Spiritismo?

Part 4

Chapter 43,694 wordsPublic domain

Il prof. Ugo Amico che, insieme coll'ingegnere Andrea Arena di Messina, la vide quella sera in cui rappresentò tutta l'azione di una tragedia con efficacia di espressione non mai raggiunta dalla Rachel e dalla Ristori, pianse, commosso, come forse non avea mai pianto a nessuna rappresentazione teatrale.

Oramai l'ossessione (la crisi forse sarebbe meglio detta) non contava più intermittenze. In ogni ora, in ogni momento della giornata, c'era sempre qualche cosa di nuovo che ci teneva sospesi, in apprensione di peggio.

Un giorno, a mezzo desinare, lo spettacolo divenne, subitamente, meraviglioso davvero. La Beppina cadde in una specie di estasi che la rapiva in alto e la facea tenere così equilibratamente sulla estrema punta dei piedi, che per un momento dubbitai non stesse proprio elevata a qualche distanza dal suolo. Il suo volto era trasfigurato. I lineamenti, irregolari e poco aggradevoli, avevano assunto una bellezza sorprendente: la carnagione, da bruno-pallida, si era mutata in un incarnato di portentosa delicatezza.

Questa volta _Egli_ voleva darle il suo anello, voleva sposarla.

— Ma tu sei morto da tanto tempo! gli faceva osservare la Beppina.

— Oh, non voleva dir nulla. Si sarebbero sposati in ispirito.

— No, no! ella balbettava colle mani giunte. Non ne sono degna! Non ne sono degna!

E, nel godimento di un'ineffabile felicità, prorompeva in esclamazioni interrotte, da cui non potevasi ben rilevare che cosa lei sentisse e vedesse durante quel mistico rapimento.

Era sua! Proprio sua! E perciò esigeva da lei anche atti che parevano d'adorazione; e perciò le suggeriva parole di preghiera, in un linguaggio inintelligibile e che mi duole grandemente di non aver subito trascritte.

E voleva che restasse a lungo, da solo a solo, con lui. E la notte, in sogno, la conduceva via con sè.

Dove? Una volta dentro un sotterraneo, a dormire sopra una cassa da morto: un'altra volta in una camera nuziale magnificentissima, su morbidissimo letto. Talchè, la mattina dopo, ella si levava spossata, precisamente come quando era restata troppo a lungo in sonnambulismo.

Durante gli accessi più forti, ora nell'uno ora nell'altr'occhio della Beppina, manifestavasi uno strabismo pronunciatissimo; potresti osservarlo nelle fotografie che trovansi in mia mano, ordinate da _lui_ ed eseguite dal Semplicini.

Sono in quattro pose. In una di esse, i caratteri della nevrosi isterica appaiono evidenti nello sguardo smarrito, nella fiera espressione delle labbra, nell'atteggiamento della testa e delle braccia. Nessun pittore ha mai dipinto un'Ofelia così terribilmente vera da poter reggere il paragone di questa fotografia della Beppina.

Durante quelle lunghe giornate di estate era un continuo ragionare sotto voce fra _Lui_ e lei; e se io tentavo di inframmettermi e sapere di che cosa si trattasse, ero da lei pregato di scostarmi, per non attirarle addosso eccessi più tristi.

Intanto io mi rinfrancavo, andavo riprendendo la padronanza di me stesso, e a poco a poco, m'imponevo, di bel nuovo al ribelle organismo della Beppina.

Sentiva ella la voce di _lui_ che la chiamava dall'altra stanza?

Le facevo dei _passaggi_ agli orecchi; e il fenomeno cessava.

Ricompariva questo sotto una forma diversa, di tiratine alle falde posteriori del vestito, perchè quella ubbidisse alla chiamata?

Le facevo dei _passaggi_ dove la tiratina era sentita; e il fenomeno cessava.

Allora fu un combattimento continuo, accanito, senza quartiere, tra lo Spirito (o l'accesso) che cercava di sopraffarla, e me che la difendevo, inventando nuovi modi di battagliare per mandarne a vuoto le astuzie. La circondavo (almeno la mia intenzione era questa) d'una cinta impenetrabile di fluido, dentro cui ella viveva, muovendosi come sotto una campana di cristallo che secondasse gli ordini della sua volontà e la seguisse, dappertutto. Ma se, così, sentivasi ben riparata dalla malefica influenza di _lui_, non stava per questo tranquilla. Anzi diventava triste, di giorno in giorno. Si appartava, con una scusa e con un'altra, da noi; e una volta, dopo molto mio insistere, confessommi che provava come una vertigine di suicidio, massime quando trovavasi presso il pozzo, in cucina. Le pareva ch'_egli_ ve l'attirasse, da lontano. La voleva seco, ad ogni costo!

Una sera, e fu l'ultima, riapparve minacciante, per pochi minuti.

La Beppina, nel sentirlo avvicinare, aggrappavasi, tremante, al mio braccio, invocando aiuto e difesa. Io aveva già steso intorno lei la mia solita cinta fluidica, ma _lui_, intanto le _fremeva attorno_, benchè tenuto discosto. Stavamo lì trepidanti, lei, i suoi ed io: chi l'avrebbe vinta?

A un tratto...

Senti, caro Farina; io ti racconto l'impressione schiettissima del fatto, come fu allora provata; non l'analizzo, non la commento; e mentirei se ti dicessi di esser proprio sicuro che in quel momento non fossimo, anche noi, sovraeccitati in sommo grado e mezzi colpiti di allucinazione...

A un tratto, dunque, ecco Aneppe, il piccolo cane nero, che comincia ad uggiolare sordamente, quasi provasse la sensazione di qualcosa d'insolito per aria.

— Ha inteso? Si _puole_! disse la Beppina atterrita.

Non avevo inteso nulla. Ma la mamma di lei, sì, giurava di aver inteso chiaramente quella terribile parola....

Non potè, per fortuna!

La Beppina cadde, mezzo svenuta, sulla poltrona accosto.... E così la crisi finì!

Cioè, finì colla sua forma acuta, ma colle forme di apparizioni di ogni sorta — della sua nonna, dei suoi fratelli morti bambini, di altri personaggi sconosciuti — continuò placidamente ancora un pezzo. E, per mesi e mesi, la Beppina, entrata appena in letto, veniva subito presa dal sonnambulismo con tutti i diversi sintomi di anestesia, di catalessi, di spontanee allucinazioni che i miei _passaggi_ tenevano un po' in freno e ammansivano gradualmente.

Alla fine, la crisi cessò del tutto, ma nel modo più strano e inaspettato.

Quella notte, tornando a casa dopo il tocco, trovai il casamento sossopra. La Beppina era, da quasi tre ore, in preda a terribili convulsioni, e i pigionali del primo e del terzo piano, destati nel meglio del sonno e accorsi vestiti a mezzo per la fretta, avevan dovuto, insieme col babbo e il fratello di lei, stentare non poco per trattenerla e impedirle di non farsi un qualche malanno. Urlava, si agitava violentemente, avea la schiuma alla bocca, e dei suoi occhi stravolti si vedeva il bianco soltanto: faceva proprio paura.

Alcuni _passaggi_ al plesso solare la calmarono a un tratto.

Che cosa avrà creduto di me quella buona gente che non poteva capirne nulla, tutta stordita dell'accaduto?

Verso le dieci i signori P.... trovavansi in salotto con due amiche, mamma e figliuola, venute a passar la serata da loro. Nel bel mezzo della conversazione, ecco dei replicati e forti picchi al muro ov'era appoggiato il canapè su cui sedevano le due signore.

Il signor P.... si leva da sedere un po' stizzito: quei picchi gli parevano uno scherzo inopportuno della sua figliuola minore, una testolina, ed egli andava di là per farle una lavata di capo.... Dietro il muro non c'era nessuno. La ragazza era nella sua camera, a letto, e dormiva la grossa. Intanto, dopo qualche intervallo, i picchi ripigliano, ora forti, ora leggieri, ora affrettati, ora lenti. Fermato in mezzo all'uscio che dal salotto metteva nella stanza attigua, il signor P.... poteva comodamente sorvegliare l'una e l'altra faccia del muro, un muro medio, strettissimo.

— Sono i pigionali del terzo piano, pensò.

E, per avvertirli di smettere, picchiò sul muro anche lui, colle nocche delle dita, tre volte, seccamente.

Risposero tre picchi identici, secchi, risoluti. Allora, per chiasso, la figliuola dell'amica si mise a picchiare celeramente. Subito subito le fu risposto con altri picchi accelerati. E si provarono tutti, uno dopo l'altro, meno la Beppina; la signora P... messa in sospetto dal vederla più nervosamente agitata del solito, non aveva voluto ch'ella picchiasse.

Già lo scherzo durava da un'ora. Che cosa poteva significare? Non pareva più possibile che i pigionali di sopra — marito e moglie, persone serie, che vivevano molto appartate — volessero prolungarlo tanto. Il signor P..... e suo figlio montarono su, per convincersi coi loro occhi. Marito e moglie erano a letto da un pezzo; e quando intesero di che si trattava, mezzi sbalorditi dal sonno, scesero giù. Picchiarono anch'essi, e fu loro risposto:

— Tic-tac!

— Tic-tac!

— Toc-toc-toc!

— Toc-toc-toc!

— Saranno i pigionali del primo piano!

La Beppina, suo fratello e la loro giovane amica scesero giù, da quelli del primo piano. Erano anch'essi a letto; ma, saputa la cosa, montarono su tutti, curiosissimi.

— Toc-toc!

— Toc-toc!

— Tic-tic-tic!

— Tic-tic-tic!

Botta e risposta!

— Tornando su con quelli del primo piano, mi raccontava dopo la Beppina, per le scale sentivo quella solita voce che mi susurrava nell'orecchio: picchia anche te! picchia anche te! Intanto la mamma, in salotto, mi faceva le occhiatacce, mi diceva di no... E quella voce insisteva: picchia anche te! picchia anche te!... Picchiai!

Si era sentita afferrar per la mano da una mano invisibile, tiepida e molle, e, gettando un urlo, era caduta in convulsioni.

Però, appena la Beppina ebbe picchiato, ogni rumore, come per incanto, cessò. Quella ventina di persone che si eran divertite più ore, picchiando e ripicchiando, stettero lì un'altra ora, a picchiare, a ripicchiare inutilmente. Nessuna risposta! Per una buona mezz'ora tentai e ritentai anche io, benchè arrivato troppo tardi. Silenzio profondo!

E così ebbe fine quella crisi, magnetica, isterica o spiritica, della Beppina che ci avea tenuti in tanta angoscia.

Finalmente! Respirammo.

* * *

Oh, ne avevo avuto abbastanza! Non volevo più ricominciare. Ma, dice il proverbio: chi ha bevuto berrà. E, sei anni dopo, tornavo allo Spiritismo; con altro animo però, con altri intenti. Oramai avevo la convinzione che quei fenomeni spiritici fossero stati dei fenomeni di sonnambulismo più complicati e più elevati degli altri. I _passaggi_ che li avevano prodotti, non eran serviti anche a domarli? La legge _similia similibus_ avea trovato in quel caso un'applicazione impreveduta.

— Ne è proprio sicuro? mi disse una volta un prete, gran spiritista. Oh, bella! Lei turava ben bene gli orecchi della sua sonnambula, e poi si stupiva che quella più non ci sentisse! Ma i suoi _passaggi_ non facevano altro: le turavano gli orecchi, interrompevano ogni communicazione fra lo spirito e lei.... E i picchi, come lei li spiega?

Veramente quei picchi mi lasciavano perplesso. Tanto più perplesso quanto più recise erano già diventate le mie opinioni intorno al mondo di là.

Mi ero buttato alla filosofia, mi pascevo di Hegel e... di positivismo. La _Fenomenologia dello Spirito_ del gran pensatore di Stutgarda, benchè mal masticata e mal digerita, mi lasciava intravvedere orizzonti nuovi per me, luminosissimi.

Non afferravo (ci voleva ben altro che i miei denti!) tutta quella meravigliosa astrazione, ma sentivo, da ogni pagina di essa, scaturire un così profondo e divino poetico sentimento, da farmi paragonare quegli astrusissimi paragrafi ai diversi canti di un vero poema, il poema moderno del pensiero, della riflessione assoluta!

Se tu vuoi spiegarti questo strano connubio di idealismo, di positivismo e di spiritismo, pensa, caro mio, che in filosofia ero la medesima cosa che in storia naturale, in magnetismo, in spiritismo e in ogni altro soggetto toccato dopo, cioè un curioso e nient'altro, un dilettante e nient'altro.

Un mistico anche. Oh, le intime relazioni di allora tra la universa Natura e me! Oh, il soave confondersi e quasi sparire della mia misera personalità in quell'infinito fluire e divenire delle cose che mi si rivelava all'intelletto! Oh, le giornate e le nottate trascorse sopra un libro del De Meis (un vero Grande di Spagna — come gli disse due anni fa Silvio Spaventa alla mia presenza, un Grande di Spagna che vuol darsi il gusto d assistere, ancora in vita, ai suoi magnifici funerali). Oh, le giornate e le nottate, che pur mi parevano _un boccone_, come sogliamo dire noi altri isolani, quando quel libro — DOPO LA LAUREA — giungeva proprio in tempo per trascinarmi più accosto alla realtà e darmi un equo senso della vita!

E quando vi rileggevo: «nascere e crescere, decadere e perire, è il destino di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutte le piante, — e diciamolo pure, di tutti i sistemi planetarii. Questo cosmos ha i suoi giorni contati come gli abbiamo noi che ne siamo gli endozoi: solamente ch'egli ha la vita più dura, ed è più lungo il suo tempo e la sua durata naturale: per cui, come la balena e l'elefante vivono più di un uomo, e un pino od una quercia vive più di un elefante, così lui, il cosmos, e per cosmos intendi questo nostro sistema solare, vive più della quercia e del pino, — ecco tutta la differenza; — ma quando il suo giorno fia giunto, esso perirà come uno di noi uomini, come una pianta, come un animale: e non il nostro soltanto, ma tutto questo gruppo di sistemi solari, gli uni formati, forse, e già perfetti, gli altri ancora incompiuti ed in via di formazione, che compongono questo nostro sistema sidereo, se tant'è che formano un sistema; e tutta questa natura che ne circonda, e questo universo di cui l'uomo è il compimento e l'ultima perfezione perirà come un solo uomo; e forse dal seno dell'infinito un altro universo è già sorto, e gli germoglia allato un'altra natura, fors'anche più perfetta di questa, che la dovrà surrogare......»; e quando vi rileggevo questo brano di un'apocalisse scientifica, e poi i miei amici venivano a parlarmi di Spiriti, di _mediums_ veggenti e scriventi, io mi domandavo:

— Ma, e questi spiriti non potrebbero, per avventura, essere le nuove e più perfette creature di quella più perfetta natura? Non può darsi che nascano, crescano, si moltiplichino e muoiano anch'essi, nello spazio, invisibili ai nostri sensi, ma capaci, date certe condizioni, di mettersi in rapporto con noi?

Giacchè, era impossibile, quell'affermata identità degli spiriti colle persone morte non riusciva a convincermi. La dottrina della _rincarnazione_ progressiva mi aveva, più propriamente, l'aria di una concezione religiosa, che d'un concetto scientifico; e dei prodotti dell'immaginazione religiosa non sapevo più che farmene.

Ero, in quell'anno, capitato fra un crocchio di spiritisti di buona fede, veggenti alla Swedenborg, veggenti di bassa lega e _mediums_ più o meno scriventi; una magnifica occasione per tornare ad osservare, a studiare, a sperimentare, ora che non ero più soltanto un curioso, ma un uomo che non si raccapezzava e, cercando una salda convinzione, andava ripetendosi, in tutti i toni, l'antifona: _periculosum est credere et non credere_ del favolista latino.

Ti sei mai tu provato a tenere un lapis fra le dita, poggiando leggermente sopra un foglio di carta la mano, e aspettando che questa, mossa da un'energia di cui non si ha coscienza, tracci prima qualche ghirigoro, qualche lettera, poi delle parole, poi dei periodi, poi delle pagine intiere; o ceda alla dettatura di un impulso interiore, qualcosa fra il cosciente e l'incosciente, quasi uno sdoppiamento dello spirito per cui metà di esso sembri agire con pienissima libertà e l'altra far da semplice spettatrice?

Nel primo caso si diventa _mediums_ scriventi _meccanici_, nel secondo _intuitivi_.

Io fui di questi. E scrissi, a lungo, ma sempre dubioso che, infine, tale sdoppiamento dello spirito non fosse identico con quella concitazione d'animo da cui nel caso di un torto evidente o di un danno sofferto, veniamo spinti a rinfacciarci ad alta voce, come rivolti a un'altra persona, atti che non avremmo dovuto fare, risoluzioni che non avremmo dovuto prendere, debolezze di carattere che, pel nostro meglio, non avremmo dovuto mai avere; ma sempre dubioso, anche quando, più tardi, per l'assiduo esercizio, nell'intenso vibrare di tutte le facoltà intellettuali, nel vivo spricciare delle idee dai profondi ricettacoli del cervello, il fenomeno era già diventato molto più agevole e meno cosciente.

Nulla di nuovo, di particolare, di spiccatamente originale nei miei scritti; nulla che non avessi potuto facilmente pensare da me solo e che giustificasse, in qualche modo, il supposto intervento di un'intelligenza superiore. Nè alla credenza di questo poteva poi indurmi la soave concitazione d'animo provata in quel momento, nè il battere più concitato dei polsi, nè il più energico affluire del sangue alla testa: nè, finalmente, l'osservare come, dopo aver scritto a quella maniera, la pelle del centro del capo mi scottasse forte, e una spossatezza insolita in altri più difficili e più prolungati lavori intellettuali, seguisse alla evidente tensione nervosa che la natura del fenomeno richiedeva.

Due volte soltanto, a intervalli, mi parve di aver raggiunto l'incoscienza.

Un giorno che la mia dettatrice interiore si era rivelata sotto il nome di Giovanna Rachi, avendo io insistito perchè mi désse qualche particolare notizia di lei, n'ebbi in risposta:

Son giuoco di Dio, Son luce, son ombra...

E non ne cavai altro; nè mi riuscì, benchè lo avessi tentato, di continuar la strofa a modo mio.

Un altro giorno, assorto nella lettura di un libro di storia che m'interessava moltissimo, dovetti, tutt'a un tratto, smetter di leggere perchè una voce interiore mi diceva, insistente: _Contro il peccato originale ecco un argomento perentorio_. In quel libro non c'era proprio nulla che accennasse a tale questione; e il mio convincimento intorno alla origine mitica di quel concetto era così fissato da un pezzo, che non provavo nessun bisogno di rafforzarlo con nuove ragioni. Scrissi, celeramente, senza nessuna cancellatura, una cinquantina di righe; ma quand'ebbi terminato e il sangue mi diè un tuffo, e un rimescolamento da capo a piedi, vertiginoso, mi sconvolse tutto, provai tale e tanta paura, che non ebbi più voglia di ricominciare. Mi era parso di morire!

Per ciò mi rassegnai ad osservare, a studiare i fenomeni altrui che accadevano attorno a me; a provocare, se pur era possibile, esperienze un po' concludenti e fatte con qualche metodo.

Uno di quei giovani, nel mettersi in comunicazione cogli spiriti, cadeva spontaneamente in sonnambulismo; ma un piccolo rumore, ma il semplice movimento prodotto nell'aria da una persona che attraversasse, in punta di piedi, la stanza, era sufficiente a svegliarlo. E non occorreva davvero un grandissimo sforzo di riflessione per constatare la perfetta rassomiglianza di quelle sue spontanee allucinazioni con le provocate delle sonnambule che io conoscevo per pratica.

Coi veggenti alla Swedenborg, viaggiatori istancabili pei mondi siderali, singolarissimi interpreti dei testi biblici, non c'era nessun verso di tentare un ragionevole esperimento. Come praticare un riscontro di quei loro viaggi? Chè delle interpretazioni bibliche non mi curavo.

Questa specie di razionalismo mistico lo avevo studiato altrove con più frutto; appunto allora ne trovavo un esempio degli ultimi due libri delle mirabili _Confessioni_ di S. Agostino, lì dove il gran convertito comincia col domandarsi: «quando nelle sante scritture io studio per leggerci l'intendimento dello scrittore ispirato, che mal vi è, o luce delle schiette menti, se ci scopro un senso che tu mi dimostri esser vero, sebbene non sia quello inteso dallo scrittore quando tal differenza non toglie nulla a questo della sua verità?» (lib. XII, cap. XVIII) e finisce col fantasticare che nei pesci del 28º versetto della Genesi siano adombrati i _sagramenti_ e negli uccelli i _banditori dell'evangelo_.

Veramente i miei swedemborgisti non arrivavano a tali eccessi. I concetti della scienza moderna infiltrantisi in quel loro misticismo dimostravano o una tal quale impotenza di schietta riflessione filosofica o un lasciarsi andare più volentieri a seconda del sentimento, verso le regioni dei miraggi dove l'intuizione regna sovrana, che non verso le altezze brulle della nudissima nozione.

Ma il fatto che le prime prove della _medianità_ meccanica e intuitiva prendessero tutte, più o meno spiccatamente, quella forma mistica di ragionamento, mi metteva già in diffidenza, e mi faceva nascere il sospetto che ciò dovesse avvenire per via di qualche legge psicologica di cui ignoravamo il processo.

Quando ecco, inaspettatamente, ecco un ragazzo uscito appena dalle scuole elementari, che, da _medium_ scrivente _meccanico_, passa, di botto, a _intuitivo_ e mettesi a comporre, con sorpresa di noi tutti e, più, di lui stesso, leggende e novelle! Lavora a sbalzi; s'interrompe suo malgrado; per trovar l'addentellato non gli occorre di rileggere; riprende con faciltà dal punto interrotto e va sicuro sino in fondo. E in quei momenti _gli par di vedere, col pensiero, al suo lato destro una forma nebbiosa trasparente, agitata da un vento rumoroso, assai diverso dal vento ordinario, ma che non gl'incute paura_.

Evidentemente quei suoi scritti erano, dal lato della forma, imperfettissimi; fin l'ortografia vi zoppicava. Però l'invenzione aveva un carattere di ingenuità e di spontaneità notevolissimo. Lo stile rozzo, disuguale, avvolgentesi di tanto in tanto in strani giri di frase, non stonava troppo con le immagini arcaiche, colle bizzarre fantasie che davano a quelle leggende e novelle l'aria di antichissime tradizioni poetiche così guaste, nella loro corsa a traverso i secoli, che della loro forma primitiva vi si scorgessero soltanto pochi brandelli, cuciti insieme da mano inesperta.

In che maniera nella mente affatto inculta di quel ragazzo poteva incosciamente organizzarsi quel mondo poetico così ricco? Giacchè non era il caso di mettere innanzi la ipotesi di reminiscenze destate dall'eccitazione cerebrale e accozzatesi alla meglio. E per sospettare una malizia letteraria, bisognava supporgli cultura e padronanza di forme artistiche assolutamente impossibili in lui.

Giudica da te se m'ingannavo.

Gli orrori di Menelesta

Un monte sorgea vicino a due orrende selve e da un lato irrigato era da un ruscelletto cui egli dava origine e sorgente. Fessure per il vertice erano diffuse, e di tratto in tratto qualche buco affumicato vedevasi vicino a qualche tomba che colà era per antico ricordo. Il tempo stesso sembrava essere stato avverso nemico al monte. Tutti i mausolei erano chi stesi per terra, chi semicurvi, chi diritti ma crollanti. Orribili pitture miste alle macchie delle acque facevano argomentare esser quello un luogo dove i primi abitatori del mondo avevano avuto la loro residenza e dove gettavano i primi raggi delle pittoriche[8] loro fatiche e dei fabrili lavori.

Il rumoroso Aquilone in un appartamento; in un altro il Re dei fulmini.

Da una parte le tempeste fremevano, dall'altra le selve infiggevano nei cuori terrori di giorni infausti e di tremende sventure.

In questo luogo spaventevole, quando fischiava il vento, pareva che gli Spiriti perversi sortissero dei luoghi a loro destinati e si rizzassero pei loro consigli o sedessero nelle loro radunanze. Alla base, regnava il disordine e quasi sembrava che le ombre dei serpenti e le infezioni degli animali colà dispersi vi avessero lasciato le loro orme.

Di quando in quando vedevasi sbucciare qualche germe di mala erba, la cui radice partiva ora dal vertice, ora dalla pianura. In mezzo a tanti rumori, in mezzo a tanti sibili e odori mefitici sorgea qualche pianta salutare.

Un albero, detto della Vita, vedevasi già essere oppresso dai rami dei frastagliati roveti, che lungi dal farlo vivere d'aria viva, come edere invaditrici, gli communicavano il loro mal sugo; ed essendo esso di scorza delicata, facile riusciva l'ottenere la morte[9] di questo, mediante l'inaridimento.