Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma
Part 6
E al fanciullo del ricco, finalmente, noi rivolgiamo questo discorso:--Tu sei nato nell'agiatezza. Se vorrai conquistarti un posto onorato nel mondo, ti costerà assai men fatica che agli altri, perchè sarai come un uomo armato in una lotta in cui quasi tutti gli altri sono inermi. Sei sicuro fin d'ora che non avrai mai da patir privazioni, mai da umiliarti per non perdere il pane, che potrai essere facilmente buono, onesto, rispettato, contento. Ora, vedi quanta miseria v'è intorno a te, quante dure fatiche che dànno appena da vivere, quanti milioni di fanciulli lasciati nell'ignoranza e nell'abbandono, quante famiglie ridotte all'indigenza senza colpa, quante disuguaglianze ingiuste, quanti dolori senza speranza, e quante ire e quanti odî. Ebbene, se ti dicessero che v'è modo di far sì che tutte queste miserie siano scemate, che il lavoro non manchi a nessuno e sia reso men duro a tutti, che tutti i fanciulli possano istruirsi e educarsi, che le disugaglianze ingiuste scompaiano, che gli odî di classe si spengano, che la società diventi come una grande famiglia, in cui, se non la felicità regni almeno la pace; ma che per ottener tutto questo bisogna che tutti i ragazzi come te rinunzino alla loro sorte privilegiata, rientrino nelle condizioni comuni, e si rassegnino a lavorare e a lottare per vivere modestamente come tutti gli altri, consentiresti tu al sacrifizio? E il fanciullo ci risponde immediatamente, irresistibilmente:--Oh, sì, vi consentirei! E come si potrebbe non consentirvi?--E noi non gli diciamo più altro: gli abbiamo messo il buon germe nel cuore.
Questi sono i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Se non sono ogni giorno dell'anno così benevoli, nè espressi sempre con parole così miti, non è perchè tacciano nel nostro cuore: è perchè siamo uomini, ossia per natura deboli, soggetti all'orgoglio, facili a irritarci della calunnia, e anche perchè è troppo sovente offesa in noi quella libertà di pensiero e di parola, che è una sacra eredità lasciataci dai nostri padri e dovrebbe essere una condizione inviolabile del nostro patto nazionale. Ma ogni anno, in questo giorno, noi rinnoviamo sinceramente il proposito di mantener sempre l'animo e la parola alti come la nostra Idea. Non è questo l'ultimo degli effetti benefici della festa del 1° Maggio. E noi confidiamo che questa festa sarà celebrata ogni anno con più serena dignità. Oh certo, essa sarà ben più splendida e più solenne nell'avvenire! E non sarà celebrata soltanto nelle strade e nelle assemblee; ma anche nelle famiglie, nelle quali tutte l'idea socialista finirà con lo stringere quei vincoli, che ora in molte rallenta, e spezza in alcune. Sarà il giorno in cui le coscienze e i cuori restii, vinti da lento lavoro della ragione e dalla forza degli avvenimenti, faranno atto di dedizione e di riconciliazione con le persone amate; il giorno in cui il padre dirà al figliuolo:--Sì, figliuol mio, sei tu che hai ragione, sei più buono e più giusto di me, non son più soltanto tuo padre, sono un tuo __compagno__;--il giorno in cui la moglie dirà al marito:--T'ho contrariato, perdonami; non ti comprendevo, ora ti comprendo; e tutta l'anima mia è con te e per la tua causa;--il giorno in cui la madre dirà a suo figlio:--Mi arrendo; vedo ora dov'è la verità e la giustizia; la tua festa del 1° Maggio sarà d'ora innanzi anche la festa di tua madre.--Sì, sarà forse lontano, ma questo giorno verrà. Noi lo crediamo come crediamo che la terra germina sotto il raggio del sole. Crediamo che il 1° Maggio resterà e ingrandirà negli anni e nei popoli, e che dopo aver redento il lavoro ucciderà la guerra, e che dopo aver confuso le classi affratellerà le nazioni, e che sarà benedetto dalle generazioni venture come una delle date più fauste e più gloriose della storia del mondo.
Torino, 1896.
V.
Per Giuseppe Garibaldi
(_Commemorazione popolare_).
Invitato a commemorare Giuseppe Garibaldi in questo giorno nel quale ogni cuore italiano risente più viva la tristezza d'averlo perduto, non terrò un discorso ampio e ordinato dell'opera e della funzione storica compiuta da lui, poichè nulla o poco oramai ne rimane a dire che non torni superfluo a un uditorio di italiani colti. Parlerò il linguaggio facile e caldo del patriotta, che, invece di dissertare sul passato, lo risuscita, lo rivive e lascia andar tutta l'anima all'onda degli affetti e delle memorie. Spero, così parlando, di consentire alla disposizione d'animo dei miei uditori, ai quali non parrà forse occasione opportuna d'un ragionamento pacato il primo anniversario di una morte compianta. In ogni modo io chiedo perdono a voi del mio ardimento, come già l'ho chiesto, dentro al cuore, alla memoria augusta e amata, a cui consacro le mie parole.
La miglior prova della grandezza di Garibaldi è questa: che nessuna narrazione, per quanto diffusa e eloquente delle sue avventure e delle sue gesta, potrebbe aver mai la efficacia che ha la esposizione brevissima e nuda dei sommi capi della sua storia.
Concedetemi di farne qui l'esperienza, a modo d'esordio, con quella semplicità che è una forma di rispetto per l'altezza dell'argomento e con quella rapidità precipitosa che il cammino lunghissimo impone.
Nasce a Nizza, nel 1807, figliuolo di un modesto capitano di mare, e comincia la vita, si può dire, con due atti eroici: a otto anni, salvando da una gora una donna che annega; a tredici, salvando una barca di compagni dal naufragio. Adora il mare, s'imbarca mozzo in un brigantino, viaggia in oriente. A diciassett'anni va sulla tartana del padre a Fiumicino, e visita la prima volta Roma, dove, tra l'entusiasmo patriottico per le grandi memorie, gli balena la prima idea dell'incanalamento del Tevere, che propugnerà cinquant'anni dopo, con ardore ancor giovanile, nella Capitale d'Italia. Continua i viaggi, è più volte assalito e depredato dai pirati, si riduce povero a Costantinopoli, dove s'ammala, e fa il precettore di ragazzi per vivere. Poi, ritornato a Nizza, divenuto capitano di bastimento, riprende le navigazioni ardite e avventurose, con le quali principia ad acquistar fama e simpatia; tanto che ad ogni suo ritorno gli corre incontro sul molo una folla di popolo, a festeggiarlo, a rallegrarsi con lui, che onora sui mari e fa onorar nei porti d'Italia e di Francia il nome della sua città nativa. Tale è l'alba della sua gloria.
In uno dei suoi viaggi in levante ode parlar per la prima volta della «Giovine Italia», e, tocco dalla fiamma che lo arderà fino alla morte, tornato appena in Europa, si presenta in Marsiglia a Giuseppe Mazzini, si ascrive all'associazione, si vota per sempre alla patria. Recatosi in Liguria, si mette all'opera, stringe relazione coi più arditi patriotti, si arrola semplice marinaio nella flotta regia per far propaganda fra gli equipaggi e cooperare con essi al moto imminente di Genova. Falliti questo e il moto di Piemonte e la spedizione di Savoia, ripara in Francia, è arrestato, riesce a fuggire, è condannato a morte, prende altro nome, s'imbarca secondo in un brigantino, e dopo aver salvato dalle acque un giovinetto nel porto di Marsiglia, salpa per l'oriente. Ma, tediato della vita mercantile, s'assolda nella flottiglia del Bey di Tunisi, e scontento anche del nuovo stato, butta via la divisa, ritorna a Marsiglia desolata dal colèra, si fa infermiere negli ospedali, compie l'opera pietosa fin che dura la morìa, e non vedendo luce d'aurora in Italia, s'imbarca sopra un bastimento di commercio e parte per l'America.
E qui incomincia il suo periodo eroico. Arrivato al Brasile, per campare, si dà al commercio di cabotaggio; poi, con una barca e sedici uomini, move guerra di corsaro contro l'impero, per la provincia di Rio Grande ribelle. Conquistata una goletta, è assalito sul Plata da due lancioni dell'Uruguay, mandati a arrestarlo; li respinge restando gravemente ferito; è raccolto quasi morente da una nave brasiliana e portato prigioniero a Gualeguay; guarisce, fugge, è inseguito, ripreso, frustato, torturato; ma riesce a tornare a Rio Grande, dove gli è dato il comando d'una flottiglia. Combatte, vince, naufraga, riprende il mare e la lotta; ricaccia il nemico dal porto d'Imbituba, protegge la ritirata dei Riograndesi, resistendo con tre navi a venticinque, poi con settanta uomini a cinquecento; si batte a Santa Vittoria, si batte alla stazione di Taquary, si batte all'assedio di San Josè, e smarriti e ritrovati la sposa Annita e Menotti bambino, già pianti perduti, a traverso a foreste sterminate, sotto pioggie dirotte, soffrendo il freddo e la fame, cacciando al laccio e domando puledri, spingendo davanti a sè un armento di buoi, che gli muoion per via, riesce finalmente a Montevideo, dove, per guadagnarsi il pane, si mette a insegnar matematiche.
Non è che una breve tregua. L'Uruguay è in guerra col Rosas, dittatore dell'Argentina. Stretta dal pericolo, la repubblica ricorre a lui, già famoso, che accetta il comando d'una flottiglia e s'accinge a un'impresa disperata. Salpa da Montevideo, sfugge alle batterie di Martin Garcia, sguiscia fra le navi fulminanti della squadra argentina, passa sotto una tempesta di fuoco a la Boyada, a las Concas, a Cerrito, e proseguendo per Corrientes, assalito da forze superiori a Nueva Cava, dopo una resistenza eroica di tre giorni e tre notti, si salva coi suoi, incendiando le navi. Incalzato dalle truppe del Rosas, a cui scampa combattendo, ritorna a Montevideo assediata, sostiene la difesa guidando a sortite temerarie la legione italiana, salva l'esercito difensore da una ritirata disastrosa, e assunto il comando d'una nuova flottiglia e risalito con questa e con parte della legione l'Uruguay, batte il general Lavalleja all'Eridero, s'avanza sul fiume fino a Salto, e si spinge per terra fino a Tapevi, dove vince la terribile battaglia di Sant'Antonio, per cui è proclamato benemerito della repubblica. E prosegue la lotta intorno a Salto, per terra e per acqua, finchè, richiamato dal Governo che gli affida nuove navi e nuove truppe, risale da capo il fiume fino a las Vacas, vince ancora una volta le schiere riunite dei luogotenenti del Gomez, e ritorna finalmente nella capitale della repubblica, dove la sua splendida campagna americana, di cui ogni vittoria ha fatto palpitare l'Italia, si chiude dopo dieci anni al giungere delle prime notizie dei moti del quarantotto, che lo richiamano alla patria.
Fa vela per l'Europa con un drappello dei suoi legionari e, salvato il naviglio da un incendio in alto mare, arriva a Nizza, abbraccia la sua vecchia madre e va a offrir la sua spada a Carlo Alberto. Non accettata l'offerta, corre a Milano, dove il governo provvisorio gli conferisce il comando di cinquemila volontari: troppo tardi. Ma risoluto a combattere a ogni costo, anche caduta Milano, respinto l'ordine del duca di Genova di scioglier le bande, richiama il paese alle armi, arringa le popolazioni, tragitta il Ticino, occupa Arona, risale il lago Maggiore, sbaraglia una colonna austriaca a Luino, s'impadronisce di Varese e, stretto infine da tre corpi nemici, s'apre la via con la baionetta a traverso alle truppe del general d'Aspre, a Morazzone; donde, travestito da contadino, andando giorno e notte per rupi e per macchie come una fiera inseguita, ripara in Svizzera ad aspettare gli eventi.
Ma non li aspetta, li provoca; e va dalla Svizzera a Nizza, e da Nizza, fra gli applausi di tutta la riviera d'occidente, a Genova, di dove salpa con cinquecento volontari per portar aiuto alla Sicilia insorta. Trattenuto dal popolo a Livorno e indotto a prendere il comando dell'esercito toscano, si conduce a Firenze, donde, mutata idea, parte con la sua colonna per recar soccorso a Venezia. Fermato dal generale Zucchi alle Filigare, retrocede e accorre a Roma, e dopo aver combattuto il brigantaggio e compressa la reazione in quel di Rieti, nominato generale romano, vince i francesi a Villa Panfili, va incontro ai Borbonici, li respinge da Palestrina, li batte a Velletri, s'impadronisce di Rocca d'Arce, ritorna alla città assediata, dirige con folgorante valore la difesa, e scampata la vita quasi per prodigio nel combattimento disperato di Villa Spada, esce dalle mura, quando tutto è perduto, con la sua legione, per risollevare l'Umbria e le Marche, e sfugge con una marcia maravigliosa d'accorgimenti, di fatiche e d'audacie a quattro eserciti, il francese, l'austriaco, il borbonico, lo spagnuolo, che gli dànno la caccia invano per venti giorni da Monte Rotondo a San Marino, dove, sotto la protezione della repubblica, depone le armi.
Ma non rinunzia a combattere. Ribelle all'arciduca Ernesto che gl'impone il ritorno in America, scompare di notte, con duecento fidi, da San Marino, guizza fra le sentinelle nemiche, perviene alla riva dell'Adriatico, e tenta, con una squadra di barche a vela, di raggiunger Venezia. È assalito dagli incrociatori austriaci, si getta sulla costa di Magnavacca, e fugge tra boscaglie e canneti, braccato da gendarmi e da croati; e gli muor tra le braccia la moglie, a cui non può dar sepoltura, e riprende la corsa per le paludi di Ravenna, e, varcato il confine toscano, riesce a rifugiarsi a Chiavari, dove l'autorità piemontese l'arresta. Costretto a lasciare il Piemonte, cerca asilo a Tunisi, ma il Bey gli rifiuta l'asilo; ripara alla Maddalena, dove salva dal naufragio un canotto sardo, ma il Governo sardo lo sfratta anche dall'isola e lo manda a Gibilterra; respinto anche da Gibilterra, si rivolge alla Spagna: lo respinge anche la Spagna; e allora si raccoglie a Tangeri, dove imprende a scrivere le sue memorie. Ma tutt'a un tratto getta la penna, e va da Tangeri a Liverpool, e da Liverpool a Nuova York, dove si mette a fabbricar candele, e di là, comandante d'un legno mercantile, dopo esser stato in fin di vita a Panama, al Perù, e dal Perù alla China, e di qui a Nuova York un'altra volta, e da Nuova York in Europa, dove si da al cabotaggio da capo, e pianta la tenda nell'isola di Caprera, donde lo chiama Vittorio Emanuele nel cinquantanove a capitanare i cacciatori delle Alpi.
Scoppiata la guerra, con una brigata di tremila e cinquecento cacciatori, senza un solo pezzo d'artiglieria, ributta gli austriaci a Ponte di Casale, entra in Lombardia, batte il nemico a Varese, lo batte a San Salvatore, lo batte a San Fermo, entra vittorioso a Como, a Bergamo, a Brescia, donde la sua presenza sola allontana il nemico; passa sotto gli ordini del re, e si batte ancora una volta prodemente, a Rezzato. E appena conchiusa la pace, si rimette all'opera. Chiamato dal Ricasoli, riordina e rianima l'esercito toscano; eletto secondo comandante dell'esercito dell'Italia centrale, va con due divisioni, per provocare l'insurrezione nelle Marche, sui confini pontifici, donde Vittorio Emanuele lo richiama; e a Genova promove la sottoscrizione per un milione di fucili, e a Torino fonda l'«Associazione della nazione armata», e, deputato di Nizza, va a combattere in Parlamento la cessione della sua città natale alla Francia. Ma dalla riva del Po lo porta un'ispirazione divina alla riva del mare. Salpa coi __mille__ da Quarto, sfugge agli incrociatori borbonici, sbarca a Marsala, vince a Calatafimi, vince a Palermo, vince a Milazzo, passa lo stretto, s'impadronisce di Reggio, trasvola come un fulmine, spazzando dinanzi a sè ogni resistenza, da Reggio a Salerno, entra trionfante in Napoli sotto la minaccia dei forti non espugnati, sconfigge l'esercito di Francesco II al Volturno, respinge una sortita da Capua, proclama l'annessione delle due Sicilie, depone la dittatura, rifiuta ogni ricompensa, e dispare.
Da Caprera, visitata da ammiratori d'ogni popolo, va, deputato di Napoli, a Torino, a perorar la causa dei suoi volontari alla Camera, dove solleva una tempesta; ma si riconcilia col Cavour tre dì dopo, e scampato a un tentativo d'assassinio nella sua isola, rifiutato il comando dell'esercito offertogli dagli Stati Uniti, composti nell'assemblea di Genova i dissidi del partito rivoluzionario, compie un viaggio trionfale nella Lombardia, preparando in segreto un colpo di mano contro l'Austria. Fallito questo, corre a Palermo a lanciare il grido: «Roma o morte», attraversa la Sicilia, salpa da Catania, sbarca con tremila volontari in Calabria. A Aspromonte è arrestato dall'esercito regio, ferito, imprigionato, prosciolto, ricondotto al suo scoglio; dove, estrattagli la palla dal piede, ma ridotto sulle grucce, dolente ancora, promove una spedizione per la Polonia insorta; dopo di che, invitato, si reca in Inghilterra ed entra in Londra fra l'entusiasmo frenetico d'un milione di creature umane, che lo salutano come un dio. Tornato in Italia, va a predisporre all'isola d'Ischia, sotto gli auspici del re, una spedizione in oriente, per suscitare un moto contro l'Austria nella Galizia e nell'Ungheria; e il disegno va a monte; ma un altro campo di guerra lo chiama; e alla testa di trentamila volontari irrompe nel Trentino, si batte contro gli austriaci a Monte Suello, dov'è ferito di palla a una gamba, si batte a Vezza, si batte a Condino, espugna il forte d'Ampola, s'impadronisce di Monte Notta, conquista Monte Giovo, vince a Bezzecca, e non depone le armi che alle porte di Trento, dove l'armistizio lo arresta.
Tornato alla sua isola, ne riparte per fare un viaggio nel Veneto e nella Toscana, predicando una spedizione su Roma; e migliaia di volontari si movono; ma quando egli sta per varcare i confini, è arrestato, è tradotto prigioniero in Alessandria, ricondotto a Caprera, posto sotto la guardia di nove legni da guerra. Ma invano. Sfugge solo di notte, in una chiatta, alla vigilanza della squadra, raggiunge la Maddalena, approda in una barca di pescatori in Sardegna, arriva ignorato a Livorno e a Firenze, vola nello Stato romano, vince i pontifici a Monterotondo, s'impadronisce di Viterbo, di Frosinone, di Velletri, e marcia su Roma. Soverchiato a Mentana, in una battaglia accanita in cui cerca invano la morte, da pontifici e francesi riuniti, e ripassato il confine, è arrestato alla stazione di Filigne, messo di forza in un treno, portato prigioniero al Varignano, e ricondotto un'altra volta a Caprera; di dove un'altra volta fa vela per accorrere in aiuto alla Francia repubblicana, invasa dai tedeschi. E batte i tedeschi a Chatillon-sur-Seine, vince a Prenois, vince nelle fazioni di Saint-Martin e di Saint-Symphorien, difende per tre giorni Digione, strappa una bandiera al nemico a Pouilly, e glorioso di venti combattimenti, in cui non toccò una sconfitta, eletto deputato d'Algeri, pagato d'ingratitudine all'assemblea di Bordeaux, rinuncia alla deputazione e ritorna, addolorato, ma senza rancori, al suo scoglio.
Ed ora non combatterà più: la sua grande epopea di capitano è finita. Ma non quella di tribuno della patria e di apostolo universale di giustizia e di pace. Parla una parola alta e serena nella quistione formidabile che sorge con l'«Internazionale», va a Roma a caldeggiare la sua antica idea dell'incanalamento del Tevere, si pone a capo della «Lega della democrazia», va ancora una volta a Milano per la commemorazione solenne di Mentana, tuona di sdegno generoso contro l'invasione francese di Tunisi, torna per l'ultima volta nella sua amata Palermo per il festeggiamento dei Vespri, si vale ancora negli ultimi giorni di ogni ora di respiro che gli dà la malattia di cui morrà per far sentire la sua voce in pro degli oppressi d'ogni paese e predicar la speranza d'un miglior avvenire per la sua Italia e pel mondo; e finalmente, un mese prima di compiere il settantacinquesimo anno, la sera del due di giugno del 1882, rende l'anima grande all'infinito. Quanti secoli trascorreranno prima che si chiuda in un'altra vita umana una così maravigliosa istoria di lotte, d'affanni, d'ardimenti, di miracoli di prodezza, di genio e di forza, rivolti tutti a un così santo fine e coronati da una così luminosa fortuna? Oh, glorifichiamolo pure. Nessuna lode è soverchia sulla sua tomba. Dante gli avrebbe dedicato un canto, Michelangelo una statua, Galileo una stella.
E ora che altro si può dire, se non quello che tutti sanno: che il merito supremo di Garibaldi fu di aver reso popolare il movimento italiano? E diciamolo pure, poichè è una di quelle verità che il consenso comune appunto rende sempre grato il ripetere. Togliamo col pensiero Garibaldi dalla storia della nostra rivoluzione. Non si può giudicare storicamente impossibile che la liberazione e l'unificazione d'Italia si compissero senza il concorso dell'opera sua. Noi possiamo supporre l'esercito dei Borboni vinto e disperso in tre grandi battaglie successive dall'esercito di Vittorio Emanuele, sceso dalle Marche, o l'insurrezione di Sicilia vincitrice, qualche anno più tardi, con l'aiuto di quella stessa brigata Reggio che Garibaldi aveva chiesto al re, comandata da un generale dell'esercito, e sbarcata a Marsala dalla regia flotta. Ma che immenso vuoto non ci ritroveremmo dinanzi! Possiamo raffigurarci Napoli senza il Vesuvio e Venezia senza San Marco? Il popolo italiano sarebbe ugualmente redento e uno; ma quasi ci pare che sarebbe un altro popolo; poichè nè Vittorio Emanuele, nè il Cavour, nè il Mazzini avrebbero potuto destargli nell'animo la fiamma per cui la nostra rivoluzione divampò davanti al mondo come un incendio. E in fatti: il Mazzini era un apostolo, non potente che per la forza della parola, la quale nè a tutti giunge, nè da tutti è intesa, ed ha effetti sparsi e lenti; oltrechè al Mazzini mancò la virtù abbagliante della fortuna. Il Cavour era un grande uomo di Stato; ma solitario e quasi invisibile al popolo nella sua altezza; nè la natura del suo genio nè quella della sua opera eran tali da essere pienamente comprese e da poter suscitare l'entusiasmo delle moltitudini lontane dal campo in cui egli operava. Vittorio Emanuele era un re popolare e guerriero; ma non era figlio del popolo; e la sua forza, la sua azione era così complessa e commista con quella del suo governo, informata d'elementi così diversi, palesi ed occulti, facili e non facili a comprendersi e a valutarsi, che non potevano le plebi, in specie quelle del mezzogiorno, vedere come incarnata in lui la rivoluzione d'Italia e quasi inviscerarsi la sua gloria e sentire nel proprio sangue il suo sangue. Ora Garibaldi raccolse in sè tutto quello che a quei tre italiani insigni mancò. Ebbe la fortuna che fallì al Mazzini, l'aureola maravigliosa che non ebbe il Cavour, e quel fascino di guerriero combattente per impulso e vincente per genio e per valore proprio che non poteva avere Vittorio Emanuele; e aggiunse a tutto ciò una potenza infinita di farsi amare. Questo era necessario all'Italia. Dieci milioni d'italiani, sciogliendosi dall'odio mortale che li aveva scatenati contro la tirannia borbonica, si ritrovarono con l'immenso amore di Garibaldi nel cuore. Egli non fu soltanto una grande forza: fu l'originalità, la bellezza, la poesia della rivoluzione italiana. Egli ebbe questo grande merito in faccia alla storia, come disse in Germania un illustre apologista del conte Cavour: quello d'insegnare ai suoi contemporanei e alle future generazioni la consolante verità: «che anche in tempi grandemente civili la santa energia d'una passione primitiva è una potenza fra gli uomini».