# Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma

## Part 13

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Poco lontano di là, girando a destra, tutto cambia: s'entra in una città militare. L'Arsenale, i Magazzini d'Artiglieria, il Laboratorio pirotecnico, l'Opificio militare meccanico, la Cittadella, la grande Caserma della Cernaia, si stendono in lunga catena da piazza Solferino a piazza San Martino, e danno a quella parte della città un aspetto tutto soldatesco, compiuto dai tre monumenti guerreschi del Duca di Genova, d'Alessandro Lamarmora e di Pietro Micca, che brandiscono le spade e la miccia. Qui a certe ore del giorno par d'essere in una città forte, in tempo di guerra. I coscritti fanno l'esercizio sui viali e sulla piazza Venezia, per le strade passano i picchetti di guardia, i carri di viveri e le vetture d'ambulanza, passano ordinanze del treno a cavallo e ordinanze di fanteria coi bimbi degli ufficiali per mano, escono frotte di carabinieri dalla Cittadella, stormi d'ufficiali dalla Scuola d'equitazione, sciami d'operaie dagli opifici militari; e qualche volta, mentre l'Arsenale d'Artiglieria riempie le strade vicine dei suoi rumori minacciosi, dal Laboratorio pirotecnico si sentono delle detonazioni, la Caserma della Cernaia echeggia di canti e di squilli di tromba, le bande dei reggimenti passano suonando, e le macchine a vapore del genio militare percorrono le strade, facendo tremare le case. Compiscono il quadro i vecchi ufficiali giubilati che leggono la gazzetta all'ombra dei platani, e le lunghe processioni di «figlie di militari», vestite di nero e d'azzurro, che passano sui viali, in doppia fila, per ordine di statura. Tutto quel quartiere di Torino piglia colore dall'esercito. Sotto i portici ci son le piccole trattorie che tengon pensione, affollate d'ufficiali verso l'imbrunire, camere mobiliate e libere ai mezzanini, gran quadri di fotografi, pieni di militari puliti e lustri, voltati tutti di prospetto, piccoli banchi di merciaiuoli, dove il soldato va a comprare lo specchietto, la pipa, il foglio di carta da lettera e la matassina di filo, e pilastri tappezzati di giornali popolari illustrati, per chi vuole ingannare il tempo nel corpo di guardia e nella stanza di picchetto. La popolazione ha pure il suo carattere speciale. La gente di bottega conosce i segnali delle trombe e gli orari, le erbivendole parlano di «traslocazioni di corpi» e di «campi d'istruzione», e i monelli fischiano le arie della ritirata. È una piccola Torino in armi, balda e allegra, nella quale s'incontra una sentinella a ogni passo, e si cammina, la notte, sotto la perpetua minaccia del «chi va là»; bella e pittoresca sopra tutto di notte; coi suoi lunghi muri silenziosi, coi suoi vasti cortili nascosti, quando la luna batte sui merli della grande caserma di Alfonso Lamarmora, e pende

Comme un point sur un i

sul carabiniere solitario, ritto davanti al suo casotto, sopra gli spalti deserti della Cittadella addormentata.

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Andando innanzi verso ponente, oltrepassato il Borgo di San Donato, che s'allunga sopra una strada sola, pigliando gradatamente l'aspetto di un villaggio grazioso, s'entra, per il Corso Principe Eugenio, in una parte di Torino stranissima, poco nota, nella quale la città si perde nella campagna, e dove son raccolti i principali istituti di beneficenza, fra cui il Ritiro del buon Pastore, l'Ospedale di San Luigi, il Manicomio, lo Stabilimento di don Bosco, l'Ospedale di Cottolengo; edifizi chiusi e muti, dall'aspetto di conventi e di carceri, colle persiane rovesciate, coi finestrini ingraticolati, con porte e porticine sbarrate, che danno al luogo l'aspetto misterioso d'un quartiere di città orientale. Qui vive un mondo invisibile d'infermi, di vecchi, di traviate, di «preservande», di ragazze abbandonate, di bimbi senza parenti, di giovinetti poveri, di maestre e di suore che pregano, soffrono, studiano, lavorano, si preparano alla vita e alla morte, separati dal mondo, nel raccoglimento severo della loro piccola città solitaria. Le strade sono quasi deserte. Passano carrozze colle tendine calate, s'incontran preti, qualche monaca, poveri, si sentono canti di bambini, echi lontani di litanie, rumori di porte interne aperte e chiuse cautamente, e tintinnii di campanelli di parlatorii, a cui succedono silenzi profondi. Tutto spira pace, rassegnazione e penitenza. Chi passa di là abbassa la voce senz'avvedersene; scorda la Torino rumorosa del lavoro e dei piaceri, e s'abbandona, rallentando il passo, alla meditazione dei dolori e delle miserie umane, punto da una curiosità triste di penetrare in quei recinti severi, d'interrogare quelle sventure, di scrutare quel mondo sconosciuto e nascosto, a cui tanta gente pietosa consacrò la vita e la fortuna. E alla tristezza di quel quartiere singolare, corrisponde la campagna circostante, piana e silenziosa, specialmente d'inverno, all'ora del tramonto, quando al di sopra delle case e dei campi coperti di neve, già immersi nell'ombra azzurrina della sera, scintilla ancora sotto l'ultimo raggio del sole l'alta statua dorata di Maria Ausiliatrice, ritta sulla cupola della sua chiesa solitaria, colle braccia tese verso le Alpi.

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Proseguendo di là per il Corso San Massimo s'arriva alla grande piazza ottagonale di Emanuele Filiberto. Ma per vederla in tutta la sua bellezza bisogna capitarvi una mattina di sabato, d'inverno, in pieno mercato. Uno Zola torinese potrebbe mettere lì la scena di un romanzo intitolato «Il ventre di Torino». Sotto le vaste tettoie, fra lunghe file di baracche di mercanti di stoffe, di botteghini di chincaglierie e d'esposizioni di terraglia all'aria aperta, in mezzo a monti di frutta, di legumi e di pollame, a mucchi di ceste e di sacchi, tra il va e vieni delle carrette che portan via la neve, tra il fumo delle castagne arrosto e delle pere cotte, gira e s'agita confusamente una folla fitta di contadini, di servitori, di sguatteri, di serve imbacuccate negli scialli, di signore massaie, di ordinanze colla cesta al braccio, di facchini carichi, di donne del popolo e di monelli intirizziti, che fanno nera la piazza. Intorno ai banchi innumerevoli è un alternarsi affollato e continuo di offerte e di rifiuti, di discussioni a frasi secche e tronche, di voci di maraviglia e di sdegno, d'apostrofi e di sacrati, che si confondono tutti insieme in un mormorìo sordo e diffuso, come d'una moltitudine malcontenta. Là bisogna andare per vedere le erbivendole famose, formidabili di tarchiatura, di pugni e di lingua, e per studiare la potenza insolente del vernacolo, la ferocia spietata dell'ingiuria plebea, il lazzo che schiaffeggia, il sarcasmo che leva la pelle, strazia la carne e incide le ossa. Da una parte c'è il mercato delle contadine, venute da tutte le parti del circondario, partite a mezzanotte dai loro villaggi per arrivare in tempo a pigliare un buon posto a destra e a sinistra d'un viale fiancheggiato di platani; e son là schierate, ritte o sedute, colle loro derrate esposte su mucchi di neve sudicia, strette le une alle altre come per tenersi calde, inzoccolate, imbottite, infagottate, fasciate di pezzuole e di scialli, con guanti di cenci e con fazzoletti attorcigliati intorno alla fronte, con cappelli da uomini sul capo, con vecchi mantelli da carrettiere sulle spalle, e lo scaldino fra le mani, coi nasi e i menti pavonazzi; e in mezzo a loro passa la processione accalcata e lenta dei compratori. Qui un pretucolo soffia tra le penne d'un pollo per scoprire le polpe, là una vecchia signora cogli occhiali spera le uova ad una ad una di contro alla luce, più in là un vecchio celibe, accompagnato dalla cuoca con la sporta, scruta un formaggio con la lente; da ogni parte si tasta, si palpa, si soppesa, si fiuta, si disputa, in un tuono di lamento stizzoso, gesticolando coi cavoli in mano, brandendo i cardi, scotendo le galline, gettando nelle orecchie di chi passa frammenti di dialoghi monosillabici, che fanno indovinare dei tira tira d'un'ora per un centesimo, delle economie disperate, delle avarizie rabbiose, delle pazienze da santi, delle miserie segrete di famiglie decorose, tutte le durezze e le angosce della gran lotta per la vita. Passano signorine eleganti, grossi borghesi buongustai, cuochi grassi e tronfi, cameriere padrone, curiosi allegri, una folla continuamente cangiante, fra cui si fanno largo ogni specie di rivenditori ambulanti, vecchi decrepiti, bambine, mostriciattoli col botteghino al collo, che offrono un almanacco, un tartufo, due limoni, una catenella d'acciaio, un pezzo di tela, facendo un vocìo assordante, dominato dalla voce stentorea del venditore della «Cronaca dei Tribunali» e dalla cantilena funebre del sacrestano che scuote un bossolo domandando l'elemosina per le anime del Purgatorio. Per tutta la piazza è un affaccendamento e un rimescolìo rumoroso, un farsi e un disfarsi continuo di crocchi intorno a carrozze di cavadenti, a venditori di specifici, a strimpellatori di violini, a banditori d'incanti, a ciarlatani cappelluti che raccontano storie di delitti davanti a grandi quadri rosseggianti di sangue, a teatrini da burattini, rizzati in mezzo alla neve, a grandi fiammate di paglia, accese dai fruttaiuoli infreddoliti per sgranchirsi le membra. E non si può dire quant'è pittoresca e bizzarra quella confusione di gente e di cose, di lavoro e di festa, di città e di campagna, vista a traverso la nebbia della mattina, che lotta ancora col sole, in mezzo a quei grandi alberi sfrondati, imperlati di brina.

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D'in fondo alla piazza, scendendo per una gradinata, si riesce in una larga strada ricurva, che va verso la Dora, davanti a un altro spettacolo curiosissimo. La strada è tutta da un capo all'altro una sola enorme bottega di rigattiere all'aria libera, un'esposizione grandiosa e compassionevole di miserie, di cui non è possibile farsi un'immagine fuorchè supponendo che un intero quartiere di Torino, invaso da un furore di distruzione, abbia rovesciato giù dalle finestre tutte le masserizie delle sue case, dai solai alle cantine, fino all'ultima carabattola dell'ultimo armadio. E tutto è ordinato, pulito, messo in vista, con una cura scrupolosa, come la merce più rara, e accanto a ciascuna delle cento rigatterie, che formano quell'interminabile bazar di cenci e di tritumi, siede il venditore meditabondo, appoggiato alla sua carretta, in atteggiamento filosofico, cogli occhi fissi sulle rovine da cui ricava la vita. La varietà e la stranezza degli oggetti è maravigliosa. È una confusione di cose e d'avanzi di cose da far impazzire il disgraziato che ne dovesse far l'inventario. La pianeta del prete, il cappello sfondato del bersagliere, la marionetta rotta del teatrino di San Martiniano, il vestito di seta lacerato al veglione del teatro Scribe, la serratura del cinquecento, il romanzo incompiuto di Eugenio Sue, il chiodo rotto, il basto dell'asino, il quadro a olio, il berretto piumato del tenore, denti finti, spille scapocchiate, padelle senza manico, elmi, mappamondi, gambe di tavola, spogli d'alcove, di salotti, di studi d'avvocato, di soffitte, d'officine, di taverne, muffiti, sbrindellati, rosicchiati dai topi, bucati dalle tignole, marciti dalla pioggia, smangiati dal fango, consunti dalla ruggine, senza colore, senza forma, senza nome, senza prezzo: c'è tutto quello che il mare agitato della vita umana rigetta da sè, tutto quello che la mente può immaginare di più miserabile, di più inutile, di più spregevole, di più rifinito e di più snaturato dal tempo, dall'uso e dalla violenza. In quello strano mercato comincia il lavoro nel cuor della notte, al lume delle lanterne, e il formicolìo della folla allo spuntare dell'alba. Là va la sartina, furtivamente, a cercare lo scialle smesso; ci va il padre di famiglia, corto a quattrini, a comprare il lume a petrolio; ci va l'artista a scovar l'abito per il modello; ci va l'antiquario, il bibliomane, l'attore spiantato, l'ebreo rigattiere, una processione di collettori di bagattelle e di curiosi d'ogni specie, impazienti tutti d'arrivare i primi a pescare in quel mare magno in cui si nascondono qualche volta tesori sconosciuti e piccole fortune insperate; e tutti girano e cercano avidamente fino a giorno alto, in mezzo a un via vai di contadini e di contadine che contrattano panni logori, di cenciaiuoli girovaghi, carichi di stivali sdrusciti e di pentole fesse, di facchini, di raccoglitori di cicche e di carte, di guardie municipali, di donne di servizio, di bottegai, di sensali, che fluttuano in due opposte correnti fra il mercato dell'erbe e il gran pandemonio della piazza vicina.

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Chi ha fatto questo giro, e s'è ancora spinto poi, per il corso San Maurizio, fino in faccia al Borgo Po, che chiude come uno scenario graziosissimo il grande palcoscenico della piazza Vittorio Emanuele, ha visto la città di Torino. Ma gli resta da studiare il movimento e l'aspetto della popolazione, che è pure curioso. Il più grosso torrente della vita scorre dalla stazione di Porta Nuova fino a Piazza Castello, dove arriva gonfiato dall'affluente di via Santa Teresa; e là si rispande per via di Po e per via Dora Grossa, e serpeggia in mille rigagnoli per le vie strette della vecchia Torino, fino al gran lago ondeggiante della piazza Emanuele Filiberto. La gente si perde nella vastità delle piazze, dove non si vedono che «rari nantes»; presenta un aspetto generale d'eleganza nell'ultimo tratto di via Roma e sotto i portici, e piglia gradatamente un colore modesto e popolano, via via che scende verso il fiume o risale verso i quartieri di settentrione e di ponente. L'ordine è nella folla come nell'architettura: passa una processione a destra e una processione a sinistra d'ogni strada, l'una opposta all'altra: da una parte non si vedono che nuche, dall'altra non si vedono che visi. Certi personaggi si succedono con una frequenza che si nota subito: il vecchio giubilato, sbarbato e pulito, che va rasente il muro; il giovane ufficiale d'artiglieria della Scuola d'applicazione; lo studente vestito con una certa sprezzatura d'artista; la sartina dal corpicino snello e asciutto, con quattro cenci addosso, messi con garbo signorile e aggraziati da un'andatura capricciosa insieme e composta; l'operaio di statura media, d'aspetto rude, di membra solide, di movimenti da soldato; l'uomo nuovo, l'industriale, il commerciante, l'agente d'affari, fra i trenta e i quarant'anni, trascurato nel vestire, di viso serio, grigio innanzi tempo, leggermente invermigliato dal Barolo vecchio, col sigaro di Cavour spento fra le dita della mano inquieta, e un pensiero fisso sulla fronte; il grosso padre di famiglia, borghese benestante, con un viso benevolo, che manifesta poche idee, ma quelle poche nette e salde, e inchiodate profondamente nel cervello, nella coscienza e nel cuore, e tratto tratto qualche signora alta, sottile e bianca, coll'occhio azzurro e il piede patrizio, che fa col suo mantello di velluto nero una macchietta vigorosa e pomposa nel grigio volgare della folla. Tutti camminano guardando diritto davanti a sè; si discorre senza rallentare il passo; poche conversazioni ad alta voce; nessuna apostrofe da un lato all'altro della strada; si parla a mezza voce, a frasi spedite, gesticolando in uno spazio circolare di non più di due palmi di raggio, e risalendo prontamente sul marciapiede, per forza d'abitudine, ogni volta che s'è stati costretti a discendere. E già, nelle strade frequentate, si vede, come nelle grandi città del nord, una gara ad arrivare i primi, a lasciarsi indietro chi ci cammina accanto, come se ogni vicino fosse un concorrente in affari. Tutte le scorciatoie sono utilizzate, si svolta rasente i muri, s'attraversa la strada di corsa, s'inseguono i tranvai, si fa folla agli incrociamenti delle carrozze e dei carri, e s'apostrofano carrettieri e cocchieri con voci e gesti impazienti di gente che ha i minuti contati. Ma una certa apparenza di gentilezza corregge il carattere un po' aspro di questa vita frettolosa di città industriale. I saluti sono premurosi, i cappelli s'abbassano profondamente, la gente si scansa con giri svelti e larghi, i bottegai riaccompagnano i compratori alla porta in atto cerimonioso, il cameriere si inchina all'avventore sulla soglia della trattoria, il fiaccheraio riverisce la «pratica», il venditore di giornali ringrazia del soldo con un buon augurio, le erbivendole si chiamano «madama», le due frasi spicciole del galateo torinese «ca fassa grassia» e «ca scusa» si sentono da ogni parte e ad ogni proposito come il «pardon» e il «s'il vous plait» a Parigi; la città fa i suoi affari alla lesta, ma con dignità, da signora educata, non da rozza merciaia. E come Parigi ha l'«ora dell'assenzio», Torino ha l'ora del vermut, l'ora in cui la sua faccia si colora e il suo sangue circola più rapido e più caldo. Allora le scuole riversano per le strade nuvoli di ragazzi, dagli opifici escono turbe di operai, i tranvai passano stipati di gente, gli equipaggi s'inseguono, le botteghe dei liquoristi s'affollano, un esercito d'ufficiali e di soldati d'ogni arma si spande in ogni parte e mette un soffio di gioventù per le vie, e nella mezza oscurità della sera par di vedere Torino come all'immaginazione piace di raffigurarsela in un avvenire lontano: una Torino di cinquecentomila abitanti, che riempia la sua cinta daziaria, con un nuovo centro e nuovi sobborghi, tutta sonante di lavoro e rigurgitante di vita.

Ma il più bello spettacolo vivo, e nello stesso tempo il più originale, che offra Torino, è la passeggiata sotto i portici di Po, le sere d'inverno. I portici sono i «boulevards» di Torino. L'albergo d'Europa può rappresentare il «Grand Hôtel»; la chiesa dell'Annunziata, la «Madeleine»; il caffè Fiorio, «Tortoni»; il Teatro Regio, il «Grand Opéra». Anche qui la folla maggiore, e il fiore dell'eleganza e del lusso passano a destra. La prima cosa che dà agli occhi è il contrasto della bottega splendida col baraccone da villaggio che le sorge in faccia, nello stesso tempo officina e negozio; il banco della fruttaiola di fronte alla trattoria aristocratica; il rivenditore d'almanacchi e di libri usati in faccia al grande libraio signorile. La contessa vestita in gala passa accanto ai banchi di legumi e di caci, la conversazione leccata dei __dandy__ è interrotta dall'urlìo plebeo dei cavamacchie e dei venditori di fotografie; tutto il mondo elegante sfila in mezzo a quella lotta muta e continua del grande e del piccolo commercio, schierati l'uno di fronte all'altro, in atteggiamento ostile, come due catene di sentinelle avanzate dei due grossi eserciti nemici della borghesia e della plebe. Qui la folla è fitta e nera, divisa in due correnti, che si toccano, e spesso si confondono, e straripano fuori dei portici. In alcuni punti è un vero serra serra, come all'uscita da un teatro, tanto che nello spazio di tre braccia quadrate si ritrovano spesso un capitano d'artiglieria, una coppia matrimoniale, un prete, un accademista, una crestaia, un operaio, stretti in un mazzo, che paiono una famiglia sola. Qualche volta per pigliar spazio la folla è costretta a fermarsi, e tutti «segnano il passo» come una colonna di soldati. L'aspetto e il contegno generale è grave, come l'andatura, e come disse un professore arguto, sembra che tutti «meditino un regolamento». La gente gira tutt'intorno alla Galleria Subalpina, a passi lenti, processionalmente, come nella sala d'un museo, non facendo che un leggiero bisbiglio, che lascia sentire distintamente le note acute dei cantanti nella sala sotterranea del Caffè Romano. Sotto i portici non si sente che un mormorìo sordo ed eguale, fra cui risuonano forte, qua e là, le sciabole degli ufficiali e le risa argentine delle fioraie e delle sartine, che fanno una scappata a traverso al bel mondo, coll'involtino in mano, prima di tornare a casa, e i colpi secchi delle porte dei caffè aperte e richiuse bruscamente per timore del freddo. Par di essere in una galleria d'un palazzo grandissimo, dove i convitati sfilino rispettosamente al cospetto d'un principe. E siccome gl'incontri sono frequentissimi e si ripetono, così è un salutarsi continuo di militari, un continuo scappellarsi d'amici e di conoscenti, di studenti e di professori, di grossi e di piccoli impiegati, che si voltano obliquamente, passandosi accanto, per non urtarsi nel petto. Della gente non si vede che il viso e i fiati fumano. Ma i baracconi riparano dal freddo. Si sta bene in quella calca, così stretti, l'uno addosso all'altro, e pare che tutti provino piacere a pigiarsi, a sentirsi davanti, dietro e dai lati dei pesanti pastrani, dei grandi mantelli d'ufficiali, dei grossi borghesi ben pasciuti e caldi, usciti allora da una sala da desinare. Da tutte le strade laterali arriva gente, chiudendo l'ombrello, pestando i piedi, scuotendo i panni bianchi di neve, e tutti si ficcano in quella folla, con gusto, tirando un respiro, come se entrassero in casa. E la folla essendo così pigiata, si colgono a volo da tutte le parti, passando, brani di dialoghi sommessi, frammenti di discussioni scientifiche, giudizi letterari di studenti, notizie sullo stato dei fondi pubblici, qualche volta frasi staccate di confidenze di signorine, che un'ondata di gente ha separate dai parenti che vengon dietro, conversazioni francesi e tedesche, parole dolci vibrate a bruciapelo nei momenti di maggior confusione: specialmente allo svolto dei portici in faccia alla Galleria, dove accade spesso d'incontrarsi faccia a faccia con marito e moglie, e sentirsi ad un punto il fumo del sigaro del marito negli occhi, il manicotto della signora contro le mani e la testa del bimbo in un fianco. Chi non c'è abituato, può seccarsi sulle prime, e impazientarsi di quello strano modo di passeggiare; ma tutti, prima o poi, ci pigliano piacere. C'è non so che idea di intimità domestica in quel lento va e vieni di gente affollata sotto quegli archi, dinanzi a quelle vetrine splendide, che finiscono con lo stamparsi nella memoria, ad una ad una, come i mobili della casa propria; c'è un'apparenza come di affratellamento e di buon accordo universale, un'immagine viva di quell'unanimità di sentimenti e di propositi che fece forte e ammirato il popolo piemontese, qualche cosa di geniale e di benevolo, che non si sa ben dire, ma che mette un calor salutare nel petto, dalla parte sinistra.

