Spiritismo?

Part 3

Chapter 33,624 wordsPublic domain

Era tornata subito addietro, rossa dalla commozione e dalla gioia. E siccome in quella famiglia tutti idolatravano il Generale, la Beppina durante il desinare, parlò poco, non sapendo staccar gli occhi da quel volto immaginario, lietissima che il ritratto posseduto gli rassomigliasse così bene. Lo credo! Dovea rassomigliargli per forza; giacchè, nel farle i _passaggi_, m'ero proprio fissato, col pensiero, su quella brutta litografia, allumacata di minio e di giallo, posta in cornice nel salotto.

Come tu vedi, gli esperimenti eran già diventati di una semplicità di esecuzione meravigliosa. Dopo parecchi altri dello stesso genere, li resi ancora più semplici, sopprimendo addirittura i _passaggi_.

Io non dubbitavo menomamente della realtà del _fluido magnetico_ di cui mi parlavano i libri; anzi la scoperta, allora recente — del Pacini, mi pare — di microscopici organi elettromotori nei polpastrelli delle nostre dita mi spingeva a fantasticare che tra il così detto fluido e l'elettricità dovesse correrci una ben intima relazione.

Ora so che il Richet, dopo le osservazioni del Burq e dello Charcot, inclina molto verso questo parere. Con esse è stato dimostrato che dal contatto di un metallo poco ossidabile con la pelle sviluppansi debolissime correnti elettriche capaci di modificare rapidamente la sensibilità di un intiero lato del nostro corpo[4].

Magnetizzatore e magnetizzata li consideravo come due macchine telegrafiche messe in comunicazione dal filo conduttore. Se questo apparentemente lì mancava, c'era la volontà che, producendo la corrente, lo suppliva in qualche modo, come suppliva egualmente l'azione, assai più importante, del telegrafista. Mi pareva che — io inducendo la mia corrente (fluidico o elettrica che fosse) nell'organismo della sonnambula, e questa riproducendo, col sonno, colla catalessi, coll'anestesia, colle allucinazioni, i dispacci trasmessile dalla mia volontà, facevamo tutti e due un'operazione quasi identica a quella delle sopraddette macchine telegrafiche, sebbene con mezzi alquanto diversi. Mi pareva che i _passaggi_, gli ordini indetti, a voce, la volontà _soltanto pensata_, fossero gradazioni, più o meno notevoli, d'una stessa forza o energia che debbasi dire, richieste dalla progressiva educazione sonnambolica di quell'organismo; e il sorprendente _crescendo_ di fenomeni osservato nella Beppina recava una potente conferma a quella mia opinione. Qual meraviglia dunque che ridotto automatico, insensibile agli eccitamenti dolorosi, insomma caduto in piena balia della mia volontà dirigente, quell'organismo ricevesse anche la _sensazione reale_ delle più strampalate immagini formate appositamente dalla mia fantasìa e le ritenesse come sensazioni di cose veramente esistenti?

Questa ipotesi, te lo confesso, non mi par cattiva neppur ora. La scienza al presente, ne sa — nè più, nè meno — quanto noi due; e le sue varie spiegazioni dei fenomeni del sonnambulismo provocato non presentano certamente maggior solidità della mia. Quella dell'Heidenhain[5], per citarne una sola, che considera i _passaggi_ magnetici come un debole eccitamento della sensibilità di contatto e della sensibilità termica, non potrebbe dare nessuna plausibile ragione delle esperienze che sto per dirti. Lo scienziato cauto e circospetto da me più volte citato conchiude che «nelle condizioni attuali della scienza, quel che si può fare di meglio sia l'ammettere molte cause diverse, agenti simultaneamente e in concorrenza. L'_attenzione aspettante_ viene, per esempio, aiutata dalle eccitazioni visuali ed auditive che, ripetendosi monotonamente, fanno impressione sur un sistema nervoso predisposto alla loro azione. L'influenza della volontà avviene forse, per l'effetto dello stato elettrico della mano del magnetizzatore, modificato dalla commozione che prova e dai movimenti che fa.

Ma sono, egli conchiude, tutte ipotesi negative; e il confessarlo è già qualche cosa.»[6].

Allorchè, smessi i _passaggi_, vidi l'allucinazione prodursi colla stessa evidenza di prima e unicamente per via di pochi soffii sopra un oggetto o d'una brevissima concentrazione della volontà _sempre all'insaputa_ della Beppina, io non più credetti soltanto alla realtà di quella x incognita che poteva essere il fluido magnetico, l'elettricità o un altro agente ancora senza nome; ma credetti pure alla possibilità di foggiarlo a piacere, di renderlo percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi supremamente sensibili della mia magnetizzata, e di ridurlo, per essa, resistente e pesante. Infatti, se facevo il gesto di porgerle qualche cosa, ed essa vedeva subito il fiore, il libro, le monete che avevo avuto la intenzione di farle vedere; e credeva di annusare quel fiore, di metterselo sul seno o tra i capelli; e credeva di recare quel libro nella mia stanza e di posarlo sul mio tavolino; e credeva di contar quelle monete e porle in serbo nella sua borsa. Premendo colla mia mano sulla sua contro un tavolino o una parete, questa mano vi aderiva così fortemente che il babbo e il fratello della Beppina tentavano indarno di staccarnela. — Ahi! ahi! Mi fate male! Mi spezzate il braccio! ella gridava. Ed era evidente che tutto il suo corpo non faceva nessuno sforzo per tener quella mano contro il tavolino o la parete; era evidente che la sua forza di ragazza non sarebbe punto bastata per resistere al suo babbo e al fratello, tutti e due molto robusti. Facendo alcuni passaggi sulla soglia di un uscio, potevo, lì per lì, formarvi un ostacolo per lei insormontabile; ed ella, che ignorava quei _passaggi_ e la mia intenzione nel farli, accorrendo in fretta dalla stanza dove per caso si trovava, a un tratto, giunta dinanzi a quell'uscio, si arrestava, sorpresa di non poter più fare un passo in avanti.

Quest'ultima esperienza, ripetuta un'infinità di volte, circondandola di tutte le più scrupolose cautele, fu da me rifatta quasi un anno dopo, nel maggio del 1865, quantunque non l'avessi ritentata da gran tempo. Uno dei miei fratelli, venuto per le feste dantesche, afferrata la Beppina solidamente pei polsi, voleva costringerla a varcare quella soglia incantata. — Dio!... Mi strappa le braccia!... urlava la Beppina. E mio fratello dovette smettere; e quasi non credeva a sè stesso.

Oggi questa ipotesi della capacità del fluido magnetico — elettricità o altro agente ancora senza nome — di esser foggiato a piacere, reso percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi sensibilissimi della magnetizzata, e ridotto, per essa, resistente e pesante, mi pare non solo assurda ma inutile affatto. Non basta forse la estrema sensibilità della sonnambula perchè questi fenomeni così fuor del comune trovino la loro facile e ragionevole spiegazione e sian rimessi dentro la cerchia di tutti gli altri fenomeni del sonnambulismo provocato?

Oramai, per la eccessiva frequenza degli esperimenti, le relazioni tra magnetizzata e magnetizzatore dovevano esser diventate di tale fulminea rapidità che la Beppina poteva benissimo sentire istantaneamente l'_impressione_ del mio pensiero, e provar quindi i soliti effetti dell'allucinazione provocata, mentre io mi immaginavo, ingenuamente, di foggiar a piacere e rendere solido e pesante quel _qualcosa_ della cui natura non avevo, nè ho tutt'ora, nessunissima idea. Nè c'è al mondo chi l'abbia!

Intanto, a furia di esperimenti ripetuti, variati, intrecciati insieme con tanta inconsideratezza e tanta prodigalità, avevo siffattamente sconvolto il sistema nervoso di quella brava ragazza, che una crisi isterica, o un che di somigliante, doveva ben presto, in un modo o nell'altro, colpirla. Non aspettai che questa venisse naturalmente, per diretta conseguenza; ma le andai sbadatamente incontro, le feci ressa; e quando i fenomeni della gran nevrosi isterica scoppiaron fuori con la loro terribile violenza, non fui più buono a dominarli.

* * *

Della vera gran _nevrosi isterica_?

Sarebbe, da parte mia, troppa presunzione lo affermarlo.

Con questi benedetti fenomeni magnetici e spiritici (già siamo sulla soglia dello Spiritismo) si brancica tuttavia nell'oscurità, passando di sorpresa in sorpresa. Quando par di essere omai sicuri di aver afferrato relazioni intimissime tra i fenomeni, per esempio, della gran nevrosi e quelli del sonnambulismo provocato, ed ecco apparire differenze non meno certe, non meno notevoli, di grado, d'intensità, di mezzi, di resultati, che ci fanno ricadere nel buio, togliendo quasi ogni valore ai confronti, alle deduzioni, alle timide ipotesi foggiate. Così quando par di essere egualmente sicuri che tra i fenomeni del sonnambulismo e gli spiritici corrano relazioni di parentela non meno strette delle altre già osservate fra il sonnambulismo e la gran nevrosi, ed ecco nuovi fenomeni che ci sbalestrano lontani mille miglia, e ci strappan fra le mani quell'esile filo da cui ci aspettavamo di esser guidati per l'intrigatissimo laberinto.

Si tratta, probabilmente, di gradazioni, di sfumature, forse; ma chi potrebbe dirci in questo momento dove il sonnambulismo finisca e la gran nevrosi incominci? Dove il sonnambulismo finisca e incominci lo Spiritismo?

La gran nevrosi isterica sembra prodotta da una lesione organica, accidentale o ereditaria importa poco; o per lo meno da un pervertimento di funzioni, spesso irrimediabile, del sistema nervoso.

L'alterazione temporanea, provocata in questo, lentamente, dall'azione del sonnambulismo, è, nel maggior numero dei casi, proprio innocua, non lascia traccia neppur nella memoria della persona magnetizzata, ed ha un carattere fisiologico spiccatissimo. Le belle ricerche del Baillif[7], intorno al sonnambulismo delle isteriche, son lì per provarlo. Nelle isteriche il sonnambulismo diventa patologico affatto.

Dai fenomeni magnetici agli spiritici il passaggio vien così agevole che si avverte appena.

L'allucinazione, ripetutamente provocata, si svolge, a poco a poco — nei particolari — con una tal quale indipendenza. Qualcosa della personalità della sonnambula sussiste, resistendo, e, avuta la spinta verso una direzione qualunque, si mette a lavorare, più o meno attivamente, secondo le circostanze, per proprio conto. Fino a qual punto può giungere questa attività interiore che, rimanendo sempre incosciente, dà quindi alla sonnambula l'illusione, naturalissima, di un che fuori di lei?

Avevo già notato nella Beppina i sintomi della sua graduale emancipazione dalla influenza del magnetizzatore. Di quei personaggi, di quei giardini, di quei viali ombrati, di quelle marmoree fontane zampillanti, di tutti quei graziosi e vispi animaletti di cui mi divertivo a circondarla, io tracciavo, per dir così, soltanto le linee generali, i contorni. La sua immaginazione sovra eccitata sviluppava, coloriva, animava ogni cosa; come hai dovuto specialmente notare a proposito di quello scimmiotto che le parve graffiasse e mordesse la vecchia pigionale noiosa, senza che mi fosse mai passato nulla di simile per la testa.

Anzi, una volta, questa emancipazione interiore mutossi in una parziale ribellione del sistema nervoso. Quella sera le palpebre della Beppina rimasero ermeticamente chiuse e a nulla valsero i ripetuti soffii e i passaggi, nè i violenti spruzzi d'acqua fresca al viso e gli altri mezzi da me adoperati per fargliele aprire.

— Non si confonda! ella mi disse, vedendomi un po' turbato dalla novità del caso. Ci veggo egualmente.

E in prova, lesse, scrisse, benchè gli orli delle sue palpebri fossero così cuciti fra loro che la pressione delle mie dita non riusciva menomamente a scostarli; e preparò la tavola per la cena, ridendo delle mie precauzioni quando volevo impedirle di mettere al posto le bottiglie e i bicchieri, per paura che, urtando, non li mandasse in frantumi.

Riaddormentatala, dopo cena, le chiesi con insistenza di suggerirmi un rimedio per quell'inatteso inconveniente.

— Non è nulla, rispose. Ho dormito magneticamente un po' troppo; ecco. Riaprirò gli occhi domani.

E così avvenne.

Nel caso che sto per raccontarti questi piccoli accenni di emancipazione diventan rivolta addirittura.

Poco sapevo allora intorno allo spiritismo, e più per sentito dire che per cognizioni attinte dai libri. Mi era stato assicurato che col mezzo del sonno magnetico l'evocazione spiritica riusciva assai facilmente. Altri ci si era provato, pareva, con buon successo; volevo provarmici anche io.

La cosa m'interessava per un'altra ragione. Covavo da mesi, una _Vita di Ugo Foscolo_, il mio idolo letterario giovanile, ed ero arrabbiatissimo di certe lacune incontrate qua e là, che non trovavo modo di riempire.

L'Orlandini e il Mayer, interrogati sulla _Calliroe_ posta recentemente dal Chiarini in piena luce, mi avevano tutti e due risposto che forti riguardi sociali vietavano ancora di alzare il velo di quest'episodio foscoliano; e intanto quel po' che se ne intravedeva stuzzicava straordinariamente la mia curiosità di biografo appassionato.

Dovevo proprio rimanere al buio?

Fu così che mi venne la cattiva idea d'indirizzarmi allo stesso Foscolo, facendolo evocare dalla Beppina. Era naturale, via! che, dopo tante meraviglie magnetiche, non dubbitassi più di nulla, di nulla!

La sera del 23 agosto, dunque, fattala entrare a posta in sonnambulismo, le dissi:

— Potrebbe mettersi in communicazione collo spirito di un uomo morto in Inghilterra nel 1827?

— Proviamo, rispose. Come si chiamava?

— Ugo Foscolo.

La Beppina, che si trovava distesa sopra un canapè, voltatasi dalla parte del muro, si era messa a pregare sotto voce. Dopo alcuni minuti, mandava un grido, spaventata, agitando le braccia:

— Lo spirito è apparso! Ma, visto che non gli dicevo nulla, è andato subito via.... Che terrore!... Senta come sono diaccia!... Mi metta addosso una coperta.

Per quella sera ci fermammo lì.

— Ora lo chiamo, disse ella stessa la sera dopo. Tanto, è meglio che mi abitui.

E si voltò di nuovo verso il muro, ripetendo sottovoce: vieni! vieni!

L'apparizione non si fece troppo aspettare.

La Beppina tremava, però meno assai della prima volta.

— L'amico che è qui desidera conoscere alcune intime particolarità della tua vita.... Me le dirai?

SPIRITO. Te le dirò. Ma questa sera tu non sei abbastanza forte da sostenere la mia conversazione. Ci rivedremo domani.

Era la Beppina stessa che rispondeva, con una voce contraffatta, grossa, di uomo burbero e violento.

— Te ne vuoi andare? gli domandò col tono ordinario.

SPIRITO. Sì.

E la sua voce era tornata grossa, virile: immagina tu con quale effetto!

Ricopiando questi dialoghi dai miei appunti di vent'anni fa, sento nuovamente suonarmi nell'orecchio quella voce aspra e violenta, e riveggo la faccia pallida e contratta della sonnambula che metteva paura a guardarla. Con queste vere intermittenze della personalità di lei, con questi cambiamenti di voce, la scena diventava potentemente drammatica e l'illusione era completa!

— Che aspetto ha? le domandai.

— Buono, rispose. Rassomiglia al ritratto che lei ne ha... Ma guardi com'è scarno!.. Mi fa orrore!

Eppure, per compiacenza verso di me, si rimetteva ogni sera, di buona voglia, ad evocarlo.

La terza sera, lo Spirito si mostrò alquanto restìo.

La Beppina dovette affaticarsi un dieci minuti a pregare: vieni! vieni! e, quando esso le apparve, era estremamente spossata.

— Mi dirai dunque le particolarità della tua vita?... Oh, bella!... Non mi rispondi? O che sei di sasso?... Rispondi! Dio! Come mi fai affaticare! Rispondi, rispondi!

SPIRITO. Ma perchè da tre sere mi tormenti?

— Io? Forse senza volerlo... Dammi la mano.... Un solo dito?... Pare un dito di scheletro.

SPIRITO. Perchè mi tormenti?

— No, anzi voglio il tuo bene.

Si sentiva spossata:

— Questo spirito è tanto duro!... Se lei sapesse come ho dovuto pregarlo!

E volle riposarsi un momentino; ma il suo riposo non fu tranquillo. Vedeva dei brutti ceffi:

— Li mandi via! Li mandi via!

Con pochi _passaggi_ alla fronte, i brutti ceffi sparirono. Ma ecco, da lì a poco, altre apparizioni.

— Oh! Oh! Guardi che bei fiori!... Oh quante belle ragazze! Queste sì che voglio vederle! Eccone una qui vicina. Mi ha dato un gran mazzo di fiori... Che bel nastro! Lo regalerò alla zia... E tu chi sei che vieni a visitarmi? Come ti chiami?

Rispondeva ella stessa, contraffacendo la voce, imitando questa volta una soavissima voce di donna.

SPIRITO. Mi chiamo Zaira. Sono stata commossa dal sentirti pregare così profondamente per vedere quello spirito duro. Ho pianto.

— Oh, grazie! Ci ho immenso piacere.

ZAIRA. Quello spirito è scortese. Ma, sai? è il suo naturale; fu un uomo forte. Non farne caso.

— Potresti tu dirmi la sua vita invece di lui?

ZAIRA. No.

— Come sei bella! Quanto mi conforta il vederti!

ZAIRA. Ci rivedremo ogni sera.

— Addio! Dammi un bacio..... È ita.... Sono stanca. Ho parlato tanto!

Riposa appena altri pochi minuti, ed ecco nuove apparizioni (dovrei dire allucinazioni?) che vengono a sorprenderla e deliziarla.

— Un angiolo! Un angioletto!... Oh, che bellezza! Come va via! Oh, vieni! vieni! Ecco; scende. Eccolo! Siediti qui, su questo guanciale... Ma non vede lei che sole di bellezza? Capelli di oro, occhi cerulei...

La lasciai sbizzarrire.

La sera dopo, appena entrata in sonnambulismo, volle subito rivedere la Zaira e l'angioletto nel quale avea riconosciuto, diceva, uno dei suoi fratelli morti bambini; e s'intrattenne a lungo con essi, stizzendosi fortemente allorchè tentavo di svegliarla. Avvenne che, al destarsi, non potè più aprire gli occhi, come l'altra volta; ma ora non ci vedeva.

— Vuol sapere perchè? mi disse. Perchè non ho dato un bacio alla Zaira prima di licenziarla.... Oh, Cristo!... Questa è nuova!

Riaddormentata, baciò la Zaira; e, appena sveglia, aprì gli occhi.

Queste divagazioni, che occuparono la intiera seduta, avevano impedito per quella sera la evocazione del Foscolo. La sera dopo s'incominciò da lui.

SPIRITO. Perchè mi tormenti?

— Ma che tormentarti!.... Mi dirai finalmente la tua vita?

SPIRITO. No!

— No? Eppure tu me l'hai promesso!

SPIRITO. Non sosterresti il suono della mia voce. Non vedi come tremi?

— Non importa.

SPIRITO. Soffriresti molto!...

— Non importa.

SPIRITO. Bada! So che hai domandato alla Zaira le notizie della mia vita....

— No....

SPIRITO. Sì!!!

— Non mi far paura! Non ti sdegnare; ti bacio!

SPIRITO. Se domani sera potrò sbugiardarti!... Ora ti lascio.

— Si allontana lentamente... Com'è sdegnato!

E la quinta sera fu peggio.

— Com'è fosco! disse la Beppina.

Pure tornò a rammentargli la promessa.

SPIRITO (_rabbiosamente_). No! No!

— Dunque vuoi andartene?

SPIRITO. O che mi mandi via?

— Non mi far paura! Sii bono! Sii bono! supplicava la Beppina con un fil di voce.

Fu una scena straziante, indimenticabile! Mi sento accapponar la pelle al solo ricordarla scrivendo. La voce della Beppina, quando ella parlava in nome dello spirito, aveva uno accento feroce; e lei, la povera ragazza, sfigurita dal terrore, quasi non era più riconoscibile. I capelli, scioltisi nell'agitarsi di tutto il suo corpo, le cadevano disordinati sulle spalle e sul petto, e, fra il nero dei capelli, il suo viso pareva livido, con quelle occhiaie dove sprofondavansi gli occhi chiusi, sotto le sopracciglia corrugate.

SPIRITO. Alzati! Alzati!

— Dio, come tremo!... Che voce!

SPIRITO. Inginocchiati, così, colle mani giunte! Piangi!

Inginocchiata nel mezzo della stanza, la Beppina singhiozzava, e grosse lagrime le rigavano il volto. I suoi ed io, attorno a lei, ci guardavamo, atterriti, nel bianco degli occhi, senza poter dire una parola.

— Perchè mi fai questi strapazzi? domandava la piangente.

SPIRITO. Perchè sei stata una traditrice! Hai diffidato di me; hai chiesto alla Zaira le notizie della mia vita... Ti tormenterò!

Pensai d'intervenire:

— Gli dica che sia buono, altrimenti lo mando via!

— Mi ha risposto che non sta più soggetto al magnetizzatore.

Infatti continuò a tormentarla.

SPIRITO. Alzati.... Inginocchiati a piè del letto, no sul tappeto!... Piangi forte!

— Piango! Piango!

Volevo destarla ad ogni costo.

— Per carità! mi disse: farebbe peggio. Mi lascerà; non abbia timore.

SPIRITO. Verrai meco.

— Ma dove?

SPIRITO. Alla mia tomba; vieni!

— Oh, Dio!

Si avanzò, curva, a lenti passi, con un'indescrivibile espressione di terrore, sino alla parete opposta; poi tornò indietro, senza voltarsi, perchè così, diceva, le era stato ordinato.

— È sparito? le domandai.

— È lì che mi guarda.

SPIRITO. Avvicinati.... Unisci le mani!

— Perchè mi leghi?

SPIRITO. Per gastigarti. E ti farò ben altro sai? ben altro!.... Ora inginocchiati.... piangi.... manda strida!

— Mi sentiranno i pigionali di sopra, Dio mio!

SPIRITO. Non ti sentirà alcuno.

A quei singhiozzi, a quelle strida che strappavano il cuore, mi decisi a svegliarla per forza, con un gran soffio sul viso. Vedendosi in mezzo alla stanza, coi capelli sciolti, circondata da tutti noi altri pallidi e ansiosi, provò sorpresa e paura. Mi pregò di riaddormentarla e di destarla dolcemente. Non si ricordò più dell'accaduto; e nessuno di noi ne fece motto.

Ma era scritto che quella notte dovesse, per noi, passare agitatissima.

Si chiacchierava in salotto, e la Beppina, fermata in mezzo all'uscio, rideva di certe barzellette raccontate da suo fratello.

A un tratto, le vidi fare un movimento d'inquietitudine, poi di sorpresa... Si sentiva tirare pel vestito, di dietro, insistentemente:

— Oh, Dio! sento qualcuno alle mie spalle!... È uno spirito! Ah!

Lo strano era che parlando, al solito, con quella voce grossa e minacciosa e ripetendo le stesse parole dette durante il sonnambulismo, non sapeva più rendersi conto di quel che volessero significare:

— Di quale Zaira, di che vita le ragionava?

SPIRITO. Guarda qui di quale Zaira!

— Sì, ora la riconosco, ora mi rammento!

Questa volta la Beppina era ben desta, e l'apparizione le si riproduceva dinanzi, come le tante e tante allucinazioni da me ripetutamente provocate.

Dovette ballare, dovette bere del vino, lei che non ne beveva punto! e il sapore di esso ora le sembrava di marsala, ora di rosolio, ora di amarissimo veleno. Dovette distendersi bocconi per terra e picchiare colla fronte sul pavimento; poi dovette ribere fino a tanto che la sbornia presa non la lasciò più reggere in piedi.

SPIRITO. Butta a terra il bicchiere e vai a letto!

N'era tempo!

Ma noi la vegliammo, temendo una ripresa di quel fenomeno che ci avea tenuti tutti in grande angustia; me più di tutti, che lo avevo così imprudentemente provocato. E fu bene; perchè, dopo un quarto d'ora, la Beppina cominciò a borbottare qualche cosa che non si capiva. Lo Spirito (lasciamelo chiamare tuttavia così) era già di ritorno e le ordinava di levarsi da letto per farle passare l'ubbriacatura. Il mezzo era semplicissimo: la Beppina dovea correre, appoggiata al mio braccio, su e giù per le stanze. Riuscì.

Ora ella non provava più nessun terrore; rideva, ci faceva coraggio e, andando su e giù, continuava a ragionare con _Lui_ che non cessava di minacciarla: — Oh! l'avrebbe afflitta parecchie sere di seguito, trascinandola seco per burroni, per ghiacciaie, per foreste, fra assassini che le avrebbero fatto provare atroci dolori di morte! E poi la avrebbe spinta in mare, a nuoto, e ve la avrebbe lasciata affogare! E poi ella doveva cantare, ballare e rappresentare una tragedia, una commedia... Insomma, non la avrebbe lasciata più! Mai più! Era sua, sua per sempre!

Il programma fu, punto per punto, inesorabilmente eseguito. Alle nove precise, lo strazio della povera Beppina ricominciava ogni sera, per due ore fitte. E di quella mimica con cui ella eseguì il suo smarrirsi pei burroni, il suo arrampicarsi su per le ghiacciaie e il suo dibattersi fra gli spasimi dell'agonia, quando le parve di esser ferita a morte dagli assassini; di quella mimica non è possibile se ne formi neppure una debole idea chi non ne fu spettatore.