Spiritismo?

Part 2

Chapter 23,658 wordsPublic domain

Ti ho raccontato questo fatto per confessarti che io mi sono occupato, a riprese, di Magnetismo e di Spiritismo allo stesso modo che ho sperimentato in campagna con quei bruchi e quelle farfalle.

Leggendo i libri del Tommasi, del Guidi, dello Charpignon e di parecchi altri, mi domandavo:

— Ma che cosa può esserci di vero in questi straordinarii fenomeni magnetici? Proviamo un pò.

E provavo.

Leggendo i volumi dell'Allan-Kardec, del Wiessèke, del Cahagnet, del Deleuze e del Caroli che crede all'azione del diavolo, mi domandavo parimente:

— Ma che cosa può esserci di vero in questi meravigliosi fenomeni spiritici? Proviamo un po'.

E provavo.

Te lo ripeto: nel provare noi altri dilettanti godiamo del beneficio della nostra condizione; non compromettiamo nulla, neppure il nostro amor proprio. Metti, puta caso, uno di noi faccia a faccia con un fatto (nota, dico: fatto) che smentisse la _legge della gravitazione universale_. Siccome siamo perfino incapaci di valutare le conseguenze del gran rovinìo che accadrebbe nei calcoli e nelle deduzioni della scienza se venisse a mancarle sotto i piedi questo solido e sicuro terreno, così noi non avremmo nessuna difficoltà di accettare il fatto, ben constatato, s'intende, e lasceremmo gli scienziati a sbrogliarsela tra loro e la Natura. Senti intanto che cosa dice uno di essi, anzi due.

«Questi fenomeni (quelli del Home) sono così straordinarii e così completamente opposti ad ogni più ferma credenza scientifica — tra le altre, all'universale e invariabile azione della forza di gravità — che anche al presente, ripensando i particolari di tutto quello che ho visto coi miei occhi, sorge un antagonismo nel mio spirito tra la mia ragione, la quale me ne afferma la impossibilità scientifica, e la testimonianza dei miei due sensi della vista e del tatto (testimonianza corroborata dai sensi di tutte le persone lì presenti insieme con me) i quali affermano di non mentire attestando contro le mie idee preconcette.»

Al Crookes, di cui sono le parole citate, un amico, un gran scienziato egli dice, scriveva: «Qualunque sia la mia fede nella vostra potenza di osservazione e nella vostra perfetta sincerità, io provo un gran bisogno di vedere da me, e mi è penoso il pensare che esigerei molte prove. Dico: _penoso_, perchè capisco che non c'è altro mezzo di convincere un uomo all'infuori del fatto ripetutamente osservato: soltanto allora l'impressione diventa un'abitudine dello spirito, una vecchia conoscenza, insomma una cosa saputa da gran tempo, da non poterne dubitare. Questo è uno dei lati più curiosi dello spirito umano, e negli uomini di scienza mi par più sviluppato che negli altri. Perciò non si deve facilmente tacciar di mala fede un uomo che resista all'evidenza. Per abbattere il vecchio muro delle credenze occorrono dei colpi replicati.»[2]

V'è anche un'altra ragione per cui noi dilettanti tentiamo certe prove senza nessuna esitazione. Non siamo spinti solamente dalla smania della verità; l'immaginazione entra per qualche cosa, per molto, nelle nostre disordinate escursioni a traverso l'ignoto. Infatti spesso cominciamo dal tentare l'assurdo. Io, per esempio, prima di provarmi col magnetismo, non avevo cercato di mettere in pratica i segreti dell'alta magia?

Non ridere. Contavo appena sedici anni. Dopo di aver letto che il Goethe si perdette per mesi e mesi, con la mistica signorina Klettemberg, dietro la ricerca della _terra vergine_, sprofondandosi nello studio delle opere del Paracelso, dell'_Aurea Catena Homeri_, dell'_Opus mago-cabalisticum_ del Walling, non ho più vergogna di confessarlo. E i miei esperimenti furono assai meno felici di quelli del gran poeta tedesco; non giunsi ad ottener nulla da mettere in riscontro col suo arseniato di potassa o col suo _liquor silicum_.

Nel 1855 un amico di collegio venne a communicarmi, con segretezza, la copia d'un manoscritto che diceva ritrovato da un ramaio nel buttar giù la facciata della sua piccola casa. Chi avea murato quel manoscritto nel fianco di una finestra? Da quanto tempo si trovava lì? Nessuno ne sapeva nulla. Il mio amico però pretendeva di sapere con certezza che il ramaio, provandosi a deciferare quei ghirigori sbiaditi dall'umido, era stato atterrito dall'apparizione di _legioni di spiriti_ che gli gridavano, _comanda_! Vinta la prima impressione, egli avea poi largamente approfittato del sovrumano potere capitatogli in mano. Aveva violato delle ragazze, rapito delle belle mogli, commesso non so quante altre ribalderie, ed era sempre sfuggito, per virtù dei _suoi spiriti_, alle attive ricerche della polizia e a quelle, più temibili, della vendetta degli offesi.

La copia del mio amico non conteneva la parte dov'erano le terribili evocazioni; nè tutti e due avremmo allora avuto il coraggio di avventurarci a tale lettura. Però volevamo apprendere senza fatica tutte le lingue morte e viventi? Volevamo indurre alle nostre voglie tre delle più belle ragazze del mondo? Bastava eseguire per l'appunto le formole dal manoscritto indicate.

Per le lingue occorrevano troppe cose, e nessuno di noi due era in caso di procurarsele. Dovemmo quindi rimettere i nostri tentativi a tempi migliori, quando ci sarebbe stato facile il comprare le indispensabili placche di _oro purissimo_ da incidervi sopra i segni cabalistici e i motti arcani capaci di produrre quell'effetto.

Fu per questo che io rivolsi la mia attenzione alle belle ragazze. E per tre giorni e tre notti consecutive recitai, con fede, la lunga preghiera: _Adonai, Pater omnipotens sempiterne Deus_.... (questo principio mi è rimasto fitto nella memoria); e in quei tre giorni evitai di far entrare altre persone nella mia stanza da studio che spazzai da me stesso, con una granata nuova. Nella sera del terzo giorno, preparata, tutto trepidante, la piccola tavola prescritta (con tre salviette, tre vassoi, tre bicchieri non usati e tre panini freschi) aperta l'imposta del terrazzino, senza neppur chiudere le cortine che servivano a separare la mia cameretta da letto dalla attigua stanza da studio, mi cacciai frettolosamente sotto le coperte e stetti ad aspettare.

Il fruscìo delle vesti delle tre belle tardava a farsi sentire per la stanza silenziosa, in quell'alta notte di inverno. Un leggiero soffio di vento agitava le cortine di mussola raccolte ai due lati e veniva a gelarmi la faccia; ma io continuavo ad aspettare, cogli occhi aperti, colle orecchie tese, col respiro un po' accelerato.

Quando all'orologio della chiesa vicina scoccarono i paurosi tocchi della mezzanotte e le argentine ondulazioni di quelle campane vibrarono più sonore per la stanza, non impedite, come le altre volte, dai cristalli chiusi e dagli scuri, fu (te l'assicuro) un momento solenne. Poi passò un quarto d'ora, passò una mezz'ora, passò un'ora... Nulla! La stanchezza ed il sonno finalmente mi vinsero; e, questo, così profondo che l'attività inconscia della mente ne rimase sopraffatta da non potermi apprestare nemmeno la magra consolazione di godere, sognando, la magica realtà che avevo invocato.

La trista realtà te la figuri facilmente. Avendo dormito tutta una lunga e fredda nottata invernale col terrazzino spalancato, la mattina dopo mi trovavo addosso un'infreddatura indiavolata e tossivo peggio di un cane col cimurro. Fortunatamente la disperazione di dovermi soffiare, cento volte il giorno, quel povero naso intasato mi fece perdere, e per sempre, ogni velleità di gran mago.

Non credere che nei miei tentativi, meno fantastici, meno impossibili, del magnetismo e dello spiritismo, l'immaginazione fosse intieramente messa da parte; no. Correvo dietro l'ignoto più pel gusto di corrergli dietro, che per un chiaro e definito intendimento scientifico qualunque.

Le prove e le riprove questa volta venivano fatte un po' più riflessivamente, ma l'immaginazione vi cercava, innanzi tutto, il suo pascolo: la sorpresa del nuovo, del meraviglioso naturale. E se la cresciuta intelligenza osservava, comparava e, in qualche modo, debolmente, induceva, alla fine, imbarazzata, lasciava lì i resultati ottenuti, i materiali raccolti e non riusciva a farne alcun uso.

Ci son voluti di begli anni prima che mi balzasse in mente l'idea di una coordinazione di quei fatti con altri fatti di diversa natura, prima che dal loro insieme sgusciasse fuori, come una grande interrogazione, il problema psicologico-letterario di cui voglio parlarti.

Ora, il miglior modo di esporre un problema mi sembra quello di mettere sotto gli occhi altrui tutto il suo naturale processo di formazione. I nostri ragionamenti più astratti poggiano, non foss'altro che colla punta d'un piede, sulla granitica roccia dell'esperienza dei sensi. E non saltan di lancio in vetta, a respirarvi l'aria sottilissima e non confacente a tutti i polmoni, dei concetti generali; bensì montano lentamente, gradatamente, guadagnando con sforzo la rapida salita, seguendo tutte le sinuosità dei sentieri, fermandosi di quando in quando, cercando il passaggio più facile, tentando le scorciatoie, qualche volta tornando indietro quando la strada, presa per isbaglio, non ha sbocco e li arresterebbe a mezza costa, sull'orlo vertiginoso di un precipizio senza fondo. I fatti riprodotti col loro ordine di successione pongono il lettore nella circostanza di poter rifare un lavoro di osservazione e di astrazione molto simile a quello già eseguito da chi li espone; gli mettono in mano il bandolo per strigare, in una maniera o in un'altra, quella stessa matassa; e, se i resultati si riscontrano in un'identica conchiusione, tanto meglio per tutti e due e per la verità; se, al contrario, spuntano verso direzioni opposte, tanto peggio per lo scrittore o pel lettore, ma sempre tanto meglio per la verità.

In ogni caso, bisogna che il lettore sia assolutamente garantito intorno alla realtà dei fatti che gli vengono sottoposti. Io, come il capo delle assise, giuro _sul mio onore e sulla mia coscienza_, che in tutto quello che son per raccontare non ho aggiunto nessuna frangia, neanco una virgola di mio. E giuro tanto più facilmente, quanto più son sicuro di non essere stato vittima di nessuna allucinazione, di nessuna soperchieria. Nel maggior numero dei casi, tra me e il fatto osservato non ci entrava intermediario di sorta. Ero io stesso che sperimentavo sopra una persona affatto ignara di quello che mi proponevo e volevo ottenere. La ripetizione, a sazietà, di un dato fenomeno mi rende certo di non aver osservato male, di non esser caduto in preda di illusioni ottiche, o di allucinazioni di esaltato. Sarebbe stata bella che io mi fossi bambinescamente compiaciuto d'ingannare me stesso, mentre tentando un esperimento, cercavo di persuadermi della sua possibilità, secondo avevo letto sui libri.

I documenti che non provengono dalla mia personale esperienza, posso garantirli egualmente come esenti di frode; alcuni perchè, nati sotto i miei occhi, fanno parte integrante delle mie ricerche e dei miei tentativi; altri perchè provenienti da persona ben conosciuta e della cui lealtà e buona fede non è possibile dubitare.

E qui ti confesso, caro Farina, che mi par di far un bell'atto di coraggio mettendomi a raccontar fatti e a presentar documenti contro i quali so, anticipatamente, di dover trovare armata la diffidenza, la preoccupazione e, lasciamelo dire, la prosuntuosa ignoranza di gran parte del pubblico. Ma se fra mille che mi canzoneranno, se fra altri mille che non vorranno prestarmi fede, incontrassi una persona ragionevole e competente la quale, anzi che permettersi di sorridere e di dubitare, prendesse in mano il manipolo dei fatti da me raccolto e lo gettasse, insieme colle mie induzioni e colle mie ipotesi, nel crogiuolo dell'analisi positiva, io mi terrei ricompensato, e con usura, del mio ardire imprudente.

Nè credere che il mio amor proprio di osservatore abbia a sentirsi un pochino mortificato nel caso, possibilissimo, che le mie induzioni e le mie ipotesi risultino, dopo un serio esame, insussistenti ed assurde; t'inganneresti di molto. Le ipotesi, le induzioni io le do per quel che valgono, per prodotti di un curioso, di un osservatore dilettante, è come dire di un mezzo ignorante. Pei fatti, pei fatti soltanto, son pronto a stender la mano sul fuoco e a lasciarvela bruciare.

* * *

Se dovessi ricominciare i miei esperimenti di sonnambulismo provocato, non sarei oggi così imprudente come nell'estate del 1864 in Firenze. Ma allora non avevo nessuna idea del delicatissimo e terribile strumento col quale mi baloccavo, intendo dire il sistema nervoso di quella ragazza sui diciotto anni, non bella, d'un bruno pallido, di costituzione linfatico nervosa che così gentilmente si prestava a tutti i miei capricci di dilettante.

Bisogna però riconoscere che la tentazione era assai forte.

Entrata in sonnambulismo con qualche difficoltà, dopo nove sedute consecutive, non mai durate meno di un'ora e mezzo, la Beppina P.... avea mostrato quasi subito facoltà di sonnambula talmente eccezionali, talmente docili e sottomesse alle più strane pretese di uno sperimentatore senza scrupoli perchè ignaro dei danni ove poteva inciampare, che il resistere agli allettamenti di quella rarissima occasione sarebbe stato, da parte mia, uno sforzo proprio miracoloso.

A chi mi avesse detto in quel tempo che io, magnetizzando, provocavo una crisi quasi identica alla _gran nevrosi_ dell'isterismo, come è già stato recentemente verificato dalla scienza, avrei risposto, senza dubbio, con una scrollata di spalle. Ora capisco che devesi alla solida costituzione di quella ragazza se i miei esperimenti, cominciati un po' per chiasso, un po' da senno, non ebbero — mi vengono i brividi nel pensarci — un funestissimo resultato.

Figurati che, nientemeno! io mi divertivo colle _allucinazioni_ come con dei giuochi di prestigio. Non sospettavo neppure che, a forza di condurre quell'organismo all'estremo limite dell'allucinazione provocata, lo mettevo a repentaglio di cadere, forse irrimediabilmente, nella vera pazzia.

Tu sai che basta dire ad una sonnambula: ecco un serpente! ecco un leone! eccoti trasformata in passerotto! eccoti diventata una vecchia! perchè quella provi realmente il ribrezzo della vista del serpente, il terrore della presenza del leone, perchè perda la coscienza della sua personalità e si creda un uccellino, perchè si atteggi e pensi e parli come una persona molto acciaccata dagli anni.

Il Richet[3], fra i tanti casi da lui stesso sperimentati, racconta quello d'un suo amico al quale disse: eccoti diventato un pappagallo! Il sonnambulo esitò un momento e poi domandò, seriamente: debbo anche mangiare la canapuccia della _mia_ gabbia? (pag. 248).

Non meno curioso è il caso di quella donna che, credendosi già trasformata in coniglio, come il Richet le avea detto, si buttò per terra a quattro piedi, facendo atto di rosicchiare alla guisa dei conigli, saltando sulle gambe di dietro. Aveva poi fatto un salto brusco. Ritornata nello stato normale, lo spiegava così: mi pareva di mangiare un cavolo saporito quanto un tartuffo; ma intesi rumore e, credendo che venisse un cane, dalla paura, scappai via per andare a nascondermi nella _mia_ tana (pag. 249).

Vista la padronanza quasi assoluta esercitata dalla volontà del magnetizzatore sull'organismo della sonnambula, non mi sorprendeva che le cose da me immaginate prendessero nella mente della Beppina forma, colorito, solidità, e le apparissero proprio come reali. Quel corpo non diventava, sotto la mia influenza, una specie di automa? Non lo facevo correre, arrestare, piegare, atteggiare in tutti i versi, prima con quei movimenti delle mani, di alto in basso, che i magnetizzatori han chiamato _passaggi_, poi col semplice comando di una parola un po' energicamente pronunciata e, finalmente, colla forza, più inesplicabile ma non meno efficace, della volontà _solamente pensata_? Perciò le esperienze di questo genere, dopo che le ebbi ripetutamente provate, non mi parvero più tali da farne un gran caso.

Allora mi passò pel capo l'idea di vedere se l'allucinazione, così facilmente ottenuta durante il sonnambulismo, poteva egualmente venir riprodotta, o almeno prolungata, nello stato di veglia.

Il Richet (torno a citarlo perchè la testimonianza di un vero scienziato è un preziosissimo aiuto per un dilettante) parla di una certa V... nella quale provocava, appena destatala dal sonno magnetico, allucinazioni o per lo meno illusioni che duravano circa dieci minuti. Le diceva: ecco un cane! ed essa credeva di vedere il cane. «Intanto i suoi occhi erano aperti, la sua intelligenza aveva ripreso le apparenze normali, e nulla indicava che ella risentisse ancora gli effetti del sonnambulismo. Su questo punto, egli aggiunge, come su tant'altri c'è da fare molte esperienze, molti saggi, utili o infruttuosi non importa. Ad ogni passo fatto in avanti, ci si rizzano dinanzi problemi assai più complicati e di più difficile soluzione.» (pag. 203).

Pare che le mie esperienze siano state, senza volerlo, uno di questi passi in avanti.

Un giorno dissi alla Beppina: dorma! ed essa restò, al solito, come fulminata, nell'atteggiamento in cui si trovava. Immediatamente fissai la mia attenzione sulla persona (suo fratello) che intendevo di farle vedere trasformata in un mostro umano dal naso enorme, dalla gobba più enorme; e perchè la mia immaginazione operasse più intensamente, feci attorno il corpo del fratello quei _passaggi_ che avrei dovuto fare sulla testa di lei.

Non le dissi: vedrà suo fratello trasformato in un mostro, ma la svegliai (un soffio alla faccia bastava) colla fermissima volontà ch'ella lo vedesse a quel modo.

Lo guardava, sorpresa, incerta se dovesse credere ai suoi occhi. — Oh Dio, com'è brutto! esclamava, coprendosi il volto colle mani; ma tornava a guardarlo. Quella _disgrazia_ di suo fratello la desolava e, nello stesso tempo, la faceva ridere. — Che naso! Che gobba! — E _afferrava_ colle due mani quel naso che le pareva dovesse urtarla quando suo fratello le si accostava; e dava pugni su quella gobba o la palpava, a distanza, seguendone la curva, come se avesse palpato una gran gobba davvero.

Così io mi accorsi che l'allucinazione, oltrepassato il senso della vista, per una specie di consentimento dei nervi, si era comunicata, senza che io ne avessi avuto l'intenzione, anche al senso del tatto.

Intanto la Beppina cominciava a dubitare: era un'illusione? era una realtà? E venutole il sospetto che potess'essere un'illusione prodotta da me, rimase grandemente turbata e mi pregò di fargliela sparire subito, perchè già sentiva uno _sbalordimento, una strana confusione nella testa che le faceva paura_.

L'addormentai per svegliarla colla intenzione che non dovesse più rammentarsi di nulla. E non si rammentò di nulla.

Ritentai la prova il giorno dopo, facendole vedere suo fratello trasformato in bionda signora dall'abito di _faille_ nero, dalla mantelletta di velluto e dal cappello di raso dello stesso colore, guarnito di fiori azzurri. Richiesta, la Beppina me la descriveva precisamente, come l'avevo immaginata; e, di soppiatto, domandava alla sua mamma: chi è questa signora? che cosa vuole? Soltanto era un po' sorpresa di vederla andare attorno, in casa altrui, con troppa libertà per una sconosciuta; e, veramente, suo fratello non stava lì fermo, seduto sulla poltrona, come esigeva il personaggio che gli facevo rappresentare.

Questa volta l'allucinazione s'era estesa anche all'udito. La Beppina non riconosceva il fratello neppure alla voce; e, interrogata, gli rispondeva con ritenutezza contegnosa. Una commedia divertentissima.

Convintomi che l'allucinazione non le recava alcun disturbo, volli cavarmi la curiosità di osservare, abbandonandola a sè stessa, quanto tempo sarebbe durata. Continuò per più di un'ora e mezzo; indi, a poco a poco, rallentossi, lasciando scorgere, a traverso la vaporosa parvenza illusoria, la persona reale, come _dietro un velo di tulle_, diceva la Beppina: poi, quasi a un tratto, cessò.

Ma allora la Beppina venne subito ripresa dal turbamento, dalla _confusione_ della prima volta e dovetti riaddormentarla per levarle via quella strana impressione che la _rendeva balorda_.

Da allora in poi mi lanciai nel mare magno delle allucinazioni con un piacere fanciullesco; e furono esperimenti senza numero, uno più bizzarro dell'altro. La mia volontà di magnetizzatore produceva miracoli, a petto dei quali gl'incantesimi delle fate sarebbero parsi ridicole inezie. Le stanze trasformavansi in magnifici giardini dagli immensi viali ombrati, dalle aiuole screziate dei più bei fiori che occhio umano avesse mai visto; marmoree fontane zampillavano, iridate al sole, in mezzo alla fresca verzura dei prati; graziosi animali d'ogni specie, scimmie, pappagalli, colibri, uccellini-mosca, grosse farfalle azzurre saltellavano, volavano, cantavano attorno alla Beppina, con suo gran diletto. Quegli uccellini brillanti come un topazio la intenerivano singolarmente; e, se io le ordinavo di acchiapparne qualcuno, tosto mi pregava di rendergli la libertà: — Poverino! Era così bello!

Ricordo di uno scimmiotto ch'ella si divertiva (idealmente) a mandare in camera di una pigionale vecchia e noiosa, perchè le mettesse ogni cosa sossopra e la facesse arrabbiare. Ma una volta le parve che lo scimmiotto, saltato addosso alla vecchia, la graffiasse e la mordesse: e si mise ad urlare: no! no! tremando tutta, convulsa.

Temetti un accesso nervoso; e, sbadatamente, le dissi che non era vero, che lo scimmiotto era un'allucinazione....

— Come non era vero?

Portò le mani alla fronte. Non sapeva persuadersi in che modo, desta, ad occhi aperti, potesse vedere quel che non era.

— Guardi! le dissi, soffiandole forte sulla faccia; non c'è più nulla!

L'allucinazione era sparita; ma la Beppina si premeva tuttavia, colle due mani, la fronte, pallida, fissando gli sguardi spaventati sopra di me che le ripetevo, ridendo: è uno scherzo.

— Per carità, disse, non me lo faccia più! Mi sento _strizzare_ il cervello; mi fa male....

Rimediai alla mia storditaggine col solito mezzo; però quella volta, benchè, addormentata e svegliata, non si ricordasse più di nulla, la Beppina rimase fino a sera colla testa un po' offuscata da _una specie di accapacciatura_; e mi domandò se non l'avessi trattenuta in sonnambulismo più a lungo del solito. Le risposi di sì, quantunque il suo vero sonnambulismo fosse durato pochi secondi. Non contavo come tale quell'allucinazione di un quarto d'ora, perchè i movimenti, gli atti, i ragionamenti di lei allucinata non porgevano nessun indizio di uno stato anormale.

L'allucinazione sparita col solo soffio mi fece sospettare che non era forse indispensabile addormentar la sonnambula per farle subire gli effetti della _suggestione allucinatoria_, come la chiama benissimo il Richet. Non sarebbe bastata la volontà, resa più efficace da _passaggi_ fatti in maniera che quella non avesse potuto neanche accorgersi della mia intenzione?

Concepire la possibilità d'un esperimento e tentarlo era tutt'uno per me.

La gran caldura mi costringeva a passare in casa quasi l'intiera giornata, e perciò mi svagavo col magnetismo, prendendo brevi appunti d'ogni esperimento che tentavo.

Quel giorno stavamo per andare a tavola. Un ritratto di Garibaldi, appeso alla parete, mi suggerì l'idea di far vedere alla Beppina il suo babbo trasformato nel Generale dalla camicia rossa, dalla testa leonina, dalla bella barba bionda. E il contrasto era perfetto. Il signor P....... aveva certi baffoni appuntati e una barba folta, lunga, d'un nero un po' brizzolato di bianco che gli dava un'aria truce, mentre egli, all'opposto, era proprio un cuor d'oro.

La Beppina trovavasi affacciata alla finestra. Affacciatomi accanto a lei, le feci, senza che se n'accorgesse, alcuni _passaggi_ alla spina dorsale, e le dissi:

— Vada a vedere chi c'è di là. Sarà a pranzo da noi.

— Ma è Garibaldi!