Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma

Part 7

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E quale potenza! Essa fu tale che l'averne veduto i segni incantevoli è per gli italiani della generazione che tramonta uno dei più grandi conforti della vita. E giova notare prima d'ogni cosa che Garibaldi rinfiammò all'improvviso l'entusiasmo delle moltitudini in un momento in cui ve n'era bisogno supremo. La pace di Villafranca, troncando all'improvviso sul Mincio la guerra che doveva «liberar l'Italia fino all'Adriatico» ci aveva posti in condizioni difficili e tristi. Minacciati dall'Austria, con la quale, anche più forte sul Mincio che sul Ticino, non potevamo misurarci da noi soli; diffidenti della Francia, che si temeva non paga della Savoja e di Nizza, ma intesa a chiedere nuove terre in compenso della sua protezione necessaria; irritati contro il governo di Torino che pareva peritoso, quasi restìo, per ragioni non da tutti comprese, all'annessione delle provincie centrali; ci trovavamo in uno stato tanto più intollerabile in quanto, pure avendo coscienza che non potesse durare, non vedevamo per qual via si potesse uscirne. Giorno per giorno sbollivano gli entusiasmi, crescevano i sospetti e s'inasprivano le passioni partigiane, aggravando le difficoltà che già da ogni parte premevano l'opera amministrativa del nuovo Stato, sospinto avanti e rattenuto a un punto da forze opposte. A noi che non misuriamo il tempo con la impazienza ardente che agitava gli animi allora pare un assai breve tratto quello che trascorse dal luglio del '59 all'aprile del '60; ma allora i mesi contavano per anni. Parevan già tanto lontane, dopo men d'un anno, le belle vittorie di Palestro e di San Martino, dopo le quali nessun fatto era più seguito che facesse rialzar la fronte agli italiani, e riaccendesse la loro fede nel proprio ideale e nella propria forza! Che erano i moti per cui s'eran liberate le provincie centrali? Avvenimenti fausti e onorevoli; ma non glorie guerriere. Dopo quella grande ebbrezza dei trionfi sul campo riusciva meschina e quasi vile l'azione diplomatica lenta, circospetta, coperta, che dava alimento ai più strani timori e offriva bersaglio alle più nere accuse. Occorreva qualche grande cosa. Il popolo, la gioventù sentiva questo bisogno, e fremeva, e si volgeva intorno, rodendo il freno, aspettando che da qualche parte s'alzasse una bandiera e suonasse uno squillo di tromba. Era un ribollimento di desideri, d'ire, di rammarichi, di discordie, che, se tra poco non si fosse aperto loro una via di fuga, sarebbero forse scoppiati in guerra civile.

E allora comparve Garibaldi. Diciamo: comparve allora, perchè la sua vera e grande popolarità non cominciò per tre quarti d'Italia che nel 1860. Allora si sentì quella sua voce magica che a traverso al mar Tirreno chiamava la gioventù italiana alla santa crociata di Sicilia, e c'era giunta appena la notizia del suo ardimento, che due vittorie inaspettate, l'una sull'altra, come due colpi di fulmine, facevano un'eco immensa al suo grido. Chi era questo Garibaldi? Molti, nel popolo, non lo sapevano ancora che vagamente. Un nizzardo, un soldato, che aveva combattuto in America e a Roma, quello che aveva condotto gli emigrati lombardi nel '59, un uomo biondo, vestito di rosso, buono, intrepido, povero, con una voce e uno sguardo che affascinavano, un paladino di tutti gli angariati, un vendicatore di tutte le ingiustizie, che con una mano gittava davanti a sè delle folgori e con l'altra accarezzava la fronte ai feriti e spandeva consolazioni e speranze. E allora si videro prodigi. Il suo nome passava come un soffio di fuoco sul paese, e per lui gli operai lasciavano le officine, gli studenti disertavano le scuole, i signori abbandonavano i palazzi e le ville, e le spose dicevano:--Va!--le madri non osavano di piangere, le fidanzate baciavano la sua immagine, i vecchi benedicevano, i fanciulli fremevano. Partire, raggiungerlo, attirare un suo sguardo combattendo, una sua parola cadendo, morire vedendolo passar vittorioso da lontano, era il sogno di tutti i giovani d'Italia. L'entusiasmo per lui spegneva in ogni parte passioni ignobili e bassi pensieri, rialzava cuori di scettici e anime di disperati, suscitava come nembi di scintille propositi di sacrificio e virili ambizioni in tutti gli strati del mondo sociale. Ed anche fuori della società. E si videro in conventi solitari monaci rozzi e inerti, che non avevano mai amato nè compreso la patria, comprenderla ed amarla per la prima volta nel suo nome, e compiere o meditare il proponimento d'andar a combattere al suo fianco. E perfino nelle carceri e nelle galere, dove freme l'omicida non pentito, meditando nuovi delitti, si vide qualche volta anche in quel fango umano, tocco dal caldo raggio della sua gloria, sbocciare il fiore d'un entusiasmo generoso, si sentì anche dalle bocche più nefande pronunciare il suo nome come una parola di redenzione e d'amore. Se altro egli non avesse fatto sulla terra, avrebbe diritto per questo solo alla benedizione della patria e alla gratitudine del mondo.

E tutto questo, che par leggenda, è storia, o meglio: è l'una e l'altra cosa ad un tempo, poichè di leggenda la vita di Garibaldi presenta già la vaga e grandiosa bellezza, nè ha più bisogno, come quella d'altri uomini somiglianti, d'acquistar nulla col tempo dall'immaginazione umana. Che cosa le potrebbe aggiungere, in fatti, la fantasia popolare se già ora la mente del popolo stenta a crederla e ad abbracciarla intera nella sua realtà quasi ancora parlante e visibile? E la maggior prova di questa apparenza di prodigio storico che ebbe Garibaldi nel tempo nostro è la difficoltà quasi insuperabile che trovarono molti contemporanei della classe colta, anche d'intelligenza non volgare, ma chiusa in uno stretto cerchio di idee, e d'animo non ignobile, ma freddo, a comprenderlo e ad ammirarlo. Non iscoprivano la ragion vera della sua enorme potenza, che attribuivano a una quasi miracolosa cospirazione di fortune propizie, in cui non avesse parte alcuna, o poco più che nulla, la virtù sua; scambiavano i suoi eroici errori di fanciullo sublime con aberrazioni vanitose d'un cervello angusto; giudicavano mostruosità quello che in lui era grandezza, e su questa pedanteggiavano, giungendo fino a riprovare come sconveniente e risibile la sua foggia singolare di vestire, divenuta ora gloriosa e incancellabile dalla mente delle generazioni come la divisa del Buonaparte, poichè non comprendevano da che varie e intime ragioni di sentimento poetico della vita, di amabile giovinezza d'animo, di sprezzo istintivo d'ogni servitù e d'intuito dell'istinto artistico del nostro popolo anche quella sua originalità derivasse. Facevano rispetto a lui come gli accademici arcigni che appuntano trionfando le offese alla geografia nell'Ariosto e gli errori di gusto nello Shakespeare. Guardandolo con occhio falso vedevano un Garibaldi falso, un grand'uomo sbagliato, portato sugli altari dalla passione di parte degli astuti e dall'idolatria cieca degl'ingenui. E di costoro non è tutta spenta la razza. Ma furono o saranno severamente puniti dal loro medesimo errore: morirono, moriranno senz'aver amato Garibaldi.

Tutti costoro, e anche molti di quelli che nel campo politico opposto l'ammirarono, avrebbero voluto un Garibaldi prudente e docile, una specie di «generale a disposizione del ministero» che non movesse passo se non per ordine e parlasse il linguaggio ponderato d'un diplomatico; che non fosse altro, insomma, che una bella insegna di rivoluzione, la quale il Governo potesse sventolare a tempo opportuno e ripiegare quando gli paresse. Ma il Garibaldi potato e castigato che essi sognavano era un Garibaldi impossibile. Egli non poteva essere se non quello che fu. Alle sue biasimate ribellioni egli fu mosso da quella stessa virtù che lo spinse a tutti quegli altri atti audaci, fortunati e lodati, coi quali rese i più grandi servigi al proprio e ad altri paesi; e quella virtù era una fede assoluta nella forza d'entusiasmo e di sacrificio del suo popolo, nella invincibilità della causa della giustizia e nel favore della fortuna che fin dalla prima giovinezza gli aveva «porto la chioma». Egli credeva fermamente che allo scoppiar di una guerra contro l'Austria, contro la Francia, anche contro l'Europa intera confederata a comprimere il nostro diritto, sarebbero sorti dalla terra italiana milioni di uomini prodi come lui, risoluti a una resistenza disperata, lieti come lui di dar la vita alla patria. Capace egli di far miracoli, credeva nei miracoli della sua nazione. Come pretendere che un tal uomo avesse dell'opportunità politica, dell'importanza dei trattati, della necessità delle alleanze, delle tradizioni, della legalità, delle convenienze diplomatiche lo stesso concetto che n'avevano i ministri della monarchia? E anche nelle due imprese temerarie che gli fallirono, e per cui fu tre volte prigioniero, per quanta parte non fu indotto a lanciarsi avanti e a persistere dall'incertezza ambigua del governo, che non s'oppose ai principii, e gli gridò:--Indietro!--troppo tardi, lasciando credere fino all'ultimo a milioni d'italiani che sotto al divieto palese ci fosse un consenso occulto, conforme alla doppia politica ch'egli aveva seguìto anche riguardo all'impresa di lui più fortunata? Fu chiamato Garibaldi __fulmine di guerra__, e ai suoi scoppi improvvisi e agli incendi che suscitò e alle distruzioni che fece l'Italia deve in parte la propria redenzione; ma il fulmine nè si guida nè si corregge; non si doma che disperdendone la forza nella terra. In verità, noi crediamo che, considerando l'indole e le virtù senza le quali Garibaldi non sarebbe stato chi fu, e i procedimenti dei governi ai quali egli servì e disobbedì a volta a volta, e la forza immensa ch'ebbe nel pugno, le generazioni venture si maraviglieranno che ei non abbia fatto della legge un assai maggior strazio di quello che fece.

Ma non è che le sue intemperanze e le sue temerità, perchè furon cagioni di turbamenti e di pericoli, non abbiano recato al paese altro che danno. Chi non comprende ora quanto abbia giovato ad affrettare il compimento della liberazione della patria quella voce che gridava infaticabilmente:--Armiamoci, scotiamoci, operiamo,--che manteneva in continuo fermento la gioventù come il tonare non interrotto d'un cannone, che, predicando senza posa la fede e l'audacia, faceva l'effetto come d'uno sprone infocato, perpetuamente confitto nel fianco della nazione? Chi può negare che abbian concorso a persuadere il mondo che Roma era necessaria all'Italia anche quelle due disperate imprese del sessantadue e del sessantasette con le quali egli provò che l'Italia non avrebbe avuto mai pace senza la sua capitale storica, che l'incendio cento volte soffocato si sarebbe cento volte riacceso, che Roma non italiana sarebbe stata un'eterna minaccia di guerra all'Europa? Chi può affermare che l'esercito sparso degl'impazienti e degli audaci non sarebbe stato causa di ben più gravi turbamenti interni se non l'avesse contenuto la speranza, anzi la certezza che nessuna occasione d'operare, anche arrischiatissima, egli avrebbe lasciato sfuggire, che, lui vivente, una politica indietreggiante non sarebbe stata possibile mai, e una politica immobile non avrebbe mai potuto durare, se anche fossero saliti al potere dei nemici mascherati della rivoluzione? Ogni volta che il paese, irritato degl'indugi e della pazienza dei governanti, incominciava ad agitarsi, egli si gittava innanzi a capo basso, urtava contro un muro di bronzo, e cadeva: era per molti un delitto, per tutti un dolore; ma era uno sfogo, una protesta, una sfida, un grido che non moriva senz'eco nel mondo. Caduto il ribelle, riusciva a tutti più evidente e imperiosa la necessità di raggiunger lo scopo comune, una scintilla della fiamma soffocata penetrava anche nell'animo dei più freddi, la diplomazia si riscoteva come per una sferzata, sulle traccie dell'audacia fallita faceva un passo innanzi perfin la prudenza, e la paura si vergognava. Egli viveva ancora, che già ci appariva sotto un tutt'altro aspetto anche quello che fu giudicato il suo più grande errore. Nel 1870, su tutte le vie per cui l'esercito italiano moveva a Roma, precedeva le colonne, avanguardia ideale, Garibaldi, e segnavano loro il cammino le gocce di sangue stillanti otto anni innanzi dalle sue carni.

Ma anche quelli che giudicano più severamente le sue temerità e le sue ribellioni sono forzati a riconoscere l'alta chiaroveggenza politica di cui egli diè prova, il sapiente impero che seppe esercitare sulle proprie passioni nei momenti supremi. È questo uno dei caratteri singolari della sua grandezza: di essere ammirabile per le virtù opposte. Quando è necessaria l'unione di tutte le forze della patria contro lo straniero, egli, __nemico della causa dei re__, offre il suo braccio e quello dei suoi soldati d'America a un re, che «s'è fatto il rigeneratore della penisola» e per quel re «è pronto a versare tutto il suo sangue». Dieci anni dopo, per la stessa necessità della patria, è tra i primi a fondare quel nuovo «partito nazionale» che stringe intorno alla monarchia i più alti ingegni e le spade più prodi, devote fino a quel giorno all'idea repubblicana. Con la bandiera di Vittorio Emanuele parte per la grande impresa, nel 1860, e, non accecato, ma illuminato dalla fortuna, opera per modo in Sicilia che basta per due mesi la sua autorità a tenervi luogo di governo e di leggi; onde il conte di Cavour, che da prima temeva, finisce con scrivere al Persano:--Se Garibaldi non vuole l'annessione immediata, sia lasciato libero di fare a suo talento.--Nell'ottobre dell'anno stesso, a Napoli, in quel momento terribile, in cui, disputandosi l'animo suo i fautori del plebiscito immediato e quelli dell'elezione di un'assemblea, corse pericolo l'unità nazionale, fu la sua improvvisa ispirazione:--«non voglio assemblea, si faccia l'Italia»--fa questo grido suo che salvò l'Italia. Fu nel 1861 l'inaspettata, saggia, nobilissima temperanza con la quale egli rispose a una lettera dura e provocante del più popolare generale dell'esercito, quella che troncò sull'atto un conflitto che poteva esser principio d'un periodo funesto di discordie e di guai. Nel 1862, dopo il fatto di Sarnico, spontaneamente egli si ricrede intorno all'opportunità d'una spedizione contro l'Austria, desiste dal proposito, sconsiglia gli arrolamenti, e con saggie parole dissipa dall'orizzonte ogni nube. Quattro anni dopo, quando riceve l'ordine di ritirarsi dalla frontiera del Tirolo, nel punto che gli si apre dinanzi, dopo tanti stenti e sacrifici sanguinosi, il periodo più facile e splendido della guerra, con infinito rammarico, ma senza un momento d'esitazione, senza una parola di lagnanza, obbedisce. E durante il suo viaggio trionfale in Inghilterra, benchè porti in cuore un alto proposito, benchè patriotti ardenti d'ogni paese lo stringano e mille occasioni lo tentino, non profferisce una sola parola che possa provocare contro lo Stato che l'ospita la più lieve lagnanza dei governi contro i quali è solito scatenare i suoi sdegni. E anche nell'ultimo anno della sua vita, quando ancora bollente d'ira per l'offesa subita dall'Italia a Tunisi, giunge a Palermo per la commemorazione dei Vespri, quando si teme da tutti gli amanti della pace ch'egli prorompa contro la Francia in parole terribili, per cui si risollevino le passioni che già s'eran quietate, egli, con sovrana saggezza, rivolge al popolo palermitano un discorso, nel quale della Francia non pronuncia il nome e della quistione di Tunisi tace. Bene dice il più appassionato dei suoi apologisti che egli «poteva inveire, minacciare, gittare in mezzo alla nazione parole tremende ch'eran pericolosi tizzoni d'incendio, ma che quando li vedeva divampare in fiamme minacciose al sacro edificio della patria, accorreva per il primo a soffocarli col piede» e vero è ciò che quegli soggiunge che «anche i suoi più esaltati e temerari seguaci non avrebbero osato mai di lanciare il grido ultimo della discordia, di dare il segnale irrevocabile della guerra civile, mai, fin ch'egli viveva». Sangue di guerra civile corse una volta sola sotto i suoi occhi, a Aspromonte. Ma egli ordinò di cessare il fuoco ai primi colpi, e con che nobili parole, pure giustificandosi in parte, confessò il suo errore nelle sue __memorie__.--«Io dovevo andarmene prima dell'arrivo della truppa, __e non lo feci__.--Avrei dovuto anche frazionare di più la gente--__e non lo feci__.--Tutte le misure che potevano allontanare la catastrofe io avevo in mente di eseguire, ma ciò doveva essere eseguito con la celerità che mi aveva servito in altre occasioni.... __e non lo feci__».--Quanta tristezza, che sincero e profondo rammarico nella ripetizione di quelle tre semplici parole! Rammarico tanto più generoso in quanto egli avrebbe invece potuto dire:--Se m'avessero intimato la resa prima d'assalire, io mi sarei arreso, avanti che partisse un colpo di fucile.--Se non ci fossero corsi addosso appena ci videro, non si sarebbe sparso sangue.--A farci deporre le armi bastava che ci lasciassero il tempo di riaverci dalla sorpresa.... e non lo fecero.

L'impero ch'egli esercitò sulle proprie passioni nei momenti supremi--si disse. Ma noi crediamo che questa espressione non dica il vero. A ciascuno di quegli atti che furon detti di ribelle e pericolosi alla patria egli fu mosso dalla profonda coscienza di far cosa utile alla patria, che è quanto dire, di compiere un dovere che a lui solo era imposto; e non desistette, non si ritrasse mai se non quando fu persuaso d'essere in errore. Quando la somma idea del vero, del giusto, dell'utile gli balenava, cessava in lui ogni conflitto della volontà con la passione, poichè una passione che la sua coscienza giudicasse contraria all'interesse della patria nell'anima sua non capiva. Non domò sè stesso in quei momenti supremi; ma comprese, si ravvide e cedette senza sforzo agl'impulsi mutati e concordi della sua ragione e del suo cuore. Ricordiamo quello che fu uno dei giorni più gloriosi della sua vita e dei più fortunati della nostra storia, quello splendido 26 ottobre del 1860, quando nel piccolo villaggio di Cajanello le avanguardie delle sue legioni vittoriose, venendo da Capua, e i primi battaglioni dell'esercito regio, calando da Venafro, s'incontrarono. Mai non rischiarò il sole d'Italia un così bello e fausto incontro di vincitori. Smontato di sella, in mezzo ai suoi ufficiali immobili, Garibaldi aspettava. L'alba imbiancava l'Appennino e il vecchio castello di Teano e tutto quel bel paese austero della Campania, su cui da pochi giorni, dopo molti secoli, spirava l'aria della libertà. Qua e là per la campagna, tra i vapori del mattino, fiammeggiavano da una parte le divise dei volontari, sventolavano dall'altra i pennacchi dei bersaglieri. Era da un lato la rivoluzione, dall'altro la monarchia, tutt'e due coronate dalla vittoria, piene di forza e di alterezza, memori entrambe di gelosie e di contrasti recenti, non riconciliate in fondo al cuore, presaghe di discordie e di conflitti futuri. Nell'uno e nell'altro esercito regnava il silenzio di un'aspettazione solenne. E Garibaldi, chiuso nei suoi pensieri, aspettava e taceva. A un tratto echeggiarono le fanfare reali e corse un fremito per i due campi. Che sarà passato per il cuore di Garibaldi, sia pure per la durata d'un lampo, al suono di quelle trombe? A quell'annuncio che segnava la fine del suo comando supremo, che suonava come un superbo alto là opposto al suo corso di trionfatore e gli metteva di fronte un'altra gloria a cui era necessità di vita l'offuscare la sua, forse a quell'annunzio egli si sentì rialzare nell'anima tutto il suo passato, e il rancore per la sua Nizza perduta, e l'ira per la via di Roma preclusa, e la coscienza d'aver ancora nel pugno mezza Italia, tutto questo forse, confuso in un impeto di ambizione e d'orgoglio, gli sollevò il sangue e gli velò la ragione.... Certo, ciò supponendo, può parer più ammirabile lo slancio con cui, cacciato avanti il cavallo, egli tese la mano e gridò:--Salute al re d'Italia!--e si comprende come s'induca più d'un oratore a trarre da una tal supposizione un forte effetto drammatico in onore di lui. Ma noi crediamo che non uno di quei pensieri, non un'ombra di quei sentimenti sia passata nel suo cuore in quel punto. La sua volontà era già ferma, il suo animo era già quieto fin da quando un'illuminazione improvvisa della mente gli aveva fatto dire a Napoli:--«Non voglio assemblea, si faccia l'Italia».--No, il suono di quelle trombe non turbò neppure un istante la serenità dell'anima sua, lo spettro della guerra civile non s'affacciò neppure alla sua mente; non ebbe bisogno di riflettere, non gli occorse di vincer sè stesso; egli fu grande senza lotta. Un solo pensiero egli ebbe in quel momento, e lo espresse: il desiderio d'affratellare sui campi di battaglia i volontari e i soldati, di proseguir la guerra alla testa dei liberatori di Napoli, al fianco dei liberatori delle Marche, avanguardia di Vittorio Emanuele, antesignano degli eserciti uniti. Presentendo imminente una battaglia al Garignano, chiese al re l'onore del primo scontro. Non l'ebbe. «Egli si batteva da troppo lungo tempo, le sue truppe erano stanche, si doveva mettere alla riserva». Questo solo gli turbò la serenità dell'anima. Ma fu grande anche allora. Più grande d'ogni più sdegnoso sfogo di dolore fu la tristezza rassegnata di quelle semplici parole:--«Ci hanno messi alla coda»--con le quali egli annunciò la sera ai suoi fidi il suo splendido sogno svanito.