Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma
Part 11
No, non si battè per impeto d'ira o per febbre di vanità chi, venti volte, prima di venire alla prova, scrisse di proprio pugno la sua difesa e il suo testamento, con l'espressione precisa delle sue ultime volontà, con la previdenza chiara e minuta di tutte le conseguenze possibili della sua morte. Certo, spuntava un sorriso sulle labbra a chi gli udiva dire:--Io sono un uomo pacifico.... furono le circostanze che mi forzarono.... E la natura delle questioni in cui mi trovai impegnato....--Eppure, nella sua coscienza, questo era vero. Ma ci perdoni la cara memoria se noi lamentiamo il concetto da cui la sua ragione partiva, e se esprimiamo la speranza che la sua fine lacrimata e funesta serva almeno di ammonimento alla generazione che sorge. Ma come! Un passato di trent'anni di fecondo lavoro intellettuale, di nobili lotte, di servizi resi alla patria, un avvenire di forse altri trent'anni di vita egualmente benefica, un tesoro inestimabile di entusiasmo, d'eloquenza e di forza, una mente privilegiata, da cui mille quistioni altissime d'interesse pubblico attendono luce ed impulso, in cui milioni d'uomini fondano speranze di protezione e d'aiuto,--tutto questo, per una parola, deve esser messo a un cimento, nel quale un passo falso, il tradimento d'un muscolo, la svista d'un istante possono distrugger tutto in un nulla? Ah! è una follìa, un errore, una vergogna! Ed è appunto questo pensiero che oggi ci aggiunge angoscia ad angoscia: è il dover riconoscere che ci troviamo ancora a questo segno di barbarie, è il dover confessare che, pure riconoscendo l'assurdità di quest'idea dell'onore che, in un tempo di vantata eguaglianza, si circoscrive in una sola classe sociale, non s'abbia ancora il coraggio civile di uscirne, e che la società culta, che pure la condanna nella sua coscienza, tolleri, incoraggi, accarezzi, con la cospirazione d'una legge ipocrita, il pregiudizio stolto, la tradizione dell'usanza stupida e feroce che la insanguina e la disonora.
Era fors'anche suo pensiero che nelle lotte politiche avesse il duello questa giustificazione: che molte volte esso racqueta e riconcilia due avversari che si stimano; fra i quali, altrimenti, sarebbe impossibile o più difficile assai la riconciliazione. Questa e ogni altra ragione possiamo ammettere, per ispiegarci la sua condotta, fuorchè la mancanza di bontà d'animo, di cui dai nemici fu accusato. Ah! dell'accusa sorride--sorride amaramente chi sentì il suo abbraccio fraterno dopo una lunga separazione, e sa quante calde e devote amicizie egli ebbe anche fra i suoi più appassionati avversari,--chi si ricorda quanto fosse buono e amabile il sorriso su quel volto coperto di cicatrici, quand'egli espandeva l'animo con gli amici intimi, sorridenti alla volta loro di tante ingenuità giovanili del suo cuore e della sua parola,--chi si rammenta con quanta gentilezza, nelle famiglie che l'ospitavano, la sua mano gagliarda si posasse sul capo dei bambini e la sua bocca usata a soffiar la tempesta esortasse i giovinetti allo studio, all'amor del bene, al culto della verità e dell'ideale.--Gli mancava la bontà dell'animo.--A Felice Cavallotti! Ah non lo pensa chi ha visto la sua fronte superba chinata al capezzale degli infermi, chi ha sentito i suoi singhiozzi disperati accanto al cadavere della sua figliuola, chi ha assistito una volta sola all'espansione della sua gioia e della sua tenerezza di fanciullo fra le braccia della vecchia madre adorata, che gli ripeteva con tanta dolcezza:--Felice, Felice mio, sii più prudente....--come se presentisse il destino. Buono era, e n'è una grande prova il fatto che molte volte, candidamente, egli si rimproverasse, si dolesse di non potere esser più buono di quello che era. Povero Cavallotti! Non è molto tempo che, rispondendo ai consigli d'un amico, egli diceva a questo con un sorriso ingenuo:--Già, tu sei più buono di me.--Ma il giudizio fu coscienziosamente respinto.--No, Cavallotti--gli fu risposto.--Io non son più buono di te; non lo sono quanto te. Facile è la bontà a chi, lontano dalla lotta, non s'espone all'offesa che lacera e avvelena l'anima e non sente in faccia l'alito violento dei nemici che, non dandoti tregua alla guerra e negandoti ogni virtù gentile, ti scoraggiano dalla gentilezza e dal perdono. Ah no! Io so ben discernere quello che è in te violenza necessaria e durezza acquisita di lottatore da quello che è prima e schietta natura. Di questa, che è tutta d'oro, tu hai salvato fra le battaglie quanto era umanamente possibile, e quello che ti resta è ancora un tesoro che t'invidio.--Ah, gli mancava la bontà dell'animo!--A Felice Cavallotti! Ma se contro a mille prove dell'asserto, non possibile che a chi non lo conobbe, stesse quella sola indimenticabile poesia, quello straziante e divino grido d'amore e d'angoscia che dal treno di Gallarate egli lancia all'angolo del cimitero dove dorme la sua figliuola, se egli non avesse pronunciato in tutta la sua vita altre dolci parole che quelle con cui s'illude che la sua creatura senta passare il suo dolore e possa rispondere alla disperata invocazione del suo cuore trafitto, se in cinquantacinque anni non gli fosse scoppiato dall'animo che quell'unico grido, basterebbe quello per farci credere, affermare, giurare che egli fu buono.
L'accusa, di mancanza di bontà e di gentilezza gli fu più spesso ripetuta nell'ultimo periodo della sua vita. E qui m'occorre di fare una dichiarazione. Io mi son proposto, com'era mio stretto dovere, di commemorare il compianto cittadino al di fuori d'ogni idea e d'ogni sentimento di parte politica; ma a rischio d'esser accusato d'infrangere il proposito debbo accennare all'ultima grande lotta ch'egli combattè in nome della giustizia e della moralità pubblica, poichè il rifiutare, per non dar ombra ai vivi, un onore dovuto a un morto, non mi parrebbe generosità, ma codardia. Dal più profondo della mia coscienza, non velata in questo momento da ombra d'odio e di rancore, esce la voce che m'impone un tributo d'ammirazione e di plauso al lottatore dell'ultima ora. Giorno verrà, senza dubbio, in cui si riconoscerà universalmente che sarebbe stata una vergogna incancellabile per il nostro paese se almeno una voce d'accusa e di sdegno non si fosse levata, e che se quella voce non fosse rimasta senz'eco, che se la giustizia ch'ella chiedeva avesse avuto corso e compimento, non sarebbe forse stata spinta fino agli estremi la forsennata impresa dell'Africa, sarebbe forse almeno stato evitato il macello miserando che la chiuse. «Opera negativa» fu detta la sua con la stessa logica con cui si direbbe negativa l'opera del magistrato che, accusando e condannando, toglie e non dà dei cittadini al paese, o l'opera del soldato che, difendendo la patria sul campo, uccide e non crea.--Ha varcato il segno--da altri si disse--non doveva ostinarsi e incrudelire; si deve rispetto anche ai caduti per propria colpa.--E, certo, la parola è generosa, è l'espressione d'un sacro dovere di tutti verso i caduti che si pentono e si confessano, o cedon l'armi e rimangon muti. Ma quando i caduti rialzan la fronte minacciando, si ribellano alla giustizia e alla sorte, provocano la coscienza pubblica e tentano d'ingannare o d'imbavagliare la storia, l'ostinarsi nella lotta è dover di coscienza e necessità di vita. E poichè tanti sacerdoti della stampa che mentre egli combatteva solo quell'aspra battaglia, bersagliato di mille colpi e coperto di mille vituperi, l'applaudivano nella loro coscienza e copertamente l'incoraggiavano e gli desideravano la vittoria, pensando forse in cuor proprio che se avessero avuto la sua indipendenza, il suo ingegno e il suo coraggio, non per amor della giustizia, ma per sgombrar la via ad altre ambizioni, avrebbero condotta la stessa lotta con pertinacia anche più implacabile, poichè si videro tanti di costoro lamentare la sua morte e inneggiare alla sua vita senza arrischiar neppure una timida lode a quell'ultima opera sua, compiamo noi più risolutamente il debito nostro, affermando a voce alta, e con tutta la forza del nostro cuore, che quella fu la più forte, la più onorata, la più ammirabile pagina della sua vita.
E se anche qualche volta, se anche molte volte, nel flagellare i trafficatori della propria coscienza e i depredatori del danaro pubblico, egli fosse trasceso--supposto che in questo si possa trascendere--molto, tutto si dovrebbe condonare a chi per questo riguardo era uno dei pochi invulnerabili e puri, e dei pochissimi in cui la purità fu merito vero. In tutta la sua vita non v'è traccia nè indizio d'un atto compiuto per iscopo d'interesse materiale. Alla patria diede tutto e non chiese nulla. Dandosi alla politica, sposò la povertà. E non si diede alla politica, come altri, per esser fallito all'arte e alle lettere; le si diede nel colmo dei suoi trionfi d'artista. Ebbe offerte di cattedre e le rifiutò; avrebbe potuto trarre guadagni dalla sua penna feconda di pubblicista, e se ne astenne per dignità di tribuno; avrebbe potuto trarne dal teatro, solo che avesse rallentato alquanto la sua opera politica, e non lo fece per sentimento altissimo del suo dovere di cittadino. Quelle prolungate polemiche, che si dicevan mosse da spirito di ambizione e d'orgoglio, non erano soltanto per lui uno sforzo doloroso dell'animo, ma un dispendio enorme di tempo e di lavoro, ch'egli scontava poi in privazioni d'agiatezza, di libri, di svaghi desiderati. La sua spesa quotidiana era quella d'uno degli impiegati più modesti, la sua abitazione a Roma una camera di studente, la sua villa di Dagnente una povera bicocca; e al vestire non si sarebbe distinto quasi mai da un operaio di buon salario. Eppure mai, mai non si sentì dalla sua bocca una parola di rammarico, mai nemmeno un'espressione vaga di aspirazione a una vita più agiata e più signorile. Una cosa sola rimpiangeva di quando in quando: l'arte da cui s'era dovuto separare. Ma per quanto dicesse, fra le due dive nemiche, l'arte e la politica--l'una bella, splendida, sorridente, che lo chiamava--l'altra austera, dura, gelosa, che lo teneva--era questa quella ch'egli amava di più ardente amore--era la tiranna ingrata e spietata, che lo torturò e che l'uccise.
Quale esistenza! Ricorriamola ancora con uno sguardo. Quale miracolo continuo di moto; di passione, di lavoro! V'è una frase d'una sua lettera che definisce la sua vita.--Son qui--scrive a un amico--in mezzo a una tempesta di cose, che mi porta via la testa.--E questa tempesta durò quanto egli visse; nè può immaginare quanto turbinosa ella fosse chi non gli stette per qualche tempo vicino. Non conoscono i più che la sua assiduità operosa al Parlamento, la sua attività insuperabile nei periodi di lotta elettorale, i suoi viaggi faticosi in provincie lontane a scopo di propaganda e d'inchiesta, e la sua produzione straordinaria di pubblicista. Ma di pari passo con l'opera pubblica egli ne mandava un'altra che pochi soltanto conoscevano, ed era il patrocinio generoso di cause oscure e di oppressi sconosciuti, era una corrispondenza cortese e pronta con innumerevoli amici, sollecitatori e postulanti ignoti, d'ogni classe e d'ogni natura, erano visite e corse da per tutto ov'egli fosse richiesto per consolare un dolore, per comporre un dissidio, per profferire una parola utile. E tra l'una e l'altra di queste infinite cure pubbliche e private egli trovava il tempo di nutrir di nuovi studi lo spirito, di raccoglier documenti intorno alle quistioni del giorno, di gittare nella forma poetica le sue gioie, le sue tristezze, i suoi sogni. Bene qualche volta si rifugiava nel suo romitorio di Dagnente per prender respiro; ma lo raggiungevano là pure, da ogni parte, i telegrammi, le lettere, le sollecitazioni d'ogni forma, e vi facevano in pochi giorni una piena che lo travolgeva e lo risospingeva al lavoro. Una voce inesorabile, appena egli chiudesse gli occhi, gli gridava:--Dèstati, scrivi, parla, combatti, va!--Ma io sono stanco--rispondeva.--Fa uno sforzo.--Ma io son malato.--Non importa.--Ma io m'accorcio la vita.--È il tuo destino.--Ed egli si destava, scriveva, parlava, combatteva.--Diceva ultimamente, a Torino, passandosi una mano sulla fronte con un suo gesto abituale:--Ah! se potessi riposare per un anno.... per qualche mese.... Ma non posso.--E pareva rassegnato. Un solo pensiero lo turbava: il pensiero di una vecchiezza inferma, in cui non avrebbe più potuto lavorare nè combattere, e sarebbe rimasto in un canto, inutile come una spada arrugginita. E soggiungeva:--Vorrei morir prima!--Fu pago il suo desiderio, sventuratamente. La nobile spada non s'arrugginì--s'infranse--e passerà lungo tempo, pur troppo, prima che sul campo di battaglia dove egli cadde ne baleni un'altra così prode, così tersa, così gloriosa.
Ma egli fu ben altro, e ben di più che la spada d'un partito. Più alto fu il suo destino, più alto l'ufficio ch'egli compì. A dritto fu chiamato il continuatore del pensiero di Garibaldi, non circoscritto in una formola precisa, ma vasto tanto da comprendere tutte le aspirazioni dei tempi nuovi. Sopravvisse e parlò in lui la giovinezza ardente della rivoluzione italiana, con tutti i suoi più santi entusiasmi, con tutte le sue più luminose speranze. In ogni manifestazione del suo pensiero e del suo cuore è un accenno vago, ma caldo a qualche cosa di più grande che non sia il concetto astratto della libertà o una data forma di governo. Si sciolgono a ogni tratto il suo spirito e la sua parola dai vincoli angusti del programma politico del presente, e si slanciano verso l'avvenire. Disse egli un giorno:--Non sento il bisogno di cambiar l'ideale--e spiegò tutto sè stesso in quelle parole. Il suo ideale abbracciava vagamente tutti i bisogni e tutte le rivendicazioni popolari dell'età nostra. S'egli non combattè che per la libertà e per la giustizia è perchè comprendeva che eran queste le prime battaglie da vincere, e reputava saggezza il non disperdere in un più largo campo le sue forze, che gli occorrevan tutte a tener alta la sua bandiera. Ma nell'anima sua si raccoglievano e fiammeggiavano in una sola, invitta passione lo sdegno di tutte le miserie, il sentimento di tutti i diritti, l'amore di tutti i popoli. Comprese, sentì, previde più che non disse; ma ciò che non disse fu compreso. E però la sua voce, benchè non pronunciasse il nuovo verbo delle moltitudini, suonò nel loro cuore come la voce d'un fratello, e la sua morte fu lutto e pianto del popolo, e si posò sul suo feretro, con gli omaggi dei parlamenti e coi fiori della gioventù studiosa, con le corone dell'Italia irredenta e con la palma del martirio di Cuba, il saluto amoroso e triste di tutti i lavoratori del mondo.
Sì, convien risalire fino ai grandi fattori dell'unità della patria per ritrovare una morte così universalmente, così sinceramente compianta, e che abbia lasciato fra noi il sentimento d'un vuoto così vasto e così doloroso. E nessuno certo se ne allieta, neanche fra i suoi più acerbi nemici, nessuno che abbia senso di gentilezza e di carità di patria, perchè sentono tutti che è caduta una forza, che s'è spento un raggio, che è sparito un vanto vivente della patria. E questo solo ci conforta; che ciò ch'egli ci lasciò--l'esempio--nè tempo nè fortuna ci possono togliere. Esso sarà raccolto e sarà fecondo. La gioventù d'ogni parte e d'ogni fede ha qualche cosa da imparare e da imitare da lui. Egli fu soldato, tribuno, poeta, maestro; disprezzò la ricchezza, non ambì il potere, non adulò la fortuna, non s'infinse, non vendette, non mercanteggiò la sua forza,--fu buono, aperto e intrepido--fortissimo fu contro ogni forma di dolore e di pericolo, e fu potente e povero, illustre e incorrotto. Sì, tale egli fu, e le generazioni venture lo sapranno; tale tu fosti, o Felice Cavallotti, e te lo ridirà ogni anno, il giorno della tua morte, la tua patria, come te lo gridò nel primo schianto del dolore, mandando un bacio di madre alla tua bella fronte inanimata. E così sia seguito il tuo esempio come sarà venerata la tua tomba e glorificato il tuo nome. Nel nome di quanti ti amarono e ti piangono, Felice Cavallotti, sia benedetta la tua memoria!
Le tre Capitali.
NOTA A QUESTA NUOVA EDIZIONE
(1.a edizione Treves--1911).
Il De Amicis intitolò Le tre capitali, raccogliendoli tardi, questi suoi tre scritti giovanili, due dei quali, con titolo un po' diverso, appartenevano già ai Ricordi del 1870-71 (Firenze, Barbèra, 1872); più importante di tutti il terzo, che ha valore di documento letterario e storico insieme. L'autore, sottotenente nel 3.° Reggimento fanteria, brigata Piemonte, dopo la campagna del 1866 era stato comandato presso il Ministero della Guerra a Firenze e incaricato di dirigere l'Italia militare. Accompagnò, come corrispondente di quel giornale, l'esercito italiano alla presa di Roma, e scrisse immediatamente le sue impressioni del 20 settembre 1870 e delle giornate seguenti.
Molti anni dopo, nel 1898, quando l'editore Niccolò Giannotta di Catania gli propose di iniziare con questi tre scritti riuniti in un volumetto la sua piccola Biblioteca popolare contemporanea, il De Amicis avvertiva:
«Rilessi, prima d'acconsentire, gli scritti, che avevo in parte dimenticati, e, rileggendoli, mi venne spesso sulle labbra un sorriso, che non era certo di compiacenza letteraria, e mi prese più volte un senso di tristezza, come accade sempre a chi si richiama alla memoria speranze alle quali non corrispose la vita ed entusiasmi su cui passò un'onda di nuovi affetti e di nuove idee. Acconsentii nondimeno alla pubblicazione di queste pagine perchè penso che la descrizione degli effetti intimi ed immediati prodotti da certi avvenimenti storici nell'animo d'un testimonio oculare non debba riuscire indifferente nè inutile ai giovani della generazione che quegli avvenimenti non vide; perchè l'affetto e la reverenza che sono espressi in questi scritti per le tre grandi città in cui palpitò e palpita il cuore d'Italia mi paiono sentimenti di cui non sia superfluo ripetere l'espressione anche dopo unificata la patria; e perchè in fine, in mezzo ai troppi difetti v'è se non altro in queste povere prose il pregio della sincerità giovanile, che, disponendo il lettore alla benevolenza, suol giovare indirettamente all'effetto cercato, ma non conseguito dall'autore per mancanza d'arte.»
D. M.
TORINO.
Un Torinese che volesse far da guida ad un Italiano d'un'altra provincia venuto qui per la prima volta, per metterlo in una disposizione d'animo favorevole alla città sconosciuta dovrebbe, prima di lasciarlo entrare in Torino, condurlo diritto a Superga. V'hanno spettacoli che sono per la vista degli occhi ciò che sono per la vista della mente quelle grandi intuizioni istantanee del genio, che abbracciano secoli di storia e regioni d'idee. Lo spettacolo che si gode da Superga è un di questi, ed è anche più grande e più bello della sua fama. Dalla sommità della cupola, con un solo giro degli occhi, in tre secondi, s'abbraccia tutto l'immenso cerchio dell'Appennino genovese e delle Alpi, dai gioghi di Diego e di Millesimo alla piramide superba del Monviso, dal Monviso alle porte della val di Susa, al Gran San Bernardo, al Sempione, al Monrosa, alle ultime montagne che fuggono verso levante di là del Lago Maggiore; sotto, tutti i colli di Torino, popolati di ville e di giardini; più in là i bei poggi del Monferrato, vestiti di vigneti e coronati di castella, e le colline ubertose della sinistra del Tanaro; e oltre a queste una successione di tappeti verdi sterminati, una campagna senza fine, che si perde nelle pianure vaporose della Lombardia, argentata dalle mille curve del Po, seminata di centinaia di villaggi, rigata di strade innumerevoli, coperta d'una vegetazione lussureggiante di boschi, di verzieri e di messi, nettamente visibile in tutti i suoi rilievi infiniti fino alle più grandi distanze, come se ogni sua parte ci s'avvicinasse al fissarvi sopra lo sguardo. Ed è una natura così fresca e così italiana di forme e di colori, così maestosamente serena nella immensità dei suoi orizzonti azzurrini, e così grande e terribile d'antiche e di nuove memorie, che dopo averla percorsa intera, quando si volgon gli occhi giù sulla città tutta piana e rosseggiante lungo le rive del Po e della Dora, chiusa in un vasto cerchio di verzura cupa, dominato dal bel monte conico dei Cappuccini, somigliante a uno smeraldo enorme, viene spontaneo sulle labbra il «Te beata» che gridò a Firenze Ugo Foscolo, e si resta maravigliati che tutta quella bellezza non abbia ancora avuto anch'essa da qualche grande poeta il tributo d'una lode immortale.
Ho cercato molte volte, curiosamente, con uno sforzo dell'immaginazione, di rendermi conto dell'effetto che può produrre la città di Torino in un Italiano che la veda per la prima volta....
Certo, un Italiano che arrivi qui coll'idea di trovare una città uggiosa, e un po' triste, come certi stranieri la definiscono--un villaggio ingrandito--un mucchio di conventi e di caserme--deve provare un disinganno piacevole, uscendo dalla stazione di Porta Nuova, in una bella mattinata di primavera. Alla vista di quel grande Corso, lungo quanto i Campi Elisi di Parigi, chiuso a sinistra dalle Alpi, a destra dalla collina, davanti a quell'infilata di piazze, a quelle fughe di portici, a quel verde rigoglioso, a quella vastità allegra, piena di luce e di lavoro, deve esclamare:--È bello--o tirare almeno uno di quei larghi respiri, che equivalgono ad una parola d'ammirazione. E andando su verso piazza Castello.... Ma un Italiano che venga a Torino per la prima volta, se appena ha una scintilla d'amor di patria nel sangue, è impossibile che, addentrandosi nel cuore della città, serbi tanta freddezza d'animo da non giudicarla che con l'occhio dell'artista. Egli deve sentirsi sollevato, travolto da un torrente di ricordi, sfolgorato da una miriade d'immagini care e gloriose, che trasfigurino la città ai suoi occhi e gli facciano parer bella ogni cosa. Deve veder Carlo Alberto, affacciato alla loggia del palazzo reale, in atto di bandire la guerra dell'indipendenza; incontrar sotto i portici il conte Cavour, che va al Ministero, dandosi la storica fregatina di mani; vedere i Commissari austriaci del 59 che portano l'«ultimatum» al Presidente del Consiglio; i corrieri che divorano la via Nuova recando le notizie delle battaglie di Goito, di Pastrengo e di Palestro; le deputazioni dell'Italia centrale che vanno a presentare i voti dei plebisciti; una legione di vecchi generali predestinati a morire sui campi di battaglia; a una cantonata Massimo d'Azeglio, in fondo a una strada Cesare Balbo, qui il Brofferio, là il Berchet, laggiù il Gioberti; visi tristi e gloriosi di prigionieri dei Piombi e di Castel dell'Uovo; giovani a cui brilla sulla fronte, come un raggio, il presentimento dell'epopea dei Mille; battaglioni abbronzati di bersaglieri della Crimea che passano di corsa e stormi di giovani emigrati che sbarrano la strada, agitando i cappelli, alla carrozza di Vittorio Emanuele; in ogni parte cento immagini di quella vita ardente e tumultuosa, piena di speranze e d'audacie, di __grida di dolore__, di canti di guerra e di fanfare trionfali, che s'agitò per quindici anni fra queste mura.