Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma

Part 5

Chapter 5 3,770 words Public domain Markdown

Negatori della patria! Ecco un'altra accusa, contro la quale ogni fibra del nostro cuore si rivolta. Se il concetto della patria s'identifica col concetto della sua unità e della sua indipendenza, con qual coscienza si possono chiamar «negatori della patria» i socialisti, per i quali è un assioma storico la sentenza dell'Engels, uno dei loro grandi maestri: che senza la autonomia e l'unità restituite a ciascuna nazione, nè l'unione internazionale del proletariato, nè la tranquilla e intelligente cooperazione delle nazioni a un fine comune si potrebbero compiere? Avversari del concetto di patria non siamo; ma di coloro che le patrie mirano a dividere per giovarsi della loro divisione, primo impedimento necessario alla vittoria di quell'ideale comune a tutte le moltitudini proletarie, che non può essere l'ideale loro. Essi fanno una cosa sola dell'amor di patria e dell'orgoglio nazionale. E anche noi abbiamo il nostro orgoglio nazionale. Ma il nostro è di natura diversa: è un orgoglio nazionale che vorrebbe che dalla nazione non fossero costretti a esulare ogni anno, per cercare un pane straniero, duecento mila dei suoi lavoratori, mentre nella terra che essi abbandonano, capace di tutti i prodotti di tutte le terre più fertili, rimangano ancora, o per incuria dei proprietari o per mancanza d'opere di bonificamento, quasi cinque milioni di ettari di suolo incolto, e altri dodici milioni che potrebbero fruttare il doppio di quanto fruttano. È un orgoglio nazionale il nostro, il quale vorrebbe che fossero purgate della malaria la metà almeno delle nostre provincie, che fosse tolta alla patria la vergogna lacrimevole dei suoi centomila pellagrosi, che il nostro paese non fosse fra gli ultimi d'Europa sulla via della legislazione sociale, che vi fossero sacri e inviolabili i diritti politici conquistati coi sacrifizi e col sangue di tutti, che per vane ambizioni di grandezza, calpestando i principii in nome dei quali siamo risorti, non si sperperassero a migliaia di miglia dai suoi confini le carni e le ossa dei suoi figliuoli. Coloro che, sentendo nel più profondo dell'anima la pietà di queste miserie e lo sdegno di queste vergogne, combattono con tutte le loro forze perchè le une e le altre abbiano fine, e credono che dinanzi all'orgoglio patriottico debba andare la carità fraterna, no, costoro non rinnegano la patria, costoro sono i soli che l'amino e la servano sapientemente. L'immagine della patria, per essi, è una madre amorosa, equanime con tutti i suoi figli, non ambiziosa che della loro prosperità e del loro affetto, e della fama di onesta, di civile e di benefica; non un'amazzone gonfia di boria, stoltamente fastosa in pubblico e crudelmente pitocca in casa, che si benda gli occhi con la bandiera e cerca la gloria nel sangue.

Un'altra accusa è di eccitare all'odio una classe sociale contro l'altra. Ebbene, no, non lo credete, non è vero. Certo, in ogni grande famiglia di propagatori d'un'idea, anche delle più sante idee, vi sono i violenti di natura, a cui nessuna considerazione del comune interesse, nessun consiglio dei compagni di fede può moderar la parola. Vi sono gl'immoderati anche nel partito moderato, vi sono i provocatori anche fra i predicatori del Vangelo, vi furono i violenti anche fra i Santi. E noi non neghiamo, d'altra parte, che dinanzi a certi abusi mostruosi del potere e della fede pubblica, e quando vediamo all'oppressione dei deboli aggiungersi l'inganno e la derisione, ci prorompono dall'animo parole amare e iraconde. Nè di questo noi ci scusiamo. Ma accusarci d'istigare all'odio, solitamente e per proposito, una classe contro l'altra, è un assurdo, è accusarci d'operare coscientemente contro gl'interessi della nostra causa. Il detto che «la miseria nasce non dalla malvagità dei capitalisti, ma dal vizioso ordinamento della società» sta scritto in fronte, come una parola d'ordine, al più antico e più popolare dei giornali socialisti d'Italia.--«Se voi foste al posto dei vostri padroni, fareste com'essi fanno, perchè non potreste fare in altro modo» è la frase più sovente ripetuta da chi fa propaganda della nostra idea, appunto per persuadere i lavoratori che il rimedio ai mali non è da attendersi dagli individui, perchè questi non vi potrebbero porre rimedio neanche se avessero tutti le intenzioni più generose. E come sarebbe altrimenti? Noi miriamo a conquistar la coscienza e la volontà del gran numero per via della persuasione, e a render atti gli uni a persuader gli altri. È dunque nostro interesse di spegnere, non di attizzare gli odî sociali; perchè se in cuore all'uomo incolto noi suscitiamo l'odio, gli oscuriamo l'intelligenza, ossia lo distogliamo dalla riflessione, e ritardiamo il progresso del suo pensiero, senza del quale è vano lo sperare di farne un proselito utile e sicuro; e perchè la passione si spegne con la stessa facilità con cui s'accende, o consumando sè stessa o estinguendosi per effetto d'un conseguito miglioramento delle condizioni individuali; e perchè essa è un costante pericolo per tutti, spingendo l'individuo ad avventatezze, di cui su tutti ricade la colpa. No, noi non vogliamo far dei violenti: questi sono la nostra debolezza, non la nostra forza; noi vogliamo far dei convinti, dei risoluti, dei tenaci. No, noi non siamo seminatori d'odio, noi che portiamo fra gli uomini la parola della fratellanza e della pace. La nostra forza non è l'odio nè l'ira; la nostra forza è la ragione, la volontà, la fede, l'entusiasmo, l'amore.

--Nemici della proprietà--siamo anche chiamati, e questa definizione, così nuda e assoluta, è piena d'astuzia, perchè include, senza esprimerla, una vaga accusa di meditato latrocinio universale. Ma esprime falsamente il nostro concetto perchè sostituisce l'idea di «soppressione» a quella di «trasformazione» d'un istituto che si modificò variamente nel corso dei tempi, e che è per natura sua soggetto a trasformarsi secondo le condizioni e i bisogni della società che l'ha fondato. È una definizione falsa perchè nega tacitamente il carattere di proprietà alla forma collettiva, che fu la prima forma di proprietà del consorzio sociale, e di cui sussistono e si riproducono mille esempi parziali anche nei tempi presenti. È una definizione falsa perchè estende il nostro concetto della proprietà collettiva dai grandi mezzi di produzione a tutti gli altri oggetti di proprietà, che sono naturalmente esclusi dal collettivismo; il quale non impedisce nè il risparmio, nè l'accumulamento, nè la trasmissione del risparmio, nè il possesso, nè la trasmissione di tutto quanto non serva a produrre ricchezza. È ancora una definizione ingiusta perchè esclude l'idea della presa di possesso mediante un equo risarcimento; ammesso il quale, essa non riesce una violenza più che tale non sia l'attuale espropriazione legale per fini d'utilità pubblica; e perchè tace che l'appropriazione collettiva, come nel campo della proprietà industriale, per esempio, così in altri campi, non si opererebbe che in quei rami di produzione in cui la concentrazione dei capitali ha già distrutto la piccola proprietà fondata sul lavoro; e anche perchè è in contraddizione formale con la ragione prima del collettivismo, fondato appunto sul concetto «conservatore» che la proprietà è indispensabile al pieno e compiuto svolgimento della personalità umana; svolgimento che è possibile soltanto in una società in cui posseggano tutti una parte del bene comune, e che non è possibile se non a pochissimi nella società attuale, dove nove decimi della popolazione nulla possiedono, nè sperano, nè quasi possono sperare di mai possedere. È una definizione insidiosa, infine, e un'accusa che ci offende perchè tende a convertire nell'animo di chi possiede l'idea d'una lontana, legale e necessaria trasformazione della proprietà in quella d'un imminente pericolo di spogliazione tumultuaria. E ripetiamo che è una definizione astuta perchè con questo terrore d'una grande ladreria collettiva, che si potrebbe commetter domani, storna l'attenzione pubblica dalle grandi ladrerie individuali, che si commettono oggi.

Anche «nemici della famiglia» sono chiamati i socialisti. E in questo, come in altri argomenti, si vuol considerare come articolo del nostro programma un'idea di pochi o di molti, contro la quale ogni socialista, che non l'accetti, si può ribellare con ogni sua forza senza cessar perciò d'esser socialista; un'idea che non è propria del socialismo, poichè, per non citare che un solo esempio, è il nostro avversario più formidabile quell'Erberto Spencer, il quale dice che verrà tempo che l'unione per l'affetto sarà considerata come più importante di quella per la legge, e saran fatte segno alla riprovazione pubblica quelle unioni coniugali in cui il legame dell'affetto sarà spezzato. Con questa espressione corrente: vogliono abolir la famiglia, l'idea socialista è snaturata e capovolta. No, non è voler «abolire la famiglia» il vituperare il matrimonio mercantile per cui s'avviliscono le anime e degenera la razza; il voler il matrimonio «fondato sulla spontanea scelta affettiva e sopra una libertà limitata dal dovere morale rispetto al coniuge e dal dovere positivo rispetto ai figliuoli»; il voler fatta alla donna nella famiglia una più equa condizione legale; il volere un più efficace intervento sociale nella famiglia stessa per assicurare lo svolgimento integrale e l'educazione del fanciullo; lo sperare, infine, che venga un tempo in cui il sentimento della dignità propria, il rispetto della dignità altrui e un'alta coscienza del dovere possano costituire nei matrimoni e nella famiglia vincoli e garanzie anche più forti di quelle che esige e assicura la società presente. O come saranno nemici della famiglia quelli che più strenuamente combattono lo sfruttamento industriale della donna, appunto perchè alla famiglia è funesto? quelli che più ardentemente propugnano la redenzione del fanciullo dal lavoro precoce, appunto perchè alla famiglia non sia strappato e nella promiscuità con gli adulti corrotto? quelli che più altamente invocano sollievi e rimedi alla grande piaga della miseria, appunto perchè la miseria corrode gli affetti domestici, avvelena l'infanzia, dissolve la famiglia? Domandate se vogliono abolir la famiglia a quei buoni lavoratori che per soccorrer la moglie e i bambini del compagno cacciato in carcere per reato di pensiero smungono senza rammarico la loro povera borsa; domandate se vuole abolir la famiglia a quell'onesto operaio che affronta lietamente pericoli e sacrifici per la nostra Idea, non con la fede di migliorare la propria sorte, ma con la sola vaga speranza di preparare al suo sangue un avvenire migliore! Andate a domandare a quella povera madre rediviva, che soffocò contro il suo seno il grido di gioia e d'amore di Garibaldi Bosco liberato, andatele a domandare se il suo figliuolo adorato vuole «abolir la famiglia!»

Vogliono distruggere la religione,--dicono ancora. E in qual programma del partito socialista di qualsiasi paese s'è mai trovato iscritto questo proposito? O meglio: in qual programma socialista non è detto esplicitamente che per il socialismo la religione è «un affar privato» ossia un affar di coscienza, in cui la comunità non ha diritto d'intervenire? E sarà il partito, che vuole una libertà assoluta di pensiero, quello che vorrà sopprimere la libertà della fede? Sarà il partito che dice a tutti gli infelici:--Sperate!--quello che vorrà segnare un confine alla speranza umana? No, in questo, come in altri argomenti, si scambiano opinioni individuali con un articolo di dottrina. A me, come ad ogni altro socialista fermamente credente nella dottrina economica e politica del socialismo, tutti i socialisti della terra raccolti insieme non potranno mai far dire che non credo in Dio, se ci credo, nè impedire di far propaganda, in mezzo a loro stessi, della mia fede. No, le ragioni del dubbio e le ispirazioni della fede stanno al di fuori d'ogni sistema di idee politiche e sociali; la speranza in una vita immortale sta al di sopra d'ogni concetto che si possa avere dei destini terreni dell'umanità, come il mistero della creazione sta al di sopra della scienza; e n'è una prova che in tutti i partiti politici, in tutti gli ordini della scienza, in tutti i cerchi della società si trovano credenti ed increduli. No, buone madri, non siamo noi che vorremo mai soffocare nel cuor vostro quella fede in cui noi stessi siamo nati e cresciuti. Noi diciamo invece a ciascuna di voi:--Educa alla tua fede il tuo fanciullo, infondigli nel cuore la tua santa speranza, fagli giunger le mani davanti all'immagine di colui che è morto per l'ideale della giustizia, della pace e dell'uguaglianza fra gli uomini. Ma insegnagli pure--soggiungiamo subito--che è falsa religione quella che non è accompagnata da una operosa pietà della miseria e da un amore intrepido della giustizia, e che se nello spirito del credente entra la persuasione che un nuovo ordinamento sociale possa prevenir la povertà, attenuare i dolori, scemare gli odî, le violenze e i delitti, che funestano e disonorano l'ordinamento presente, è empio, è assurdo il credere che Iddio gli vieti di prepararlo e di affrettarlo con la parola e con l'opera, e possa dirgli un giorno:--Tu fosti buono, pietoso e generoso; ma fosti socialista, e io ti danno.--E ditegli ancora che il buon Dio non può amare il credente che, in mezzo a tanti bisogni e conflitti umani, incrocia le mani oziose, fissando gli occhi nel cielo per non vedere la terra; ditegli ch'Egli dice a costui: Disgiungi quelle mani inerti: stendine una a soccorrere gli oppressi ed arma l'altra per combattere chi opprime; il grido di giubilo dei consolati e dei redenti è la miglior preghiera che possa far salire a me l'anima tua.

Ci si può dire:--Codesta è la vostra difesa, e noi sospettiamo che sia piena di concessioni e di cautele. Ciò che vorremmo conoscere è quello che voi dite nella vostra propaganda individuale, e che forse non ripetete a noi, in un giorno come questo.--Ebbene, e noi vi chiamiamo ad analizzare il sottile veleno che distilliamo nella propaganda d'ogni giorno, e non quello soltanto che riserbiamo al lavoratore, ma anche quello che tentiamo di versare nell'animo di gente d'ogni classe, d'ogni età e d'ogni stato sociale; poichè non ci rivolgiamo soltanto ai più facili a conquistarsi per insufficienza di cultura o per predisposizioni di interessi individuali; ma anche a quelli che son più difficili e per ragioni di cultura e per ragioni d'interesse.

Noi diciamo al lavoratore:--Bada: a questo grande movimento sociale che si svolge in tuo favore non basta che tu assista con animo favorevole; tu lo devi aiutare. Il primo impulso alla redenzione del lavoro deve venire da te. Se vuoi che il mondo ti saluti devi portar alta la fronte; ma per portar alta la fronte bisogna levar l'animo in alto. Se vuoi entrar nell'esercito della nuova Idea, devi sacrificare a questa una parte del tuo riposo e della tua pace; devi compiere con più caldo zelo i tuoi doveri di operaio, ma resistere a chi vuol soggiogare la tua coscienza di cittadino; devi soffocare sotto la disciplina del partito rancori e gelosie; fare uno sforzo intellettuale faticoso per appropriarti gli argomenti ed acquistar la parola con cui si giustificano e si dimostrano appagabili le tue aspirazioni; devi imparare, migliorarti, dare esempio di dignità di vita, di equità, di bontà d'animo, non soltanto in cospetto alle classi superiori, ma fra i tuoi compagni e nella tua famiglia; devi fare quanto è in poter tuo per far rispettare ed amare in te la santa bandiera a cui consacri il cuore e affidi il tuo diritto e la tua speranza.

Diciamo alla moglie del lavoratore:--Non trattenere tuo marito, per vane paure, dal venire con noi, se la coscienza lo muove. Raccomandagli la prudenza, ma non gli consigliare la viltà. Sono innumerevoli donne paurose come te che in tutti i tempi ritardarono il cammino delle idee più grandi e benefiche. Non temere; non in mezzo a noi egli troverà gli amici scioperati che lo possono traviare: non siamo noi, povera donna, che vorremmo strapparlo al tuo cuore. Rinunzia a qualche ora della sua compagnia e lascia ch'ei venga; egli tornerà a te più contento per la coscienza d'un dovere compiuto, e con la mente rischiarata di nuove idee, e anche col cuore meglio disposto all'affetto, perchè nella compagnia che tu temi gli si apre lo spirito alla vita del pensiero, gli s'insegna il rispetto della donna, gli s'inspira l'amore pei deboli e la pietà per tutti i dolori umani. Non contrastarlo, perchè gli turberesti l'animo senza farlo più tuo; fa ch'egli si confidi con te, accogli le sue speranze, sostieni la sua fede, e una nuova forza stringerà insieme le anime vostre, e tu sarai una seconda volta sua sposa.

Diciamo alla madre del giovane studente:--Perchè t'affanni per il tuo figliuolo, come se la via per cui s'è messo con noi fosse la via della perdizione? Se tu gli leggessi dentro all'animo, saresti lieta e altera del tesoro ch'egli vi chiude. Il sentimento che lo muove è quello stesso che spinge te a metter l'obolo della carità nella mano del vecchio e del fanciullo abbandonato: è lo stesso sentimento ingrandito, esteso a milioni di creature umane, illuminato dalla speranza di bandire dalla società tutte quelle miserie e quei mali da cui sei commossa tu pure: ma soltanto quando li vedi personificati in un infelice che mendica. Vedi: il suo ingegno e i suoi studi, prima che utili a lui, sono già utili agli altri. Nella lotta che combatte con noi egli matura precocemente il suo senno, innalza il suo carattere, fortifica le sue facoltà. Lascia che vada fra i lavoratori, dove acquista un concetto austero della vita, e si spoglia del suo egoismo di classe, e impara il rispetto della povertà e del lavoro. Lascia che mescoli il suo soprabito signorile con quelle rozze giacchette, sotto a cui battono dei cuori che lo amano. Non gli contrastare il passo quando va a cercarle; bacialo in fronte e digli:--Va.--È la voce del tuo buon Dio che lo chiama.

Diciamo al modesto borghese, sia egli un piccolo proprietario di terre, oppresse dall'imposta e destinate a ingrandire prima o poi il latifondo, o un piccolo industriale, ogni giorno più impotente a sostener la concorrenza della grande industria, o un piccolo commerciante, condannato a cader vittima presto o tardi dell'accentramento dei commerci, diciamo a ciascuno di costoro che, per un'ambizione scusabile nella società presente, avviano con grandi sacrifici i loro figliuoli alle professioni liberali:--O tu, che ti dichiari nostro nemico, considera un lato solo della grande quistione: vedi se, perdurando questo furore d'innalzarsi nella gerarchla sociale,--effetto delle troppo dure condizioni materiali e morali della vita del lavoratore,--vedi se i figli dei tuoi figli non si troveranno ridotti a lottare con una concorrenza così formidabile, da render la lotta disperata. Vedi se per prevenire questo danno ci sia altro modo che quello di stabilire l'equilibrio fra i due fattori, intellettuale e meccanico, della produzione sociale, mettendo il lavoro propriamente detto in tali condizioni da non esser più sfuggito da quanti possono come un castigo di Dio; ciò che è il primo intento del socialismo. Vedi se, non giungendo a questo, la società non sia condannata a morire d'una pletora di laureati famelici e di spostati rabbiosi. Fa tacere per poco la tua ambizione, fissa lo sguardo nell'avvenire e ti persuaderai che, pure avendo l'aspetto di tuoi nemici, siamo veri amici dei tuoi figli e dei figli loro.

Diciamo allo scienziato e all'artista:--Come puoi tu, uomo di scienza, sospettar nemica tua una dottrina che sopra una fede illimitata nel progresso della scienza in larga parte si fonda, che dal perfezionamento della macchina, dalla prevalenza dell'agricoltura razionale, dallo sfruttamento scientifico di tutte le forze della natura attende ad un tempo e una diminuzione dello sforzo umano e una raddoppiata produzione? Come puoi tu, scrittore e artista, temere il trionfo d'una dottrina che vuole estendere a tutti, nella maggior misura possibile, i godimenti dello spirito, e centuplicare con questo il numero degli uomini atti a comprendere l'opera tua? E se la società futura chiedesse a te, scienziato, il sacrifizio di volgere la tua scienza a fini più direttamente umani, e a te, artista, quello di scendere più spesso dall'altezza del tuo lavoro libero all'ufficio di educatore delle moltitudini, come non vi parrebbe dolce un tal sacrifizio, ricompensato da una tanto più diffusa ammirazione e più vasta gratitudine? E come non sentite che un più alto dovere di generosità e di sacrifizio è imposto ai privilegiati dell'intelletto, a coloro che portano sulla fronte dalla nascita questo segno luminoso della predilezione del destino?

Diciamo all'umanitario, al filantropo:--O tu che combatti l'opera nostra, perchè credi la carità sufficiente a risolver la gran quistione che affanna il mondo, disingannati in faccia all'evidenza dei fatti, e vieni con noi. No, non si scioglie la quistione con la beneficenza. Non si feconda una vasta terra portandovi l'acqua ad orciòli; ma spandendovi per una rete di larghi canali l'onda inesauribile della montagna. La tua carità non può nulla per i milioni d'uomini a cui è intercettata legalmente, per forza delle cose, una troppo gran parte dei frutti del loro lavoro; è impotente davanti al grande fatto della disoccupazione, prodotto dalle crisi disastrose, che derivano dall'anarchia della produzione; e può far meno ancora per quella grande moltitudine lavoratrice, alla quale il pane non manca, ma che domanda una diminuzione di fatica, un'educazione civile, un posto più onorato nel mondo, a cui non ha meno diritto che al pane. No, i rimedi che ti consiglia il cuore non bastano; occorre che tu dia l'opera della tua ragione. Vieni con noi, poichè il tuo cuore è buono; e senza lasciare l'opera della carità, domanda con noi la giustizia; solleva i miseri, ma lavora tu pure a sradicar la miseria; conforta i vinti, ma aiutaci a preparare una società, in cui, per quanto lo concedono la natura e la fortuna, non ci siano più nè vinti nè vincitori.

Diciamo al ricco:--Se ti dice la ragione che è giusta la nostra causa, e ti trattiene dall'abbracciarla il timore di affrettare per te e pei tuoi figli la perdita della ricchezza, tu vivi in un inganno. Proseguendo così le cose, non sarà il socialismo che ti toglierà il tuo bene; saranno le catastrofi politiche e finanziarie a cui conducono inevitabilmente il militarismo, la guerra, il debito, il disordine, inseparabili dall'ordinamento sociale che difendi. La caduta lontana della tua fortuna non sarà effetto della dottrina socialista; ma delle grandi necessità sociali e economiche da cui la dottrina è nata, e per cui si diffonde. Tu temi rivoluzioni, sconvolgimenti, rapine! Ma se è tutto questo appunto che il socialismo mira a impedire, contenendo le passioni violente che soffocano il germoglio delle idee feconde, prevenendo le rivoluzioni col sollecitar l'evoluzione, scomponendo e rifacendo l'edificio a mano a mano, perchè la società non abbia a rimanere mai sconvolta e atterrita in mezzo a un campo di macerie. Come non comprendi che questo movimento immenso tende al bene di tutti? Abbraccia la nostra causa, e combattendo per essa, tu che hai la ricchezza, darai un esempio, tu che hai l'indipendenza, sarai una forza, e ti sentirai libero dai due peggiori tormenti della tua vita, che sono la smania d'acquistare e il terrore di perdere, perchè la coscienza d'esser giusto e magnanimo varrà per te il più prezioso dei tesori, sarà la sola, vera felicità che nessun evento, nessuna forza potrà strappar dal tuo cuore.