche leggende e novelle. E se n'è disfatto, regalandomeli; io gliene sono gratissimo.
Qui terminerebbe questa forse troppo lunga storia del processo di formazione del mio problema, se non avessi la buona fortuna di poter aggiungere altri e, certamente, più ammirabili documenti, cioè alcuni di quegli scritti accennati nella lettera del mio anonimo corrispondente fiorentino.
Toccano essi una cima così eccelsa di concezione e di fattura, che farebbero subito nascere il sospetto di una qualche mistificazione letteraria, se io non potessi dire in pubblico il nome del _medium_ che li ha scritti e così tagliar corto su ogni dubbiezza.
Il giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizii del corpo che alle agilità della mente, piuttosto desideroso di divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, e che, pur fumando una sigaretta, discorrendo di cose quasi puerili, coi presenti e talvolta anche sbadigliando scrive, scrive, scrive, pel solo misterioso impulso che gli move il braccio; quel giovanetto, di cui parlava il mio corrispondente fiorentino, si chiama Eduardo Gordigiani.
Non ti ho già detto che si trattava di persona della cui lealtà e buona fede non è possibile dubbitare? E avrei dovuto meglio dire: persone; giacchè nessuno sospetterà mai che quel valente artista del prof. Gordigiani, conosciutissimo in Firenze e fuori, e la signora Gabriella, sua egregia consorte, abbiano voluto farsi complici di una soperchieria del loro figliuolo, o che siano ingannati anch'essi e involontarii ingannatori. La loro perfetta buona fede parrà patentissima quando avrò aggiunto questo: essi mi hanno gentilmente accordato il permesso di pubblicare i documenti da me scelti fra i tanti posti a mia disposizione, quantunque non ignorassero che lo scopo del mio lavoro andava poco di accordo colle loro profonde convinzioni, e quantunque il rumore della pubblicità sia _contrario alle loro abitudini e al loro modo di vedere_.
Le _Visioni di Fra Iacopone da Todi_, scritte con _medianità meccanica_ dal giovine Gordigiani, sono dieci finora. Ne scelgo la terza, la sesta, la settima e la ottava, e metto a piè di pagina le spiegazioni dei punti più oscuri, ottenute anch'esse collo stesso mezzo.
Qui il misticismo religioso regna da padrone assoluto, e l'ebbrezza della povertà, rivelata al medio evo dal _poverello di Assisi_, vi si effonde in tali miraggi da far provare la vertigine delle allucinazioni e dell'estasi, da parer di vivere in un altro mondo. Infatti è proprio un altro mondo quello che qui ribolle, scoppia e spumeggia in trasporti, in slanci, in disfacimenti di spirito, in delirii divini.
Senti un po'.
VISIONE TERZA
Fuvvi un tertro a me caldamente caro, su del quale di sovente ero accarezzato da visione, ove il Signore eccelso mostraami belli quadri per li quali era consolato il mio spirito per la perduta gente[48].
Portavo meco un libro con alcune parole eterne su delle quali argomentavo.
Miserello corpo, sempre tu m'infastidisti nel compiere alcuni ufficii, ma per altro ringrazioti degli sacrificii procacciatimi.
E asceso un dì lo poggio, come di solito, feci alcuni prieghi nelle quattro direzioni del mondo per quei infelici che beveano la calda aria nel cuore quando, consimili al mio, cerchiavanmi tanti monti ove la aria penetra e imbeve dalle cellette.[49]
Lo dovere al mio Creatore fatto, mi coricai su natta cara a Dio la quale era fatta di pietre spezzate, e disposta per giaciglio, e pregai in quel tempo per coloro che si distendon sulle piume; crociai le mani sull'alvus e attesi che piovessemi luce.
E comparimmi del mio monte il pendio e vidi grande formicolar di gente le quali molte scendevan e poche salivano.
Sul mio tertro era postato un abeto grande, da parvi adornato — Frai convenienti quivi rimiravo alcuni che venivano ad istudiar li belli alberi[50] e la veduta spaziosa; altri venivano ed allacciavano[51] or l'uno albero grande, or uno più piccolo, raro apparivami un bel senex, il quale spariva nel suo proprio bagliore, onde non veniva scorto dalli circostanti, e diffilava allo albero maggiore e, chinato per toglier pietra, lentamente scalzava nel superbo fusto[52] e misurava via facendo lo percorso fatto collo[53] proprio corpo — E storiavo dinanzi ad egli e ragionavo meco che egli era di Dio, allorchè si volse ratto e fulminando dagli ogi rai, sclamò: Ho trovato dimora! e scomparve e pareami che un'ugual[54] corrente veniva da me al Santo Padre e mormoravo: Hic erit!