Chapter 16
--Udite. Quando io vi avrò detto tutto, sentirete che le mie parole meritano fede. Nei primi tempi della mia fortuna io mi sentii un altro uomo. La natura e la vita mi fecero così da trascorrere dall'uno all'opposto sentimento con fulminea violenza. Chi sa ciò che ho fatto nel mondo potrà pensare che forse talvolta la voce del bene mi guidò. Ma io non ne avevo coscienza. Se col pensiero intervenivo a giudicare le azioni mie e le altrui, tutto riducevo a un meccanismo, a un giuoco d'impulsi ciechi e fatali. Io non potevo pertanto credere al mutamento operatosi in me per virtù sua. Non derisi lei soltanto, derisi me stesso... Io dovrei anche dirvi quale fu, giorno per giorno, ora per ora, l'opera mia spaventevole; come alla costante, infaticabile, divina sua predicazione di amore e di bontà opposi lo sprezzo, l'insulto, il tradimento. Ma voi sapete queste cose. E poi, e poi... Tutto quanto l'odio vostro contro di me vi suggeriva è troppo poco; ciò che io le feci fu incredibile. Talvolta, quando con parole avvelenate e corrosive io profanavo, vilipendevo, distruggevo la sua fede; quando le dimostravo che nulla esiste fuorchè il male, che i soli rimedii sono il ferro, il fuoco, la morte; quando la incitavo a lasciarmi, a tradirmi, a perdersi, sentivo una reazione violenta operarsi dentro di me e il pianto salirmi alle ciglia; ma le nascondevo il pianto mio. Quando voi la conosceste, quando compresi che ella cominciava ad amarvi, il mio petto si dilatò dalla gioia. Vedere che la sua vantata eternità dei sentimenti si dimostrava bugiarda, prevedere che ella sarebbe caduta come cadono tutti, poterle dire: «Hai visto? Dove sono le tue leggi morali? Anche tu fai, come gli altri, il tuo piacere!» mi colmava di giubilo... Io mi davo tutto, frattanto, all'opera che doveva abbattere la vecchia società, nel mio paese e negli altri. L'ultimo tentativo mi pareva destinato a riuscire; già pregustavo il trionfo. Avevo lungamente preparato ogni cosa, ed incitato all'azione i pigri, i titubanti, i paurosi, e dato quasi tutto ciò che restava della mia sostanza, senza pensare alle difficoltà che avrei incontrate più tardi. Dovevo partire e sarei partito anch'io, se non mi avessero costretto a restare per preparare una nuova azione in caso di rovescio. E un giorno io seppi che i miei fratelli erano uccisi, pendevano dalle forche, cadevano sulle vie dell'esilio sotto la sferza degli aguzzini; io seppi che le donne, che i fanciulli salivano il patibolo, che tanti innocenti pagavano per me, che il terrore imperversava su tutta la gente della mia razza: un giorno io mi ritrovai, dinanzi a tante rovine, con la paura d'avere sbagliato la via, solo e quasi povero. Allora, improvvisamente, sorse dentro al mio cuore come un bisogno, come un'ansia, come una sete ardente di soccorso; allora io quasi stesi la mano per trovare al mio fianco un appoggio; quasi mi protesi a udire una parola di consolazione... La consolatrice esisteva. Non dovevo far altro che andare da lei, che aprirle il mio cuore. Forse sarebbe stato ancora tempo. O forse no: era già troppo tardi. Troppo tardi! Sapete voi che cosa significano queste parole?... Un pensiero di superbia mi arrestò. Dovevo io supplicare? Pure sentivo che in questa crisi della mia vita nulla sarebbe valso a guarirmi come l'amore, nulla avrebbe pagato l'amore di una creatura come lei. Le tornai vicino. Non dissi nulla. Il mio contegno doveva dimostrare tuttavia ciò che avveniva dentro di me. Troppo tardi!... Troppo tardi!... Noi possiamo penare ed accettare la pena, possiamo disperare e vivere nella disperazione, ma all'idea che la felicità era possibile, che la fortuna ci passava d'accanto, che dovevamo soltanto stendere una mano, dire una sola parola per ottenerla; e aver distesa la mano e proferita la parola--troppo tardi!--a questa idea il nostro cuore non regge... Ella non era più mia; era vostra. Come ebbi questa certezza, ricominciai a ridere e deridere. La fuggii; ma dovetti tornare. Al suo fianco, quantunque mi dimostrassi pentito e convertito, ero insofferente della soggezione; lontano da lei sentivo di non poter vivere. Così trascorsi gli ultimi mesi, alternando le fughe con i brevi ritorni. A Zurigo io vivevo per parlare di lei ad un'altra infelice, ad Alessandra. Alessandra Natzichev è morta...
Il Vérod era stordito. No, egli non sognava; ma la realtà aveva tutti i caratteri del sogno. L'uomo che gli stava dinanzi somigliava all'orgoglioso ribelle come le pallide imagini dell'incubo somigliano alle persone vive. La Natzichev era morta? Come, perchè era morta? Anche l'ora e la luce erano innaturali, la sera gialla illuminava stranamente la stanza, le cose, la faccia scialba del principe.
--Io confidavo il mio tormento ad Alessandra. E Alessandra mi amava, senza che me ne accorgessi neppure! Ciò la vita ha voluto: che le nostre anime, che queste quattro creature umane si siano incontrate per patire uno spasimo ineffabile; e nessuno ha saputo quel che l'altro soffriva, o l'ha saputo ancora e sempre troppo tardi! Quando io provavo per Alessandra un affetto fraterno, quando dalla solitudine nella quale era piombata, dalla forza che la rendeva capace di sopportare e vincere le difficoltà della vita, io fui persuaso a proteggerla, a sostenerla, come una sorella, come una figlia, ella doveva accendersi per me d'un più cocente amore! Se pure io mi fossi accorto dell'amor suo, avrei potuto farla felice? A lei potevo soltanto confidare i miei ardori per un'altra!... Ella tentò guarirmi richiamandomi al dovere di servire la causa: volli ascoltarla, invano. Il pensiero di riacquistare l'amore già sdegnato occupava e dirigeva tutta la mia vita. Dopo averlo sdegnato, mi pareva che questo amore avesse un prezzo inestimabile. È giustizia!... A Fiorenza nulla dicevo: nel tempo che venivo a trovarla passavo i miei giorni tremando di scoprire che, come non era più mia con l'anima, così già si fosse data a voi. Pensavo, per non credere questa cosa orribile: «Ella sente tanto altamente che non la farà mai!» Dentro di me una voce rispondeva: «Ora tu credi a quelle morali altitudini delle quali prima ridevi?» Ne ridevo, prima. E non le credevo ancora! La fiducia che ella non mi tradisse non era tanto alimentata dalla stima che avevo di lei, quanto dall'impossibilità di credere che tutto fosse proprio finito senza riparo tra noi. Sentivo che il mio ritorno e il mio ravvedimento le davano ansie mortali, e ne godevo sperando di recuperarla... Starle al fianco e non poterle prendere la mano! Ricordare il passato e disperare di riviverne un'ora sola!... Di tutto ciò che sentivo non potevo dir nulla. Ancora la superbia mi tratteneva, e un altro motivo, meno tristo. Io ero povero ormai; ella ricca: parlare ancora dell'amor mio non poteva essere una menzogna suggerita dal calcolo?... Un giorno parlai. Le dissi: «Ti ho perduta, ti ho voluta perdere; sento che la mia colpa è irreparabile. Ma se tu sapessi che cosa accade dentro di me! Ti chiedo per grazia di non abbandonarmi in questo momento che tutto mi crolla intorno. Più tardi farai ciò che vorrai...» Quel giorno, il giorno della tempesta, parlaste anche voi. Ella fu presa tra le nostre due passioni. Deliberò di morire. M'aveva risposto: «Non vi abbandonerò mai perchè sono la sposa vostra; ma pensate che l'amore è morto.» La sua voce era fredda e il suo sguardo mi evitava. Quando compresi che anche voi avevate parlato, sentii che non era sincera, che mi nascondeva qualche cosa. Ma temevo che pensasse di fuggire; non sapevo, non credevo che avesse deliberato di morire: ella mi era ignota ancora!... Passai una notte tremenda. Vegliò anch'ella. Cento, mille volte fui sul punto di andarle dinanzi; ma la sua soglia mi era vietata. Il domani venne Alessandra a cercarmi, a chiamarmi, presaga d'una catastrofe. Le promisi di partire, ma prima volli ancora una volta passare da lei. Udendomi entrare ella nascose precipitosamente qualche cosa. Vidi che era l'arma. Così fu presa tra le nostre due passioni: da voler morire per liberarsi!... Sentivo di non avere il diritto di parlare, d'essermi intruso presso di lei, di doverla lasciare al suo destino, alla libertà, alla morte; ma non potevo. Quest'idea: che fra due esseri già stati l'uno dell'altro non ci fosse più nulla, più nulla, che io fossi peggio d'un estraneo per lei, non poteva entrare nella niente mia. E la voce secreta diceva: «Prima tu credevi che l'amore fosse l'incontro fugace di due capricci, prima tu ridevi dei legami indissolubili...» Io non potevo concedere che ella fosse d'un altro, sia pure col solo pensiero. Io che avevo tradito non potevo ammettere che sarei stato tradito a mia volta. La mia superbia era sconfinata, non tollerava che qualcuno valesse più di me. E come comprendevo che voi avreste saputo farla felice, la superbia, l'amore, la gelosia, tutti i sentimenti, tutti gl'istinti selvaggi della mia razza, della mia natura, insorgevano, formidabili. «Tu promettevi pur ieri di non lasciarmi,» le dissi con voce amara, «perchè sei la mia sposa, e vuoi ora ucciderti!...» Ella non negò, «Lasciatemi morire,» rispose: «sarà meglio per tutti.» C'era nella sua voce qualche cosa che non conoscevo: l'amore per voi, il rancore di lasciare la felicità che da voi si riprometteva. «Non puoi dunque più tollerare la mia vista? T'incresco a tal segno?» Dissi queste parole, e molte, molte altre ancora. Ella rispose soltanto: «Di chi fu la colpa?» Udite: fu questo il primo rimprovero che mi volse dopo lunghi anni di dolore. «Ebbene,» replicai, «io sparirò: parto oggi stesso, fra poco, nè ti verrò mai più dinanzi. Vuoi ancora morire?» Mi disse: «Sì.» Ebbi paura di comprendere, pure domandai: «Perchè?» Le sue parole non mi significarono nulla che io già non sapessi: «Perchè, se vivo, sarò sua.» _Sua_, vostra, d'un altro!... Una vampa m'accese gli occhi e la fronte. «Non è possibile, non sarà!...» Ella scosse il capo. «Non dir di no!» insistetti. «Non dir di no!... So bene che non mi ami più, che mi odii, che mi esecri; ma non dirmi che ami un altro, perchè... perchè...» Disse: «L'amo.» Allora scongiurai. Piansi anche. Ella ripetè: «L'amo. Non si deve mentire, non si può fingere. L'amo: perchè questo amore mi è vietato, io muoio.» Allora risi, la schernii: «Chi vuol morire non lo dice!... La parte è tuttavia bene rappresentata!...» Vedo ancora lo sguardo suo stupito. «Non mi credete? Non credete che ho già preso commiato dalla sola persona che mi piangerà sinceramente?...» Le dissi: «Da lui?...» Ella aveva invece scritto a suor Anna. Ed al mio sospetto, al tono d'ironia col quale lo espressi, non si sdegnò; mi corresse soltanto: «Da suor Anna.» Io soggiunsi, sempre irridendo: «E la salute dell'anima?» A queste parole si nascose il viso tra le mani. Di repente presi le sue mani, tentai d'attirarla al mio cuore. «No, non morrai; tu vivrai per me, con me...» Si levò di scatto, ritraendosi: «Non mi toccate!» Io sentii l'immenso amore cozzare contro un odio implacabile. «Bene! Vi faccio orrore,» le dissi. «E lo amate! E, se pur vorreste, non potete uccidervi perchè avete paura del giudizio del vostro Dio. Voglio io farvi uscire da questa pena!...» E, prima ancora che ella avesse tempo di considerare ciò che facevo, le tolsi l'arma nascosta dietro i suoi libri. «Così non vi ucciderete, non affronterete l'ira del Dio: e potrete anche correre alle nuove carezze.» Da questo momento io non la riconobbi più. Si guardò intorno come smarrita, come perduta, come incalzata da una torma vorace ed ululante; poi mi guardò. I suoi occhi erano illuminati da un riso di gioia, da un sorriso di scherno. «Ah, voi credete?... Voi proprio credete che io volessi morire?... Come lo avete creduto?... Portate via l'arma! Non la morte, ma la vita e la gioia mi aspettano... Andate, lasciatemi: egli ora verrà!...» Anch'io mi guardai intorno, sgomento; la mia mano armata tremava. E come nello sguardo mio era una domanda, ella la comprese: «Egli verrà: sono sua!...» La vampa mi salì più gagliarda agli occhi e alla fronte. «Taci!» le ingiunsi.--«No, non voglio tacere; non posso!... Io l'amo, sono sua!»--«Taci!» le ingiunsi anche una volta.--«No, non voglio tacere!... L'amo, e ti odio e ti disprezzo. Tu m'hai fatto tanto male che avevo il diritto di prendere finalmente la mia rivincita! Nessuno può condannarmi!...»--«Taci!» ingiunsi la terza volta.--«No, non posso tacere! Mi condannino pure: che importa? Tutto l'essere mio ha bisogno di espandere la gioia della quale è finalmente saturato. Io voglio gridarla a tutti, voglio a tutti mostrare la felicità che inonda l'anima mia!...»--«Sei folle!» le gridai.--«Sì, dacchè sono sua!...» No, ciò non era possibile; se fosse stato vero, se avessi dovuto crederlo, sarei impazzito io stesso. «Non è vero! Non ti credo!» le dissi. Ella rispose, attonita, ilare: «Non credi? Come farti credere?... Ascolta, se non fosse vero, avrei voluto morire? Tu mi hai trovata con l'arma dinanzi, ho pure mandato una lettera d'estremo saluto; ero sul punto di scrivere il mio testamento; poi avrei scritto a lui. Credi che volessi, che potessi lasciarlo così? Ma senza il rimorso della colpa avrei pensato alla morte? Se non fossi caduta avrei continuato a vivere come ho vissuto finora! Ho voluto morire credendo d'aver peccato; ora non più, non più, non più!...»--«Tu hai fatto questa cosa?»--«L'ho fatta e tornerò a rifarla. L'amo, è mio, per sempre; vuoi sapere da quando? Vuoi saper come?...»--«Taci! Non mi provocare!»--«No, non ti provoco; che cosa m'importa di te? Chi sei tu? Che fai qui? Chi ti ha dato il diritto d'entrare qui? Lévati, lasciami: m'aspetta, ti dico... Vuoi farmi paura?... Ah! Ah!» L'occhio mio doveva essere spaventoso; ed ella rideva! ed ella insisteva: «Non ti temo! Che puoi farmi?» Io proruppi: «Ti uccido!» Ella aperse le braccia, alzò la testa, protese il seno: «Uccidimi; sarò sua fino sotterra.»--«Taci, o ti uccido!...»--«Fino sotterra! Non c'è un solo pensiero della mia mente, non un palpito del mio cuore, non un moto dell'anima mia, non una fibra della mia carne che non sia sua...» Levai l'arma. Il suo sguardo sfolgorava, la sua voce cantava: «Nella vita, oltre la morte, sola di lui...» Il colpo partì....
Roberto Vérod, che alla narrazione del dramma aveva tremato di dolore, d'orrore, di pietà, di rimorso impotente, d'odio mal contenuto, fece un passo innanzi levando il pugno e gridò:
--Assassino!
Il principe sostenne il suo sguardo rispondendo:
--Colpisci.
Restarono così, affrontati, un tempo che nessuno dei due potè valutare. Poi il braccio del Vérod ricadde: con voce più sorda, fremente, egli ripetè:
--Assassino!
--Sono venuto perchè facciate giustizia. Ciò che voi farete sarà giusto. Però datemi ancora ascolto un istante. Quando la vidi cadere, quando vidi il sangue suo grondare dall'orribile piaga, un urlo mi uscì dal petto. Ella viveva ancora. Visse per dirmi le sue ultime parole. Uditele: «Ho mentito, per morire... Io non potevo... Grazie... Perdono...» Queste furono le ultime parole sue. Io volli morire con lei. Avevo l'arma in mano, la rivolsi contro me stesso; ma qualcuno afferrò a un tratto il mio braccio come con una tanaglia. Alessandra mi era dinanzi: «Tu vivrai! Devi vivere! Devi salvarti!... Lasciami fare!...» Non comprendevo. Ella metteva l'arma accanto alla morta, studiava come disporla, ne traeva una cartuccia. «Si sarà uccisa, secondo aveva annunziato: tutti lo crederanno...» Già voci e rumori di passi si avvicinavano. «Intendi? Se sospettano, lascia rispondere a me; conferma in qualunque caso le mie risposte. Pensa al Dovere! Pensa alla Causa! Pensa a me che ti amo, che ti voglio, che ti saprò fare felice!...» Non comprendevo. Correvo a chiamare soccorso, sperando che ancora vivesse. Perchè nascondere la verità? Dire la verità era il mio primo impulso. Se non la dissi tosto, ciò fu perchè non comprendevo ancora: non udivo le domande che mi rivolgevano, rispondevo meccanicamente, come in sogno. Ebbene: quando voi ci lanciaste in faccia l'accusa, allora io mi ribellai. Tale ero, ancora. Il mio pensiero, il mio sentimento, erano governati da queste improvvise reazioni. Accusato, da voi, mi difesi. Tutto ciò che potei dire contro di me lo dissi, riconobbi d'averla spinta alla morte, ma negai l'atto estremo. Più volte nel corso degli interrogatorii fui per confessare; ma al vostro nome, alle durezze del giudice io m'impennavo. Dal bisogno di straziarmi, di morire, di espiare che mi occupava nei primi momenti, passai all'ansia della liberazione; come una fiera imprigionata non ebbi altro impeto che quello di rompere le mie catene, di correre all'aperto, di tornar padrone di me. E secondai le dichiarazioni di Alessandra senza comprenderle; e quando ella s'accusò, quando la compresi finalmente, quando vidi che si perdeva per amor mio, allora accettai il sacrifizio, naturalmente... Fummo liberi entrambi. Nel punto che fui libero, che la menzogna trionfava, io mi proposi di dire la verità. Ma tacqui ancora, perchè dentro di me, nella lunga notte della mia mente, già l'alba d'un nuovo giorno spuntava. Alessandra credeva di vegliare su me perchè mi restava vicina, perchè mi parlava. Non la vedevo: non l'udivo: una muta e invisibile anima governava ormai la mia vita...»
S'interruppe un momento alzando gli occhi al cielo della sera. Il cielo si era placato, le vampe gialle erano scomparse; colorazioni rosee e verdi, purissime, schiarivano l'occidente.
Egli riprese:
--Il rancore, l'odio, l'invidia, la cupidigia, tutte le insanie delle quali ero vissuto m'apparvero finalmente nella loro fosca luce. Il sangue che avevo fatto spargere non mi aveva detto ancora nulla; bisognava che io stesso spargessi il sangue d'una vittima, d'una martire, per comprendere la legge d'amore. Tutti gl'insegnamenti di lei, un tempo sdegnati e derisi, mi tornarono alla memoria. La semente che pareva perduta fruttificò. Credete che ella sia morta?
La voce del penitente era così dolce, che Roberto Vérod sentì il suo cuore tremare.
--Ella vive in tutte le cose belle, in tutte le cose buone; parla ancora in noi, e ci consiglia. Ella m'ha detto di venire da voi. Voi che l'amaste, che ne otteneste l'amore, saprete che cosa fare di me.
Aspettò che il Vérod rispondesse, ma come questi era incapace di dire una sola parola, riprese:
--Voi non potete uccidermi, voi che sapete la sua legge del perdono. Ma debbo io ancora vivere libero? Basterà che mi sia ricreduto e che abbia occupato questo tempo a cercare di riparare il malfatto? Della conversione mia non debbo dare al mondo la prova e la misura? E per meritare veramente d'essere perdonato non debbo espiare?... Ho due partiti dinanzi a me. Io posso consegnarmi o alla giustizia di questo paese, per scontare qui dove uccisi la pena del mio delitto; o alla giustizia della mia patria, alla quale ho da rispondere di altre colpe. Volete voi dirmi quale vi pare il partito migliore?
Roberto Vérod non rispose. Che consigliare? E con quale diritto?... Egli era così pieno di dolore che il suo giudizio ne rimaneva ottenebrato.
--Ebbene, io credo di non errare seguendo l'esempio che fu come un ammonimento: partirò per la Russia. Qui forse al mio delitto, a un delitto voluto dalla passione, s'accorderebbe forse troppa indulgenza. La pena capitale mi aspetta laggiù. E poi io debbo confessare al mondo che mi sono ingannato. Se le leggi che governano le società non sono felici, la colpa non è degli uomini che le dettarono. Altri uomini non possono dettare se non leggi umane, cioè monche e inefficaci. Odiarsi e combattersi per disciplinare diversamente il dolore al quale l'umanità fu condannata è da stolti. Bisogna lottare contro l'ingiustizia ed il male; ma non c'è altra arma efficace fuor dell'amore. Bisogna amarsi, compatirsi ed aiutarsi. Io voglio dire ad alta voce il mio errore; voglio chiedere scusa del male che inflissi a tanti, a troppi....
Nascosta la faccia tra le mani e rimasto un poco a meditare così, rivolse poi lo sguardo al Vérod, riprendendo:
--Ed a voi cui ne feci tanto io voglio chiedere scusa, umilmente. Forse è ancora troppo presto perchè possiate sopportare la mia vista. Ma io so che il vostro cuore è pieno di bontà. Se meritaste d'essere amato da lei voi dovete essere il migliore degli uomini. Prima di lasciare questi luoghi che non rivedrò più mai, prima che l'espiazione si compia, vi chiedo in grazia di dirmi una parola. Pensate che sto per morire. L'ultima parola di lei fu di perdono; ella chiese che io la perdonassi--io che l'uccisi! Ditemi voi che non odierete la memoria mia.
Roberto Vérod taceva ancora. Ma ora una commozione violenta gl'impediva di parlare.
--Sarebbe troppo grave al mio cuore esser proseguito dall'odio vostro. Voi foste tanta parte di lei, che sentire una vostra buona parola mi sosterrebbe nel compimento del dovere al quale ora m'accingo....
Prese la mano del giovane e supplicò:
--Roberto, mi perdonate?
Questi fece col capo un gesto d'assenso.
E come vide che dagli occhi di Zakunine grondavano lacrime, come vide il pianto di quell'uomo dal cuore di ferro, anch'egli pianse alfine.
--L'anima di lei è qui presente,--disse il principe.
La sua voce non era rotta da singhiozzi, il suo pianto era queto e dolce.
Disse ancora:
--Sia sempre beata e benedetta.
Il pianto del giovane era tempestoso.
--Roberto, voi siete buono. Grazie!... Addio!...
Così dicendo si chinò a baciare la sua mano. Allora Roberto Vérod ritrasse la mano ed aperse le braccia. I due uomini restarono un poco stretti l'uno contro l'altro.
Chiese il principe, sommessamente:
--Fratello, tu mi perdoni?
--Ti perdono, fratello....
Scioltosi dall'abbraccio, Zakunine si passò una mano sugli occhi, poi s'allontanò. Sulla soglia, prima di sparire nell'ombra, si rivolse ancora una volta:
--Addio!
* * * * *
Un mese dopo i fogli pubblici furono pieni del caso straordinario: il principe Alessio Petrovich Zakunine, il nihilista feroce, il rivoluzionario implacabile del quale da tanto tempo nessuno aveva più avuto notizia, era tornato in Russia, a Odessa, per via di mare; a bordo del piroscafo si era svelato agli agenti della polizia perchè lo consegnassero alla giustizia. Oltre che confessare i suoi delitti politici, dei quali faceva ammenda solenne, rivelava il delitto passionale commesso in Isvizzera; la nuova versione del dramma di Ouchy eccitò enormemente la curiosità pubblica. E quantunque la pena di morte pesasse sul capo di lui, una volontà sovrana, impressionata dalla conversione del ribelle e del miscredente, commutava la sentenza nella perpetua relegazione in Siberia.
Roberto Vérod, rimasto a Losanna, nei luoghi dai quali ora non si poteva più distaccare, incontrò, dopo aver letto quest'ultima notizia, il giudice Ferpierre. Non lo aveva più riveduto dal tempo del processo: gli si accostò trepidante ed ansioso, come alla sola persona con la quale gli restava di poter parlare della morta, del colpevole, di sè stesso.
Il Ferpierre, che aveva tutto saputo dai giornali, gli disse: