Chapter 8
Finchè non aveva incontrato il Vérod, il suo cuore era oppresso, la sua vita piena d'amarezza, le sue speranze tutte fallite; ma ella poteva ancora rispettarsi. Nell'amarezza del disinganno aveva, sì, potuto deridersi ed avvilirsi affermando d'essersi unita col principe Alessio non per raggiungere un nobile scopo animata da un sentimento purissimo, ma per appagare le proprie brame, semplicemente; tuttavia ella doveva sentire che il suo unico fallo restava attenuato. Una seconda caduta non solamente non poteva in alcun modo scusarsi, ma avrebbe anche confermato lo scettico giudizio che di lei aveva dato il primo amante. «Il tuo sacrifizio ti costa, vuoi ottenerne il compenso, lo cercherai in un altro amore; non dubitare; qualcuno te l'offrirà....» Queste parole di Zakunine che l'avevano umiliata ed offesa quando erano soltanto una scettica previsione, sarebbero state confermate dal fatto, avrebbero espresso una realtà se ella avesse ceduto all'amore del Vérod; allora lo scettico, il negatore, il bestemmiatore avrebbe avuto ragione: la fede sostenuta contro di lui dalla credente si sarebbe ridotta, come egli voleva ridurla, a una menzogna, a un'ipocrisia.
Il Ferpierre ripeteva a sè stesso che il suicidio non era soltanto, in tali condizioni, possibile, ma quasi necessario. Già per un'altra ragione egli ne riconosceva la verisimiglianza in una natura, come quella, malinconica e contemplativa; per un'anima abituata a guardare assiduamente sè stessa, a considerare senza paura, anzi con una specie di compiacimento i problemi della vita. E al lume di queste deduzioni egli trovava un nuovo senso nelle ultime note del giornale, dove la mattina il giudice di pace aveva cercato, senza trovarla, la confessione della morte volontaria. La disgraziata non confessava d'essersi uccisa, ma il significato delle sue ultime parole appariva ora più chiaro al Ferpierre:
«Bisogna che la fede sia molto salda e cerchi e trovi un modo d'affermarsi contro il dubbio trionfante....
«La massima tristezza è di dover rinunziare alla speranza.
«L'estrema speranza.....
«..... Al bivio formidabile: di vivere peccando o di.....»
Queste erano le ultime parole. La frase non doveva logicamente compiersi così: «o di morire per evitare la colpa?....»
V.
DUELLO.
La lettura delle memorie aveva dimostrato al giudice Ferpierre che la contessa d'Arda si trovava in una situazione tale da dover pensare alla morte come al solo termine della sua sventura. Tuttavia egli sentiva di dover considerare l'altro aspetto del problema ed approfondire l'argomento addotto dal Vérod contro l'ipotesi del suicidio. Nel nuovo amore che ella combatteva con la previsione della caducità e più con la coscienza del male, c'era una grande persuasione di gioia, il maggior incitamento a vivere; lo stesso impegno col quale ella lo contendeva a sè stessa ne dimostrava la forza. Ora mancando una esplicita confessione, restava sempre possibile che, non essendosi ella uccisa prima, in tutto il tempo non breve trascorso dacchè aveva conosciuto il Vérod, non si fosse neppure uccisa all'ultimo, ma fosse stata assassinata da uno dei due Russi: l'assassino traeva profitto dalla verisimiglianza del suicidio per evitare l'accusa.
A rischiarare il mistero conveniva conoscere con precisione quali rapporti erano interceduti negli ultimi tempi tra lei ed il giovane, quali domande e quali promesse erano state scambiate. Le lettere del Vérod alla contessa, due o tre in tutto, non dicevano cose notevoli, esprimevano soltanto la sua gratitudine per la visita da lei fatta al sepolcro della sorella, e il desiderio e la speranza di rivederla. Dalle altre carte della defunta nessuna luce veniva: le più importanti erano un fascio di lettere di quella suor Anna Brighton a cui ella aveva scritto la mattina stessa della catastrofe.
Suor Anna la trattava veramente nelle sue lettere come una figlia; si comprendeva dalle parole di conforto, dai richiami alla fede cristiana, che la suora rispondeva a lettere dove la morta le diceva i suoi dolori e le sue disperazioni. Già per mezzo della legazione inglese a Berna, il Ferpierre aveva disposto che la Brighton fosse ricercata alla Nuova Orléans, di dove le sue lettere erano datate, perchè si sapesse da lei che cosa le aveva scritto nell'ultimo giorno l'antica sua allieva. Egli aveva pure ordinato che fossero perquisiti i domicilii della defunta a Nizza e dei nihilisti a Zurigo, e richiesto informazioni intorno a costoro alla legazione di Russia. Frattanto fece chiamare il Vérod per sentire da lui più precisamente in quale situazione era stato dinanzi alla contessa. L'accusatore aveva detto, nel primo interrogatorio, che la vigilia della tragedia si era trovato con lei e che niente gli aveva fatto sospettare quel che doveva accadere il domani; premeva al magistrato di sapere che cosa era stato detto in quest'ultimo colloquio.
Nel vedere apparire il Vérod, egli fu impressionato dal pallore cadaverico, dal disfacimento della sua figura. La notte d'ambascia era passata sul giovane come tutta una età: era invecchiato di dieci anni.
--Siete voi ancora,--cominciò a domandargli il Ferpierre,--nella stessa opinione di ieri? Credete ancora che l'amica vostra sia stata uccisa?
--Lo credo!--rispose il Vérod subitamente vibrando come un ferito che sente il ferro ricercar la sua piaga.
--E avete trovato altre prove od argomenti che confermino la vostra accusa?
--Non ancora.
--Ebbene, ragioniamo un poco insieme. Se noi non troveremo alcuna dimostrazione materiale della verità, come pare purtroppo, siamo impegnati in un processo indiziario la soluzione del quale dipende da un problema psicologico. Ciò che innanzi tutto importa conoscere è lo stato d'animo della contessa negli ultimi giorni. Ma ditemi prima: vi rammentate bene di tutto ciò che accadde fra voi dacchè la conosceste?
--Di tutto. Ogni sua parola è impressa indelebilmente nella mia memoria. Nulla potrà mai cancellarne una sola.
--Che giorno la conosceste?
--Il 31 luglio dell'anno passato.
--Rammentate una data saliente nella storia della vostra amicizia? Accadde tra voi qualcosa il 12 agosto?
Roberto Vérod si passò una mano sugli occhi prima di rispondere; poi disse, sommessamente:
--Sì. Fummo insieme, l'accompagnai sulla montagna.
--Che le diceste?
--Nulla. Altri erano con noi. Io parlai poco. Non le avrei detto nulla anche se fossimo stati soli. Non già che non provassi il bisogno di esprimere i miei sentimenti; ma le parole erano inadatte più che di consueto. Nel bosco della Comte, sotto la luce verde, fra le alte colonne degli alberi, ella mi pareva un prodigioso fiore animato; la sua bellezza fioriva come il fiore della vita. Il profumo dei ciclamini addolciva l'aria. Io ne colsi molti, molti, per lei; i fiori che coglievo sui vertici del monte, che le offrivo con mano tremante, potevano solo dire il mio pensiero. La sua cintura fu in breve tutta fiorita. Anche il riso fioriva nel suo sguardo....
--Ebbene: guardate, leggete....
Il Ferpierre prese il diario, lo schiuse alla pagina dove aveva trovato i fiori e lo passò al giovane.
«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore quanto un nuovo dolore.--_ notte del 12 agosto._»
Roberto Vérod considerava i fiori morti, rileggeva il mortale pensiero con occhio arido. Non poteva più piangere.
--Comprendete il significato di queste parole?--riprese il Ferpierre.--Mi pare che sia fin troppo evidente. Insieme con voi, all'omaggio che le facevate, al pensiero d'amore che vi scopriva, ella sentivasi sollevare dalla lunga oppressione e pensava che per virtù della nuova gioia il dolore fosse dimenticato; più tardi, nella notte, considerando tra sè la condizione sua, riconoscendo di non poter secondare questa passione, di dover rinunziare alla sperata felicità, vedeva ancora finito il dolore antico, ma non più per opera del piacere, sibbene per un nuovo e maggior dolore. La tristezza di questo pensiero è veramente mortale, ella ha saputo esprimerlo con una forma incisiva che farebbe invidia a ogni scrittore di professione. Nel leggerlo io già sospettai che si riferisse alle vostre relazioni con lei; dopo ciò che mi avete narrato è manifesto. Vedete dunque come questo amore non fosse per la disgraziata signora un motivo di speranza, ma di estrema disperazione.
Il Vérod che era rimasto a udire tenendo stretto fra le mani il giornale della morta, non seppe rispondere altrimenti che balbettando, confuso e quasi spaurito:
--Voi credete?....
--Come dubitarne? Leggete piuttosto le pagine seguenti.
Il giovane lesse tra sè, e il giudice cercava invano di scoprire nel viso di lui l'effetto della lettura. Talmente esso era scomposto, lo sguardo era così inaridito, le occhiaie così incavate, i labbri avevano preso pieghe tanto dolorose, che la nuova tristezza non poteva esprimere una nuova lacrima dagli occhi, non poteva incidere una nuova ruga sul viso.
--Voi vedete che la mia induzione di ieri è confermata da queste confessioni. L'amor vostro accrebbe l'ambascia della povera donna, non la consolò. Non lo sospettaste mai?
Il Vérod, deposto il libro, appoggiata la fronte alla mano, rispose lentamente, come parlando a sè stesso:
--Io speravo. Credevo che anch'ella sperasse. Un giorno, ragionando delle speranze, io dissi che la loro forza non è tutta eguale. Ve ne sono alcune così salde come certezze immancabili: nel dolore, nella miseria, queste si pèrdono. Ma c'è anche una speranza lontana, tenue, fievole, che noi teniamo nascosta perchè un soffio la disperderebbe: questa è la speranza che non muore mai, che nulla c'impedisce di accogliere. Io dissi questa cosa. Ella assentì. Assentendo, non partecipò al mio pensiero secreto, che una simile speranza luceva ancora per noi?
--Voi stesso mi diceste ieri che, apparentemente libera, ella aveva preso con sè stessa un impegno irrevocabile nel quale trovava l'impedimento a un altro amore. Tale era infatti il suo sentimento: da molti passaggi di questo giornale è evidente. Soltanto la forza dello scrupolo era in lei molto maggiore di quel che forse voi non credete. Udite, piuttosto...
E il Ferpierre lesse ad alta voce le pagine più significative delle memorie. Il senso delle confessioni gli appariva ora più netto, il dibattito di quella coscienza più grave. Per dimostrare al Vérod la sincerità della narratrice egli lesse ancora altri passaggi, le ingenue impressioni della giovanetta e della sposa. A poco a poco ricostruì tutta la storia di quell'anima, come l'aveva ricostruita tra sè, durante la prima lettura.
--Bisogna credere ciò che ella qui scrisse. Se a voi non disse queste cose, se poteste comprendere che non disperava, ciò si spiega umanamente. Nè la mente nè il cuore restano sempre in un solo pensiero e in un solo sentimento, senza mutazione; la forza morale cresce e scema da ora a ora. Dinanzi a voi ella poteva trovarsi meno armata contro le lusinghe; sola, in cospetto della propria coscienza, ritrovava la capacità di resistere. Notate ancora questa circostanza: ella che consegnava alle pagine del suo diario tutte le sue impressioni, non parla direttamente dell'amore per voi; se non fossero le parole scritte la notte del 12 agosto e il giudizio trascritto dalla _Verità e Poesia_, non sapremmo, da queste carte, che cosa era sopravvenuto ad aggravare la sua condizione. Ciò dimostra chiaramente che ella aveva paura di questa passione...
--Ciò non ne dimostra anche la forza?
--Sì, è vero; ma per sapere a qual partito ella doveva finalmente apprendersi, bisogna ch'io vi esorti ad esser sincero: di che cosa la richiedeste e fino a che punto spingeste la vostra richiesta?
Prima di potere rispondere il Vérod dovette stringersi la fronte tra le mani. Udendo la lettura fatta dal giudice, penetrando nel secreto dell'anima amata, rivivendo quasi la sua vita, un amaro incantesimo lo aveva occupato. L'adorazione per la sua bellezza, la pietà dei suoi mali erano cresciute, lo avevano talmente invaso da cancellare ogni altro sentimento. Per poco egli quasi dimenticò che era morta; destavasi a un tratto udendo riaccusarsi d'averla uccisa egli stesso.
--Di che potevo richiederla? Sospettate che io insistessi presso di lei, io che la fuggii quando temetti che il solo sguardo mi tradisse? Credete he io tentassi di violentarla e che ella si sia uccisa per sottrarsi alla mia violenza?
Tale era infatti il sospetto del giudice. La condizione nella quale la contessa e il Vérod si trovavano poteva durare, quantunque ambigua, se per opera del giovane nulla fosse intervenuto a tentar di mutarla. Ora che il Vérod, sentendosi amato, s'appagasse sempre della pura amicizia, non pareva al giudice credibile. E se l'artista aveva adoperato i sottili espedienti della poesia per sedurre quella donna, se aveva nobilitato con la magia dell'espressione letteraria il suo scontento e le sue brame, la contessa d'Arda, destatasi dal sogno d'un affetto fraterno, trovandosi inevitabilmente al formidabile bivio di vivere peccando o di morire per evitare la colpa, aveva potuto apprendersi al più disperato, ma meno indegno proposito.
--Non dico che voi foste violento, nè per un'anima come quella della vostra amica, con la dolorosa sensibilità della quale soffriva, sarebbe occorsa la violenza a toglierla dalla fiducia. La sola naturale vivacità della passione, una di quelle ardenti parole che l'amore inventa, che a voi poeti non costano molto, doveva bastare a toglierla dall'illusione che la seduceva, a dimostrarle inevitabile la trasformazione della vostra amicizia, e a darle, con la previsione del male, l'idea di sottrarsi finalmente a una vita troppo assediata dal dolore. Nè voi forse sareste rimasto diminuito nel suo concetto: ella doveva pensare che in voi, in un uomo, l'impazienza del desiderio era naturale; che l'errore era stato suo per non averla prevista!
--Avete ragione,--rispose il Vérod scrollando lentamente il capo.--Questa cosa era naturale. Voi non potete credere che una cosa naturale non si producesse. Non crederete che la fuggii, che la rispettai, che l'obbedii. Voi non sapete la trasformazione che per virtù sua avvenne in me.
--Ditemene qualche cosa.
--È difficile. Poichè io ho l'abitudine di dare forma letteraria ai pensieri, voi troverete probabilmente nelle mie parole l'esagerazione del retore. Non avete già sospettato che ricorressi agli artifizii dei retori per esprimerle i sentimenti miei?
Era vero. Il Ferpierre, quantunque dal dolore del Vérod fosse inclinato a un compatimento sincero, pure ne diffidava. Quell'uomo pareva migliore delle sue opere, ma l'arte sua era troppo amara e disperata. Del più nobile ed efficace strumento, della Parola, si serviva per un'opera dissolvitrice. Come credere alla sua bontà?
--Non dico,--rispose tuttavia, piegato mal suo grado dal chiaroveggente timore del giovane,--non dico che deliberamente, studiatamente, vi siate messo a sedurla. Ma se già in ogni uomo...
--Non pensate che io sia un uomo diverso dagli altri,--interruppe il Vérod.--La natura di ognuno di noi è duplice e le forze morali sono latenti anche nelle anime brute. Perchè possano operare bisogna che siano educate ed espresse da altre anime naturalmente migliori e più forti. Questa creatura mi rivelò cose che io ignoravo. Se voi credete alla verità, la verità è questa...
E con voce tremante, a occhi chini, narrò la storia della loro amicizia. Il magistrato l'udiva ora con attenzione più indulgente; tuttavia il dubbio che per vendicare la morta e perdere il rivale l'accusatore tacesse qualche circostanza e si facesse migliore, s'insinuava nell'animo suo.
--Una speranza sia pure tenue e remota dunque sorrideva a voi. Ma come non pensaste che ciò che voi speravate doveva da lei esser temuto? Un nuovo legame non doveva avvilirla?
Roberto Vérod guardò in faccia l'interrogatore.
--Io volevo farne la donna mia dinanzi al mondo e a Dio.
Con un cenno del capo il Ferpierre parve riconoscere che in tal caso la sua argomentazione cadeva.
--Però,--riprese,--ella voleva essere degna del vostro rispetto e non poteva sperarlo senza l'approvazione della propria coscienza. Ora ciò che attenuava l'illegalità dei suoi rapporti col principe era appunto l'idea, la certezza d'essersi unita con lui irrevocabilmente. Lasciandolo, sia pure per contrarre una legittima unione, non doveva ella vedere infirmata quell'idea e distrutta quella certezza? L'ostacolo, se voi credete alla bellezza dell'anima sua, dovette apparirle formidabile. È vero?
Il Vérod non rispose. Francesco Ferpierre sentì d'aver portato un colpo giusto.
--Considerate che la via nella quale s'era messa non aveva uscita,--continuò quest'ultimo dopo una pausa.--Sola speranza lecita per lei era che il principe, riconoscendo i proprii torti e ripudiando l'opera cruenta alla quale s'era dato, ripagasse finalmente l'amore e la fede che ella aveva riposti in lui. Allora la loro passione si sarebbe riscattata; quantunque nata male, sarebbe degnamente durata e avrebbe prodotto un effetto buono. Forse era già tardi: ma quand'anche ella non potesse più amarlo, dobbiamo credere che sarebbe rimasta al suo fianco, vedendolo fatto migliore, se non felice certamente serena. Fuori di qui non poteva esserci bene per lei. Quanto più debole era agli occhi del mondo la parola che la univa a quell'uomo, tanto più forte doveva essere per la sua coscienza; mancando la sanzione sociale e la sacra alla loro unione, tanto più forte doveva essere la sanzione morale. Nonostante i disinganni, i dolori, gli oltraggi patiti, ella doveva restare fedele a colui che aveva accettato come compagno della sua vita. Gli estremi torti del coniuge consentono forse ad una moglie infelice di cercare altro bene con altri? Pensate che il sentimento di questo dovere era in lei afforzato dall'impegno di dimostrare al miscredente la potenza di quegli scrupoli che egli schernisce, e riconoscerete che la morte doveva apparirle nuovamente, fatalmente, come il termine della sua sventura. Per credere che ella potesse accettare d'unirsi con voi, dovete ammettere che i suoi scrupoli non fossero molto sinceri... che fossero certamente poco forti. So bene che la passione ragiona altrimenti; che, secondo il comune giudizio, alla forza dell'amore nulla deve resistere; ma ciò potrà esser vero, se mai, d'un primo, d'un solo amore; il continuo rinnovarsi di simili trionfi è a costo della dignità, del rispetto, dell'onore, di una quantità d'altre cose che importano anch'esse moltissimo. La vostra amica, già una prima volta lasciando parlare il solo amore, aveva seguito una via traversa. C'era in fondo all'animo suo il sentimento lodevole del riscatto da operare; ma ella pur sentiva d'aver errato. L'amor vostro doveva rivelarle l'abisso che ella rasentava. Voi stesso, con la fiducia e con la sola speranza di poterla un giorno piegare, ve la spingevate. Volevate farne la donna vostra; ma, sollecitati entrambi dalla passione, era verisimile che, date le condizioni nelle quali ella si trovava, aveste aspettato? Volevate mettervi sulla via diritta, ma un giorno non vi sareste trovati immancabilmente per una via obliqua? Ella non doveva prevedere di non potervi resistere?... Voi siete poeta, voi conoscete la vita, voi studiate il cuore degli uomini: a che serve l'arte vostra se non vi fece antivedere tutte queste cose?
Il giudice aveva parlato molto severamente. Roberto Vérod taceva, a capo basso.
--Ma torniamo a ciò che preme per il momento. Non m'avete detto che la vedeste la vigilia della morte?
--Sì, nel pomeriggio.
--Da lei?
--Sì.
--Che cosa le diceste?... Parlaste del vostro amore?...
Vedendo che il Vérod esitava a rispondere, il magistrato insistè:
--Bisogna, ripeto, che siate sincero. Il fatto che pare meno importante, una parola, un niente possono metterci sulla strada della verità. Se la passione vi spinge a far punire un assassinio, la coscienza deve rammentarvi che la giustizia non conosce passioni. Le parlaste del vostro amore?
--Sì.
E Roberto Vérod tremava.
L'ultimo suo colloquio con l'amica, il più appassionato, il più intimo, quel colloquio dopo il quale egli aveva sperato con nuovo fervore, era per lui la massima prova contro gli assassini: poteva forse pensare alla morte la donna che lo aveva lasciato parlare d'un migliore avvenire? Ma egli comprendeva che, secondo le induzioni del magistrato, il valore di quella prova veniva ad essere invertito; che dalla prossima contemplazione d'una felicità alla quale credeva e sentiva di non potersi accostare, ella era stata appunto determinata all'ultimo passo. E se il magistrato aveva ragione, la severità delle sue parole restava giustificata; ma, più della severità di quell'uomo, l'intima coscienza del male fatto alla creatura che egli doveva e voleva vegliare con trepida cura lo straziava, ineffabilmente. Non più, come il giorno innanzi, egli gridava dal dolore; ma si sentiva premere, stringere, torcere il cuore da una mano di ferro; soffocava, le parole gli morivano sulle labbra, sentendo di dover dire la verità e comprendendo che la verità sarebbe stata contro di lui.
--Sì, le parlai dell'amor mio... Parlammo della nuova stagione, del freddo che presto ci avrebbe scacciati di qui... Io volevo sapere dove sarebbe andata, dove e quando avrei potuto rivederla. Ella mi disse: «Non so ancora dove andrò; forse a Nizza, forse a Biarritz. Non è meglio ignorarlo, per voi e per me?...»
--Vedete?... E poi?
--Io dissi: «Sia come volete. Da lontano, da vicino, pensate che vivo di voi...» Ella chiuse gli occhi. Io soggiunsi: «È la verità. Dovrei nasconderla? Non m'avete insegnato a dir sempre la verità? Non la sapete, d'altronde?...» Tacemmo. Il cielo si era oscurato; ella guardava i grigi vapori che salivano su per le coste dei monti e ne sbiadivano il verde; guardava il lago grigio e increspato come piombo che si liquefa; gli alberi piegarsi sotto il vento, perdere le prime foglie. Io ripensavo il suo pensiero elegiaco dinanzi alla visione autunnale. Le dissi: «Il colore che pare del cielo nei nostri occhi. L'azzurro è nero nella tristezza; nella letizia il grigio è celeste.» Una nube azzurrina fra i vapori cenerognoli pareva uno squarcio di cielo. Ella soggiunse: «Sì, ma è un inganno; il cielo è chiuso.» Replicai: «Fra breve si schiuderà.» A poco a poco tutto il paesaggio si era velato, tutti i colori erano scomparsi; non si vedevano altri toni che di bianco e di nero: i monti neri, le acque plumbee, le spume argentine, le nebbie cineree, nuvole candide, nuvole pallide, nuvole ferrigne. Ella disse: «Non pare un acquerello?» Assentii. Soggiunsi: «È altrettanto bello così come quando il sole risplende.» Parlai ancora. Dissi che una luce interiore illuminava tutta la mia vita, che io non vedevo se non forme della bellezza, ovunque. La sua bellezza pallida era meravigliosa, pareva tutta dipendere dal pallore delle cose circostanti. Presi la sua mano. Un calore di vita fluiva dalla sua mano per tutto il mio corpo. Ella la ritrasse impallidendo ancora. Non dissi nulla, ma il pianto mi gonfiò gli occhi. Disse ella: «Comprendete che bisogna lasciarci.» Risposi: «La vostra volontà sarà fatta, sempre. Se volete, io partirò domani. Aspetterò da lontano. Se volete che non aspetti, che non speri, cercherò d'obbedirvi. Sarà difficile svellere la speranza per la quale la vita si regge; ma pensate che il mio piacere, il mio orgoglio, il mio vanto consiste nell'essere come voi volete...» Tutto era scomparso alla vista: i candori delle nubi, le nerezze dei monti sfumavano e si confondevano in un grigio uniforme. La pioggia cominciava a cadere. Ella rabbrividì. Io ripresi la sua mano. Volevo significarle che era il gesto del saluto, che ella poteva lasciare la sua mano nella mia, un'ultima volta. Non seppi dire. Ella non ritrasse la mano, nè io potevo ancora parlare; troppi pensieri mi premevano...
--Non sentivate la lotta formidabile che si combatteva in lei?
All'interruzione il Vérod scrollò il capo ripetutamente.