Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma
Part 8
Singolarissima natura, semplice nell'apparenza, ma nel fondo così complessa, dotata di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi congiunte in un uomo, che, vivo ancora, egli può esser giudicato a volta a volta dagli stessi giudici in cento modi dissimili, apparire ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di sè stesso, essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso, levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una calamità incarnata della sua patria. Lo credono i più d'animo incerto, pieghevole a tutte le pressioni di chi lo circonda, operante quasi sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così tenace nelle sue idee e forte nelle sue volontà, e sta così fieramente in difesa dell'indipendenza loro, che il discutere con lui--come dice uno dei suoi biografi--anche per chi egli più stima ed ascolta, è la più ardua, la più erculea delle imprese.--E così forte di volontà nelle cose grandi, è nelle piccole il più arrendevole uomo che sia stato mai, incapace di rifiutare un favore, che anche gli costi un sacrificio, a chiunque lo chiegga con dolcezza, facile come un fanciullo a lasciarsi ingannare da ogni più lieve apparenza di generosità e di rettitudine. Ha trascorso quasi tutta la sua vita fra le lotte e il sangue, in faccia alla morte, esperimentando tutte le forme dell'iniquità e dell'efferatezza umana; e ha serbato una così dolce mitezza d'animo che si leva una notte d'inverno per andar a cercare un'agnella smarrita, di cui ha udito il belato fra le rocce della sua isola, e ama gli alberi e i fiori come creature vive, e si arresta commosso davanti alla bellezza d'un'aurora o al canto d'un usignuolo, ed espande in versi i suoi affetti come un innamorato di venti anni. Il fulminatore del Papato, che vuol fondare la religione del Vero, il flagellatore furibondo d'ogni superstizione, che è per milioni di credenti il più sacrilego propagatore di miscredenza demagogica, crede fermamente in Dio, crede nell'efficacia delle preghiere di sua madre morta, che gli appare davanti di pieno giorno, crede trasmigrate in due uccelli che si posano ogni giorno sul suo balcone le anime delle sue bambine perdute. L'uomo che par fatto dalla natura alle battaglie e alle tempeste, che fa sua la sentenza del capitano spagnuolo:--«la guerra è il vero stato dell'uomo»,--e al quale si direbbe che l'alito immenso delle moltitudini debba essere un elemento necessario dell'aria che respira, ama invece di così profondo amore il raccoglimento e la solitudine, che, ogni volta ch'ei possa, frappone il mare fra sè e il mondo, e vive per mesi e per anni nel silenzio d'un'isola deserta come chi a una tal vita, e non ad altra, sia nato, e da quella non uscito mai che per forza degli eventi, a malgrado proprio, e facendo violenza alla sua natura. E quest'uomo stesso, che ha un così grande bisogno di pace e di riposo del corpo e dello spirito, nè l'uno nè l'altro riposa neppur nella solitudine della sua isola, dove lavora infaticabilmente del braccio e del pensiero: studia agricoltura, dissoda la terra, alleva animali, scrive romanzi e memorie, risponde a epistole infinite, volge in mente mille disegni, tenta tutti i problemi, incita all'opera quanti conosce. E questo, finalmente, è anche più mirabile. Salito da natali oscuri a un'altezza che nessuno raggiunse nell'età sua, vissuto tanto da veder avverato, e in gran parte per sua virtù, quello che alla sua giovinezza era parso un sogno, la redenzione d'Italia, divenuto oggetto d'ammirazione e d'amore a tutti i popoli, egli che potrebbe godere serenamente la sua gloria, considerando la propria missione compiuta e confidando che quanto rimane a fare altri faranno, egli no, egli, più grande dell'opera propria, dello stato presente non s'appaga; e non solo dello stato del suo paese, che non vede potente e felice come aveva sognato, ma dell'andamento delle cose nel mondo intero; e d'ogni grande quistione che resti a risolvere in Italia o altrove si affanna, e ad ogni grido di sventurati e d'offesi che da qualunque parte gli giunga s'impietosisce e si accora, e impreca ai violenti, tuona contro i ricchi, saetta gl'ignavi, lancia anatemi, invoca riforme; e dimentico della sua gloria, parendogli di non aver fatto nulla perchè non ha fatto tutto, si tormenta, si rattrista, s'inasprisce il sangue, è infelice. Maravigliosa l'anima sua come la sua vita. Marinaio, negoziante, maestro di scuola, lavoratore della terra, cospiratore e generale, corsaro e dittatore, liberator di popoli e scrittore di romanzi, seguìto come un nume e arrestato come un bandito, potente come un re e povero come Giobbe, chiamato il leone, il filibustiere, «Santo Garibaldi», eroe, fanciullo, mago, matto, anticristo, mandato da Dio. Avranno ragione i posteri che diranno:--è un mistero.
E qui ci arrestiamo perchè a spingerci più oltre nello studio dell'anima di Garibaldi ci manca l'ardimento e l'ingegno. Per compiere questo studio degnamente, per illuminare tutta quanta agli occhi nostri la grande figura di lui, dovremmo, prima di tutto, andar a cercare l'origine della maggior parte delle sue idee politiche, sociali, morali, e anche di molte consuetudini della sua vita privata, in quella specie di evo medio del nuovo mondo, in quel caos ardente di popoli giovani, selvaggiamente indomiti, spensierati ed eroici, agitantisi nella ricerca tumultuosa d'una forma civile di società e di governo e lottanti a un tempo contro la natura, la barbarie, l'anarchia e la tirannide; in mezzo ai quali egli temprò l'animo e la spada e si vestì d'un'armatura di gloria per le future guerre d'Italia. Dovremmo spiegare come nei grandi viaggi oceanici, nei lunghi silenzi pensieroi di marinaio innamorato del mare e del cielo, e uso a contemplare la società di lontano, a traverso al desiderio e alle immagini dolci e care dei ritorni, sia potuto sorgere in lui e farsi così saldo, da resistere all'urto d'ogni più dura esperienza delle cose e degli uomini, quel suo ideale d'un'umanità semplice e buona, d'una società rinnovata dalle fondamenta, retta dall'amore più che dalle leggi, e quasi vivente nell'innocenza dell'età primitiva; al quale accennava di continuo in forma vagamente profetica, quasi che temesse, determinando i propri pensieri, di distruggere in sè l'illusione amata. E ancora, in questo suo ideale splendido e fermo dovremmo dimostrare la ragione prima di quello sdegno amaro e generoso che lo dominò nell'ultimo periodo della vita, quando, dopo aver tanto operato per la patria, egli vide il moto maraviglioso della rivoluzione nazionale arrestarsi all'unità e alla libertà politica, lasciando qual'era la miseria delle plebi, permanenti l'ignoranza e la superstizione, intatti istituti decrepiti e privilegi odiosi e mille avanzi enormi e sinistri del passato, ch'egli credeva possibile spazzare a colpi di decreti e di leggi; e che questo non si facesse, gli pareva delitto di principi, tradimento di ministri, perfidia di parlamenti, stoltezza e ignavia codarda di popoli. E in fine, in quella sua cultura varia e strana, piena di oscurità e di lacune, nella quale s'univano la poesia, l'agronomia e la matematica, cinque lingue viventi, molte e lucide cognizioni di scienza militare e di storia antica, e canti interi di Dante e del Tasso, e con la predilezione del Foscolo, dell'Hugo e del Guerrazzi l'ammirazione gentile che lo condusse ad abbracciare Alessandro Manzoni, in quella cultura multiforme e incompiuta, che gli consentiva le simpatie intellettuali più disparate e i tentativi letterari più arditi e diversi, dovremmo rintracciar le sorgenti della sua eloquenza singolarissima di parlatore e di scrittore, di quel suo stile ingenuo insieme ed enfatico, rotto e tormentato, splendente non di rado di selvatica bellezza, e qualche volta terribile, del quale egli diede saggi indimenticabili in pagine che corruscano e scrosciano come cateratte di lava, e, supremo saggio, la sfolgorante allocuzione guerriera ai suoi legionari romani del '49. E quando il patriotta, l'idealista, l'apostolo, l'oratore, lo scrittore fossero sviscerati, rimarrebbe pur sempre, oggetto ammirando di studio, il capitano. E non già per risolver la quistione, tante volte posta innanzi durante la sua vita da ammiratori e avversari, se d'un grande capitano egli avrebbe spiegato le vaste facoltà quando avesse condotto un grande esercito: quistione accademica e vana. Ma per dimostrare come dagli stratagemmi fortunati che gli soccorrevano nei combattimenti d'un pugno d'uomini sulle rive dei fiumi e nelle foreste dell'America, risalendo a mano a mano alla condotta meravigliosa della ritirata da Roma, alla mossa stupenda sopra Palermo, alla battaglia ammirabile del Volturno e alle sapienti campagne del Tirolo e di Francia, le sue facoltà potenti di capitano si andassero allargando con l'allargarsi dei campi d'azione, e sorgessero nuove facoltà sulle antiche con l'ingrandir delle imprese.
Ma dopo tutto ciò, una cosa ancora rimarrebbe a spiegarsi, la quale sarà oggetto di curiosità grande ai nostri nipoti: da che nascesse veramente la virtù fascinatrice della sua persona prima ch'egli possedesse quella che gli venne dalla fortuna e dalla gloria delle sue gesta maggiori. E anche questa spiegazione, come quella di molte qualità singolari della sua indole, dovremmo andarla a cercare di là dall'Oceano. Poichè là la cercai e la trovai in parte, concedetemi qui di evocare un ricordo personale. Un giorno, in una delle più grandi e belle città del Rio della Plata, fui condotto, senza preannunzio, alla sede d'un'associazione popolare; dove, in due piccole sale bianche s'accalcavano molti uomini silenziosi. V'era a una parete un ritratto di Garibaldi, e alcune sue parole di saluto, inquadrate; sulla parete opposta una vecchia bandiera nera spiegata, con l'effigie del Vesuvio fiammeggiante. Quell'adunanza era tutta composta di vecchi, i più tra i sessantacinque e i settant'anni, parecchi ottuagenari; erano antichi coloni, operai, artefici, commercianti; pochi mulatti e creoli; tutti gli altri italiani; liguri e piemontesi la più parte: facce brune, solcate di rughe profonde, grandi barbe canute, rozze mani e rozzi panni, fronti severe, corpi ancora gagliardi. L'aspetto di tutti quei vecchi immobili, anche prima di saper chi fossero, mi destò un vivo sentimento di simpatia e di reverenza. Immaginate quale fa l'animo mio quando mi si disse:--Questi sono gli avanzi dell'antica legione di Montevideo e questa è la loro bandiera: sono i superstiti di quella memorabile battaglia di Sant'Antonio, di cui fu salutato l'annunzio in Italia con un grido d'entusiasmo, come quello d'una prima vittoria della nostra causa: sono quei legionari garibaldini che, moribondi di fame e di sete, circondati d'agonizzanti e di morti, trincerati dietro a mucchi di cavalli uccisi, combatterono da mezzogiorno a mezzanotte contro un nemico quattro volte più forte e uscirono vittoriosi da una delle più disperate strette che la storia delle guerre ricordi. La mia commozione di quel momento ve la potrei esprimere; ma ciò che in alcun modo non saprei rendere è l'alterezza, l'ardore, l'irruente eloquenza con cui tutti quegli uomini carichi d'anni, provati da mille vicende, occupati alcuni di gravi cure, e parecchi poveri e costretti a un duro lavoro per vivere, si misero, quasi improvvisamente ringiovaniti, a parlare del loro antico capitano, prima l'un dopo l'altro, poi dieci insieme, poi tutti in coro, raccontando, descrivendo, imitando.--Tale era il suo viso, in questo modo egli camminava e gestiva, così portava il mantello di «gaucho», così si gettava a nuoto, così mulinava la carabina.--Io son quello che gli resse la staffa quando saltò a cavallo per slanciarsi a Las Cruces a salvare il colonnello Nera, ferito a morte.--Io ero presente quando prese prigioniero quel carnefice del Millan che lo aveva messo alla tortura, e disse:--non voglio vederlo: liberatelo!--Io gli stavo accanto a Sant'Antonio quando quel cavaliere indemoniato del Gomez si slanciò solo sopra di noi per dare il fuoco alle nostre tettoie, e Garibaldi ci gridò:--Risparmiate la vita a quel bravo!--E si vedeva che quei ricordi erano il loro orgoglio e la loro gioia, che non li avrebbero dati, come diceva Garibaldi, «per un globo d'oro», che se ne pascevano da quarant'anni come d'una passione che raddoppiasse loro la vita. E io li guardavo, li ascoltavo, maravigliato, e mi veniva alla mente il proverbio turco:--chi ha bevuto una volta alla fontana di Tofanè è innamorato della regina del Bosforo per tutta la vita.--Così quegli uomini, che avevano bevuto da giovani l'incanto di Garibaldi, dopo quasi mezzo secolo lo sentivano ancora. Egli aveva segnato a fuoco sulle loro fronti il suo nome, per la vita intera. E via via che s'infervoravano nel risuscitare memorie, nelle loro parole, nei loro occhi, nei loro gesti l'immagine del Garibaldi antico mi appariva e con essa la ragione intima e prima della sua potenza. Sì, era quella faccia leonina, che accoppiava alla forza d'una testa romana la bellezza d'un profilo greco, eran quegli occhi azzurri che mandavano baleni di spada e raggi d'amore, era quella bocca fremente da cui uscivano squilli di tromba e accenti di bontà infantile, quell'entusiasmo che non contava i nemici, quella fortezza che sorrideva fra gli spasimi, quella gaiezza che cantava in faccia alla morte; e sopra tutto questo, come disse Giorgio Sand, qualche cosa d'arcano, per cui non gli somigliava nessuno, e che faceva pensare: la irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione interna d'un mondo. Sì, era tutto questo. E dissi a quei vecchi:--Continuate: voi siete le prove palpitanti della sua grandezza; egli è più vivo nelle vostre parole che in mille pagine di storia; parlatene ancora; io porterò l'eco della vostra voce nella nostra patria lontana.--E oggi per la prima volta adempio la mia promessa. Mandiamo un saluto insieme a quei prodi veterani, di cui la maggior parte vive ancora: fra venticinque giorni essi l'avranno, e sarà come un bacio della patria sulla loro fronte gloriosa.
Ma, come suole accadere delle persone amate e perdute, che noi rivediamo sempre col pensiero nel loro ultimo aspetto, più spesso che l'immagine del Garibaldi fiorente e potente di America, di Roma, di Palermo, ci si riaffaccia alla mente quella del Garibaldi degli ultimi anni: quanto mutato! Durante i suoi anni migliori, noi avevamo sognato per lui una vecchiezza vegeta e lieta, che fosse come uno sfiorire lento e quasi insensibile della sua maturità poderosa, una discesa trionfale e serena come d'un astro che tramonta. E la sua vecchiezza fu invece travagliata e dolorosa. Noi dovemmo vedere l'infermità che lo torturava alterare a poco a poco, violare i lineamenti, diventati sacri per noi, del suo viso, e stender quasi sulla sua fronte il velo della morte prima che ne fuggisse il lume della vita. Tutti i milanesi e migliaia d'altri cittadini ricordano, come una delle commozioni più profondamente pietose della loro vita, lo spettacolo dell'ultima entrata ch'egli fece nella capitale lombarda per la commemorazione dell'ultima sua battaglia italiana. Il popolo, che da anni non l'aveva più veduto, credeva di rivedere, se non il Garibaldi antico, un'immagine ancora risplendente di lui. Lo vide invece avanzarsi, portato lentamente da una grande carrozza, disteso sopra un letto come un ferito a morte, col viso consunto e cereo, con le mani rattratte e fasciate, col corpo immobile, che a stento girava ancora il capo bianco e lo sguardo svanito.--Pareva,--disse uno degli spettatori,--la salma d'un santo portato a processione da un popolo di devoti, più che il corpo vivo d'un uomo.--Non era più Garibaldi. La folla immensa, ch'era preparata a festeggiarlo con la sua gran voce di mare in tempesta, taceva, costernata, e lo guardava con un senso di stupore e di sgomento. No, nessuno poteva rassegnarsi a credere che Garibaldi non si sarebbe più levato da quel simulacro di feretro su cui si mostrava. Che la legge della vita colpisse inesorabilmente tutti gli altri, che la vecchiaia, che le infermità atterrassero col tempo ogni pianta umana più salda e più superba, si capiva; ma che avessero incatenato anche quel braccio, spento anche quello sguardo, prostrato anche quella forza, pareva quasi un errore, una violenza crudele della natura. Pareva di vedere la gioventù stessa d'Italia e tutti i nostri passati entusiasmi distesi là moribondi sotto quella specie di mantello funebre che avvolgeva il corpo dell'eroe. Le fronti si scoprivano, le mani si tendevano verso di lui, gli occhi lo accompagnavano, umidi di pianto; ma le bocche rimanevan mute. Solo un mormorio diffuso e dolcissimo, come una preghiera sommessa della moltitudine, lo precedeva e lo seguiva. Eran le voci dei giovani della nuova generazione, che mormoravano:--Noi che non abbiamo combattuto, non combatteremo più oramai al suo fianco.--Eran le voci delle donne del popolo che dicevano ai ragazzi:--Guardatelo bene perchè presto morirà.--Erano i suoi vecchi compagni d'armi che sospiravano:--Non lo rivedremo mai più!--Era la città delle cinque giornate che dava al capitano delle trenta vittorie l'addio supremo!
E dopo d'allora noi numerammo trepidando i suoi giorni; ripigliando speranza, non di meno, e rallegrandoci ogni volta che la gagliarda vitalità del suo spirito usciva ancora in qualche manifestazione improvvisa; come avvenne per l'oltraggio fatto a noi dalla Francia col trattato del Bardo, quando dal suo orgoglio lacerato d'italiano proruppero quelle parole terribili che scossero per un momento l'Italia, come un fulmine scoppiato fuor da una tomba. Ma l'opera della natura proseguiva, senza tregua, spietata e rapida: dopo ognuno di quegl'impeti, egli ripiegava il suo bel capo stanco sopra il guanciale come il pensiero nel passato. Perchè accompagnarlo con la parola fino all'ultimo istante? Quella camera nuda dove pende a una parete il ritratto di sua madre, quella finestra per cui appare il cielo sereno e la marina immobile, le due capinere che, come sempre, si vengono a posare sul davanzale, e che egli, con voce spenta, raccomanda ai suoi, perchè continuino a nutrirle quando sarà morto, l'ultimo sforzo del capo con cui si volta a domandare del suo piccolo Manlio lontano, l'ultimo atto convulso col quale si asciuga la fronte, l'ultimo sguardo lento e sorridente che volge ai suoi figli e al suo mare.... questo quadro è vivo nella memoria del mondo. Anche nella sua morte, come dice il Thiers della morte di Napoleone a Sant'Elena, «tutto fu grande, solenne e semplice».
Ed ora quale ultimo omaggio più degno possiamo rendere alla sua memoria che di rappresentarci al pensiero quella che dev'essere la prediletta delle sue visioni nel mondo sovrumano dov'egli sperava di rivedere sua madre? Rappresentiamoci questa visione, che è della nostra storia di ieri, e par già d'uomini e di gesta di secoli remoti; passino a lui dinanzi, ed a noi, i suoi dieci eserciti, le sue bandiere lacere, i suoi eroi, i suoi fratelli, i suoi figli, e dai loro cuori valorosi, commossi dal ricordo delle battaglie sacre, non dalle nostre povere labbra, erompa l'inno della gratitudine e della gloria.
Ritto, immobile sopra una roccia, che sovrasta al flutto delle generazioni, bello, biondo, superbo come negli anni più fiorenti della sua giovinezza, alzando il viso splendido e dolce di redentore, sorridendo dai fieri e profondi occhi celesti, con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio e i capelli d'oro e il mantello grigio dati al vento, egli li vede trascorrere ai suoi piedi, e rivive con tutta l'anima nel passato.
Qual capitano al mondo assistette mai a una sfilata più maravigliosa di armati e di memorie?
Al primo manipolo di combattenti ch'egli trasse con sè sulla piccola flottiglia della repubblica di Rio Grande contro i trenta navigli della squadra imperiale brasiliana, a quello scarso drappello temerario, così stranamente svariato di riograndesi, d'italiani, di spagnuoli, di mulatti, di negri, infiammati dal suo primo grido di guerra per la libertà, fra i quali brilla il viso ardito e onesto del Carniglia, il gigante genovese, fedele a lui fino alla morte,--tien dietro impetuosamente, cantando l'inno nazionale del Figuerroa, sventolando lo stendardo nero in cui fiammeggia il Vesuvio, la bella legione di Montevideo, dalle assise verdi, bianche e purpuree, che va a combattere in difesa della sua «patria d'esiglio»;--italiani d'ogni provincia, ricchi e poveri, commercianti e avventurieri, antichi sergenti dell'esercito sardo, futuri generali dell'esercito italiano: il giovane Medici, che porterà trent'anni dopo alla tomba del Pantheon la spada del primo re d'Italia, Francesco Anzani, suo fratello d'anima, un secondo Garibaldi, cui non mancò che la fortuna, Gaetano Sacchi, il suo primo alfiere, i primi compagni, i primi spettatori della sua aurora gloriosa, quelli ch'ei ricorderà per tutta la vita con la più dolce predilezione del suo cuore d'eroe.
Passa la legione di Montevideo, e un altro esercito viene innanzi, più tumultuoso, più ardente, più italiano, che agita in alto la bandiera di Giuseppe Mazzini: la legione dei Vicentini, il battaglione dei Pavesi, le reliquie dei suoi commilitoni d'America, il fiore dei prodi delle Cinque giornate, uno stuolo di signori lombardi, uno sciame di nizzardi e di liguri, un'accolta di combattenti di tutti i Corpi franchi dell'alta Italia, in divisa di soldati e in panni di cittadini, chiusi in casacche strappate ai Croati, vestiti del costume italico con la giacca di velluto e il cappello piumato, armati di fucili e di sciabole d'ogni forma e di spiedi e di bastoni e di scuri: l'esercito dei volontari del '48 che passa e lo saluta d'un evviva frenetico, rammentandogli il primo sangue italiano sparso su terra italiana sotto le ali vittoriose del nome suo....
Ed ecco un altro esercito più bello, più potente, più glorioso: l'esercito di Roma: i suoi valorosi di Villa Panfili e di Villa Spada, il battaglione dei Reduci, i quattrocento universitari, i trecento doganieri, i trecento emigrati, la sua brava legione del quarantanove; e primi tra i primi l'eroico Luciano Manara, stretto al fianco d'Emilio Dandolo sanguinante, nelle cui braccia rese l'anima; Goffredo Mameli, bello come un dio risorto; Emilio Morosini, l'eroe di diciott'anni, grondante sangue da tre ferite; il prode Dalla Longa, morto salvando il cadavere d'un fratello; e in mezzo alle schiere, piantala in groppa a un puledro, la sua Annita intrepida e amata che frustò i codardi sulla via d'Orvieto, e il suo fido Ugo Bassi, coronato a Bologna dalla morte che ambiva, e il gentile Luigi Montaldi, il gemello del Mameli, crivellato dalle baionette dei vinti del 30 aprile, e il Montanari, e l'Isnardi e il Marocchetti, che accettarono il suo fiero invito sulla piazza del Vaticano, e gli furono compagni in tutte le vicende dell'epica ritirata. E:--Gloria a te,--gli gridano--o grande rivendicatore di Roma!--e l'inno immortale del biondo fratello caduto ascende dall'anima loro al suo cuore.