Chapter 6
Ella nominava la prima volta il conte Luigi d'Arda nel parlare di poesia e d'arte; quel nome tornava poi spesso, quasi sempre a proposito di libri e di cose letterarie. Intimo amico del padre, suo compagno di gioventù, il conte era dei pochissimi che frequentavano casa Albizzoni; la giovinetta dava di lui giudizii molto favorevoli.
«Come si vogliono bene il babbo ed il conte! Somiglia al babbo, l'amico suo; è buono come lui, ha quasi la stessa sua aria...
«Oggi il conte mi ha mandato i romanzi del Walter Scott.... Oggi ho avuto dal nostro buon amico i drammi di Metastasio....
«Egli si esercita ancora alla scherma; il babbo invece ha smesso da molto tempo. Ne hanno parlato a proposito dei duelli che il Tasso descrive nella _Gerusalemme liberata_; per chiasso il conte ha sfidato il babbo, ma questi ha risposto, scrollando il capo: «Non sono più cose dell'età nostra!...» La sua risposta m'ha fatto tanto dispiacere! Forse che si crede vecchio? Ha quarantanove anni appena! Anche all'amico suo la risposta deve aver fatto male, perchè non ha più detto niente, ed anche è andato via più presto del solito....
«Oggi il nostro amico ha mandato tanti libri inglesi che non so più dove metterli. M'accorgo che siamo quasi sempre dello stesso sentimento intorno ai libri che leggiamo. Egli ha tanto letto e studiato che non ardisco dire la mia opinione quando me la richiede; allora dice egli la sua, ed a me non resta da far altro che assentire....
«Ora comincio a farmi coraggio, sentenzio anch'io di tanto in tanto, ed egli loda il mio gusto...
«Ancora libri! Il babbo ha detto per chiasso che il conte è il mio fornitore.
«Oramai è cosa intesa: egli è il mio fornitore; mi ha chiesto anzi il permesso di alzare lo stemma di casa Albizzoni sulla sua libreria; io glie l'ho accordato: come s'è riso!
«Mi piace tanto di veder ridere il babbo e l'amico suo! Nelle persone che ordinariamente sono serie il riso ha un altro sapore, non rallegra tanto quanto intenerisce.
«Oggi il conte ha disegnato il nostro stemma che dovrebbe mettere sulla sua libreria: disegna benissimo e con una sveltezza straordinaria. Mi ha spiegato che lo scudo per le damigelle è di forma diversa da quella delle dame e dei cavalieri; ha parlato tutta la sera d'araldica e di cavalleria, ho imparato una quantità di cose che ignoravo.
«Il babbo che ha sempre tanta fretta di passare dalla mia sarta non si occupa dei proprii abiti: ho dovuto pregare il suo amico di persuaderlo a pensare un poco anche a sè.
«Scherzano tra loro, a proposito delle cose della moda; il babbo ha osservato, ed anch'io, veramente, che l'amico suo è d'un'eleganza squisita, da un certo tempo; e mi spiega sempre, a proposito del taglio delle giacchette e delle fogge delle cravatte: «Questa è l'_ultima parola_ di Gironi.... Questa è l'_ultima parola_ di Vassier...» Gironi è il sarto, Vassier il cravattaio...
«Oggi ancora libri; ma questa volta sono accompagnati da un cartoncino come quelli che adoperano i negozianti per diffondere il loro indirizzo: c'è su il nostro stemma, miniato perfettamente, e poi una scritta che dice così: _Libreria internazionale di Luigi d'Arda, Fornitore di Sua Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi...._ Come ha riso il babbo! «Aspettiamo la fattura!...» gli ha detto, continuando lo scherzo; e il conte, serio serio: «La nostra casa regola i conti a fin d'anno.»
«Ora anche il babbo mi dà della _Vostra Grazia_, e quando parlano di me tra loro dicono sempre: «Sua Grazia la marchesina.» La mia Grazia è commossa da tanta grazia!...
«Il conte d'Arda, l'ho saputo oggi, è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o dispiacere...»
Una pagina bianca interrompeva a questo punto il diario. Il manoscritto ricominciava poi, con altro inchiostro e anche con carattere un poco modificato:
«Oggi partiamo. Non scrivo più da oltre sei mesi. Quante cose in questo tempo! Non importa che non abbia scritto nulla su queste pagine: sta tutto scritto qui, nella memoria, nel cuore. Luigi ha pianto, il babbo cercava di farsi forza, ma non riusciva a contenere la sua commozione. Quando li ho visti abbracciarsi, con gli occhi ridenti e lacrimosi, allora ho pianto anch'io. Sua Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi non c'è più...»
E il giudice Ferpierre, sostando perchè il manoscritto era di nuovo interrotto, ricostruiva con l'imaginazione le cose taciute dalla narratrice.
Il conte d'Arda, che aveva visto nascere la figliuola dell'amico suo e che l'amava da bambina come un altro padre, s'era dovuto sentir vincere, dinanzi alla giovanetta, da un sentimento diverso, più dolce e tormentoso. Certo aveva tentato di resistergli, pensando alla grande disproporzione dell'età, soffrendo d'una pena secreta e quasi vergognosa tutte le volte che l'amico ancora ignaro alludeva alla loro giovinezza tramontata; ma l'amore era stato più forte ed aveva suggerito i suoi persuasivi ragionamenti. A quarantaquattro anni poteva egli dirsi vecchio? Se la sua persona e il suo carattere non dispiacevano alla giovinetta, che cosa importava la differenza degli anni? L'esperienza acquistata con gli anni non faceva di lui un partito più conveniente di tanti altri?... Ma sopra ogni cosa l'amicizia che lo legava al padre non dava garanzia che egli avrebbe consacrato tutta la vita a rendere felice la figlia dei fratello suo? Per l'assidua e intima frequentazione di quella famiglia non era già come se egli fosse entrato a farne parte?...
E questo argomento doveva aver persuasa la giovinetta. Senza dubbio il marchese, stupito nel comprendere la speranza dell'amico, aveva esitato prima di secondarne la domanda, e in ogni caso aveva lasciato libera la figlia di accoglierla o di rifiutarla; ma con altrettanta certezza si poteva pensare che l'idea di affidare la fanciulla a un cuore provato come quello dell'amico doveva avergli sorriso. La giovinetta, leggendo nell'anima del padre come nella sua propria, comprendendone la secreta inclinazione, sicura dell'affetto del conte, doveva aver sofferto per quelle care persone ed anche un poco per sè stessa all'idea che la loro intimità potesse un giorno finire, e accettato quindi l'idea di renderla imperitura; non conoscendo altri uomini, non facendo ancora differenza tra amore e amore, aveva acconsentito.
Il Ferpierre vedeva confermate le sue deduzioni nei fogli successivi: quantunque le date mancassero ancora, questi dovevano essere scritti dopo il viaggio di nozze:
«Nulla è dunque mutato: rieccoci insieme come un tempo. Allora Luigi veniva da noi; ora è il babbo quello che viene a trovarci. Non ha egli stesso voluto che si facesse una casa sola: a me sarebbe piaciuto tanto, e a Luigi pure. Tutto ciò che mi piace piace a Luigi; il nostro accordo sulle cose dell'arte e del pensiero continua intorno alla vita.
«Il babbo mi domanda se sono contenta: io ringrazio il Signore della felicità che mi accorda. Che ci accorda. Egli quasi non crede all'accaduto. L'idea che, maritandomi, io potessi capitar male, era il suo tormento. Luigi mi domanda se l'amo; io non so come provarglielo.
«Mi pare che tutti e due dubitino, l'uno della mia felicità, l'altro dell'amor mio. Non insistono nel volerne l'assicurazione, ma leggo nei loro sguardi una secreta ansietà, quasi ch'io nascondessi loro qualcosa. Tutto ciò perchè mio marito ha quarantaquattro anni! Se ne avesse trentaquattro non dubiterebbero!...
«Che piacere! che piacere! Ho potuto finalmente persuadere Luigi della verità. Gli avevo detto, in viaggio, che ho scritto in questo libro certi miei ricordi dal giorno che uscii di collegio, e gli avevo promesso di darglieli da leggere. Egli voleva sapere se parlavo di lui, che cosa ne dicevo, che giudizio ne davo. Venuti a casa, non me ne chiese più; l'altro giorno che glie ne riparlai io stessa, mi rispose che non voleva leggere nel mio giornale. La sua ragione non mi parve buona: disse che le cose da me confidate alla carta non andavano svelate: invece era sempre la paura di scoprire che non mi fosse parso abbastanza giovane, che mi fosse piaciuto poco. Allora l'ho pregato di starmi a sentire, ed ho letto io stessa. Quando sono arrivata alle ultime righe, mi ha chiesto, con gli occhi rossi, di spiegargliele. Le ultime righe, prima del nostro matrimonio, dicono così:
_«Il conte è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o dispiacere.»_
«Ed io glie le ho spiegate come meglio ho potuto. Saperlo più giovane del babbo mi fece un senso di pena per il babbo mio, giacchè io vorrei che per lui il tempo non solo non passasse, ma tornasse indietro; ma poi, pensando che il babbo aveva me, mentre l'amico suo era solo, mi piacque e mi parve anche giusto che questi fosse più giovane, perchè doveva anch'egli prender moglie e crearsi una famiglia. Come mi ha abbracciata, Luigi! Che occhi ridenti! Che parole d'amore! Non l'ho visto mai tanto felice, neppure il giorno che gli dissi di sì! Ora non può più dubitare che i suoi quarantaquattro anni mi sembrino troppi; è anzi persuaso che l'idea di sposarlo non mi dovè sembrare poi tanto stravagante come egli ed il babbo temevano. Mi parve anzi naturale. Pensai un momento, è vero, che Luigi aveva il doppio dell'età mia; ma l'età degli uomini non si conta come quella delle donne. E poi, chi darebbe quarantaquattro anni a mio marito? Non importa l'età, importano le qualità dell'animo; e della bontà di Luigi io avevo questa gran prova: che è amico del babbo. Tutto ciò che gli avevo udito dire in due anni d'intimità mi dimostrava che il suo modo di pensare e di sentire è delicato, gentile, squisito, che il suo ingegno è alto ed eletto, che la sua cultura è varia e profonda.
«E ora capisco che la quistione è un'altra: Luigi non aveva tanta paura che non mi paresse giovane abbastanza, quanto che non mi piacesse come persona, come viso.
«Ebbene, se certe volte io ho giudicato stupida l'abitudine di prendere queste note, e se certe altre invece l'ho approvata, oggi mi pare che sia stata proprio una fortuna averle scritte, poichè ho potuto convincere Luigi con quella famosa esitazione. E così avessi scritto bene tutta la mia precisa impressione di quella volta che, sfidando il babbo per chiasso, prese un fioretto dal trofeo d'armi e si mise in guardia! Stava così bene con l'arma lucente in mano, con gli sguardi lampeggianti come la spada, era così forte ed agile che mi parve veramente una figura balzata fuori da quei romanzi di Walter Scott che mi piacciono tanto. Non pensavo ancora di poterlo sposare, ma pensai benissimo che potevo essere la dama per la quale egli scendeva in campo. E se sapesse che piacere diverso, non ancora provato, quando mi mandò quel cartellino dove si diceva, per chiasso, _Fornitore di Sua Grazia la marchesina Fiorenza!_ Su quel cartellino si trovavano insieme i nostri nomi, come sopra una partecipazione nuziale: era scritto! Neppure allora io pensai con precisione che un giorno avremmo potuto essere uniti come ora: ma notai sì, che i nostri nomi erano messi accanto, pensai che egli stesso li aveva accoppiati, che m'aveva chiamata _Sua Grazia_, e sentii che il cuore mi batteva forte forte...
«Ah, se avessi scritto queste cose Luigi ora non dubiterebbe. Ero sul punto di dirgliele, ma poi le tacqui; un poco perchè egli si trovava in una delle sue ore di dubbio, un poco perchè pensai di far meglio scrivendole su questo libro dove egli le leggerà un giorno. Giacchè non crede, non merita ch'io le dica a lui; le confido a queste pagine che erano già destinate ad accoglierle. Se le scrivo più tardi di quando le pensai, non vuol dire che non siano vere!...»
E sotto quelle parole, a caratteri più grossi, più irregolari, tracciati con mano tremante, stava scritto:
«Ha letto! Ha creduto!...»
Così continuavano quelle memorie, piene delle espressioni d'un'intima contentezza, rivelatrici di un'anima amante, candida e schietta, della quale il giudice Ferpierre ora quasi s'innamorava.
Maritata in quelle condizioni, con uno che poteva esserle padre, non era però da prevedere che la giovanetta dovesse rinunziare alla vivace felicità e ottenere, nella migliore ipotesi, la quiete; una quiete presto o tardi insidiata dalle imaginazioni d'un bene maggiore?...
Le confessioni della morta distruggevano questo sospetto. Il Ferpierre amava credere che, se la narratrice non fosse stata felice, se avesse sentito d'essersi ingannata sposando il conte d'Arda, lo avrebbe confessato schiettamente, interamente; ma poichè ella aveva riconosciuto una volta di sentir cose che non poteva scrivere, forse non avrebbe nettamente dichiarato il proprio inganno; fors'anche, invece di adombrarlo, non avrebbe più scritto nulla, ed il silenzio sarebbe stato ancora più eloquente. Ma, non che tacere, non che alludere al disinganno, ella insisteva tanto nelle manifestazioni d'un affetto ingenuo e caldo ad un tempo, che il giudice non poteva dubitare della sincerità di lei. Del resto quell'amore d'una giovane di vent'anni per un uomo d'oltre quaranta era proprio incredibile? A spiegarlo il Ferpierre non teneva tanto conto delle qualità morali dello sposo quanto delle fisiche; e fra le carte rinvenute presso la defunta egli aveva visto alcune fotografie di parenti e d'amici, due delle quali, per dichiarazione di Giulia Pico, erano del conte: la figura di quell'uomo aveva una bellezza così forte e nobile, così piena di espressione, che l'amore della giovane sposa ne restava giustificato. E per lunghe e lunghe pagine ella non parlava d'altro: narrava orgogliosa tutte le prove d'amore datele dal marito, trascriveva le sue parole innamorate, esultava nel vederlo oramai ricreduto, nel sapere suo padre sicuro della loro felicità.
Bruscamente una pagina bianca interrompeva ancora il giornale: sulla seguente una sola riga era scritta:
«Padre, padre mio, vivi! Vivi per me!...»
E null'altro. Il Ferpierre quasi udiva il grido della disperata preghiera che al capezzale del padre agonizzante rompeva dal petto della figlia devota. Invano: nella pagina successiva una ciocca di capelli grigiastri era passata fra due tagli del foglio, con una data al margine: _3 giugno 1886._ Poi il libro era pieno di memorie del morto: la contessa affidava a quelle pagine i più cari suoi ricordi di figlia con un dolore così cocente ma confortato dalla cristiana speranza, che, a certi passaggi, pareva parlasse ancora del padre vivo, come al principio del libro. Ma il giudice percorreva rapidamente quelle pagine, impaziente d'arrivare al dramma che presentiva immancabile.
Col tempo, con la vecchiezza del marito, con le seduzioni del mondo, non era fatale che la calma felice di quella donna finisse? Come avrebbe ella parlato della tentazione?
Non ne parlava. Il diario aveva però una lacuna maggiore delle precedenti; la scrittura appariva, dopo un'interruzione, ancora più modificata; e il senso delle nuove note riusciva incomprensibile.
«.... Io ne sono sicura. Le sue parole mi ritornano tutte alla memoria. Allora ne sorridevo, ne insuperbivo: oggi pago la superbia d'un tempo. A certi momenti dubito che la colpa sia mia. Che cosa avrebbe fatto un'altra? La colpa è certamente della mia ignoranza, della mia inesperienza...
«Non volle o non potè parlare? Forse non volle e non potè. Una sola volta gli domandai: «Ma come? Com'è stato?...» L'odo ancora rispondere, torcendo gli sguardi: «Più tardi...»
«Egli non credeva che l'uccidersi fosse male imperdonabile. Uccidersi per non saper vivere era a suo giudizio viltà; ma in altri casi la morte volontaria non era per lui condannabile. Molte volte discutemmo questo problema: egli mi dimostrò che il mondo onora giustamente chi si sottrae con la morte al servaggio, alla vergogna, al disonore; chi morendo salva od aiuta i suoi simili. Uccidersi per castigarsi, diceva ancora, è giustizia...
L'incertezza del Ferpierre sul significato di queste parole durò poco: il pensiero della narratrice si veniva precisando da una pagina all'altra: ella pensava che suo marito non fosse morto per una disgrazia, ma deliberatamente; che avesse cercato la morte tremenda sotto le ruote d'un convoglio.
«Le persone presenti dissero, e dicono ancora, di non capire come egli non udisse le loro grida, non vedesse i loro gesti disperati. Una di quelle vertigini delle quali soffriva nell'ultimo anno potrebbe spiegare l'accaduto, se io non sapessi.
«La sua tristezza era mortale. Quando glie ne chiedevo la ragione mi guardava così dolorosamente come se fosse sul punto di perdermi. Un giorno, molto lontano, quando mi parlò la prima volta della sua vita di scapolo, le parole erano così sdegnose sulle sue labbra! E la certezza d'essersi finalmente sottratto all'errore, alla colpa, gli dava tanto conforto!...
«Era severo e quasi senza perdono, nonostante la sua bontà, per i traviamenti della passione. La rovina del suo amico che aveva abbandonato la famiglia gli pareva meritata: non lo persuadeva all'indulgenza neppure la morte nella solitudine e nella povertà...
«Io sentivo ciò che accadeva. Non parlai. Ebbi paura. Ebbi paura di pensare.
«Non sono sincera. Non dico tutto...»
E il Ferpierre, vedendo che nelle pagine seguenti ella non parlava più del dramma, sostò ancora una volta per meditare sulle cose lette.
Tra quelle due anime la tentazione si era insinuata; ma l'uomo, non la donna l'aveva accolta! Le ultime parole di lei: «Non sono sincera, non dico tutto...» significavano forse che ella non aveva accusato il marito perchè non si sentiva neppure senza peccato? Quantunque all'esperienza del giudice poche cose paressero impossibili, quantunque egli anzi prevedesse che alla troppo giovane sposa il calmo affetto d'un marito troppo vecchio non dovesse un giorno bastare, ora l'idea che ella avesse potuto fallire gli repugnava. Egli si era venuto tanto affezionando alla figura della morta nel leggerne la storia, la vedeva così nobile e pura, sentiva in ogni pagina di quelle confessioni una schiettezza così semplice, che il senso della reticenza ne restava naturalmente giustificato. «Ebbi paura di pensare. Non sono sincera. Non dico tutto...» Nel punto che scriveva quelle parole non pensava ella che il tradimento del marito al quale aveva portato tanto amore, il tradimento di chi aveva dubitato dell'amore di lei credendosene indegno, di chi aveva promesso dedicare tutta la vita a meritarlo, a serbarselo, fosse in lui una colpa grave, un immeritato castigo per lei? Non pensava ella che quell'uomo aveva mentito o che si era vantato d'una forza della quale mancava? Se turbatrici seduzioni eransi esercitate anche su lei e se ella aveva saputo domarle e disperderle, ella che a giudizio del mondo sarebbe stata più scusabile d'accoglierle, non doveva considerare severamente la debolezza di quell'uomo? Tutto il dolore che il disinganno, che la scienza del male fino a quel giorno insospettato destavano nell'animo della sposa si esprimeva con quella frase: «Ebbi paura di pensare...» e il Ferpierre, rileggendola, s'affermava nella sua spiegazione, riconosceva che l'imprevista soluzione era logica: illogico, o almeno troppo ligio al preconcetto era stato egli stesso nel prevederne una contraria.
Che il conte d'Arda, vissuto fino a quarantaquattro anni la vita necessariamente dissipata dello scapolo senza sentire più presto il bisogno d'un affetto legittimo, si riducesse durabilmente a quella del marito esemplare e s'appagasse dell'ingenuo amore della giovinetta era forse naturalissimo? Ed era innaturale ed inammissibile che la sposa amante ignara del mondo circoscrivesse tutta la gioia nel suo nuovo stato? I particolari del dramma sfuggivano al Ferpierre, ma egli li ricostruiva con l'imaginazione. Un'altra donna, una donna tutta diversa dalla contessa, molto esperta, senza scrupoli, aveva sedotto Luigi d'Arda: egli aveva tentato di resistere persuaso dell'infamia che avrebbe commessa tradendo la giovanetta, dandole l'esempio del male, egli cui non solo il dovere ma anche l'interesse consigliavano di seguire la rigida via dapprima tracciatasi; ma la tentazione aveva dovuto vincerlo. Che cosa bisognava pensare del sospetto della contessa, che egli si fosse data la morte? L'anima alta di lei attribuiva allo sposo la volontà di castigarsi se era stato incapace di evitare l'errore? Oppure l'imaginazione romanzesca della donna vedeva un suicidio dove non c'era altro che un disgraziato accidente? Mistero nel mistero; ma questo doveva restare impenetrabile, se oramai il suggello della morte aveva chiuso le labbra dei due attori del dramma. La tentatrice sola, se viveva, avrebbe potuto rischiararlo; ma che, soccombente mal suo grado alla colpa, il conte avesse voluto morire per punirsi, per evitare d'essere in vita peggio punito con la caduta della sposa a cui aveva additato le vie del male; o che, anche pensando queste cose, la sua morte fosse opera del caso, oramai poco importava. Con raddoppiata curiosità il Ferpierre continuava la lettura delle memorie in cerca di ciò che più gli premeva.
Dopo i rapidi accenni alla sciagura egli non trovò altro che descrizioni di paesi. La giovane vedova portava il suo lutto di luogo in luogo, lungo il Reno, in Olanda, in Iscozia; qui soltanto le memorie erano datate. Pareva che, come l'esperienza l'aveva maturata, così anche il suo pensiero e il suo stile si fossero fortificati; certi paesaggi erano ritratti con tocchi sobrii ma vigorosi, le imagini erano nitide ed evidenti. Qua e là, fra le descrizioni, si trovavano schizzi a penna ed a matita, vedute di luoghi, riproduzioni di tipi; e il tocco della disegnatrice era aggraziato e fermo ad un tempo. Di tratto in tratto ancora alcuni giudizii morali senza apparente relazione con le note vicine, dimostravano come, dietro l'esteriore tranquillità, un secreto lavorìo la tormentasse. A un punto ella diceva:
«Non basta saper regolare le nostre azioni esterne, bisognerebbe poter guidare il pensiero intimo.»
Voleva ella forse dire con queste parole che, libera e sola, tentatrici persuasioni, alle quali pur sapeva resistere, l'assediavano con suo dolore? E non era troppo naturale che così dovesse essere?
«La legge del perdono è necessaria perchè il male è universale; e senza di essa nessuno potrebbe sperare di salvarsi.»
Quest'idea derivava da una persuasione astratta o non piuttosto dalla coscienza di una qualche colpa personale?
A poco a poco ogni altro soggetto era posto da parte: in alcune pagine non si leggevano altro che speculazioni intorno ai problemi nella vita.
«L'ingiustizia è grande nel mondo; nessuno è più degno d'encomio di chi intende ripararla.»
«Vi sono due specie di leggi: le leggi della natura e quelle dell'anima: molte volte la legge ideale consiste nell'operare contro alle impulsioni naturali. Ciò mi stupiva una volta, ora non più. Quello di affrancarsi dalle leggi naturali è il bisogno più alto e lo sforzo più nobile: il merito consiste nella difficoltà da superare.
«Non molte volte, ma sempre c'è opposizione tra le due specie di leggi; non è possibile in questa vita comporle, perchè senza lo sforzo non ci sarebbe bene. Questa è la gran prova.
«Chi dice che è stolto predicare l'eguaglianza degli uomini perchè essi sono naturalmente diseguali, non sa di dire una eresia morale. Altrettanto giusto sarebbe dire che è stolto predicare il sacrifizio perchè l'egoismo è legge della natura. Se l'amore di noi stessi è il primo nostro bisogno reale, reprimerlo e posporlo all'amore degli altri dev'essere il primo nostro bisogno ideale. Gli uomini sono nativamente diversi: questa verità ingrata ci suggerisce l'ideale dell'eguaglianza. Sono idee che mi sembrano semplici; egli dice che sono rare...»