Chapter 9
--Non so, non so... Troppi pensieri volevano essere espressi; ma un'idea mi occupava: «Se parlerò, io perderò la sua mano.» Il velo della nebbia ora si veniva diradando; quando il lago appariva le ondate spumose che sorgevano e svanivano davano imagine di rapide accensioni abbaglianti. Un lembo di cielo sorrise. Allora dissi: «Vedete l'azzurro?...» Ella si levò...
--E poi?--domandò il giudice, alla reticenza del narratore.
Le cose da dire dovevano essere più gravi, il giovane doveva sentirle contrarie all'accusa per arrestarsi così.
--E poi?... Dite tutto: bisogna dir tutto!...
--Ella parlò di quell'altro. Io sapevo che non più l'amore, ma solo l'idea d'un dovere la legava. Mi disse queste parole, levandosi: «Io non merito l'amor vostro. La sincerità che lodo e pretendo negli altri mi è mancata. Voi sapete e già vi dissi che non sono libera... Ma l'uomo al quale ero unita mi aveva lasciata, voi non lo vedevate al mio fianco, entrambi potevamo credere che non sarebbe più tornato. Ora egli è qui. Se volete che io continui a stimarmi, non mi dite più nulla...»
--Vedete? Vedete?... E voi?
--Io risposi: «Sia come volete, ma costui vi lascerà ancora una volta!...»
--Vedete? Vedete?--ripetè il magistrato.--Se voi le diceste queste parole con la voce dura con la quale ora le riferite, non pensate che ella dovesse aver paura dell'odio vostro contro quell'uomo?... Non dovette ella comprendere che, nonostante il vostro rispetto per lei, l'idea che ella era di quell'indegno avrebbe menomato il vostro sentimento?... E come vi rispose?...
Il Vérod, che aveva abbassato la fronte, riprese pianissimo:
--Nascose il volto fra le mani.
--E non sentiste in quel momento che ella aveva ragione, che fra voi due l'amore era condannato a una trista vita? Non comprendeste che bisognava lasciare quella donna al suo destino per evitargliene uno peggiore?
--Non dite così!--proruppe il Vérod giungendo le mani, alzando lo sguardo tra umile e ardente in faccia al magistrato.--Non dite così!... Io non so, non posso dirvi che cosa sentissi... Sì, forse questi sentimenti, altri ancora, meno definibili, occupavano l'animo mio; ma io l'amavo, sentivo che m'amava, la vedevo occupata di me, soffrire per me; e fuggire, lasciarla sola, non dirle l'impeto della mia gratitudine, della tenerezza, della pietà; non dirle che tremavo per lei, che volevo morire per lei, non mescolare le mie lacrime alle sue, questa cosa era impossibile!
--Voi parlaste così?
--Dovevo parlare. Ella m'udì. Il temporale era finito, il sole splendeva sul vivido verde. Io dissi che la tempesta della sua vita si sarebbe un giorno sedata, che quel giorno io sarei stato ancora suo. Ella mi disse: «Se vi avessi conosciuto prima!...» Io parlai ancora. Non chiedevo nulla, ma volevo e dovevo dire che nulla vi è d'irreparabile al mondo, che questa vita sarebbe veramente troppo malvagia se la speranza non la confortasse. Le dissi un'altra cosa più vera, triste forse: che la gioia è più nell'aspettazione che nell'ottenimento; che perciò la speranza è il massimo bene. Le domandai: «Non è forse vero?» Ella rispose: «Sì.» Questa parola, la parola dell'assenso, fu l'ultima sua...
Il Ferpierre lasciò che l'eco della voce appassionata si disperdesse. Incrociate le braccia sul petto, proferì poi lentamente, dopo un breve silenzio:
--Orbene: noi non abbiamo ancora testimonianze lampanti della verità, e voglio credere che da un momento all'altro si possa trovare la prova irrecusabile della vostra accusa. Voglio concedere che quando avremo la lettera diretta a suor Anna Brighton, troveremo che in questo foglio scritto due ore prima della sua morte la contessa non solamente non parlava di morire, ma esprimeva al contrario l'imminente felicità. Ma ora come ora, se la logica ha da valere qualcosa, bisogna credere al suicidio.
Poichè il Vérod non rispose, guardandolo timidamente, egli riprese:
--Quest'ultimo vostro colloquio, del quale non volete riconoscere l'importanza, basta a spiegare la catastrofe. Io presentivo che qualche cosa dovesse essere avvenuta fra voi per la quale ella aveva visto spalancarsi un baratro dinanzi ai suoi passi. Se la disgraziata illudevasi sulla possibilità d'una pura amicizia, le ultime vostre parole doverono disingannarla. Tutti gli argomenti che le adduceste sono i consueti sofismi della passione. Voi non chiedevate nulla: anche l'uomo per il quale s'era perduta aveva detto così. La logica della vita è quella che costui le aveva crudamente rivelata: «Chi ha fame deve cibarsi.» Se la speranza è il massimo bene, intanto essa ci giova in quanto pensiamo di conseguirne l'oggetto; nessuno al mondo si consola imaginando un bene al quale non potrà mai arrivare. Logicamente, necessariamente ella doveva cadere in un nuovo errore. Dico errore, ma potrei anche dire colpa. Non dubito dell'onestà delle vostre intenzioni, ma la debolezza vostra e sua ve la avrebbe fatta dimenticare. L'ardenza del desiderio vi spingeva a contrarre un impegno del quale forse vi sareste pentito. Anche senza la previsione del vostro pentimento ella si sentiva preclusa la via ad una nuova gioia. Tutti questi pensieri che la disgraziata aveva lungamente considerati si dovevano ridestare più urgenti, più molesti, più funesti dopo le vostre parole. Quale momento sceglieste per parlare? Il più grave. L'uomo cui si era legata tornava presso di lei. Egli era diventato migliore; abbiamo la testimonianza di Giulia Pico, dalla quale risulta che il principe cominciava a diportarsi meglio verso l'amica. Se, dunque, ella aveva pure cercato di persuadersi talvolta che il suo legame era sciolto dopo l'abbandono patito, non poteva più sentirsi ora libera. Il dovere di restare con quest'uomo al quale s'era data per sempre, che dimostrava d'apprezzare l'amore di lei, questo dovere risorgeva, più imperioso. Lasciando un traditore ella poteva trovare una qualche giustificazione, nè costui avrebbe pensato di rinfacciarle l'instabilità di quella fede alla quale ella voleva convertirlo: se pure l'avesse rimproverata di ciò, ella aveva come rispondergli. Abbandonandolo ora che tornava a lei, ella doveva sentirsi doppiamente colpevole. E restare con lui non poteva. Non lo amava più d'amore; amava voi. E nei vostri occhi, nella vostra voce, dove prima, quando, era sola, aveva letto soltanto l'amore e la pietà per lei, ella sentì improvvisamente fremere l'odio contro l'uomo che sorgeva a impedire la vostra felicità. Non solamente ella pensò di dovere fatalmente scapitare nella vostra stima, ma temè di essere causa di altri mali spingendo due uomini a odiarsi, forse ad uccidersi. Poche ore dopo questa tempesta morale, costei, che è anche inferma inguaribilmente, il cui petto è roso da un male senza riparo, che non ha nessuno al mondo, nè padre nè fratello, manda via con un pretesto la donna che ha sempre vegliato presso di lei; noi la troviamo morta, con un'arma accanto, con l'arma che le apparteneva, che ella custodiva, con l'arma alla quale aveva già pensato di chiedere l'ultimo riposo: io debbo dire, voi dovete riconoscere che questa donna si è uccisa!
Il Ferpierre aveva parlato più duramente, quasi gli stesse dinanzi non il vendicatore ma un accusato. E l'attitudine di Roberto Vérod era quella d'un colpevole: a capo chino, con una mano sul petto, egli pareva piegarsi sotto il peso del rimprovero altrui, del suo proprio rimorso.
--Non dite nulla? Non riconoscete l'esattezza dei miei ragionamenti?
--No!--proruppe il giovane, risollevandosi a un tratto, e in atteggiamento quasi di sfida.--Non è così! Non può essere così! Non lo posso credere, non lo crederò mai!... Questi pensieri furono i suoi, è vero; ma sopra i pensieri di morte, più alto, più potente doveva essere e fu il pensiero della vita e dell'amore. Anche a me non sarebbe nulla costato darmi la morte, prima di conoscerla. Io avevo ragione di odiare l'esistenza....
--La stessa ragione che ve la fece odiare a vent'anni?
Il Ferpierre disse queste parole quasi per un impeto incosciente. Quantunque alla severità del suo ufficio non convenisse richiamare i rapporti anticamente passati tra lui e l'accusatore, pure l'istintiva curiosità di sapere se il giovane si ricordava ancora di lui lo pungeva fino dal giorno innanzi.
--La stessa,--rispose il Vérod guardandolo negli occhi;--ma più urgente, più sconsolata di quella che voi rammentate. Voi mi conoscete, è vero? Anch'io subito vi riconobbi. Voi sapete che troppo presto io vidi la miseria, il vuoto, l'orrore della vita.
--Come mai? Siete povero? Avete sofferto qualche ingiustizia per opera degli uomini o del destino? Sì, io mi ricordo di voi; ma non so, come non seppi, che cosa vi hanno fatto!
Il magistrato provava una specie di piacere nell'incalzare il pessimista, nel costringerlo da presso a riconoscere l'errore del suo sentimento.
--Nulla mi han fatto. Ma io piangevo di tutto. Forse ero infermo, sì; ma inferma era l'anima, non già la fibra. Ella fu la mia salute. Dopo averla veduta rinacqui. Questa è la potenza dell'amore: la sola esistenza di una creatura amata è una ragione, la più potente ragione di vivere.
--È ciò vero di qualunque amore?
--Non mi parlate degli ostacoli! Sì, io odio, io esecro, io vorrei come già volli uccidere l'uomo che me la tolse, e l'odio trasparì dalle mie parole. Sì, ella mi disse ciò che avete pensato, tutto ciò che il ragionamento vi ha fatto scoprire; e nel comprendere che l'esistenza di quest'uomo era d'ostacolo alla nostra felicità, io le dissi l'odio mio. L'amore, l'amore ricambiato, cresce dinanzi all'ostacolo, tenta spezzarlo; non cede. L'amore aspetta e spera. È vero, ella tremò quando mi udì parlare così; ma ciò non le tolse di riconoscere che potevo, che dovevo sperare. Non vi ho detto tutto ciò che accadde fra noi. Due giorni prima dell'ultimo incontro io l'accompagnai sullo Chesand; bevemmo a una fonte; io dopo di lei, nella stessa sua coppa, bevvi l'acqua che ella aveva lasciata: fu come se avessi appressato la bocca alla sua bocca. Ieri, quando ella mi consentì di sperare, io presi ancora una volta la sua mano, la baciai avidamente. Ella tremò, ma non la ritrasse. Io sentii che ella era mia, che avrei potuto cogliere un altro bacio sul fiore delle sue labbra. E il domani, poche ore dopo, si sarebbe uccisa?
--Ma sì! Ma sì!--replicò subitamente il giudice, vedendo che, nella foga della difesa, il Vérod si scopriva.--Ma sì, poche ore dopo! Perchè questo vostro contegno che vi pare suggerito dall'amore rispettoso e obbediente, sapete voi da qual amore è suggerito? Dall'amore prepotente ed egoista! Perchè questi piaceri dei quali voi godevate, che ve ne facevano antivedere altri maggiori, dovevano invece atterrir lei!... Ella era pure una creatura di carne: dinanzi a voi non trovò la forza di resistere all'esigente passione; sola con la propria coscienza ne udì le voci imperiose! Tutta l'ultima parte del suo diario è piena di un pensiero di morte; vi stupite che, al bivio, lo ponesse ad effetto?
--Lo disse, lo scrisse; ma nel momento di compiere l'atto il pensiero di Dio dovè fermarle la mano.
--Il pensiero di Dio le fermò tante volte la mano, ma nel momento della massima pena s'è uccisa!
--Senza lasciarmi una sola parola? Ella che sapeva d'avermi ridato alla vita, avrebbe distrutto d'un colpo l'effetto dei suoi insegnamenti? Voi dite che volle sottrarsi al male, uccidendosi; ma così facendo credete forse che abbia ben fatto?
Il giudice restò a sua volta senza risposta. E il Vérod, comprendendo d'avere ottenuto finalmente in quella lotta un reale vantaggio, incalzò:
--Ella pensava e scrisse che si può in qualche caso fuggire la vita senza biasimo; ma potrà morire chi è solo, non già quegli dalla cui vita un'altra dipende. Non avete voi letto pur ora le sue parole? «Questo è grave, nell'amore: che ciascun amante non è solo responsabile delle proprie azioni, ma anche di quelle alle quali spinge l'amato.» Ed ella m'avrebbe dato l'esempio della morte?... Io credo alla bellezza dell'anima sua, non credo ad altro. Ma la certezza che ella non s'è uccisa non lede la fede mia.
--Il dovere di non lasciare l'uomo al quale si era sposata in cuor suo era dunque una fisima?
--Non s'era sposata realmente.
--Che cosa significava allora quel legame, se la legge non lo aveva sanzionato?
--Credete voi alla bontà, alla perfezione delle leggi umane? Credete che nell'osservarle letteralmente sia la salute?
--Ne dubitate? E sono questi i principii che propagate con i vostri libri? E con questi principii avete tanta avversione per il nihilista? Non sapete che siete voi negatori, voi pessimisti, i suoi maestri, gli eccitatori di tutte queste anime audaci cui non basta l'astratta speculazione, ma che traducono in atto, logicamente, i vostri ragionamenti?
--Io non nego le leggi, dico che esse non risolvono le difficoltà dentro alle quali noi siamo condannati ad aggirarci, le esprimono soltanto. Se anche ella si fosse unita legalmente a quell'uomo....
--Voi avreste avuto il diritto di sedurla, di toglierla a lui? Ella avrebbe potuto venir meno alla parola data?
--Non si può giurare d'amar sempre....
--Voi però lo giuravate a lei?
--Non si può amare chi non ama.
--Direste altrettanto se foste voi l'abbandonato?
E come alle stringenti argomentazioni il giovane restava muto e confuso, il giudice riprese con altro tono di voce:
--Ah! Noi non siamo lontani, come vi potrà forse parere, dall'oggetto della nostra indagine! Queste idee, il contrasto dell'illusione con la realtà, il dissidio del dovere col piacere dilaniarono la disgraziata. Ella vide e sentì quanto la vita è difficile. Che abbia voluto lasciarla è troppo evidente. Resta da dimostrare che realmente mise in atto il proposito. Le testimonianze dirette ci mancano; ma tutte le presunzioni sono contro di voi. Considerate freddamente, se ne siete capace, la somma delle circostanze dinanzi alle quali ci troviamo, e vedrete che ho ragione di pensare così. Avete denunziato le due persone che erano in casa di lei nel momento della morte; ma contro quale delle due bisogna precisamente rivolgere i sospetti e le indagini? Sarebbe tempo di decidersi! È colpevole il principe? E perchè mai egli avrebbe uccisa la disgraziata? Per gelosia? Ma, innanzi tutto, voi mi dovete concedere che quest'uomo, al quale non attribuite altra capacità se non quella dell'odio e del male, avesse ripreso ad amare la contessa e soffrisse sapendo di averne perduto l'affetto. Ma era ella vostra? Assecondava la vostra passione? Voleva lasciarlo e venirsene con voi? No, al contrario! Fino all'ultimo momento ella si sente vincolata a lui, rifiuta di udirvi, vi scongiura di lasciarla! A stento, dopo lunghe insistenze, voi le strappate il permesso di sperare: una speranza ambigua, incerta, lontana; un permesso del quale potreste anche fare a meno, che ella non vi potrebbe negare e che non l'impegna a nulla. Dato il carattere dell'amica vostra, la serietà dei suoi scrupoli, la sincerità dei suoi rimorsi, noi dobbiamo credere che, appena voi andaste via, ella ricominciò ad incolparsi, a interdirsi la speranza prima consentita. In questa situazione che motivo aveva il principe di ucciderla? L'amava ancora o, se vi piace, era geloso d'una gelosia tutta brutale, di quella gelosia che è offesa al sentimento di proprietà e nient'altro. Ma di che poteva accusarla? Non di essersi data a voi! Egli doveva anzi esser certo che il più lieve sforzo di bontà, una prova d'amore, una parola buona avrebbero impedito che la contessa fosse vostra. Io voglio credere che non la gelosia, non l'odio vi facciano disistimare tanto quest'uomo; ammetto che i buoni sentimenti gli siano sconosciuti e che egli sia veramente capace d'un volgare delitto. Ma la malvagità più brutale ha pure bisogno d'un pretesto, se non d'una ragione, per armarsi e colpire. Io non vedo qui nè ragioni nè pretesti. Supponete forse che, dopo avervi con tanta pena accordato un assenso tanto ambiguo, ella andasse da lui per provocarlo, dichiarandogli ad un tratto d'amar voi? Forse l'amor proprio vi suggerisce, a vostra insaputa, questo ragionamento. Esso è illogico. Se la contessa avesse voluto secondare l'inclinazione che sentiva per voi, nessuno glie lo avrebbe vietato quando Zakunine era lontano. Anche ora aveva ella veramente bisogno di chiederne licenza a quest'uomo? Se l'impedimento fosse venuto da costui ella avrebbe potuto ribellarsi e sfidare; ma non veniva da lui, sibbene da lei stessa, dalla sua intima coscienza. Dunque l'ipotesi è assurda. Volete rifarvi con la nihilista? Amando il principe questa era gelosa della contessa e perciò l'avrebbe uccisa? Ma qui le difficoltà non sono minori, al contrario! Prima di tutto si dovrebbe dimostrare che sono amanti, cosa che negano; poi, quando pure ciò si provasse, perchè la Natzichev uccidesse la contessa bisognava che quest'ultima fosse d'ostacolo all'amor suo. Come mai? La disgraziata sapeva e poteva forse vietare al principe di andarsene con altre donne? Che ombra poteva ella dare alla nihilista? I due Russi non erano liberi di continuare a starsene insieme a Zurigo? Se l'omicidio non si può ragionevolmente imputare nè all'uno nè all'altra, potremo supporre che lo abbiano commesso insieme? L'assurdità sarebbe doppia! Ora, se la vostra amica non avesse avuto ragione di fuggire la vita, noi dovremmo, quantunque poco fondato, accogliere il sospetto dell'assassinio. Ma i motivi che l'avrebbero spinta ad uccidersi non solamente non mancano, ma abbondano. Voi avete nondimeno dalla vostra parte un argomento, uno solo....
Il Ferpierre sostò un momento per riprendere fiato. Roberto Vérod restava nell'attitudine con la quale lo aveva udito: a capo chino, le mani strettamente congiunte, come quegli che aspetta un colpo mortale.
--Nella situazione della contessa d'Arda, tra gli scrupoli morali e gli allettamenti della passione, nè cento nè mille donne s'uccidono. Aspettano. Col tempo s'accomodano a condizioni di vita che per un momento credettero insoffribili; vengono a patti con i loro scrupoli, trovano nell'altrui esempio una scusa, sperano nella redenzione futura. Tale è la condotta di tutte, di quasi tutte. Voi avete definito bene, fin dal primo momento, l'importanza di questa ragione. Ma per credere così, per sostenere che dopo l'ultima spiegazione con voi, dinanzi alla visione del male inevitabile, ella non si sia uccisa, dovete concedere che la vostra amica, che questa donna della quale decantate la grandezza dell'anima, che veramente m'è parsa, in queste sue confessioni e per le testimonianze di chi la conobbe, superiore a molte altre, dovete concedere, dico, che fosse invece come tutte le altre, anch'ella capace delle comode transazioni delle quali siamo spettatori quotidiani. È bensì vero: chi si uccide non dà prova d'animo strenuo nè di fede incrollabile; ma se, per opera vostra, questa infelice si trovò nell'impossibilità di scegliere un terzo partito, io debbo credere che la sua scelta cadesse su quello dei due che è meno brutto. E non è proprio strano che debba io sostenere, contro di voi, la forza della sua coscienza, la delicatezza dell'onor suo?....
Allora il Vérod, levandosi e premendosi la fronte con la destra, esclamò, vinto, perduto:
--Non dite così!... Sì, è vero... Avete ragione... Potete avere ragione... Ma non lo dite, non lo ripetete!... Perchè allora io, io stesso l'avrei uccisa!... Ella sarebbe morta per me! per me!... E vedete: a questo pensiero, a questo dubbio, il cuore mi si schianta, io mi sento impazzire...
VI.
L'INCHIESTA.
Quando il giudice rimase solo, la fiducia che lo aveva sostenuto cadde ad un tratto. La resistenza dei Vérod gli era stata di sprone suggerendogli argomenti la forza dei quali contro l'accusa sembravagli grande: sentendosi da ultimo dare ragione, invece d'affermarsi nella sua opinione tornava a dubitare. La sua ricostruzione del dramma era verisimile, ma nessuno poteva testimoniare che fosse vera; e la possibilità dell'assassinio era veramente insostenibile? Dopo avere lumeggiata una delle due ipotesi egli doveva esaminar l'altra; a questa impresa accingevasi con cresciuta antipatia per gli accusati. Scosso dal dolore del Vérod, ricredutosi rispetto alla morta, egli diffidava ora maggiormente dei Russi.
Il domani dell'interrogatorio del giovane, insieme con i pacchi delle carte sequestrate a Nizza ed a Zurigo, egli ebbe le informazioni richieste al capo del dipartimento di polizia e alla legazione di Russia a Berna intorno ai nihilisti. Ciò che già sapeva dell'indole del principe Alessio Petrovich restava confermato e documentato da quei rapporti lunghi e minuziosi, pieni delle deposizioni assunte nei precedenti processi politici. Ma egli seppe pure alcune cose che non sospettava.
Erede del genio della razza slava, mosso da sentimenti impetuosi e troppo vicini ai primitivi istinti, Zakunine era anche infermo di quell'isterismo che la moderna scienza delle malattie nervose ha trovato non essere più doloroso privilegio del sesso femminile. Di lui, della tumultuosa sua gioventù si narravano cose veramente incredibili. Cresciuto orfano di padre, il suo odio per il secondo marito della madre si era sfogato in ismanie omicide. Battuto a sangue, punito più selvaggiamente che non avesse peccato, il suo carattere s'era peggio inasprito.
Un giorno, a dieci anni, passeggiando con un compagno della sua stessa età, si era appressato a una stazione ferroviaria; l'amico gli aveva spiegato che i cantonieri percorrono i tratti di via a ciascuno di loro affidati per accertarsi che nessun ostacolo minaccia l'incolumità del convoglio; allora egli, profittando d'un momento che il compagno non l'osservava, senz'altro scopo che una perversa curiosità del male, aveva messo sotto le rotaie due grossi sassi e s'era indugiato fino all'arrivo del treno per godere lo spettacolo della catastrofe. I sassi erano grossi ma per fortuna friabili; le ruote della macchina li avevano ridotti in polvere senza scostarsi d'una linea.
Un'altra volta, un poco più innanzi negli anni, la fredda insania di quell'anima s'era manifestata in altro modo, contro sè stessa. Girando per le sue possessioni della Piccola Russia, il figliuolo d'un mugik che gli faceva da guida gli veniva spiegando le qualità dei vegetali; dinanzi a una verde macchia, additata una pianta bassa dalle foglie lunghe e villose, aveva detto: «Questo è giusquiamo, veleno tremendo.» Allora, rapidamente, prima che la sua guida avesse tempo, non che d'impedire l'atto, ma neppure d'accorgersene, egli aveva strappato quante foglie la sua mano capiva, divorandole. La guida si era ingannata, quella pianta non era giusquiamo; ma per un giorno tutti avevano creduto Alessio Zakunine avvelenato ed erano rimasti tra ammirati e sgomenti vedendo l'ironica allegria con la quale egli aspettava la morte e sferzava i trepidanti.
Tutta la sua prima gioventù era stata una tempesta. Senza denaro, il demone del giuoco lo aveva afferrato per i capelli: una notte, perduta una somma fortissima che non poteva pagare, si era tirato un colpo di revolver al cuore per non sopravvivere alla vergogna; la palla, deviando, gli aveva fracassato l'omero. Battutosi in duello per una quistione turpe e non riconciliatosi con l'avversario, lo aveva più tardi salvato dalla morte, a rischio della propria vita, eroicamente.
Era stato impossibile, fino a diciotto anni, fargli apprendere nulla, persuaderlo ad ascoltare una sola lezione; confuso una volta da una donna, da una fanciulla, che gli parlava francese credendolo pratico di questa lingua, aveva mutato vita da un giorno all'altro: per due, per tre anni nessuno lo vide più: datosi allo studio con la foga che metteva nelle cose maligne, aveva rapidamente acquistato il tempo perduto.