# Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma

## Part 18

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Una voce stentorea si alza al disopra di tutte le voci e fa voltare tutte le facce:

--La cosa è chiara! L'elenco «nun ce» piace! «Nun volemo» liberali del momento, «nun volemo» liberali d'occasione....

Applausi tonanti.

--«Volemo» gente provata, patriotti schietti, che «ce se veda chiaro» nella vita loro!

Un'esplosione d'applausi.

E la voce di prima, con nuovo e formidabile sforzo:--«Nun volemo mercanti de campagna!»

Terza salva d'applausi.

--Va' a parlar tu!--Va' sul pulpito!--Fa' valere le nostre ragioni! Va'!--Presto!--Su!

Il fortunato interruttore, sollecitato e spinto da tutte le parti, chiamato dal Montecchi, eccitato dalle grida della gente lontana, si apre un varco tra la folla e si slancia verso la tribuna. Sbalzato da un suo spintone cinque o sei passi indietro, mi trovo in una corrente che move verso l'uscita, mi ci abbandono, e in pochi minuti, pesto, sudante e spossato, mi trovo fuori del Colosseo.

Ecco tutto quello ch'io vidi.

Stetti un momento là incerto tra il tornar dentro e l'andarmene, e poi presi un partito fra i due: salii sur un rialto del terreno accanto all'arco di Costantino, e come soleva dirmi il mio amico Arbib, «mi misi a fare della poesia inutile», guardando il Colosseo.--Le solite grida,--pensavo,--la solita confusione, la commedia solita delle radunanze popolari; ma che importa quello che vi si faccia e quello che vi si concluda? Sono grida di libertà, e basta perchè, a sentirle di qui e a sentirle uscire dal Colosseo, mi destino nell'anima una gioia nuova, ineffabile, superiore a tutte le gioie che mi sian mai venute finora dall'amor di patria.--Viva l'Italia--viva la libertà--viva Roma redenta--....nel Colosseo! In questo campo! In mezzo a questi archi!

E giravo l'occhio intorno come per assicurarmi del luogo dov'ero.

--....Il Bonghi dice che qui ci sentiremo piccoli. Perchè? Piccolo si sentirà chi si vorrà misurare con chi fu grande. Noi qui non veniamo a misurarci; ma ad ispirarci, ad attingere forza e coraggio, a meditare e ad ammirare. Il Colosseo!--ho inteso dire;--che vi potrà dire il Colosseo? Vi narrerà le glorie dei gladiatori e i supplizi dei cristiani? Ed io vi rispondo:--Sì....

In quel punto uscì dall'anfiteatro un altissimo evviva e un allegro suono di banda.

--Sì.... ecco che cosa mi dice il Colosseo. Mi dice che dove gli uomini schiavi si sgozzavano per ricreare un tiranno, ora convengono i cittadini a salutare l'aurora d'una vita nuova; mi dice che dove perirono sotto le scuri o in mezzo alle fiamme gli apostoli della libertà e dell'uguaglianza, ora convengono cittadini liberi ed eguali a esercitare i loro diritti e a compiere i loro doveri, coll'anima lieta e serena; e questo vi par poco? E vi par che si possa dire che il Colosseo è muto?

Un altro scoppio di grida misto a suono di trombe mi giunse all'orecchio.

E poi una voce distinta:--Viva la libertà!

--Ah!--esclamai, rivolto al Colosseo, come se mi potesse intendere;--consolati, vecchio gigante; così monco e sfracellato come ti trovi, tu non fosti mai tanto bello nè tanto grande ai tempi degl'Imperatori!

UNA MATTINATA ALL'ALBERGO.

Non so se sia stato più vivo il piacere che provai entrando in Roma il 20 settembre, o quello che ebbi la mattina dopo, svegliandomi nella cameretta dell'albergo, appena rinvenni dall'illusione solita di credermi ancora dove avevo dormito la notte prima. Appena aperti gli occhi, il mio primo pensiero fu quello che m'era venuto a Monterotondo la mattina del 20:--Dunque quest'oggi «s'attacca!»--E stetti un momento perplesso. A un tratto mi parve di sentirmi nell'orecchio una potentissima voce:--Roma!--e mi scossi da capo a piedi, e balzai d'un salto alla finestra. Apersi le imposte, e visto appena le bandiere e udito le grida del popolo, m'entrò nel cuore tanta gioia che mi diedi a ridere come un pazzo. Poi chiamai il cameriere, senza sapere perchè. Venne subito, allegro anche lui ch'era un piacere.

--Che mi comanda?

--È un romano,--dissi tra me, guardandolo;--un romano cameriere! Mi fa pena; avrà forse un lontanissimo antenato console, senatore, pontefice massimo....

--Come vi chiamate di nome di battesimo?

--Caio.

--....Caio Flaminio,--pensai,--Caio Gracco, Caio Sicinio, Caio Curzio....

--Qual'è il vostro cognome?

--Tittoni

--Caio Tittonio, andatemi a chiamare un barbiere.

--Vado subito.

--Un barbiere romano.

--Guardi che caso! Il barbiere dell'albergo è lombardo.--Non lo voglio; andate a cercarmi un barbiere «romano de Roma»; fate anche mezzo miglio, se occorre, vi ricompenserò della corsa; ma portatemi un barbiere romano.

--Sarà servito.

E se n'andò ridendo.

Non era senza perchè la mia pretensione: volevo scrutare lo spirito politico delle classi inferiori, e tutti sanno che quando s'è parlato con un barbiere si può contare d'aver parlato con mezzo mondo.

Il barbiere venne. Era un barbiere dello stampo dei nostri: un vecchietto azzimato, pulito, gaio, con le mani fredde e i rasoi cattivi.

Mentre cominciava l'operazione, io studiavo la maniera d'entrare in discorso.

Egli mi prevenne domandandomi con molta gentilezza:

--Il signore è emigrato?

--No.

--Italiano?

--Sì.

--Giornalista?

Diedi un balzo sulla seggiola e mi voltai a guardarlo negli occhi. Come mai poteva già sapere che insieme con l'esercito s'erano rovesciate su Roma le cavallette della stampa?

--Non sono giornalista.

--Dicevo, sa.... perchè ho visto il tavolino coperto di giornali e di carte.... Che gliene pare di Roma?

--È superba.

Fece un risolino modesto.

--....Noia, c'è male.... E poi, ora, è tutt'altra vita che «ce se vive»!

--Siete contento del cambiamento?

--Se sono contento? «Me pare da diventà matto, me pare». L'Italia una, per Dio.... Ora speriamo che «ce» sarà fatta giustìzia.

--Di che?

--Eh signore, «ce so» molte cose da mettere a posto a Roma.

--Me lo immagino....

--....Prima di tutto, sa che cosa dovrebbe fare Sua Maestà il re Vittorio Emanuele Secondo, appena entrato in Roma?

--Desidero di saperlo.

--Dovrebbe....--e qui stese un braccio e alzò la voce,--dovrebbe mettere a posto «li macellari», dovrebbe; che «so na razza de cani», glielo dico io, e fanno pagare tutto il doppio, e «so» screanzati che «nemmanco se ponno guardare in der grugnaccio, se ponno», capisce?

--Oh cospetto! È proprio questa la prima cosa che deve fare il re?

--Questa.... e un'altra. Fare una legge con la quale dica che d'ora in avanti è fatta facoltà «a li barbieri de» metter la bottega dove «je» pare, senza quella «prepotenza» che c'è adesso che le botteghe debbono essere a quella data distanza l'una dall'altra. Per cagion di questo, vede, a me m'è toccato di fare «er giovanaccio de bottega» cinqu'anni di più, chè il locale vicino ce l'avevo, e li baiocchi pure, ma la bottega non la potevo mettere per via di quella legge «'nfame». Accidenti ai governi dispotici e viva Vittorio Emanuele! Quant'ho benedetto sto giorno io!... E poi un'altra cosa.

--Dite.

Qui abbassò la voce e mi disse nell'orecchio:

--Dei barbieri che tengono dal Papa, qui, in Roma, ce n'è la su' parte, glielo assicuro io.

--Ebbene?

--Accopparli.

--Siete severo.

--Sì, accopparli, senza misericordia «co' sta razza de cani»; se no «er» governo italiano se ne accorgerà, stia pur sicuro.

--Speriamo che faranno la barba con la dovuta prudenza.

--Non ci speri; bisogna far man bassa.

--E altro?

--Altro.... ci son tante cose; ma dica un po', «ce» porteranno delle buone leggi, «se» spera?

--Meglio di quelle che avevate, lo crederei.

--Bene; e dica.... Sento che «ci» hanno una grande severità pei ladri, è vero?

Accennai di sì, voltandomi a guardarlo.

--È giusto.... Poi c'è la leva militare.... Eh già.... quella alle donne «sarà un po' difficile de fajela entra'».

--Lo penso anch'io.

--«Gran disciplina co' sti soldati eh»?

--Quanta n'occorre, certamente. Avrete però osservato che gli ufficiali hanno buone maniere e che i soldati son buoni ragazzi.

--Già.... e scusi, sa, se son curioso.... si parlava giusto ieri sera.... che cos'è la «ricchezza mobile»?

--La ricchezza mobile?

--Già.

--....Provate l'altro rasoio, questo mi fa male.

--Quest'altro «je» va?

--Questo mi va.... Avete visto la luminaria di ieri sera?

--La luminaria, sì.... ma che «ce» porteranno tutte «ste imposte che se dice»?

--Eh già, le imposte, vedete.... in Italia.... relativamente a quello che potrebbero essere, tenuto anche conto delle condizioni agricole e industriali del paese, e considerata la proporzione delle forze produttive in relazione con le esigenze, dirò così, che sono molte e gravi, d'una grande amministrazione.... Capirete che la finanza è finanza, i bisogni, bisogni, i doveri, doveri, e per quanto si faccia e dica dai contribuenti, è pur sempre certo che i carichi dei cittadini sono in certo qual modo, e fino ad un certo punto, regolati sui principii d'un sistema economico senza del quale s'è sempre visto che gli Stati non si reggono e tutte le proprietà pubbliche e private ne vengono a soffrire gravemente....

--È chiaro.

--Lo capite anche voi.

--Diavolo!

--Picchiano: fatemi il favore d'aprire. Entrò il calzolaio: un gobbetto coi capelli grigi e il naso a becco.

--Scusate,--dissi al barbiere,--non posso rimandarlo indietro; bisogna ch'io mi misuri un paio di stivaletti; mi spiccio in un momento.

--Faccia pure.

Gli stivaletti andavano.

--Quanto volete?--domandai.

--Diciotto lire.

--....Son carini.

--Non è vero? Paiono fatti apposta per il suo piede.

--Eh no, voglio dire che sono un po' salati. A Firenze li pago sedici.

--....A Firenze è un altro par di maniche, caro signore; qui si paga tutto più caro. Ma io non sto sul tirato. A lei ch'è italiano glieli do per diciassette.

Il barbiere fu preso da un accesso di tosse.

--Ohè, dico!--gridò il calzolaio fissandolo fieramente;--che ci avete da fare delle osservazioni voi?

--«Gnente, gnente»; dicevo che l'Italia è un bel paese.

--E io vi dico che v'impicciate negli affari vostri, che già.... noi altri.... «armanco».... agl'italiani la gola «nun je la tajamo».

--E «manco» noi «nun je stroppiamo li piedi».--Potrest'essere più educato, «me pare».

--Più educato?--(accendendosi).... Io già, se ve l'ho a dire chiara e netta, la corte agli zuavi non glie l'ho mai fatta.

--E io neppure!

--Resta a sapersi!

--Come resta a sapersi?

--«Se conoscemo».

--Sicuro che «se conoscemo».

--«Er regno» dei preti è finito.

--Me ne rallegro.

--Non «de» core.

--Più «de» voi.

--Ci ho i miei dubbi.

--Via, via,--dissi, mettendomi in mezzo,--lasciamo queste quistioni; non son giorni questi da bisticciarsi fra amici; bisogna andar tutti d'accordo, e gli uni dimenticare i torti degli altri, se ce ne sono. Stringetevi la mano subito, in presenza mia, o non do il becco d'un quattrino a nessun dei due.

Si porsero la mano, ma senza toccarsela.

--Animo, stringetevela,--dissi.

--Lui ha da dir prima viva l'Italia!--disse il barbiere.

--E io «nu je vojo dà» questa soddisfazione,--risponde l'altro.

--Animo, ditelo per far piacere a me.

--Viva.... l'Italia.

Si strinsero la mano.

Ma il calzolaio subito con un rincalzo di passione:--E io lo «so» stato sempre italiano, capite!

--Sì, sì, lo credo,--gli dissi,--vi si vede in viso, eccovi i denari, andatevene pure.

--E io non glie l'ho fatta mai la corte agli zuavi, sapete, non glie l'ho fatta mai.

--Andate, andate.

--E non è questa la maniera «de» screditar la gente....

--Via....

--E «se» rivedremo....

--Chetatevi, ve ne prego, vien gente....

Entrò la stiratora, una donnicciuola sui cinquant'anni, con un'aria di vittima, col cappellino e lo scialle messi per traverso: il calzolaio si fermò sull'uscio.

--È lei, signore,--mi domandò la donna con voce tremante,--che mi ha da dar della biancheria?

--Io; ma bisogna che me la riportiate domani.

--Si farà.... quello.... che.... si.... potrà.

--Che cos'avete?

La stiratora scoppiò in pianto.

--Che v'è accaduto?--domandai, avvicinandomele.

--Ah! signore.... mio fratello e mio cognato....

--Son morti?

--No.... sono impiegati alla Revisione.

--Ebbene?

--....Li mandano via.

--Chi?

--Gl'Italiani.

--Ma, che! Rimarranno nel loro impiego, statene sicura; il governo italiano non toglierà il pane a nessuno; datevi pace, buona donna.

--Ah! no.... no.... è inutile.... glielo hanno già detto....

E un altro scoppio di pianto.

--L'avranno voluto loro,--esce a dire il calzolaio,--e se lo son meritati.

--Che cosa?--domanda sdegnosamente la donna, sollevando il viso bagnato di lacrime.

--«Ah! credete che nun se sappia er perchè? Ci avemo er nostro giuramento (giungendo le mani e modulando la voce); no se pole, ci avemo er nostro giuramento de mantenecce fedeli ar Papa»!

--Non è vero!

--Andiamo via, chè «so» i soliti mezzi «de» cercar gl'impieghi....

--«Eh, stateve zitto»,--gli ribatte il barbiere,--«nun me» state a far tanto l'italiano «co' sta» povera donna, che tanto ve se vede sotto la coda!

--A chi?

--A voi!

--Ve do questa scarpa sulla faccia!

--Finitela, via.

--E io «ve faccio attastà sto» rasoio.

--Fuori di casa tutti quanti!

--Ma dica lei che è emigrato....

--Non sono emigrato.

--Senta lei che è giornalista....

--Non sono giornalista; lasciatemi stare, uscite subito tutti di qui, sono stanco dei vostri piati, andate a gridar in piazza e non mi seccate più in casa mia!

Ciò dicendo li spingo l'un dopo l'altro verso l'uscio, ed escono vociando tutti insieme fin giù per le scale.

--«Er regno de preti è finito»!--Non è la maniera «de» metter la gente in mala vista dei forestieri!--Non è vero.... il giuramento.... si resta senza pane....--È finito!--Ci rivedremo!--Giù le code!--Non è vero!

--Andate! Andate, che il diavolo vi porti!

E chiusa in furia la porta mi gettai sul seggiolone esclamando:--Pace! Pace,

O esacerbati spiriti fraterni!

Ah, buon Dio! Anche il 20 Settembre, visto dietro le quinte....

RICORDI DELLE CATACOMBE

(Venticinque anni dopo).

Ci andava innanzi lentamente, portando un cerino acceso e strascicando i sandali, un piccolo frate tarchiato, che in alcuni punti teneva quasi con le spalle tutta la larghezza del corridoio, e ci copriva con la sua ombra.

È violenta e triste la prima impressione che si risente discendendo dalla grande Roma piena di luce e di vita in quel freddo cimitero sotterraneo, dove sulla morte è anche ora passata la devastazione, e dove si vedon congiunti tutti i più tetri aspetti d'una cava, d'una grotta e d'una carcere. E si va innanzi a malincuore, nell'odore umido della terra, diffidando del suolo ineguale, e pensando con inquietudine che, se il frate sparisse, si perderebbe la lena alla corsa, e forse il lume della ragione, prima di ritrovare l'uscita. Ma, a poco a poco, quel labirinto di anditi angusti, quelle fughe di buche sepolcrali nereggianti nelle pareti come grandi bocche semiaperte, quei piccoli vani per gli uffizi del culto, dove i fedeli stavan raggruppati e stretti, come quando aspettavan nei circhi l'irruzione delle belve, attirano e soggiogano tutti i vostri pensieri. Se vi resta ancora un pensiero profano, cede anche questo alla vista della prima ampolla incastrata nel tufo, nella quale siete spinti a cercare le tracce del sangue che vi fu racchiuso, e quasi un ultimo fremito della vita che fuggì con esso dalle vene del martire, o svanisce alla prima lettura di una di quelle iscrizioni semplici e rozze: «Pax tecum», con accanto un nome di battesimo, che non vi par di leggere, ma d'udir profferire intorno a voi dalla voce sommessa di chi ha amato e sepolto chi lo portava. Il frate si soffermava a quando a quando per rischiarare la cripta di una famiglia, di cui è scomparso ogni avanzo, o nomi di pellegrini d'altri secoli incisi nelle pietre, o una grata sottile, dietro la quale, fra poche ossa biancheggianti, ci fissavano due occhiaie profonde, con quello sguardo immobile da mille e ottocento anni, che par che aspetti con fede invincibile l'adempimento d'una promessa. Ma più che altro ci arrestavamo a quelle buche mortuarie dei bambini, così strette, da parere che neanche un piccolo cadavere potesse entrarvi, se non spinto dentro a forza come un corpo ancora vivente e ribelle alla sepoltura. Ah, lì pure sono i bambini quelli che vi prendono al cuore, quei poveri piccoli cristiani messi a dormire l'un sull'altro, ammucchiati, quasi schiacciati, oppressi anche nella morte dalla terra, come eran stati nella vita dal terrore, e così lontani dalla luce del giorno e dal verde dei campi, rimpiattati, più che sepolti, come carne maledetta. E col sorgere della pietà vi cade ogni ribrezzo del luogo: una curiosità grave e reverente vi spinge innanzi per quel labirinto tenebroso; voi cercate con gli occhi gli epitaffi e i sepolcri come se non tutti vi dovessero essere ignoti; sentite a poco a poco come una stretta del vincolo che v'unisce ai morti che là riposarono, e il nome che essi ebbero comune con voi vi risuona nell'animo con un novo suono, dolce e solenne; vi guida sotto a quelle vôlte, infine, quasi un ricordo lontano di ricordi lontani, soavi e misteriosi, che vi passan per la mente affollati, senza forma di parola, come una melodia appena intesa. Quanto vi par lontana la capitale d'Italia! Ma più lontane di ogni cosa, quasi monumenti e mostre d'un'altra religione, le superbe basiliche dorate e le sfarzose carrozze pontificali, che avete visto poc'anzi, lassù, in quel mondo dove splende il sole.

*

Si discese a un altro piano di gallerie, e si riprese a andare, nell'ombra del frate. Il lumicino rischiarava di sfuggita anditi laterali, dove entra a stento una persona, e che svoltano nell'oscurità a pochi passi dall'imboccatura, altri anditi riempiti da frane di sabbia, ed altri incominciati a scavare, e lasciati lì; i quali s'allacciano forse a una rete di sotterranei più vasta. Si passa sotto a vôlte che vi fanno curvare la fronte; si discende per brevi tratti, come verso l'orlo d'un precipizio; poi si risale lentamente, si torna a discendere, si svolta e si risvolta, e par di tornare sui proprii passi e di riconoscere crocicchi, cubiculi, sfondi già visti; quando in realtà si procede. A volte, il suono dei vostri passi v'illude: vi par di sentir camminare altra gente davanti e dietro di voi, dei passi che s'avvicinano e s'allontanano, nei corridoi accanto, al piano di sopra, al piano di sotto, come di gente sorpresa che si sparpagli da tutte le parti, in punta di piedi. In altri momenti, quando il frate svolta un breve tratto prima di voi e rimane per poco invisibile, il fruscìo della sua tonaca e dei suoi sandali non vi par più il suo; suona come se invece d'andar oltre, si riavvicinasse, e vi balena alla fantasia un incontro miracoloso, l'apparizione di uno spettro di quella necropoli che v'aspetti alla svoltata, immobile e muto, e vi chiude il passo come a un miscredente sacrilego. E allora continuate a sognare, e vedete passar vagamente, lungo le pareti nere, al chiarore danzante della fiammella, uomini pallidi e austeri, capi curvati, visi estatici, occhi accesi di pianto e di speranza, che si fissano nei vostri con un'espressione di bontà ineffabile, gruppi furtivi di gente povera e umile, una confusione silenziosa di fanciulle, di vecchi, di servi, di gladiatori, di coloni, di patrizi, che vanno a passo lento, con le lampade d'argilla a la mano, e dileguano per gli ambulacri, come ombre; e pei lunghi anditi vi giungono all'orecchio salmodie di una dolcezza infinita, e dalle porte dei cubiculi singhiozzi di madri che adagian nella fossa i corpicini, dicendo con accento di sovrumana certezza:--Ti rivedrò! Aspettami in pace, figlio mio!--e sentite alle spalle i passi gravi e gli aneliti dei fedeli che portano i corpi lacerati dalle fiere, stillanti di sangue. Come dovevano amarsi! E come dovevano amare il loro Dio vilipeso, beffato, effigiato sui muri con un capo animalesco, pendente da un patibolo infame, quelli che davan la carne al fuoco e ai flagelli piuttosto di dire che non l'amavano! E intorno alle immagini loro si dilata e si rischiara al vostro pensiero quel labirinto funereo che vide tanti addii supremi, tanta rassegnazione, tanto dolore, tanto coraggio; sentite nella stessa riverenza amorosa, che la memoria di quei morti v'ispira, d'esser loro eredi e loro figli; ma con un senso acuto di rammarico,--col rammarico di non poter dare al servigio della vostra fede il santo amore della povertà e l'eroico disprezzo della vita con cui essi professarono la propria. L'immaginazione, frattanto, vi fa un singolare inganno in quel pellegrinaggio: il vostro pensiero, di là sotto, non risale già alla Roma attuale; quella che __sentite__ sul vostro capo è l'antica; sentite e pensate come se, risalendo all'aria aperta, vi doveste ritrovare fra gli splendori e gli orrori del regno dei Cesari; e quando vi s'affaccia improvvisa l'immagine dell'aula di Montecitorio, che avete fissato di visitar tra un'ora coi vostri compagni di viaggio, vi produce un senso così vivo di stupore, che del vostro stupore medesimo rimanete maravigliati, come d'un caso non mai provato di «doppia coscienza».

Si discende ancora a un altro piano, e da questo a un altro, in un'aria che vi par sempre più fredda, in un buio che vi par sempre più denso, in un nuovo labirinto di gallerie strettissime, che discendono e risalgono, e s'aprono in bivii e in crocicchi, e s'allargano in ambulacri e in oratori, fiancheggiate di loculi, di bisomi, di cripte, dove al raggio del lumicino vi appaiono altre ampolle di sangue, altri nomi di morbi, altri ossami ammucchiati, e altri occhi di teschi che vi fissano, con quello sguardo profondo che domanda ed aspetta. In alcuni punti i corridoi si restringono, le vôlte s'abbassano, tutti i vani s'impiccoliscono, e par che la terra stia per chiudersi su di voi da ogni parte e seppellirvi vivente; e allora vi prende un senso d'oppressione, e quasi un brivido di sgomento al pensiero di tutta quella solitudine oscura, di tutti quei cimiteri che vaneggiano l'un sull'altro al disopra del vostro capo, di tutti quegli anditi intricati, di tutte quelle fughe di sepolcri, di tutte quelle ombre informi che avete visto allungarsi sulle pareti, di tutti quei passi misteriosi che v'è parso d'udire, di tutte quelle occhiaie vuote che v'hanno guardato. Ma basta anche allora il nome di una fanciulla sconosciuta, con una rozza palma disegnata accanto, e quella semplice aggiunta:--Martire--scolpita a caratteri ineguali nel sasso, a rimettervi nello stato d'animo di poco prima, a ridestarvi tutto quanto di più dolce e di più luminoso avete sentito e sognato nei giorni più puri della fanciullezza davanti alla immagine grande e candida di Cristo. La vostra mente trascorre da quella in cui v'aggirate alle altre necropoli,--alle altre quaranta già dissepolte,--a quelle innumerevoli non ancora esplorate,--spazia per tutta la distesa e a tutte le profondità della enorme città sotterranea che ospitò milioni di morti e abbracciò la cinta di Roma, e sentite la potenza prodigiosa del soffio che di là sotto ha sollevato il mondo, e vi conforta un nuovo e grande pensiero.--Sì, v'è ancora nel mondo un amore immenso e una immensa speranza, nata da quella che raggiò nelle catacombe; la forza maravigliosa che si sprigionò da queste tenebre non è morta negli uomini: essa è solamente sparsa, o inconscia di sè, o compressa; ma si raccoglierà, e saprà, e si espanderà vittoriosa un'altra volta sulla faccia della terra, e rovescierà altri idoli bugiardi, e spezzerà altre catene scellerate, e innalzerà essa pure dei monumenti che sfideranno i secoli, e inneggierà ai suoi martiri nelle lingue di tutti i popoli, e celebrerà le sue vittorie con le feste più poetiche e più solenni che possa concepire la mente umana. Sì, la storia ricomincia, e gli anatemi ai nuovi credenti lo annunziano, perchè non son che un'eco affievolita e paurosa degli oltraggi antichi. «Exitiabilis superstitio rursus erumpit».

Questo pensavo, quando un soffio di aria viva mi percosse in viso, il lumicino del frate si spense e sfolgorò il sole....

FINE.

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