Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma
Part 10
Commemorarlo? A che pro, se da tanti giorni non si parla che di lui? se la sua vita intera è presente al pensiero di tutti? E com'è possibile, mentre dura intenso ancora il dolore, aver libera la facoltà che ordina i fatti, collega i particolari, chiarisce e giudica i moventi e gl'intenti delle passioni e degli atti? Altri farà questo un giorno, forse molti lo faranno, e faranno opera utile e bella. Lo prenderanno fanciullo, crescente nel seno d'una famiglia amorosa, ma più vicina alla povertà che all'agiatezza, esercitato fin dai primi anni a sopportar con animo forte le privazioni, educato agli studi severi dal padre, dotto filologo, ch'egli aiuta nei suoi lavori; spiegheranno come nella furia delle sue prime letture di libri cavallereschi abbia avuto origine quello spirito generoso, avventuroso, battagliero, irrequieto che agitò tutta la sua vita; lo seguiranno a passo a passo, da quando, poco più che fanciullo, si mette a capo d'una dimostrazione patriottica e vaticina in un opuscolo l'unificazione della Germania, via via, per le varie tappe, soldato dì Garibaldi a Milazzo e al Volturno, collaboratore dell'«Indipendente» del Dumas a Napoli, poi a Milano, studente di legge, poeta e giornalista ad un tempo, faticante per guadagnarsi il pane; poi soldato un'altra volta nel '66, combattente a Vezza, in Val Camonica; poi da capo giornalista, nella capitale lombarda, polemista baldanzoso e indomabile, che smette a ogni tratto la penna per impugnare la sciabola; tradotto di processo in processo, fuggiasco all'estero, nascosto in Milano, poetante nella prigionia, e dopo ogni processo e ogni prigionia più infiammato e più audace di prima.
E pervenuto a questo punto il biografo non sarà ancora che al principio. Egli dovrà accompagnarlo nella sua vita parlamentare per un quarto di secolo, deputato di Corteolona, di Pavia, di Milano, di Piacenza; saldo sempre nella sua fede repubblicana, ma, com'egli disse--«italiano prima, repubblicano poi»;--lottante, salvo rare e brevi tregue, contro tutti i ministeri; paladino dell'Italia irredenta, nemico dell'alleanza austriaca, oppugnatore degli armamenti rovinosi, avversario della politica affricana, denunciatore di tutte le violazioni della legge, di tutti gli abusi del potere, di tutti gli sperperi dell'amministrazione; fiero, infaticabile rivendicatore della moralità pubblica, fu istigatore di tutti i prevaricatori e corrotti e complici loro, potenti ed oscuri, nel parlamento, nella stampa, nei tribunali, nei comizi, in tutte le regioni e da tutte le tribune d'Italia. Ma dovrà aggiungere il biografo come a questa lunga e guerresca vita parlamentare, segnata di discorsi e di tempeste memorabili, egli intrecciasse ancora, quasi senza interruzione per molti anni, l'opera poetica e drammatica, alternata di dure lotte e di vittorie sudate, e come all'opera della creazione artistica accompagnasse l'opera erudita, critica e polemica, condotta con lunghi e pazienti studi, nel campo del teatro, della storia, della nuova poesia: opera interrotta alla sua volta da nuovi processi, da nuovi duelli, da nuove tempeste, da commemorazioni ispirate e memorande di grandi fatti e di grandi morti, e da faticose e ardimentose campagne elettorali; e come infine in mezzo alle lotte, alle cadute e ai trionfi, inteso sempre e soprattutto alla grande voce del paese, egli abbandonasse ogni cosa sua quando suonava il grido d'una sventura pubblica, e accorresse a Napoli e a Palermo a soccorrere e a confortar le vittime dell'epidemia col coraggio d'un eroe e con l'amor d'un fratello. Sì, ammirabile vita, nella quale i venturi, secondo i principii politici e l'indole loro, potranno trovare errori, violenze, temerità, disarmonie; ma non disconoscere una grande forza diretta da una coscienza onesta, da un profondo amore della patria, da un'ardente passione per la verità, per la giustizia, per il bene;--ma non rifiutarsi ad ammirare una maravigliosa cospirazione di virtù della mente e dell'animo, rarissime a trovarsi riunite, quali son l'impeto dell'entusiasmo e la tenacia ferrea della volontà, la vigoria infaticabile del pensiero e dell'azione, e con una nobile ambizione di gloria, col sentimento e il culto della bellezza, con la vivacità degli affetti, con tutto quello che fa bella e cara la vita, la forza d'un cuore sempre pronto ad affrontar le persecuzioni, gli odii, il dolore, la povertà, a rinunziare senza titubanza e senza rammarico a ogni bene della vita e alla vita stessa, come se per lui la pace, gli affetti, la gloria, l'esistenza non avessero valore alcuno se accettate a prezzo di una transazione con la propria coscienza a d'una violenza fatta alla propria ragione. Sì, ammirabile vita, che si può simboleggiare in questa bella figura: un soldato con la camicia rossa, con una corona di poeta sulla fronte, ritto sopra una tribuna; il quale mostra le mani alla patria per cui ha combattuto per quarant'anni con la spada, con la penna e con la parola, e le dice:--Guardate, sono pure! Non le ho macchiate mai che del mio sangue.
Vediamo ora, rapidamente, il poeta lirico, il drammatico, l'oratore, il polemista, il cittadino, l'uomo.
Poeta fu, nel più profondo dell'anima. Di poeta ebbe--per usar le parole d'un suo illustre avversario--il soffio, l'essenza alata, l'anima lirica. Non cercò nuove forme: fece sue quelle della poesia patriottica che palpitava in tutti i cuori quand'egli s'affacciò alia vita, le forme del Rossetti, del Berchet, del Manzoni. Dice egli stesso all'autore della «battaglia di Maclodio»:--«quest'umile cetra apprese le forme da te, e il mio canto modula alla tua scuola gli accenti d'una speranza che non è più la tua».--L'impeto della passione soverchiante non gli poteva consentire le sottili e pazienti industrie di stile e d'armonia, che più tardi vennero in onore. La sua poesia fu propriamente un canto sgorgante dall'anima, poesia di battaglia, piena dì strepito d'armi, di schianti di fulmine, di fremiti di popolo, di grida d'ira e di dolore. La successione delle sue strofe di decasillabi somiglia all'incalzarsi di manipoli di combattenti che corrono all'assalto; nelle quali le rime sono punte di spada e i tronchi finali urrà di vittoria. Ma nell'uniformità dei metri facili e sonori, quanta varietà d'ispirazioni, dall'inno alla satira, alla romanza, all'elegia, all'epigramma, ed anche quanta sincerità e freschezza giovanile di passione! L'anima affaticata dagli urti e dalle procelle, ferita qualche volta dal taglio del sarcasmo di qui si fa arma, si rifugia in sè stessa, cerca conforto negli affetti gentili e pace in fantasie e sogni di solitudine e di oblìo, e allora un nuovo poeta vi appare, d'una dolcezza e d'una delicatezza squisita, che vi tocca le più intime fibre del cuore. Ma già questo poeta voi lo indovinate anche nelle poesie di battaglia, dove a ogni tratto spunta un fiore, brilla una goccia di pianto, suona una nota di mestizia soavissima. Vi ricordate quando dice al Manzoni morto:--«dormi, o vecchio, e sopra la tua zolla ti conforti i placidi sonni la rosa che ti donò Garibaldi»?--e quando dice a Adelaide Cairoli, rammentandole il giorno che pregava alla tomba del suo primo figliuolo caduto:--«Ma allora, dopo la preghiera, ti rialzavi più forte, perchè ti rimanevano, ti baciavano ancora in viso quattro figli; e t'era così dolce il cercare su quei quattro volti il sorriso del tuo morto!»--E quando al poeta che impreca, infuriando, al cadavere della donna amata che lo fece soffrire, dice quella dolce e sapiente parola:--«Ah no, non insultarla! Ah non nelle maledizioni e nello scherno troverai il refrigerio che vai cercando, povero poeta! Tu non sarai guarito se non il giorno che perdonerai!»
E vorrei proseguire: vorrei imitar l'esempio di Emilio Augier, che all'Accademia francese, dovendo tesser l'elogio d'un poeta illustre, disse:--Quale omaggio migliore gli si può rendere che quello di recitare i suoi versi? e conchiuse:--Non aggiungiamo nulla: portiamo con noi intera la nostra commozione, e che il poeta tramonti nella sua gloria.--Ma recitar quei versi che furono la più schietta e calda espressione dell'anima sua, e darmi così l'illusione di riudir quella voce che non udrò mai più, non potrei: la commozione me li soffocherebbe nel cuore. Evochiamo una sola, la più bella forse delle sue creazioni, quella in cui più mirabilmente s'accordano l'altezza del concetto, la grandezza del disegno e l'andamento grave e solenne del ritmo che par che segni il passo di Leonida armato nel silenzio della notte. Alla mente di tutti, senza dubbio, è presente la figura augusta dell'eroe che, al raggio delle stelle, risorto dalla tomba d'Antelo, con la grande asta nel pugno, discende, circonvolato dall'aquile, per andar a cercare se sia sorta nel mondo una nuova gloria pari a quella delle Termopili, e riposar là, in mezzo ai fratelli degni, dei suoi trecento. Si sofferma, ma non si arresta a Clierniea. No,--dice ai Tebani morti che lo chiamano:
No, no, dormite in pace! Vano fu il sangue, eroi! Periste e non salvaste l'ellenia libertà!
Giunge a Maratona; ma non s'arresta.--No,--grida ai caduti che lo invocano--qui non rimango.--
Tutto, voi, tutto aveste! la gloria e la vittoria Pei lari! È troppo dolce, morti, dormir così!
Giunge alle isole Arginuse, sulle onde sparse di triremi infrante e di salme insanguinate; ma non cede all'invito di Callicràtida: «No»--dice--«foste prodi, cinque contro venti; ma foste Elleni contro Elleni--e fu una squallida lotta».
Giunge al campo di battaglia d'Isso; ma procede, dicendo ai soldati di Alessandro, vincitori dei Persiani:
... Salvete, o morti! Leonida non dorme Dove a un tiranno i lauri il greco acciar donò.
E non s'arresta a Gerusalemme dove l'invocano i crociati spenti, perchè, dice, «io non pugnai per espiar peccati nè mossi in cerca d'avventure e di ricchezza». E non s'arresta alle Piramidi, alla voce dei soldati di Buonaparte, perchè, grida:
Io non guidai sul colle i miei Trecento a Dite, La libertà sul labbro e la conquista in cor!
E non s'arresta a Zama, dove gridano il suo nome i soldati di Scipione, sgominatore d'Annibale:
E voi giacete! Io passo! Troppi eravate in campo! E i numidi elefanti v'apersero il sentier.
E trascorre oltre il campo di Munda, sordo alle voci dei legionari di Cesare, ai quali rinfaccia il motto del capitano:
Sul colle io per la patria pugnai, non per la vita: Vincitori di Munda, lasciatemi passar!
E attraversa fiumi e monti, passa il Pirene, giunge in Provenza, si sofferma sul Rodano dove Mario distrasse i Teutoni; ma non s'arresta alla voce dei soldati di Mario, perchè sul sacro colle egli non attese, scrutando le stelle, l'ora in cui potesse combattere con la certezza della vittoria.
E varca le Alpi e scende in Lombardia; ma, sospinto dal ricordo della pace di Costanza, neppure a Legnano si arresta, perché
Se non dà frutti il sangue che val gloria d'allori? Se libertà non germina, che val d'armi virtù? Morti feconde io cerco, non vinti o vincitori; Morti feconde e libere, tra quei che non son più.
E giunge finalmente sulla riva del Tevere, in vista di San Pietro, davanti a un'ara modesta, donde cento voci fioche lo salutano:
Noi pur, noi pur pugnammo in cinque contro venti, E non fu indarno, o patria, nè il sangue, nè il morir!
A noi non la vittoria, ma dei fiacchi lo scherno: Non i felici oròscopi, ma il pallido dover: Non fratricidi allori, ma l'abbandon fraterno: Non di tiranni il soldo, ma il raggio d'un pensier.
L'alme donammo al fato, non bugiarde parole, Dall'ombra degli avelli guardando all'avvenir!...-- L'Ombra, inchinando l'asta, grida:--Stanotte vuole Coi morti di Mentana Leonida dormir!
E così ora «tramonti il poeta nella sua gloria» accanto al suo Leonida, egli che alle Termopili sarebbe morto tra i primi, e che in difesa della libertà e della giustizia combattè per trecento.
L'autor drammatico. Nessuno, certo, attende qui un'analisi ragionata di quell'opera complessa e varia, coronata di successi clamorosi, provocatrice di aspre battaglie, feconda di tante vive discussioni storiche e artistiche, nella quale dal dramma storico in versi, i «Pezzenti», il «Guido», l'«Agnese»,--dove la poesia e la fantasia predominavano e la storia non era che fondamento e facciata,--Felice Cavallotti passò al grande dramma storico in prosa--l'«Alcibiade» e i «Messenj»--poggiato sopra una più minuta indagine del tempo e sopra un più profondo studio del vero, per trascorrere poi, con la «Sposa di Menecle», alla commedia intima di soggetto antico, e infine al moderno dramma psicologico, spingendosi fino all'idillio e al proverbio. Il cuore e la ragione insieme si ribellano oggi anche a una critica riverente. A noi basta rammentare che se neppur nel teatro non cercò nuove forme, attenendosi, come voleva la natura del suo ingegno, alla tradizione romantica, sulle traccie di Victor Hugo e dello Schiller, anche nel teatro portò il soffio della sua anima lirica, che tutto riscalda e vivifica, la santa fiamma dell'amor di patria e di libertà, una forza grande di sincerità giovanile e di virile coscienza, un continuo, amoroso, poderoso conato verso la bellezza e la grandezza, che ci leva in alto lo spirito e ci move il cuore anche quando non arriva dove fende. Chi potrebbe oggi esaminare, ponderare, discutere, mentre le creature della sua mente ci si affollano intorno velate di nero come la sua immagine, a cui fanno un corteo dolente e glorioso, come figli intorno al simulacro funerario del padre? Altro non possiamo fare che rammentarle e salutarle. E sfolgorante Raul che, levando la spada in cospetto al cadavere di Maria, grida al duca d'Alba: «Troppo tardi. Oggi saremo in molti ai funerali. A me, pezzenti!»--È tragico il vecchio padre traditore del suo sangue che svela al figliuolo adorato la propria infamia, mentre suonano i rintocchi della campana che lo chiamano a combattere, con quelle semplici e terribili parole:--«Ferma! Io son Guido!»--È bello e generoso il giovine Scandiano che al duca di Mantova, ebbro di piacere e d'orgoglio, narra tra gli splendori della festa la fame e la disperazione del popolo di Mantova. È splendido il vecchio re di Messenia che, ritto sulle rupi, strappa la bandiera tirannica di Sparta e chiama alla rivolta il suo popolo col superbo grido:--«dove passa Aristomene, Sparta non ha bandiera!»--E pietoso e venerando è il vecchio Menecle che riprende dalle pareti lo scudo e la spada antica per chiedere alla morte per la patria l'oblio della dolce illusione perduta. E più alto di tatti, come una statua d'oro e di bronzo, segnata di mille colpì, ma salda e trionfante ancora sul suo piedistallo di marmo pario, ci sorge davanti il greco gigantesco e multiforme, che riunì in sè Cesare e Coriolano, Sardanapalo ed Antonio,--«tutte le faccie del polièdro umano»--e mentre passano dietro di lui, come visioni, i giardini e le piazze, le sale d'Atene, la spiaggia di Sicilia, il lido di Sparta, le acque dell'Ellesponto, le montagne di Frigia, e quella fuga maravigliosa d'assemblee, di eserciti, di campi di battaglia, di feste trionfali e di solitudini, che pare il giro di un mondo intorno ad un uomo,--noi non salutiamo in lui l'Alcibiade antico, vincitor di Bisanzio e di Calcedonia, ma la creazione più grande, più fortunata, più cara del poeta perduto; la salutiamo con la certezza che, quando pure dovessero le altre andar travolte dal tempo, quella resterà, splendida e palpitante di vita immortale. E se anche tanti pregi di pensiero e d'ispirazione non risplendessero nelle sue tanto applaudite e combattute opere drammatiche, sarebbero queste ancora amate e riverite da noi per il tesoro di studi amorosi e di dotti commenti che egli vi profuse intorno, per le tempestose ansie giovanili che gli costarono, per le ebbrezze ardenti che gli diedero, per i profondi e dolci conforti che recarono ai suoi grandi dolori e alle sue affannose fatiche di soldato della libertà e di tribuno della patria.
Eppure la più alta e potente manifestazione del suo ingegno e dell'animo suo egli la diede, a nostro credere, nell'oratoria. Oratore grande, insuperabile forse, se la natura non gli avesse negato qualcuna di quelle piccole doti sussidiarie, puramente fisiche, onde il grande oratore s'integra. Due oratori erano in lui, potenti del pari. L'oratore popolare e improvviso, che stentatamente incominciava, che vi faceva assistere al lavorìo, alla lotta laboriosa e violenta del sentimento e del pensiero con la parola, e che poi, infervorato dal suo sforzo medesimo, trascinato dalla passione, sprigionava un torrente di idee e d'immagini, dalle onde irruenti e sonore, e travolgeva ogni forza restìa dell'uditorio;--e l'oratore parlamentare delle grandi occasioni, che del discorso ordiva avanti la trama, nel quale le idee si svolgevano ordinate e concatenate, col corso largo e pieno d'un grande fiume, e logica, sentimento, precisione quasi scientifica di forma, tutti gli accorgimenti più fini dell'arte s'univano con l'ardore d'un'alta ispirazione, che tutto levava in alto. L'oratore nato, sussidiato dall'artista letterario, si rivelava nell'architettura ardita e grandiosa del periodo, sorreggente una grande quantità di idee accessorie, aggruppate armonicamente intorno all'idea principale, intarsiato di parentesi e d'incisi che, senza fare ingombro, illuminavano il concetto come di tanti raggi successivi, e condotto vittoriosamente, fra ogni sorta di pericoli, ad una frase geniale che superava tutte le altre in efficacia, e che nello stesso tempo giungeva inaspettata e pareva necessaria.
Maraviglioso era veramente come un uomo di natura così impetuosa sapesse, quando occorreva, trovar le parole gravi, misurate, guardinghe che facevan passare senza contrasti le idee più audaci, quasi rispettate per la dignità dell'abito; come qualche volta, nell'infuriare d'una tempesta, quasi per effetto d'una illuminazione improvvisa dell'intelletto e dell'animo, egli lanciasse, in luogo delle parole eccessive che tutti aspettavano, una così sincera e nobile invocazione alla concordia per l'interesse supremo della patria, che n'eran tutti gli animi disarmati e placati; come da quella bocca, donde erompevano tanti tuoni e tante fiamme, potesse sgorgare, al bisogno, un rivo d'eloquenza così mite e così serena. Vi ricordate di quel mirabile parallelo tra il generale della Lunigiana e il generale di Sicilia, che, fatto da tutt'altri, avrebbe scatenato un uragano? Vi ricordate della difesa ch'egli fece del «fiore baciato dalla sventura», quando dal banco dei ministri era lanciato un oltraggio a una giovinetta, mentre sul capo di suo padre, accusato politico, pendeva una condanna tremenda? Vi ricordate con che dignità di sentimento e di parola egli diceva nel Parlamento l'elogio d'un avversario morto, e riconosceva d'un avversario vivo la bontà e la rettitudine, e come qualche volta, sfuggitagli una frase offensiva, la temperasse come voleva la giustizia, in modo che non era la sua una ritrattazione del pensiero, ma del sentimento, non un atto di semplice convenienza, una gentilezza sentita e squisita di cavaliere e di galantuomo? Vi ricordate l'orazione in onore di Garibaldi morto, pronunciata il 3 giugno dell'83, al «Castelli» di Milano, la quale strappò il pianto da tremila cuori, e la grande commemorazione epica dei caduti a Domokos, e le belle, austere, fraterne parole ch'egli disse nella prima riunione dei partiti estremi, discordi fino a quel giorno, per la fondazione della Lega della libertà?--Era l'eloquenza d'un poeta e d'un, sapiente--era una così alta e commovente ispirazione che quasi riusciva dolce agli altri oratori di non poterla raggiungere--erano la ragione, l'entusiasmo e la fede parlanti il più eletto linguaggio che possa uscire dall'animo d'un cittadino. Quante volte Vittorio Alfieri gli avrebbe posto la mano sul capo, ripetendogli i versi di Eschilo a Timoleone:
Ah! no, più caldi mai, nè mai più veri Forti divini detti in cor mortale Mai non spirò di libertade il nume!
E non di meno, non si potrebbe affermare con certezza che fosse l'oratoria, non invece la facoltà puramente ragionatrice, non la forza analitica e polemica la sua virtù intellettuale preminente. Di lui si può dire quello che dell'autore dell'«Emilio» disse Enrico Taine. Non c'è loico più serrato. La sua dimostrazione s'annoda in fili d'acciaio, maglia a maglia, per lunghe pagine, come una enorme rete senza uscita, in cui, volenti o no, si rimane avvinti. Non un filo gli sfugge o gli si rompe, ed egli ha costantemente sotto gli occhi e dentro la mano la rete intera. Dagl'infiniti e bene ordinati compartimenti della sua salda memoria escono prontamente, a un richiamo, nomi, date, parole, fatti, circostanze di fatti, che a vicenda si rischiarano e si rincalzano, disponendosi e collegandosi logicamente come le formule successive d'un'operazione matematica, che non possa esser condotta in altra forma nè riuscire ad altro risultato da quello a cui egli tende. La punta della sua idea v'è già penetrata nella mente, credete che non vi si possa addentrare di più, ed egli ve la configge ancora più addentro con un martellamento fitto e preciso, che vince anche le ultime resistenze inconscie dell'animo vostro. Nessuna maraviglia che chi possedeva una così potente arte dialettica l'adoperasse anche quando ad altri poteva parere superflua, o inopportuna, o senza speranza di effetto utile. Ma maraviglioso è che egli vi ricorresse e l'esercitasse magistralmente anche nei momenti di maggior concitazione dell'animo, che egli ragionasse in quel modo con la penna alla mano un'ora prima d'andare a rischiar la vita con l'arma nel pugno, che neanche il presentimento della morte, che qualche volta lo assalì in quei momenti, potesse turbare in lui quella facoltà delicatissima a cui pare indispensabile la quiete serena dell'animo e la libertà assoluta della mente. E questo prova quanta sincerità, quanta pensata fermezza ci fosse anche nelle sue determinazioni che potevano parer più violente, come la sua passione fosse mossa sempre da una idea e sorretta e vigilata, dalla coscienza, come fosse in lui convinzione vigorosa e tenace ciò che non era creduto da molti che ira, odio, sete di rappresaglia e di vendetta, come la sua spada, anche nelle quistioni che parevan più strettamente personali, fosse quasi sempre la spada d'un'idea.