Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma
Part 17
--Vi faranno più impressione del Colosseo,--ci avevano detto molti; ma noi non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n'aveva fatto una grande, e perchè l'idea, prosaica che in fin dei conti le terme erano uno «stabilimento di bagni», come si diceva scherzando, ci teneva in freno l'immaginazione.
Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi romani, quand'era proibito al genero di fare il bagno in presenza del suocero, con la licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sorgere dall'acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli spruzzare i senatori, e l'imperatore tuffarsi nella «natatoria» in mezzo ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre sui capi stillanti i «crines suppositi», e ungere le membra d'unguento.
--Le terme, signori,--dice a un tratto il cocchiere.
Una gran muraglia nera e una gran porta son tutto quello che mi ricordo della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a qualche cosa, di straordinario e di grande non resta mai distinto nella memoria. La porta s'apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo una voce che dice:--Qui v'erano le celle pei signori romani che non volevano bagnarsi in pubblico.--Non si guarda, si va innanzi altri pochi passi: ci siamo.
Guardiamo un pezzo in silenzio.
Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro dirimpetto a noi v'è una gran porta per cui si vede un altro campo. In fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che sembra chiudere l'edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e silenzioso come una città abbandonata.. Guardiamo in terra: v'è ancora in un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto ieri. In alcuni punti il terreno s'alza, in altri s'abbassa. Vicino al muro v'è un tronco di statua; accanto alla porta alcune nicchie vuote.
--Qui c'era un grandioso porticato,--dice uno. Non ve n'è più traccia, andiamo innanzi. È una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo recinto. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto, e silenzio. Oh! eccoci nel centro dell'edifizio. Di qui si capisce qualcosa. Vediamo.
Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere, scalcinate, che serpeggiano dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto veder la campagna. Vôlte alte e leggiere, somiglianti a cupole di chiese, rotte a mezzo della loro grande curva, e terminanti in punte, in lingue, in tronchi d'arco prolungati e sottili, che minacciano rovina. Qua e là enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man mano digradanti in grossezza dal basso all'alto, fino a disegnarsi nel cielo smilzi e snelli come obelischi; porte e finestre sformate, squarciate agli spigoli come dall'uscita forzata di un corpo più grande e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri; scale coi gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come dall'opera di mille mani rabbiose. E via pei muri fori d'ogni forma, e incavature larghe e cupe, di cui non si scerne il fondo, e vestigia interrotte della commessura dei piani, e tracce di porte, di nicchie, di pareti, di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a queste rovine gigantesche, larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali, coperti ancora dall'antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, le erbe e i fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il varco a traverso i pavimenti marmorei, risaluta, dopo un giro di secoli, il sole.
Si guarda e si pensa. È triste, è penoso lo sforzo che si fa per ricostrurre nella mente nostra l'intero edifizio. Quegli avanzi non bastano: sono troppo rotti e sformati. Si segue coll'occhio la curva d'un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella direzione d'un andito, e il profilo d'un pilastro ci sfugge; ci sfuggono, via via che si disegnano, le linee, e con le linee le proporzioni, e con le proporzioni l'effetto, che sarebbe immenso, del tutto. Quegli avanzi son come le note interrotte d'una musica lontana, di cui s'indovina, più che non si sente, la melodia.--Se ci fosse qualcosa di più,--si pensa;--se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci fosse questo vuoto, se là rimanesse ancora quell'atrio, quante cose se ne potrebbe argomentare e capire! Che peccato!--E più e più volte si ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove mena? Si corre con grande curiosità, si guarda: che stizza! La scala è troncata a metà. Si vede l'imboccatura d'un andito: o dove riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca l'occhio sulle vôlte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso mai ci restasse un po' di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi: nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei portici stupendi che cingevano l'edifizio centrale, nulla delle enormi colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale del centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava, là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui doveva scendere l'acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del terreno, si tien l'occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero ancora le statue, si entra nelle celle dove l'immaginazione è più raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? Nulla; ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d'aver molto guardato.
E il pensiero s'immerge nel passato.
Animo, rifacciamo queste mura e su di esse i grandi dipinti fantastici, e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i capolavori dello scalpello antico, l'Ercole, la Flora colossale, la Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila Romani in preda all'ebbrezza dei piaceri. L'aria è profumata. Cadono nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillanti di perle. Dall'acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà. Sull'orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le musiche e i canti dei cenacoli, le grida del popolo plaudente ai giuocatori risonano dalle gallerie, e s'odon le voci dei poeti che declaman i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi dell'edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli candidi, e passano, salgono, scendono, s'incontrano senatori canuti e dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si confondono in un vocìo continuo tutte le lingue ed in uno splender diffuso tutte le ricchezze del mondo.
Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po' d'erba selvatica, e silenzio.
Oh! poter rivivere un minuto quella vita, o vederla vivere un istante, con uno sguardo solo, come si vede una cosa fuggente!
Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll'avviso:--È proibito di fumare.--In luogo delle grandi piscine, la tinozza dove si sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e in cambio delle musiche dei cenacoli, il campanello per la biancheria!
Eravamo nell'ultima sala, o campo (chè non v'è più tetto), quando il silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una voce:--«Veni cà».
Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d'un muro altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella veduta che gli si offriva dintorno.
Alcuni soldati vicino a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici. Altri esperimentavano l'eco gridando dei comandi militari. Più in là v'era una signora con un ufficiale.
Salimmo anche noi dov'era il soldato. La scala è aperta, se ben mi ricordo, in un pilastro. È una scala larga e comoda; ma interminabile. Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l'ultimo; ma guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz'altezza. Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s'inalzassero man mano che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d'esser tanto saliti. Da quel punto, abbracciando con lo sguardo una gran parte dell'edifizio, potevamo formarci un concetto più adeguato della sua grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di vôlta sottilissima, che pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma fatti pochi passi, ed accortici che la vôlta mancava, si dovette tornare addietro. Si vedeva di là il monte Testaccio, i deserti «prati del popolo romano», la basilica di San Giovanni Lateranense, e la fuga sterminata degli archi d'un acquedotto a traverso la campagna romana, nuda, triste, infinita come un oceano immobile e morto....
Si scende, si torna verso l'uscita, di sala in sala, di rovina in rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono altre mura e altre porte lontane. A un tratto, voltandoci a sinistra, vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz'erba, sparso di marmi. Ci avviciniamo: son pezzi di statue. Ci son teste enormi con la fronte e con gli occhi levati in alto, che dovevano sorreggere degli architravi; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto un mucchio di teste di dèi, di soldati, d'imperatori, di vergini, tutte mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi d'ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti questi marmi lasciati così in terra, e disposti in un cert'ordine, dànno a quel luogo qualcosa dello aspetto d'un camposanto; quelle teste paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero. V'è, fra le altre cose, una manina di donna colle dita tronche e un po' di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e lontana da tutti gli altri rottami, che desta un senso di pietà, come se fosse di carne....
Uscimmo senza parlare. Tale è l'effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano: tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Ritornando in città ci parve d'entrare in un mondo nuovo. Pensavo alla strana impressione che m'aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole piemontesi e come a Giacomo Leopardi sull'«ermo colle» sovveniva a me pure
l'eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei...;
la quale un giorno sarebbe parsa ad altri altrettanto remota quanto pareva a me quella dello splendore delle Terme.
Ahimè! Che poca cosa ci paiono anche i nostri trionfi e le nostre gioie nazionali davanti a questi cimiteri di secoli!
UN'ADUNANZA POPOLARE NEL COLOSSEO.
Erano le tre dopo mezzogiorno. Il popolo romano si recava al Campidoglio per eleggere la Giunta provvisoria. Tutte le strade che conducono al Campo Vaccino erano percorse da folti drappelli di cittadini con bande musicali e bandiere. Arrivati al Campo, i drappelli si confusero in tre o quattro lunghissime colonne, e mossero insieme verso il Colosseo. Andavano a otto a otto, a dieci a dieci, allineati e stretti come soldati, levando tratto tratto altissime grida e lunghi applausi.
Le gallerie del Colosseo erano già affollate. Centinaia di fazzoletti e di bandiere sventolavano fra gli archi altissimi, e dentro suonava un gridìo continuo e diffuso come il muggito del mare in tempesta. Si vedeva una colonna dopo l'altra versarsi nel vasto recinto, e rimpicciolire subitamente come se ne sparisse per incanto una gran parte. Turbe di popolo, che tenevan tutta la strada, si vedevano ristringersi e quasi perdersi, come piccoli drappelli, in un cantuccio dell'arena. Continuamente affluiva popolo, e la folla dentro non pareva crescere. Una parte della prima galleria era piena zeppa di gente; ma così lontana, benchè solo, a mezz'altezza del muro, da non riconoscerne i visi a occhio nudo. Dalla galleria in giù, su tutti i gradini, su tutti i macigni, su tutti i rialti del terreno v'era popolo: donne, bambini, signori, poveri, tutti vestiti a festa, con nastri tricolori e coccarde. Da una parte dell'arena s'alzava un palco, e sul palco un pulpito; intorno molte grandi bandiere tenute in pugno da cittadini. Sul cielo del pulpito un gruppo di pompieri. Intorno al palco, sul tetto dei tabernacoli e sui macigni della gradinata, una fitta di gente che presentava allo sguardo una vasta e continua distesa di visi e di «sì» attaccati ai cappelli. Davanti al pulpito il grosso della folla. Da ogni parte braccia alzate di gente che si accennavano gli uni agli altri il cerchio maestoso dell'anfiteatro; sulle più alte punte dei muri gente e bandiere. Le bande suonavano, le grida andavano al cielo, un sereno purissimo e una splendida luce di sole faceano la festa più bella e più solenne.
Ecco Mattia Montecchi.
Un fragoroso applauso prorompe dalla folla e un lungo e altissimo evviva.
Il vecchio patriotta romano, accompagnato dagli amici, avvolto e nascosto quasi dalle bandiere, sale sul pulpito a capo scoperto, e preso appena fiato comincia con voce commossa:
--Popolo romano, rivendicato alla libertà e restituito per sempre alla comune patria....
S'interrompe un istante, e poi con irresistibile slancio.
--....Io ti saluto!
L'ultima sua parola muore in un singhiozzo; egli si copre gli occhi col fazzoletto e ricade sulla seggiola.
La folla manda un grido d'entusiasmo, tendendo le braccia e agitando le bandiere.
--Silenzio! Silenzio!
Il Montecchi ricomincia a parlare, a voce bassa, interrompendosi tratto tratto. La folla, ondeggiando e rimescolandosi, si stringe intorno al pulpito. Le parole dell'oratore non giungono fino a me. Mi faccio innanzi per intendere qualcosa.
--....Il potere temporale del Papa,--egli esclama,--è caduto!
Un tuono d'applausi.
--È caduto nella polvere!--grida una voce tra la folla, e un braccio convulso si solleva, e si agita, al disopra delle teste.
--È caduto per sempre!--ripete il Montecchi.
--Nella polvere!--ripete con accento imperioso la voce di prima.
--Silenzio! Silenzio!
--La caduta del potere temporale dei papi,--prosegue il Montecchi,--è uno dei più grandi fatti registrati dalla storia!
Un giovane accanto a me alza una mano e grida con tutta la forza dei suoi polmoni:--Dalla storia della civiltà!
Il Montecchi si volta e guarda come per chiedere che cosa fu detto, e soggiunge:--Uno dei più grandi fatti registrati dalla storia.
--Della civiltà!--ripete il giovane.
--Della civiltà,--aggiunge il Montecchi in atto di condiscendenza.--Ora tocca a noi di mostrarci degni della nostra fortuna. Roma non può restare, nemmeno per pochi giorni, senza governo....
--Viva l'Italia!
--....I nostri nemici potrebbero trarne argomento a dire che il popolo romano non è ancora maturo alla libertà....
--Viva la libertà! Abbasso i nemici di Roma! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!
--Viva! Ma prego.... lasciatemi continuare.
--Viva Montecchi!
--Vi ringrazio.... fate un po' di silenzio.... Bisognava eleggere una Giunta.... Noi avremmo voluto che il popolo facesse l'elezione in modo regolare, per mezzo delle schede, coi voti.... Ma non c'era più tempo.... Abbiamo dunque pensato di rivolgerci direttamente al popolo romano....
--Bravo! Viva!
--....Al popolo romano, e di facilitargli l'opera preparando un elenco di cittadini appartenenti a tutte le classi della società e a tutti i partiti politici....
--Benissimo!--Viva Montecchi!--Viva Roma!--Viva....
--Un momento.... Ora, vedete anche voi che sarebbe impossibile aprire una discussione sopra ciascuno dei nomi, che sono quarantaquattro, Bisognerà dunque ristringersi ad approvare o disapprovare l'elenco nel suo complesso. Ci sarà qualche nome che ad alcuni non piacerà; ma capirete che non è possibile fare un elenco di quaranta persone che riescano a tutti ugualmente accette. Ad ogni modo qualche nome si potrà cambiare. Terminata la lettura, io darò la parola a uno di voi, il quale esponga il suo parere, e dica le ragioni che può aver da dire, in generale, contro le proposte della Commissione che raccolse i nomi. Dopo che quest'uno avrà parlato, state bene attenti....
--Viva Vittorio Emanue....--grida all'improvviso una voce acuta.
--Silenzio! Smetti! Non è il momento!--si mormora da ogni parte.
--Guardalo lì quello che non vuole che si dica Viva il Re!--grida l'interruttore importuno ad uno dei suoi censori.
--Ma chi ti dice ch'io non voglio che si grida viva il Re? Dico che non è il momento.
--Già, non è il momento adesso che ci ha liberati!
--Ma senti che bestia!
--Ma guarda....
--Silenzio,--grida il Montecchi;--accordatemi ancora qualche minuto di attenzione. Sentite. Dopo che uno di voi avrà parlato, io metterò a' voti l'elenco, nella sua totalità, s'intende; e allora, ricordatevene bene, chi intenderà di approvarlo leverà in alto il cappello....
Tre o quattrocento persone si scoprono il capo.
--No! non ancora!--grida il Montecchi;--ve lo leverete poi; come volete approvare l'elenco se non v'ho ancora letto i nomi?
Risa generali; caldi diverbi fra coloro che si tolsero il cappello e coloro che risero; bisbiglio prolungato.
Il Montecchi:--Vi prego.... un po' di silenzio.... pochi momenti ancora.... Chi intenderà di approvare l'elenco alzerà il cappello, chi non vorrà approvarlo terrà il cappello in capo. Se ci sarà qualche nome da cambiare, quello di voi che verrà qui a parlare lo dirà, e i nomi saranno cambiati. Ma mi raccomando; lasciate leggere tutti i nomi di seguito senza interrompere. Parlerete dopo. Vedete, è l'unica maniera di far presto e bene. Se, per leggieri dissensi su questo o su quel nome, dovessimo restare un altro giorno ancora senza governo, forniremmo pretesto ai nostri nemici di calunniare il popolo di Roma.
Vivi applausi.--Viva la Giunta! Viva Montecchi! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!
--Viva!... Ora vi prego per l'ultima volta.... un po' di silenzio.
Uno di quei che sono intorno al pulpito alza tanto la bandiera che quasi la dà negli occhi al Montecchi.
--Tien giù quella bandiera!--gli grida il vicino.
--Ma è la bandiera nazionale, sai!--risponde l'altro sdegnato.
--Vedo; ma perchè è la bandiera nazionale devi cavar gli occhi alla gente?
--Guarda il prete!
--A me prete?
--Silenzio,--si grida all'intorno.
--Leggerò i nomi,--ripiglia il Montecchi;--state attenti; ma ve ne riprego, non m'interrompete, se no si va troppo per le lunghe; abbiate un po' di pazienza....
--Legga! Legga pure!
Si fa in tutta la folla un silenzio profondo.
Il Montecchi legge:--Tale dei tali.
Passa senza contrasto; un momentaneo bisbiglio e silenzio.
--Tale dei tali.
Vivi applausi; il popolo è ben disposto, l'affare va bene.
--Tale dei tali.
Uno scoppio d'urli e di fischi, un agitar di mani, un pestar di piedi, un rimescolamento, un fracasso d'inferno si leva e si prolunga per cinque minuti da ogni parte dell'affollato uditorio. Il Montecchi incrocia le braccia sul petto e sta aspettando in atto rassegnato e dimesso che la tempesta si queti.
Finalmente alza una mano.
--Silenzio! Silenzio!--si grida dalla folla.
--Signori!...--comincia il Montecchi con un filo di voce;--vi prego; le cose sono andate così bene finora, continuiamo come abbiamo cominciato, non discutiamo i nomi, non perdiamo tempo, parlerà uno per tutti, tutti insieme non si conclude nulla, lasciatemi leggere tutto l'elenco, abbiate un po' di pazienza ancora....
--Bravo! Bene! Legga! Legga! Non si discute! Silenzio! Legga! Lasciatelo leggere!
Il Montecchi legge:--Tale dei tali.
Un altro e più violento scoppio di grida e fischi e pestar di piedi e agitare di mani. E di nuovo il Montecchi incrocia le braccia in atto di rassegnazione.
--Abbasso! Abbasso!--grida la folla.
--No, viva! viva!--alcuni rispondono.
--Chi viva? Abbasso! Chi sono quei paolotti laggiù? Fuori! È passato il tempo! Abbasso! Abbasso!
Il Montecchi:--Prego....
--Abbasso i mercanti di campagna!
Il Montecchi, con voce semispenta:
--Prego, non discutano i nomi....
--Non si discute! Non si discute! «Se dice per di' che so' mercanti de campagna!»
Scoppio d'applausi.
--Non discutano, prego....
--«Hanno fatto massacrare il popolo romano!»
Applausi fragorosi.
--....Ma prego....
--«Nun li volemo!»
--....Un po' di silenzio....
--«Nun li volemo!»
Cento voci assieme:--Parliamo uno alla volta, perdio!
Il fracasso è assordante, la folla agitatissiina; alcuni apostrofano con calde parole il Montecchi, altri apostrofano la folla dalle gallerie, si sventolano le bandiere, si formano dei capannelli, si batton le mani, si strepita, è un casa del diavolo infinito.
A poco a poco ritorna la quiete. Il Montecchi continua a leggere. Il primo nome passa. Il terzo è accolto da lunghi applausi. Otto o dieci altri non incontrano opposizione. Qualcheduno solleva un po' di mormorio.... Sia lodato il cielo, l'elenco è finito!
Si applaude.
Il Montecchi ricade sulla sua seggiola e si asciuga la fronte.
Allo strepito succede nella folla un vivissimo bisbiglio.
--Ora chi parla?--Chi vuol parlare?--Parla tu.--Il tale ha detto che parlerà.--No, parla quell'altro.--Parliamo noi.--Parlino loro.--Zitti! Parlano.
A piedi del pulpito, poco al disopra della folla, si alza una testa e si stende una mano.
--Silenzio! Silenzio!
Si fa un grande silenzio e si ode una voce incerta e sottile:
--Io piglio la parola in un momento solenne....
Un rumore improvviso da una parte dell'anfiteatro copre la voce dell'oratore.
--....Io piglio la parola in un momento solenne....
Un tale accanto al pulpito lo interrompe; l'oratore si volta bruscamente:--In nome di chi parla lei? In nome del deputato Checchetelli?
Segue un diverbio, il Montecchi si intromette, l'oratore ricomincia a parlare.
--Forte! Forte!--grida la folla.
--Salga su!--gridano i membri della Commissione.--Venga qui sul pulpito! Si farà sentir meglio!
E tutti insieme pigliano l'oratore per le braccia e lo tirano su. Tutta la persona di lui sovrasta alla folla. È un giovane sui venticinque anni, alto, pallido. Ha il capo fasciato. È stato ferito dagli zuavi salendo in Campidoglio. La folla prorompe in applausi.
--Silenzio!
Egli parla.
Sulle prime non si sente; ma la sua voce man mano si innalza e si rafforza, e la parola esce vibrata e distinta.
--....Ben fecero gli egregi uomini della Commissione a radunarsi in questo antico ed angusto recinto. Essi dimostrarono con ciò che d'ora innanzi gl'interessi del popolo non saranno più abbandonati agl'intrighi delle consorterie, ma discussi e propugnati alla luce del sole, in mezzo al popolo e col popolo!
Scoppio di battimani.
--Non si scherza,--bisbiglia il popolo.--Le canta chiare.--Non ha paura di nessuno.
L'oratore prosegue:--....In questo recinto che il tempo corrose, ma non distrusse; fra queste mura annerite dai secoli....
Violente interruzioni:--Alla questione!
L'oratore, levando al cielo lo sguardo e la mano:--Io veggo gli archi del Colosseo popolarsi di arcani fantasmi....
Nuovo e più violento scoppio di disapprovazione e di protesta:--Alla questione!--«Non volemo» prediche!--Le prediche «so'» finite!--Non abbiamo bisogno di lezione!
L'oratore continua a parlare; ma la sua voce è soffocata dallo strepito della moltitudine.