Spasimo

Chapter 4

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La vedeva ancora, nella carrozza che procedeva lentamente per l'erta, accanto a un'altra dama, incrociare un rapido sguardo col suo. Egli n'era rimasto stordito. Come era bianca, pallida, stanca! Che diceva lo sguardo?

E l'aveva riveduta, la sera stessa, qualche ora dopo, alla Casa di salute dove un dottore amico lo persuadeva a curare con un po' d'acqua tepida sulle spalle il male dell'anima. D'altro rimedio aveva egli bisogno! Non le docce, non l'aria, non l'esercizio dei muscoli potevano nulla contro il suo dolore. Anche una volta, alla terrazza della Casa di salute, egli le era passato dinanzi, più da presso; e quantunque il nuovo incontro fosse rapido come il primo, pure egli aveva notato che l'estenuata bellezza di lei era a un tratto tutta rianimata e lucente. E anche una volta l'aveva guardata negli occhi. Che diceva lo sguardo?...

Ora le ombre sorgevano più dense dalla conca del lago. Le nubi già d'oro erano grige, e solo per qualche pennellata cuprea e violacea la luce attestava di non essere morta interamente. Un riflesso di quelle colorazioni dava alle acque stagnanti l'iridescenza delle lamine metalliche. Le digradanti coste dei monti savoiardi parevano cadere a picco sul lago e le cime staccavansi nere sul chiaro fondo del cielo, come un intaglio. Egli riprese ad andare, anelante.

L'appressarsi della notte lo sgominava. Che avrebbe fatto, nella notte? Dovunque volgesse lo sguardo, ora vedeva almeno qualcosa che gli parlava di lei. Egli la rivedeva come l'aveva tante volte veduta, tutta vestita dell'ultima luce, contemplare immobile il muto spettacolo del tramonto; egli tratteneva il respiro ed il passo, come un tempo dinanzi alla figura vivente, pauroso di vederla sparire, di vederla dileguare, di perderla. Ed era sparita, si era dileguata, egli l'aveva perduta! Quante volte questo sentimento di paura aveva stretto il suo cuore! Era ella fatta per la vita terrena? Quante volte l'aveva udita dire, parlando del futuro, di disegni da compiere un giorno: «Se sarò ancora al mondo!...» Allora egli sostava, senza vedere più nulla, con gli occhi chiusi dal pianto; e il suo dolore era così acuto e ineffabile che diveniva quasi una mortale voluttà. Il pianto era stato la voluttà di quell'amore: di gioia, di speranza, di pietà, di paura, di dolore egli aveva pianto.

Così fortemente la prima vista di lei lo aveva percosso, che egli non aveva potuto tutta comprenderne la bellezza. Consisteva la sua maggior seduzione nella grazia languida e quasi vacillante della persona alta e tenue, o nella purezza dei lineamenti, del gracile viso, della fronte tersa come un'opera di scultura, cinta di chiome copiose nere e lucenti che le scendevano in due bande lungo le tempie e la rassomigliavano alle figurazioni della Vergine; o nella dolcezza dolorosa dello sguardo, nell'espressione profonda di un'anima ansiosa?

Per una più pacata contemplazione aveva egli compreso più tardi che tutte queste cose insieme formavano il molteplice incanto di lei; ma allora aveva anche visto che quella bellezza non era durabile. A giorni, a ore la magrezza delle guance pareva troppo grande; tutte le linee del viso s'alteravano come prossime a disfarsi; la carnagione, non più illuminata dalle fiamme interiori, era smorta; lo sguardo velato e quasi cieco. Ma queste improvvise oscurazioni che parevano lo scotto d'una bellezza troppo grande e quasi fuor dell'umano, lo avevano fatto tremar di paura, rivelandogli la minaccia che pendeva sulla vita di lei. Il sentimento d'ammirazione che la prestigiosa creatura destava nei momenti del suo massimo splendore mutavasi allora in sollecita pietà; e la pietà della fugace e peritura bellezza avvinceva il cuore di lui più saldamente che non potesse avvincerlo l'ammirazione per ogni altra bellezza superba e trionfante. Egli rammentava ancora le parole udite una sera lontana, quando, in uno dei troppi rari momenti di pace, sedotta dalla insistenza d'una folla giuliva, ella s'era messa al pianoforte. Musiche inebbrianti uscivano dallo strumento sonoro, e la misteriosa virtù della melodia disponeva l'animo di lui a tutta comprendere la sovrumana bellezza che per l'improvvisa animazione le sfolgorava in viso. A quel massimo grado di meraviglia egli sentivasi però umiliato e quasi offeso: quanto più stupenda ella era, tanto più inarrivabile doveva sentirla, tanto più mediocre e indegno doveva giudicare sè stesso. Ma come più il suo cuore chiudevasi dall'angoscia per la coscienza della troppa distanza che lo separava da lei, ad un tratto, senza che ella interrompesse l'esecuzione d'un _Largo_ di Bach, la porpora delle sue guance impallidì, la meravigliosa purezza dei suoi lineamenti s'alterò e dissolse. In quel punto uno degli spettatori ch'ei credeva occupati da un sentimento eguale al suo proprio gli era venuto accosto per dirgli, additandola: «Non è un peccato, guardate? Senza queste improvvise mancanze, che bellezza perfetta! Sarebbe veramente stupenda, se non mancasse da un momento all'altro, così!...» Allora, repentinamente, l'angoscia e la tristezza s'erano dileguate; egli non l'aveva più sentita tanto alta e lontana da lui, ma tutta vicina e sua; perchè non il senso di rammarico che altri esprimeva, ma un impeto di tenerezza lo animava ponendo mente alla inferma, un sentimento di commossa pietà, un bisogno di prodigare alla vulnerata creatura tante cure gelose, un così vigile affetto, da compensare i suoi passati dolori, da risparmiarle i venturi.

Era egli riuscito in quest'opera?...

Anche una volta dal cielo delle memorie la sua attenzione rivolgevasi al circostante spettacolo. Le prime fiamme splendevano, aurate nell'ultimo crepuscolo, sulle rive e sulle pendici della Savoia; il fanale d'un battello, come una punta infocata, solcava le acque. Andarsene, fuggire, sparire: solo così egli avrebbe potuto evitare a lei ed a sè stesso altre pene. Di fuggire egli era stato tentato, quando il turbamento che lo vinceva anche a scorgerla da lontano gli diceva che fuoco lo avrebbe investito se l'avesse conosciuta da presso. E rammentava le lettere scritte in quei giorni per annunziar la partenza: lettere dove la tristezza della rinunzia a un'adorazione ch'ei presentiva formidabile si mascherava, si sfogava in accuse alla volgarità del luogo e dei suoi popolatori. Ma, deliberato di andarsene, era rimasto ancora, aveva continuamente rimandato il distacco gustando la mirrata dolcezza dell'ultima contemplazione; quando un giorno aveva potuto parlarle. Egli aveva potuto udire la sua voce: la voce sommessa, armonia lenta, musica velata, eco dell'anima profonda. Che sottile virtù era nelle sue parole; come ogni sua parola pareva inaudita, felicemente creata ad esprimere il pensiero recondito! Ed era rimasto, per udirla.

L'anima sua fu allora occupata dalla meraviglia. Egli non credeva possibile dipendere così da una creatura umana. Ripensando i suoi passati amori non rinveniva nulla di simile alla presente realtà. I suoi amori erano morti, interamente; ma non perciò egli ne negava la forza; essi non già gli parevano scialbi per quella natural legge secondo la quale i ricordi hanno più debole vita e importano meno delle impressioni attuali: la nuova apparizione trionfava per una tutta sua propria virtù, offuscava fantasmi ed imagini con la purezza della sua luce. Anche la meraviglia di lui cresceva per la subitanea fede risposta in un'anima che gli era tuttavia ignota. L'idea della bellezza associasi naturalmente alle idee contigue della bontà e della virtù, talchè nulla è più facile dell'attribuzione di queste doti alle belle creature; ma non era egli uso, oltre che a difendersi contro le troppo naturali e non ancora verificate deduzioni, a osservare altresì con tanta penetrazione gli altri, sè stesso e la vita da negare, come aveva negato, ogni prestigio? Pagava ora forse la lunga, strenua e disperata resistenza a tutte le lusinghe con la dedizione improvvisa? Ma la prova maggiore del mutamento operatosi in lui era questa: che non più come un tempo egli compiacevasi nei faticosi e infecondi esercizii dell'indagine intima, nelle continue alternative del dubbio; ma, senza discutere, quasi obbediva una volontà estranea e imperiosa. L'espressione di questa volontà era nello sguardo di lei che diceva: «Ama e vivi, credi e vivi, spera e vivi.» Egli uniformavasi al comandamento.

L'atto di fede compito attribuendo ogni pregio alla creatura d'elezione era quotidianamente confortato di prove. Poteva egli pensare d'essersi ingannato se al suo sentimento tutti partecipavano, intorno a lui? Parole di ammirazione erano su tutte le labbra; quale appariva in vista tale ella rivelavasi: tutta buona, dolce e pietosa, tutta piena di grazia. Come non parea fatta per la vita del mondo così intendeva costantemente al cielo lo sguardo e il pensiero. Quando egli la cercava, quando aveva bisogno di vederla, era sicuro di trovarla nelle case della preghiera, genuflessa, umiliata dinanzi a Dio. Quante volte, non visto da lei, era entrato negli insoliti luoghi! Che ore ineffabili vi aveva vissuto! All'idea che anch'egli una volta aveva creduto, al ricordo dell'anima ingenua che era morta in lui, alla speranza di poter credere ancora per essere più vicino a lei, per comunicare con lei, come aveva pianto di dolce tristezza e di trepida gioia!

Un giorno, da Evian, l'aveva guidata a una cappella dove celebravano una festa che chiamava a torme i credenti dai luoghi più lontani: anche egli aveva chinato la dubitosa fronte come tutti quegli umili, come lei; ma non soltanto per seguire l'esempio della fedele, per nascondere a un tempo il pianto che lo accecava. Un'altra volta, sulla montagna, ella erasi fermata dinanzi a una cappelletta alla porta tarlata della quale stava infissa la grossa chiave rugginosa; con la debole mano bianca cercava di schiudere quella porta, inutilmente. Egli stesso l'aprì, e nell'atto che schiudeva alla pia il varco del sacro luogo, egli pensava come grande fosse la secreta forza di quella debolezza apparente: quando la povera mano s'era stancata invano e pareva aver dovuto rinunziare all'intento, il muscoloso braccio era stato spinto a vincere per lei l'ostacolo. E allora egli aveva sentito struggersi dal bisogno di baciare quella mano addolorata, di baciarla devotamente sul dorso, di baciarla avidamente sulla palma; dal bisogno di sentirsi imporre la miracolosa mano sulla fronte infiammata. Non era la dolce mano soccorrevole e salutare? Non l'aveva egli vista un giorno medicare pietosamente un ferito, un infermo della cui insania morale tutti ridevano e che ella sola commiserava? Quell'uomo era caduto, grondava sangue; e alla vista del suo sangue, all'udire le sue parole più scomposte del consueto, le risa crudeli crescevano; ella sola, come una suora, aveva saputo medicarlo e guarirlo. La sua mano era soave ed agile, pronta e destra all'ufficio di carità, tutta animata da una vita prodiga di sè stessa; la sua mano era larga, pieghevole, venata e fresca come una foglia; nello stringerla nuda egli risentiva la freschezza d'una foglia polputa.

E i ricordi, i dolci luminosi imperituri ricordi lo incalzavano, nella sera serena, dinanzi al cielo verde come la speranza che ella aveva suscitata nel cuore di lui. Ella aveva spirato la vita nell'anima morta, ella era stata la vita dell'anima sua. Tutto ciò che ella credeva, le cose semplici, le cose buone, le cose eterne, erano state da lui finalmente credute. Ella aveva compito questo prodigio naturalmente, senza volerlo, con la sola virtù della sua presenza, come fa credere alla luce la vista del sole. Ella faceva il bene perchè era nata a farlo. E un sentimento nuovo, inaudito, incredibile, aveva occupato il cuore di lui, un sentimento che avrebbe dovuto essergli cagione di pena intollerabile, ma che invece egli sopportava rassegnatamente, quasi con gioia. Il cupido istinto voleva impossessarsi della miracolosa creatura, averla tutta per sè; la ragione riconosceva che ella non poteva essere distolta dal suo ufficio buono per amore d'un solo. Qual pazzo potrebbe sognare di prendere per sè tutta l'aria? Ed egli non era stato geloso sapendola d'un altro. Aveva pensato che, se era di un altro, ella doveva compiere un'opera fruttuosa; nessuno poteva biasimarla per questo, nessuno poteva distrarla dall'opera sua. Ella conosceva le secrete vie del cuore, sapeva le parole che leniscono e sanano, le parole soavi come un unguento. E l'uomo cui s'era unita aveva bisogno di soccorso; non proseguiva per vie sanguinose un intento inarrivabile? Non sospingeva a lotte tremende le anime miti con l'efficacia di un disperato esempio? Accanto a quell'uomo abbeverato d'odio, per cui la vita umana non aveva valore, che seminava di cadaveri il suo cammino, accanto a quell'uomo era il posto di lei. Nulla di nuovo aveva per lei l'ideale di giustizia e di pace in nome del quale colui levavasi in armi; ella doveva anzi difendere queste cose sante, tutelare la bellezza delle idee dalla contaminazione cruenta, convertire i fanatici, confortare i disperati. Ella era la ragione accanto al sofisma, l'umiltà accanto alla superbia, l'amore accanto all'odio; ella era la correzione del male, la sua vista era la consolazione del mondo...

Guardando intorno a sè, il giovane non sapeva ora più dove fosse. Ebbe bisogno di passarsi una mano sugli occhi prima di riconoscere la via di Belmont. Allora cadde sul parapetto della via, chiamando:

--Anima! Anima! Anima!...

Lo sconforto fremeva sordamente sotto la fede che gli dettava quell'invocazione. Egli non voleva e non poteva rassegnarsi alla mostruosa realtà; e un impeto violento di sdegno iracondo lo sollevava: torbide imagini e truci proponimenti gli accendevano lo sguardo e gli facevano stringere le pugna; disperate parole gli salivano alle labbra:

--Non c'è nulla!... Tutto è menzogna!... Non c'è altro che il male!...

Se l'amore era ripagato dall'odio, se la povera labile vita della creatura d'amore cui si dovevano le più gelose e trepide cure era stata selvaggiamente distrutta da chi pur sapeva la benignità del suo sorriso, non c'era nulla, null'altro che il male...

Ma Roberto Vérod reprimeva queste parole. Dal giorno che la vista di tutte le bellezze adunate nella fedele lo aveva abbagliato e convertito, un giudice e un custode vegliavano dentro di lui, lo difendevano contro i tristi pensieri, contro i propositi indegni, contro le imagini impure. In tutti gli atti della vita, in tutte le disposizioni della mente egli aveva voluto esser degno di lei, e quest'opera di preservazione gli era stata agevole fino a quel giorno. Se il dubbio lo aveva morso talvolta, quando lo spettacolo delle nequizie gli era apparso troppo crudamente, solo a pensare che la creatura d'amore esisteva egli agguerrivasi nella sua fede. Ora ella era morta! Era morta! Egli l'aveva dinanzi agli occhi, distesa al suolo, immota, gelata, col mostruoso fiore sanguigno sulla pallida tempia; e un'ansia mortale lo soffocava, perchè egli voleva credere che la morte non l'avesse tutta distrutta, che la miracolosa anima vivesse ancora, vegliasse su lui, gli ripetesse le parole della fede e del perdono; ma non poteva; o se pure la voce soave che ancora gli echeggiava attorno lo persuadeva, l'oltre umana vita di quell'anima non bastava più a consolare la sua esistenza; i suoi occhi mortali avevano bisogno di vedere, le sue orecchie di udire, egli aveva bisogno di stringere la mano di lei, di toccare il lembo della sua veste; e questo suo bisogno sarebbe rimasto inappagato, per sempre. Perdonare agli assassini? Egli doveva vendicarla!

L'ultima luce del crepuscolo agonizzava, ma già l'alba lunare schiariva l'oriente. La pace era divina. E nella divina pace, nel silenzio augusto, Roberto Vérod si premeva la testa fra le mani per tentar di sedare la tempesta che lo travolgeva. Al pensiero di non aver saputo ispirare al giudice la propria certezza la sua ragione vacillava. Perchè non era stato più efficace? Se un caso imprevedibile aveva voluto che il giudice fosse un suo antico compagno, perchè non gli si era dato a conoscere, come mai non aveva saputo persuaderlo della propria sincerità? Non solo per discrezione egli non aveva rammentato al giudice i loro antichi rapporti, ma per paura altresì; giacchè sapeva diverso dal suo, e rigido, e severo l'animo di lui. Ed aveva costui visto più lucidamente? Egli stesso si era ingannato? Aveva ella voluto morire?... Tornava allora con la mente al passato, all'angoscioso stupore che lo aveva occupato nel discoprire il male secreto dal quale quella povera anima era piegata. Nell'atto che salvava altrui ella stessa era perduta. Le sue parole d'un giorno gli tornavano alla memoria: un giorno, alla notizia che un disperato s'era tolta la vita, alla condanna che i più facevano pesare sopra il suicida, ella aveva espresso un sentimento del quale i credenti non sono capaci: non era vero, ella diceva, che il rinunziare all'esistenza portasse una dannazione implacabile, che la fede condannasse in ogni caso la volontaria morte. Come d'ogni altra azione umana doveva la coscienza liberamente valutare i motivi di questa ed accettare le conseguenze del proprio deliberato; ma se l'inganno, la paura, la viltà meritavano biasimo e pena, per altre ragioni non si doveva disperare d'un più mite giudizio. Perchè queste idee fossero da lei concepite ed espresse non bisognava che ella stessa si trovasse ridotta a tale da pensare alla morte? E di che pietà il cuore di lui era stato invaso nel vedere che l'argomentazione rispondeva al vero più ch'ei non credesse!

Ella non aveva pensato alla morte per fuggire il dolore. Il dolore era la stessa legge della vita, diceva. Non che fuggirlo, bisognava far consistere il dovere e la gioia nel sopportarlo serenamente. Ella aveva voluto sottrarsi al male. Lo aveva affrontato per distruggerlo; era discesa fino ad esso per un'opera di redenzione. La forza dell'amore le era parsa così grande da trionfare, immancabilmente. Passando sopra alle leggi umane e, prova maggiore, alle divine, aveva sperato di farle accettare all'uomo che le negava e le combatteva, tutte. Ella stessa era caduta nell'errore per evitare che egli continuasse a consumarlo, perchè egli credesse a qualche cosa di bene. Dal sogno superbo s'era destata impotente, piagata, avvilita ella stessa. L'amor suo era stato disprezzato, le sue preghiere schernite, la sua fede offesa; l'opera di distruzione era continuata più alacre di prima; ella che aveva voluto impedirla se n'era sentita complice. Allora aveva riconosciuto troppo tardi che la via tenuta doveva fatalmente avere quell'uscita; il suo inganno le era parso immeritevole di perdono: allora aveva pensato alla morte. Nel punto che le conseguenze dell'inganno fatale le apparivano più gravi, quando l'ultimo lume di speranza erasi spento, Roberto Vérod l'aveva incontrata; e come egli aveva attinto in lei la salute, ella stessa s'era sentita rivivere. Cieco, egli aveva visto per lei; piagata, ella era stata sorretta da lui. Lungamente quella mutua salvazione era rimasta ignota ad entrambi. Nessuno dei due, sentendosi rinascere per opera dell'altro, aveva creduto possibile che un eguale miracolo si fosse prodotto per sua propria virtù. Nei primi tempi egli s'era appagato della vista di lei, era vissuto nella sua luce, nessuna gioia imaginando maggiore. Quando ne aveva concepita e intraveduta un'altra, allora era fuggito.

Girando intorno lo sguardo per la cerchia dei monti grigi nel lume di luna, egli ricordava ora l'alba della fuga, l'alba livida e fredda, il lago plumbeo flagellato dal vento, irto di onde opache. Egli fuggiva senza esitare. La speranza, la certezza di rivederla lo sorreggevano. Quando, dove? Non sapeva. Ma l'avrebbe rivista. E la portava nell'anima. Non aveva pianto, con l'anima piena di lei. Sulla riva, all'improvviso apparire del battello, grigio sulle acque grige, ansante e tangheggiante, s'era sentito chiudere il cuore. Finchè erano rimaste visibili, i suoi occhi non avevano lasciato le sponde di Ouchy, le alture di Losanna. E nulla rammentava del viaggio, altro che alcune rapide scene. Aveva vegliato tutta la notte prima di fuggire, scrivendo. Sapeva che non avrebbe potuto mandarle altro che una parola di saluto: ma aveva scritto tutta la notte. Sul battello un sonno penoso, un incubo greve lo aveva abbattuto. Udiva tratto tratto il fragore delle onde rotte contro i fianchi poderosi, l'arrestarsi dell'ansante respiro; vedeva le rive fuggire e ignorava dove fosse, dove andasse. Era andato in Italia, per vedere il bel paese, il chiaro sole, il cielo dolce che l'avevano fatta qual era. Era stato a Milano per vedere la sua casa natale: la casa alta e severa come una torre, in una via remota e silenziosa, dinanzi a una chiesetta tutta fiorita. Aveva visitato la piccola cittadella di provincia nel collegio della quale ella aveva trascorsa l'adolescenza; poi, in Brianza, il paese delle rose dove ella aveva passato tanta parte della giovinezza, dove erano sepolti i suoi cari. Imaginazioni felici lo avevano occupato; pensando ai giovani anni della diletta, alle ingenue speranze che le avevano sorriso, alla pura gioia che aveva diffuso intorno a sè, all'alba radiosa di quella benefica vita, egli aveva pianto lacrime grate. Ma il tempestoso pianto lo aspettava altrove.

Dopo una lunga peregrinazione, al morire della bella stagione era passato per Nizza come sempre usava prima di ridursi a Parigi. A Nizza egli aveva perduta la sorella sua, la sola compagna della sua orfana giovinezza; dinanzi al sepolcro della sorella egli veniva a meditare sui formidabili enimmi della vita e della morte. Quell'anno s'appressava al sepolcro più trepidante, pieno dei nuovi pensieri da confidare alla cara memoria, cupido delle ispirazioni che ella gli serbava. Della sorella morta aveva parlato a lei un giorno, accompagnandola a Chillon; le aveva detto che geloso amore egli aveva perduto, quanta parte di sè era chiusa in quella tomba. Ed ella stessa gli aveva chiesto di parlargliene ancora, più volte; aveva voluto sapere la vita della sorella sua e vederne i ritratti; con parole delle quali possedeva il secreto aveva detto la dolcezza forte del fraterno amore.