Chapter 3
--No!...--disse a un tratto, rialzando il capo e scrollandolo in atto di chi si ricrede.--No!... Non è possibile!... Non può essere vero!... Se fosse morta per me non m'avrebbe ella detto, non m'avrebbe lasciato una parola, la parola del suo dolore, un saluto, un addio?... Pur ieri io le parlai, e nulla, nulla potè farmi sospettare il pensiero di morte: al contrario!... No!--ripetè, affermando la voce secondo che il suo convincimento si veniva afforzando:--No! Non si è uccisa! È stata assassinata!... Voi non credete perchè non sapete, perchè non la conosceste!... Voi avete bisogno di toccare con mano per credere. Io sono certo invece che un infame delitto è stato qui oggi commesso. Io prendo impegno di confondere gli assassini, di vendicare la morta. Il dover vostro è di non credere nulla, per ora; di indagare, di aiutarmi a cercare le prove che mancano. Esistono: le troverò!
--Tanto meglio!--rispose il Ferpierre.--Voi potete anche essere certo che le cercherò, che le cerco anch'io!...
E, prima d'esser persuaso dalla forza di quella fede, lo congedò e diede ordine che introducessero la giovane sconosciuta.
--Il vostro nome?--le domandò.
--Alessandra Paskovna Natzichev.
--Nata a?...
--Cracovia.
--Quanti anni?
--Ventidue.
--Che professione?
--Studente di medicina.
--Il domicilio?
--Zurigo.
Ella rispondeva con voce breve e secca, quasi insofferente delle domande.
--Come vi trovate in questa casa?
--Venni a parlare con Alessio Petrovich.
--A parlare di che?
--Di cose che non riguardano la giustizia.
--O che la riguardano molto?
La donna non rispose.
--Siete sua correligionaria?
--Sì.
--Venivate a parlargli di affari politici?
Nuovo silenzio.
Il giudice, rimasto ad aspettare un poco la risposta, riprese con tono pacato:
--Vi avverto che le reticenze potrebbero anche nuocervi. Avete udito di che cosa siete accusata?
Ella alzò le spalle in atto di noncuranza sdegnosa.
--Chi accusate? Me, o Alessio Petrovich, o entrambi?
--Mi pare che adesso vogliate invertire le parti! Tocca a voi di rispondere. Siete soltanto correligionaria del principe?
--Non comprendo.
--Siete anche sua amante?
Ella guardò l'inquisitore con espressione quasi irosa, avvampando, senza dir nulla.
--Non volete rispondere neanche ora? Vi farò un'altra domanda. Dove eravate nel momento che quella donna moriva?
--Nello scrittoio del principe.
--Dove era egli?
--Con me.
--Conoscevate la morta?
--Non parlai mai con lei.
--Oggi la vedeste?
--No.
--Sapevate che viveva da anni insieme col vostro amico, che lo amava, che si amavano?
Il giudice, prolungando quella domanda sulla quale faceva assegnamento per leggere nell'anima di lei, non le toglieva gli occhi dagli occhi; ma ella rispose, impassibile:
--Sì.
--Sapevate se erano gelosi l'uno dell'altra?
--Non so.
--V'accorgeste che dopo essersi amati furono per lungo tempo discordi?
--No.
--Quando udiste il colpo che cosa faceste?
--Accorsi.
Il Ferpierre fu un poco insospettito da quella risposta. Se fosse stato vero che ella era col principe, non avrebbe dovuto rispondere: «Accorremmo?»
--Sola?--continuò a domandare.
--Con lui.
--Era già morta?
--Spirava.
--Perchè si sarebbe uccisa?
--Non so.
--Che disse il principe?
--Pianse.
--Quante volte siete venuta in questa casa?
--Due o tre volte.
--Le vostre visite non dispiacevano alla defunta?
--Non so.
--Conoscete il Vérod?
--Non so chi sia.
--È la persona che denuncia l'assassinio.
--Non lo conosco.
Il giudice lasciò allora d'interrogare.
--La vostra ignoranza è un po' troppo grande. Procureremo di aiutarvi a rammentare. Resterete frattanto a disposizione della giustizia.
Ella andò via a testa alta, impassibile com'era rimasta durante l'interrogatorio; e il Ferpierre, seguendola con gli occhi, pensava che da quella parte non avrebbe nulla saputo. Egli ne aveva conosciuta più d'una, di queste Slave dall'anima misteriosa, di queste giovani che nel fiore dell'età, tra gli studii più severi, proseguivano con ferreo cuore un tragico ideale, e per esso, per assicurarne il trionfo, non solamente sapevano sfidare e vincere resistenze ed ostacoli, ma gettavano perfino la vita. L'oscurità che avvolgeva l'avvenimento, invece di rischiararsi, addensavasi; ma il giudice aspettava ora impaziente d'affrontarsi con quello che doveva pur esserne il principale attore.
Quando il principe gli fu condotto dinanzi egli ne considerò attentamente la figura. Era senza dubbio uno dei più belli uomini che avesse mai visti: alto, forte, agile, con le guance incorniciate dalla barba d'un biondo di seta, i capelli castani un poco diradati sulla fronte che pareva pertanto più ampia, la carnagione bianca, anzi pallida e quasi macerata come quella dei discendenti di razze elettissime, gli occhi azzurri e profondi sotto i puri archi delle sopracciglia, il naso aquilino dalle narici nervose, l'abito elegante, il portamento veramente principesco. A vederlo, tutti avrebbero riconosciuto in lui il gran signore e l'uomo galante, nessuno il rivoluzionario. Il suo viso, dapprima scomposto dall'ambascia in presenza del cadavere dell'amica, poi dall'ira all'accusa del Vérod, era adesso atteggiato ad una cupa tristezza.
--Voi siete il principe Alessio Petrovich Zakunine? Dove siete nato?
--A Cernigov, nel 1855.
--Foste mai condannato?
--Fui condannato alla relegazione in Siberia, per complotto; poi graziato e bandito dalla Russia.
--Non c'è un'altra pena più grave?
--Tutte le successive furono confuse in quella capitale per alto tradimento e regicidio.
--Ora udiste di che vi accusa il Vérod.
A quelle parole il sangue imporporò la faccia del principe, i suoi occhi tornarono a lampeggiare.
--Che rispondete?
Egli si strinse la fronte tra le mani, quasi a reprimere il suo corruccio; poi disse:
--È vero...
Confessava? S'incolpava? Riconosceva d'averla egli assassinata? Il giudice quasi dubitò di avere udito male, tanto gli pareva inverisimile che da un momento all'altro quell'uomo si disdicesse; ma il suo dubbio fu di breve durata, perchè Zakunine così precisava il proprio pensiero:
--È vero... l'ho uccisa io... è morta per me...
Egli parlava piano, immobile, con voce così sorda che s'udiva appena.
--È morta per voi e per mano vostra?
--Che importa? Sono io responsabile...
--Importa moltissimo, invece, e non ho bisogno, credo, di spiegarvi la differenza!... Voi confessate di averla spinta al suicidio, non d'averla uccisa materialmente? Come, perchè l'avreste spinta al suicidio?
--Perchè ero indegno di lei. Perchè la disconobbi. Perchè l'offesi.
--Non l'amavate più?
--Non l'amavo.
--E la piangete così?
C'erano infatti lacrime nella sua voce. Siccome lasciò cadere senza risposta la domanda del giudice, questi riprese:
--Voleste abbandonarla?
--L'abbandonai.
--Perchè tornaste a lei? L'amavate ancora un poco? Vi faceva pietà?
--Tanta.
--Come vi amò ella?
--Come io l'amai, un tempo.
--Foste felici?
Gli occhi del principe s'arrossirono.
--Ella vi amava ancora?
Egli rispose scrollando la testa, lentamente, disperatamente.
--Vi diede motivo di gelosia?
Alla nuova domanda rispose con un gesto dubitoso.
--Sapevate sì o no che nutriva un nuovo affetto?
--Lo supposi.
--Le rimproveraste mai l'amicizia per il Vérod?
A quel nome il principe s'accigliò e tornò a fremere.
--No,--rispose con voce sorda.
--Che cosa lo spingerebbe ad accusarvi?
--Non so.
--Il dolore? La gelosia?
--Forse.
--Da quanto durava la vostra amicizia con la contessa?
--Da cinque anni.
--Era libera quando la conosceste?
--Sì, libera: vedova.
--Dove l'incontraste?
--A Aberdeen, in Iscozia.
--Quanti anni aveva?
--Ventinove.
--Ora o allora?
--Ora.
--Non pensaste mai, neppure nei primi tempi, d'unirvi legalmente in matrimonio?
--Io disconosco questa legge.
--Ella non sofferse d'una situazione che per i suoi sentimenti cristiani doveva essere immorale e punibile?
--Ella si era impegnata dinanzi al suo Dio.
--Vivendo con lei, dormendo sotto lo stesso tetto, conoscendola intimamente, è impossibile che non abbiate visto prepararsi la catastrofe.
--Non vivevo più con lei. Venivo a trovarla talvolta.
--Dove è allora il vostro domicilio?
--A Zurigo.
--Quando veniste qui?
--L'altro ieri.
--Nulla vi fece sospettare il disperato proposito?
--Soffriva più del consueto.
--Vi chiese qualche volta di separarvi?
--Mai.
--Che cosa pensava delle vostre idee politiche, dei vostri atti?
--L'idea del riscatto umano l'infiammava, gli atti le repugnavano.
--Volle impedirvi di commetterli? Tentò di distogliervi dalla vostra attività?
--Più volte.
--In che modo?
--Dicendo che nell'amore, non nell'odio, consiste il rimedio.
--Voi la mettevate a parte dei vostri secreti politici?
--Un tempo.
--Ora non più? Cercò ella qualche volta di sorprenderli?
--Oh, mai!
--Che relazioni passano tra voi e Alessandra Natzichev?
--Pensiamo a un modo.
--Lavorate insieme alla propaganda?
--Sì.
--La defunta ebbe motivo di essere gelosa di questa donna?
--Nessun motivo.
--Null'altro fuorchè l'ideale comune vi lega? Non mentite; da queste carte sapremo la verità.
--Attesto che null'altro ci lega.
La sua voce pareva sincera.
--A vostra insaputa la giovane vi amerebbe e sarebbe stata per ciò secretamente gelosa della contessa?
L'interrogato tacque un poco prima di rispondere.
--No,--disse poi.
--Dove eravate quando udiste lo sparo?
--In camera mia.
--Nella camera da letto?
--Nello scrittoio.
--A che ora sarebbe precisamente avvenuto il suicidio?
--Alle undici e tre quarti.
--Che faceste udendo il colpo?
--Accorsi.
--La vostra compagna accorse dopo di voi?--domandò ancora il giudice, studiandosi di dare alla sua voce un tono di stanchezza quasi infastidita per nascondere l'importanza della domanda.
--Accorse con me.
Entrambi, da principio, avevano risposto al singolare, quando naturalmente avrebbero dovuto dire: «Accorremmo.» Il Ferpierre dava un certo peso a questo fatto, parendogli di poterne dedurre che i due non erano insieme come asserivano. Ma chi era presso la contessa? Chi mentiva? Su chi rivolgere i sospetti?
--Rammentate quando la defunta comprò quell'arma?
--La vinse a una lotteria tempo addietro.
--E le cartucce?
--Furono comprate quando volle esercitarsi a tirare.
--Allora, riassumendo, ella si sarebbe uccisa per i dolori che voi le cagionaste; perchè, sposatasi a voi senza riti, non potè sopportare il vostro abbandono? Però se amava un altro?... Voi avete confessato che sospettaste il suo nuovo amore... Perchè si sarebbe uccisa, se amava un altro? Da chi potevano venirle impedimenti ed ostacoli a una nuova felicità?
--Da sè stessa.
--Che intendete dire?
--I suoi sentimenti del dovere, del rispetto, dell'onestà, erano altissimi.
--Se voi sospettaste che volesse uccidersi, come mai non le toglieste quell'arma?
--Non sospettai.
--La sua donna ha detto invece che era da prevedersi!
---Ella godeva della sua confidenza, non io.
--Infatti, se eravate la causa dei suoi dolori!... Però costei non vi avvertì mai? Non vi disse mai di vegliare?
--No.
--Sentiremo ora da lei.
Il magistrato si decideva improvvisamente a metterli l'uno dinanzi all'altra.
Rammentando la relazione del giudice di pace, secondo la quale il principe al sopravvenire di Giulia Pico s'era turbato e aveva ricominciato a tremare nervosamente ed a respirare con ansia, il Ferpierre pensava che forse in lei Alessio Zakunine avesse visto un'accusatrice e che da ciò provenisse il suo turbamento. Ma ora, all'annunzio del confronto al quale stava per essere sottoposto, nulla rivelava nella sua espressione che la prova gli paresse temibile.
La donna, nella camera funerale, rendeva alla salma della padrona gli estremi pietosi ufficii prima che la trasportassero via: lavata la fronte e la guancia sanguinosa, ricomponeva i capelli, incrociava le mani sul seno, intrecciava alle dita la corona del rosario. La poveretta non vedeva ciò che faceva, così fitto velo di lacrime le appannava gli occhi. Vicino a lei la baronessa di Börne si dava ancora da fare, zelante e loquace: quando la familiare fu chiamata di là per poco non le andò dietro.
Due, tre volte dovette il Ferpierre ripetere le sue domande alla povera donna, talmente costei era stordita dal dolore. Giulia Pico, di quarantacinque anni, nata a Bellano, sul lago di Como, stava al servizio della contessa d'Arda da quando questa era ancora fanciulla, nella casa paterna, a Milano.
--Voi avete detto che la vostra padrona manifestò più volte il proposito di morire?
--Sì.
--Da quanto tempo?
--Da molto... da oltre un anno.
--Non rivelaste mai questo pericolo al suo amico?
--Sì.
Il giudice, come se la smentita non lo stupisse, quasi il principe non fosse presente, continuò a interrogare la familiare senza neppure voltarsi dalla parte dell'accusato.
--Quando glie lo rivelaste? In quali circostanze? Procurate d'esser precisa.
--L'anno passato, un giorno il signore stava per partire... la signora lo pregò lungamente di non lasciarla sola... Egli partì; allora ella pianse molto, molto: parlò della morte... Al ritorno del signore io gli dissi d'aver cura di lei.
--Che cosa avete da rispondere?--pronunziò freddamente il Ferpierre, rivoltandosi verso il principe e guardandolo fiso.
--Non rammento il fatto del quale parla,--rispose questi sostenendo fermamente lo sguardo del giudice.--Ho confessato i miei torti, più volte questa donna me li rappresentò. Forse intendeva mostrarmi il pericolo, ma non disse mai chiaramente che cosa aveva ragione di temere.
--Negli ultimi tempi,--riprese il giudice rivolto a lei,--parlava ella ancora del suo proposito?
--No.
--Come spiegate questo fatto? Non aveva tuttavia ragione di dolersi di lui?
--Il signore era più premuroso da qualche tempo.
--È vero ciò che dice costei?
--Non è vero. Se io avessi riconosciuto i miei torti, se ne avessi fatto ammenda, ella vivrebbe.
Riabbassato lo sguardo, egli parlava ora con accento di così sincero rimorso che il Ferpierre ne fu impressionato. Se la cameriera diceva che il suo padrone era ridiventato migliore, e se costui aveva prima taciuto e quindi anche negava questo fatto perseverando invece nell'incolparsi, l'accusa appariva meno fondata. Allora, se bisognava credere agli argomenti del Vérod, i sospetti dovevano piuttosto rivolgersi contro la giovane studente? Il principe voleva dimostrare il suicidio per salvare la compagna di fede?
--Della donna che era qui in casa, di questa Natzichev, che cosa pensava la vostra padrona?
--Non so. Non la vedeva.
--Pure sapeva delle sue visite? Le dispiacevano?
--Non so...
Parve al giudice che la presenza dell'accusato le impedisse ora di parlare liberamente.
--Lasciateci soli,--disse pertanto al Zakunine. Poi, quando costui, inchinata la testa, fu scomparso dietro l'uscio dove i gendarmi vigilavano, si avvicinò alla donna.
--Sentite,--riprese, piano ma vivacemente e in tono di persuasiva confidenza;--noi qui siamo dinanzi a un dubbio grave. Mentre le apparenze dimostrano che la vostra padrona si è uccisa, qualcuno asserisce che è stata assassinata. Nessuno meglio di voi può aiutare la giustizia a scoprire la verità. Voi pensavate che ella si fosse tolta la vita; ora che avete udito l'accusa non dubitate?
La donna giunse le mani, malcerta, confusa.
--Che dirvi, signore!... È una cosa di spavento!... Io non so...
--Che pensate del vostro padrone? Lo credete capace d'aver commesso un delitto simile?
Ella rispose dopo un minuto di esitazione, ma risoluta:
--No.
--Perchè dite così?
--Volle molto bene alla signora, quando si conobbero. Le volle un bene pazzo. La consolò dei suoi tanti dolori.
--Che dolori?
--Soffriva, era mortalmente inferma. A distanza di pochi mesi perdette il padre e il marito; restò sola al mondo. Il signor conte morì anche in un modo spaventevole, schiacciato sotto un treno.
--Ma il principe poi la maltrattò?
--Sì, offese le sue credenze, l'abbandonò; ma ciò non è una ragione per sospettare questa cosa orribile.
--Rammentate quando, come, perchè cominciarono i mali trattamenti?
--In Italia, quando il signore fu espulso dal nostro paese.
--Da quanto tempo?
--Dall'altro anno. La signora aveva tanto sperato che laggiù egli sarebbe stato migliore, più suo!...
--Vi furono diverbii tra loro?
--Non diverbii propriamente. La signora pregava sempre, quando chiedeva qualche cosa; il signore la lasciava dire, non rispondeva e faceva poi a suo modo.
--La tradì, anche?
--Non so. Chi può dire che cosa facesse nel lungo tempo che stava lontano!
--Diceste che da poco egli era diventato migliore. Da quanto?
--Da tre o quattro mesi.
--Come v'accorgeste del mutamento?
--Venne a trovarla dopo una lunghissima lontananza, quando credevo che non sarebbe mai più tornato.
--Veniva da Zurigo?
--Da Zurigo, credo.
--Restò a lungo?
--Pochi giorni, ma tornò poi molte volte ancora, a Nizza e qui. Pareva un altro. Pareva temesse di lei.
--Come spiegate il mutamento?
--Non posso dire. Forse riconosceva d'aver fatto male vedendola così triste e dolente...
--State bene attenta alla domanda che vi farò. Che cosa era per la vostra padrona il signor Vérod?... Dite quel che sapete. Bisogna scoprire la verità, punire i colpevoli se ce ne sono, vendicare la morte della povera signora se è stata assassinata. Volete che gli assassini restino impuniti?
--Vi dirò quel che compresi. La poveretta non mi parlò mai di lui. Una volta mi disse solamente: «Come è gentile il signor Vérod, è vero?...» Compresi che la sua compagnia, che la sua amicizia le erano molto gradite, benchè qualche volta lo evitasse...
--Come mai?
--Non so: alle volte pareva anzi che le dispiacesse, quasi che avesse avversione anche per lui. Ma era cosa passeggera...
--Forse temeva che il signor Vérod, come tutti gli uomini, non dovesse alla lunga trattarla con la delicatezza dei primi tempi?
--Non credo. Il signor Vérod è tanto buono! Forse temeva, sì; ma...
--Di che cosa?
--Di sè stessa.
--Allora, se ella aveva questa simpatia, e se il vostro padrone se ne accorse come voi, credete che egli divenisse migliore con lei per paura di perderla, per gelosia del Vérod?
Ella aperse le braccia e scrollò il capo.
--Non posso dire, signore.
--Della Russa, della studente, che cosa pensate?... Che cosa veniva a far qui?
--Stavano chiusi nello scrittoio del signore: non so che dicessero.
--Quante volte venne?
--Tre o quattro volte.
--Non avete mai sospettato che tra loro ci fosse una relazione molto intima... che fossero amanti?
--Non posso dire. Un giorno...
--Che cosa?
--La vidi che baciava la mano al signore.
--Non udiste che cosa dicevano?
--Parlavano russo, non potevo comprendere.
--Facciamo una supposizione. Ammettiamo che costei amasse il vostro padrone. Dovrebbe per conseguenza essere stata gelosa della contessa, è vero?
La donna rispose con una ambigua espressione del viso che poteva significare tanto ignoranza quanto consenso.
--Se sapeva della disunione, la sua gelosia non sarebbe stata però molto ragionevole...--soggiunse il Ferpierre, il quale si proponeva da sè stesso le obbiezioni e, nello sforzo di veder chiaro in quel mistero, annunziava tutti i pensieri che gli si venivano affacciando.--Seppe che erano in discordia?
--Non posso dire.
--S'accorse che ultimamente il principe era divenuto migliore per la defunta?
--Non so, signore.
--Quando se ne fosse accorta, se lo amava, la gelosia avrebbe potuto armarla?
Ma la donna non disse nulla, quasi comprendendo che il magistrato, più che interrogarla, non faceva oramai altro che parlare con sè stesso, che pensare ad alta voce.
III.
I RICORDI DI ROBERTO VÉROD.
Tramontava il sole. Dietro la catena del Jura i raggi d'oro che fendevano le nuvole agglomerate sui culmini davano imagine d'un immenso trofeo di spade. Sotto le rive di ponente il lago era di lavagna; verde come uno stagno fra le basse rive boscose di San Sulpizio, ridiveniva azzurro al largo, nell'alta conca chiusa dalle Alpi vallesi dove le nevi s'infiammavano all'ultima luce. Due vele immobili, incrociate come due ali, sulle acque immobili; una tenue riga di fumo verso Collonge; niun altro segno di vita. Nel silenzio infinito lenti rintocchi lontanamente dicevano che una vita erasi spenta.
Al cielo, alla terra, alla luce, Roberto Vérod chiedeva quella vita. Tratto tratto egli perdeva la coscienza dell'incredibile verità; dinanzi allo spettacolo che tante volte aveva rimirato con lei gli pareva d'esserle ancora d'accanto; poi, girando lo sguardo ansioso, la solitudine lo sgominava, l'orrore s'aggravava su lui. Andava, andava, ignaro della sua via, per respirare: l'immobilità lo avrebbe soffocato. Su per l'erta di Losanna, oltre la Croce, una carrozza lo avanzò. Allora egli fermossi, tremando.
Su quella via, in quel punto, alla stess'ora, egli l'aveva vista la prima volta apparire; un anno addietro, mentre errava per quella via, ella era passata, forse in quella stessa carrozza. L'imagine risorse in lui così viva, che ne fu abbagliato.
Che faceva egli a quel tempo? Che pensava? Che aspettava? Grigia, disutile, vuota era la vita sua a quel tempo. Trentaquattro anni, non rughe sulla fronte; ma quante nell'anima! Il chiuso pensiero, l'assiduo esame interiore, l'inveterato istinto e l'ostinato bisogno di guardare in sè stesso lo avevano avvelenato. La goccia d'acqua sembra più liquida perla quando l'occhio armato di lenti vi scorge dentro un orrido mondo? Col pensiero egli aveva guardato troppo sè stesso e le cose, e la bellezza aveva perduto ogni incanto, e della gioia egli aveva saputo il costo, e la speranza gli s'era consunta dinanzi. Una volta, in più fresca età, di quel suo genio dell'esame egli era stato superbo come d'una forza, come di una potenza; con gli anni aveva sentito che era la miseria sua. Nel mondo delle idee gli estremi orizzonti, le cime vertiginose erano a lui familiari; nella vita pratica moveva i suoi passi malcerto ancora più di un bambino. Quando tentava di reagire contro quell'impotenza, riconosceva che la volontà era inefficace, che egli restava condannato a una vita infeconda. Nato al confluente di tre civiltà, da una razza nella quale troppi elementi etnici si erano confusi, sollecitato in vario senso dagli istinti ereditarii e dai concetti acquisiti, sentiva di non poter gustare altre gioie fuorchè quelle dell'arido pensiero.
Aveva vissuto; ma come? Come il visitatore d'un cosmorama crede di trovarsi dinanzi agli spettacoli rappresentati: sapendo che sono dipinti sopra cartone. Egli non credeva alla vita. Gl'insensibili oggetti, le inanimate opere d'arte possono accenderci, pur sempre restando quelle che sono, fredde, mute, inerti: così egli aveva amato viventi creature. Ma dove il sentimento, non che essere ricambiato dalle cose, non si può neppure esprimere ad esse, da creature a lui simiglianti egli aveva un tempo sognato d'esser compreso; e poichè mai il suo sogno, il suo bisogno era stato appagato, un moto di superbia lo aveva persuaso d'avere un'anima diversa dalle comuni, di valer più che gli altri. La sua superbia era stata punita con la spaventosa solitudine che lo aveva circondato. Più triste della solitudine un'ultima persuasione gli aveva dimostrato che, pur valendo presso a poco egualmente, le creature umane sono condannate a non intendersi mai.
Così, con questa fede disperata, con l'amara compiacenza d'aver saputo comprendere la sterile verità, egli viveva da anni. L'arte sua rispecchiava troppo fedelmente queste opinioni; essa era negatrice fredda ed amara. Diceva che la vita è un inganno, che non c'è distinzione fra i sentimenti dell'uomo cosciente e le cieche potenze della natura, che tutto si riduce nel mondo a un meccanismo impassibile. Egli non aveva più nessuna ragione di vivere, e la sua vita era una continua morte. Egli frenava ogni sua tentazione cominciando da quella di morire; e col furore d'un iconoclasta distruggeva dentro di sè tutte le imagini delle cose e degli esseri. Così viveva da anni, quando ella era apparsa.