Spasimo

Chapter 15

Chapter 153,405 wordsPublic domain

Questa fiducia non era tuttavia generale e lo stesso Ferpierre, dopo il primo movimento di stupore e di piacere alla comunicazione del telegramma, temeva anch'egli di non potere ancora uscire del dubbio. Se la morta confessava d'essere sul punto d'uccidersi, se mandava alla suora l'ultimo saluto, costei, ricevendo quella lettera, leggendo quell'annunzio, non avrebbe dovuto accorrere, o almeno rispondere e cercare di avere altre notizie, di sapere se il proponimento funesto era poi stato compito? E poichè tutti i giornali del mondo avevano parlato della catastrofe e delle accuse, degli arresti, dell'inchiesta, non era per la religiosa un dovere di coscienza far tenere alla giustizia la lettera? Nulla era venuto; dunque la lettera non annunziava il suicidio! Bisognava pertanto considerare come singolarmente peggiorata la condizione degli imputati. Mancando un'esplicita allusione al disperato proposito della scrittrice, sarebbe parso sempre meno probabile che, un'ora dopo, ella si fosse uccisa; ma a quale dei due accusati bisognava imputare il delitto? Si poteva sperare che ella avrebbe espresso la paura suscitata in lei dal minaccioso contegno di uno dei due? Non era più probabile che la lettera non sarebbe stata esplicita in nessun senso, e che, pure confermando l'ambascia dalla quale l'infelice era occupata, non avrebbe annunciato la determinazione di morire? In tal caso l'ambiguità sarebbe rimasta.

Una prima notizia, riferita dai giornali inglesi che annunciavano il ritrovamento di suor Anna Brighton, distrusse i dubbii del magistrato. La religiosa, dicevano i fogli, era colpita da una grave paralisi, non aveva più l'uso del corpo nè della favella.

Un telegramma da Londra al _Journal de Genève_ precisò, il giorno seguente, che la malattia datava da un mese; che l'insulto apoplettico, secondo la dichiarazione della cugina di suor Anna, sola parente di lei, si era prodotto alla lettura di una notizia funesta.

E quando, una settimana dopo, con la conferma di queste voci, il Ferpierre ebbe il referto del magistrato scozzese, comprese d'avere ancora una volta sbagliato nelle sue previsioni. Suor Anna non aveva potuto rispondere alla contessa nè illuminare la giustizia, perchè era caduta come morta leggendo la lettera dell'antica prediletta sua allieva.

Quella lettera trovata presso di lei e unita al rapporto insieme con altre che non avevano importanza, diceva:

«Suor Anna, pregate per me. Pregate molto, con tutto il fervore della vostra anima buona, perchè ho bisogno di molto perdono.

«Questa è l'ultima lettera che riceverete da me. Se un giorno udrete ciò che avrò fatto, ricordatevi il nome che m'avete sempre dato, dalla prima volta che mi carezzaste: ricordatevi che mi avete chiamata ed amata come vostra figlia: a una figlia voi pregherete indulgenza.

«Dio mi legge nel cuore. A voi io non debbo e non voglio dire che tempesta mi travolge. Voi siete beata, che non conoscete l'errore; perchè parlarvi di quelli tra i quali io mi dibatto? Pensate una cosa soltanto: che se troppo peccai, io voglio ora sfuggire a nuove colpe. Io sono ridotta a tale, che dovunque è per me colpa ed orrore. La morte sola può liberarmi; dovrei aspettarla perchè non tarderà; ma il male, no, non aspetta.

«Se vi addoloro, scusatemi; pensate che io non ho altri al mondo cui dire queste cose, in quest'ora estrema. Vorrei anche darvi un'altra preghiera: di gradire le memorie che vi lascio. Sono certa che le serberete con l'amore che mi avete sempre portato.

«Suor Anna, pregate per me.»

IX.

SPASIMO.

Gli anni passarono, e la contessa Fiorenza d'Arda, il principe Alessio Zakunine e Alessandra Natzichev si cancellarono a poco a poco dalla memoria degli uomini. I proprietarii dei _Cyclamens_ avevano pensato dapprima di mutare il nome della villa temendo che il triste ricordo non impedisse che altri la volesse abitare; ma, alla nuova stagione, un Inglese la richiese espressamente per la curiosità destata in lui dal dramma di Ouchy. Due anni dopo fu presa da una famiglia americana che non sapeva della morte nè del processo, e così il nome rimase.

La baronessa di Börne, assidua frequentatrice della Casa di salute, riferiva ai nuovi venuti la storia, con molta ricchezza di particolari, e i nuovi venuti stavano ad ascoltarla, indifferenti a quelle cose passate delle quali non erano stati spettatori e infastiditi anche dal suo monotono eloquio. A poco per volta anch'ella se ne dimenticò.

Suor Anna Brighton doveva esser morta a Stonehaven; il nome della contessa d'Arda si cancellava dalla croce del cimitero della Sallaz. Del principe e della giovane nihilista nessuno seppe più nulla dopo la liberazione: sicuramente essi erano tornati alla loro propaganda. Ai loro amori, anche? Era probabile: dopo l'eroico tentativo di salvarlo, Alessandra Natzichev doveva aver vista ricambiata da Zakunine la passione che ella gli portava. I giornali, pieni una volta delle notizie relative all'accusa che li minacciava entrambi, non parlavano più di loro; altre storie di altre passioni occupavano il posto già tenuto dal dramma di Ouchy.

Più degli altri il giudice Ferpierre, nonostante i nuovi processi e i nuovi misteri proposti alla sua indagine, ne serbò memoria: troppo grave era stato il suo dubbio, troppo penoso il dispetto di non aver saputo veder chiaro in quell'intrico. Cercando di giustificarsi agli occhi suoi proprii, egli pensava che, dopo la lettura delle memorie della contessa e l'interrogatorio del Vérod, aveva visto ed affermato la verità; poi il ricordo delle esitazioni, dei sospetti, dei tentativi ambigui ed infelici lo confondeva. Come non s'era mantenuto nell'opinione che l'accusa era tutta una costruzione dell'odio del Vérod? Una specie di sordo e assiduo rimorso l'occupò lungo tempo all'idea di avere spinto una innocente a un sacrifizio terribile; poi quel suo errore si confuse con altri, egli pensò che non c'era stata altra colpa da sua parte se non quella d'uno zelo soverchio nell'accertare l'accusa, e così anche per lui la memoria di quei fatti si venne alfine perdendo.

Roberto Vérod diceva a sè stesso che anch'egli avrebbe dimenticato, ma il tempo tardava a produrre l'usato benefizio.

Certe volte, quando un nuovo pensiero lo toglieva alle dolorose memorie, egli tremava perchè il pensiero nuovo era senza fine più grave. Dinanzi all'evidenza egli aveva dovuto riconoscere il proprio torto, ammettere l'ingiustizia delle proprie accuse, convenire che solo l'odio glie le aveva suggerite. Dinanzi alla prova palese egli dava ragione al severo giudizio del magistrato, sentiva d'avere anch'egli contribuito alla morte dell'infelice; e il rimorso che un tempo gli era parso atroce, ora quasi gli parea lieve. Egli non solamente non tentava di scagionarsi, ma insisteva con una specie di cupa efficacia nel confessare l'errore, s'incolpava acerbamente, accresceva il peso della propria responsabilità per tentar di sottrarsi a un pensiero senza fine più molesto: invano. Egli voleva pensare che l'amor suo aveva uccisa quella donna, per non credere che ella ne era immeritevole.

Tutte le ragioni da lui addotte contro l'ipotesi del suicidio gli stavano nella mente, irrecusabili. Era credibile che ella si fosse uccisa senza lasciargli un ultimo saluto? Se aveva fede in Dio poteva ella uccidersi? Qualunque fosse l'ambascia nella quale era ridotta, nonostante i propositi di morte, sul punto di metterli in atto la sua mano non doveva tremare? Il suo braccio non doveva ricadere inerte al pensiero di lasciare il triste esempio a lui che aveva riconciliato con la vita? Uccidendosi, non lo uccideva?

«Questo è particolarmente grave, nell'amore: che ciascun amante non è responsabile degli atti suoi proprii, ma anche di quelli ai quali spinge la persona amata.»

Erano le sue parole. Per uccidersi aveva dovuto dimenticarle. E le aveva dimenticate! La sua fede in Dio non era tanto salda quanto pareva, giacchè ella si era uccisa! Si era uccisa pensando a un'estranea, senza lasciare a lui la parola del commiato, ridandogli invece i dubbii ai quali aveva voluto sottrarlo!

Questa era la realtà. Egli era stato vittima di un'illusione, dell'eterno inganno dell'amore, attribuendo a quella donna le sublimi virtù che non possedeva, esagerando la bellezza di quell'anima sino a farne una perfezione oltre umana.

«Io dovevo sapere,» diceva egli a sè stesso tentando di reagire contro la tristezza del disinganno, «che la perfezione è fuor dell'umano; che gli uomini possono pensarla e cercarla, ma non raggiungerla mai. Questa certezza mi avrebbe impedito di esaltare oltre ogni misura quell'anima; questa persuasione deve ora temperare la mia sfiducia e impedirmi d'avvilirla oltre misura.»

Perchè, infatti, mutata la disposizione del suo spirito, egli accusava la memoria di lei non soltanto di debolezza, ma di menzogna e quasi d'indegnità. Prima d'uccidersi ella gli aveva pur detto che lo amava; ed era evidente che gli aveva mentito. Chi assicurava che non avesse mentito altre volte?... Come tutti gli acri umori latenti in un sangue corrotto si ridestano alla più lieve ferita e l'esacerbano e l'incancreniscono, così il disinganno era in lui alimentato ed accresciuto da una moltitudine di pensieri rodenti, dei quali non aveva prima avuto coscienza. Egli ora quasi si sdegnava e si scherniva per aver fatto un ideale di perfezione d'una donna vissuta fuor della legge.

Non era vissuta fuor della legge? Il suo legame col principe non era indegno? Che valor dare all'impegno che ella sosteneva d'aver preso secretamente con sè stessa? Si poteva credere che fosse stata sincera nel prenderlo, o non aveva tentato con quell'asserzione di riscattarsi agli occhi altrui ed ai proprii dopo aver misurato la gravezza della sua colpa? Si poteva credere che ella si fosse data a quell'uomo per esercitare il gratuito ufficio di redenzione? Se almeno, senza la chimera della redenzione, senza la fede nella durata del patto, ella avesse amato d'amor puro! Ma il dolente negava anche questo; egli non poteva concedere che un uomo come Zakunine ispirasse una passione sincera. Sanguinario e tirannico mentre predicava la pace e la libertà, intento a godere avidamente mentre diceva di gemere alle sofferenze degli altri; cupido, dissipatore, infedele, bugiardo, colui non poteva essere amato nobilmente; poteva esercitare un fascino perverso, una curiosità malsana, una brama servile. Servile, malsana, perversa era stata la passione di quella donna.

La gelosia impotente, l'umiliato amor di sè stesso facevano accogliere al Vérod questi pensieri. Vivendo Fiorenza d'Arda, egli non li aveva concepiti; finchè aveva potuto vedere nella sua morte l'opera d'un assassino, finchè ella gli era apparsa cinta dell'aureola del martirio, nessun sospetto aveva potuto contaminarla; sentendosi amato, d'amor puro e fidente l'aveva ripagata. Ora egli scopriva che l'amore di lei non era stato verace. Se l'avesse realmente amato, avrebbe potuto lasciarlo così? Per trovare nel legame con Zakunine un impedimento tanto grave alla felicità, non doveva ella sentire ancora qualche cosa per costui? Era morta per restargli fedele! La nozione dell'astratto dovere può avere tanta forza se non si accorda con un sentimento concreto, con un interesse tutto personale e presente?... Il bugiardo pentimento di Zakunine, la mentita resurrezione d'un amore che non era mai stato credibile, avevano ridestato in lei la servile passione d'un tempo, e comprendendo la viltà del proprio servilismo, ma non potendola vincere, ella si era data la morte!...

Così egli vedeva corrompersi e a poco a poco dissolversi in putredine la figura già sollevata sopra un altare. Ma allora le profetiche parole di un giorno lontano gli tornavano tutte alla memoria:

«Troppo a lungo io sono vissuta fuor della legge perchè possa sperare di rientrarvi. Voi non vorrete crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete egualmente sincero più tardi, credendolo. Il sentimento indelebile della mia decadenza deve contendere la vita alla fede, ora in me soltanto, più tardi anche in voi...»

Ed egli restava sovrappreso da un immenso stupore angoscioso vedendo finalmente avverarsi la profezia, comprendendo di non avere più il diritto di togliere la sua stima alla morta, se ella stessa, dolorosamente, umilmente, contro la fervida fiducia di lui, aveva riconosciuto la propria indegnità.

Egli si era ribellato, allora, pieno il cuore di reverenza; ora doveva riconoscere che ella non s'ingannava. Ella antivedeva l'avvenire immancabile: logicamente, fatalmente questo risultato doveva prodursi: «Verrà il giorno che mi giudicherete come io stessa mi giudico.» Non era quasi venuto in vita della infelice? Il giorno del loro ultimo incontro, quando ella gli aveva parlato dell'uomo al quale era legata, che tornava a volerla sua, l'impeto dell'odio contro Zakunine e l'insoffribile sentimento dell'impotenza del proprio amore non lo avevano quasi rivolto contro di lei?... «Sia come volete,» le aveva detto, «ma costui vi lascerà ancora una volta.» Il suo pensiero non era andato oltre quelle parole? La concitazione dello sdegno non lo aveva quasi spinto ad afferrare la mano di lei per dirle duramente: «E per un suo pari vi negate a me? E dopo esservi perduta per lui, per lui rifiutate di riscattarvi?...» Alla fosca luce di questi pensieri egli rivolgeva dubitosamente a sè stesso un'altra, una più ansiosa domanda:

«Ella ha dunque ben fatto, uccidendosi?»

Se un germe velenoso insidiava la vita dell'amor loro, era dunque meglio che fosse morta? Se ella aveva compreso che, volendola sua, ei pensava di riscattarla, di fare un atto generoso, non per fedeltà a Zakunine gli aveva resistito e si era uccisa, ma per la disperata certezza d'un malinteso fatale all'amor loro? Morta per lui, egli presumeva ancora di giudicarla? Se credendola vittima dell'altrui ferocia le aveva dato tutta la pietà del suo cuore, una più trepida pietà, la pietà alimentata dal rimorso, non doveva darle ora che il volontario sacrifizio l'aveva riabilitata?

Tutta la severità dei suoi giudizii si ritorceva allora contro sè stesso. Chi era egli che presumeva condannarla? E perchè l'aveva condannata se non perchè gli si era sottratta? Che altro se non la passione dell'egoista, l'inappagata rapace passione lo faceva severo contro la memoria di lei? Null'altro se non il sofisma della presuntuosa passione gli diceva che l'impegno da lei preso non era valido e che dimenticandolo per mettersi con lui ella sarebbe stata nell'onesto e nel giusto! Egli che la voleva perfetta non aveva, come tutte le creature umane, più di tante altre, le sue debolezze e le sue colpe?

Da questi opposti pensieri usciva finalmente rassegnato alla realtà inesorabile, disposto a riconoscere che se la povera morta non era stata così bella come l'amorosa fantasia glie l'aveva dipinta, non era stata neppure così trista come l'aveva veduta nel rancore dell'abbandono. Nondimeno egli restava mortificato e dolente. La rinunzia alla perfezione imaginata gli era grave. Egli diceva a sè stesso che nessuno al mondo è perfetto; ma perfetta voleva poter credere ancora la sorella sua d'elezione. E tutti i suoi sforzi per glorificare, o almeno per legittimare il volontario sacrifizio restavano vani.

Non era vero che dandosi la morte ella si fosse redenta. La redenzione è nella vita, non nella morte. La morte non risolve il problema morale, lo evita. Non volendo o non potendo accettare di essere, come egli aveva sperato, la donna sua, ella aveva una via da seguire: fuggirlo, sparire, ma senza rinunziare alla vita.

Non era questa la via?

Egli restava esitante, dubitoso, ansioso. Per l'efficace virtù dell'esempio, il suo giudizio intorno ai massimi problemi umani era stato illuminato e sicuro. Questo prodigio ella aveva compito: di farlo uscire dai dubbii, dalle incertezze, dallo scetticismo dei quali prima viveva. Ella era stata la sua fede. Egli era rimasto abbagliato dalla luce dei suoi pensieri, si era sentito guidare con ferma mano per l'intrico delle contraddizioni, degli inganni, degli errori; aveva saputo che cosa credere, che cosa negare. Ed ecco a un tratto ripiombava nell'esitazione. Doveva ella vivere? Doveva morire? Come risolvere il formidabile dilemma di vivere errando o di morire per evitare l'errore? Hanno gli uomini il diritto di disporre della loro esistenza? Se questo diritto è loro conteso, Chi lo contende?...

Al cielo che un tempo egli aveva sentito vuoto, deserto, impenetrabile, fiduciosamente aveva rivolto lo sguardo vedendolo mirato da lei. Ora non sapeva, o peggio, aveva paura di saper troppo. Ella si era uccisa! Non aveva avuto paura del giudizio di Dio! Non aveva pensato alla salvezza dell'anima, non aveva creduto alla sua vita avvenire: si era uccisa perchè con la morte tutto finisce.

«Non c'è dunque nulla? nulla?...»

La sua domanda restava senza risposta, inascoltata.

Per la sola virtù della vista di lei, egli aveva già mirata, udita, compresa l'anima del mondo; voci misteriose dicevano cose memorabili; tutto viveva, palpitava e riluceva. Ora il silenzio e l'oscurità tornavano a premere d'ogni intorno. Ciò che prima aveva un senso evidente o recondito restava muto.

Tanto profonda e sincera era stata la sua conversione, che talvolta lampi dell'antica fede tornavano a rischiararlo; poi le tenebre si chiudevano, più fitte. E nelle alternative del dubbio egli ritrovava con un muto e disperato terrore il vecchio uomo che aveva creduto di seppellire dentro sè stesso. Come prima di conoscerla, il suo pensiero era oscuro, confuso, perduto. La miracolosa fioritura che aveva occupato ogni piega dell'anima sua s'avvizziva e sfrondava. Il chiuso cuore anticamente acquetavasi nella sua aridità; ora invece, dopo il benefizio, restava amareggiato da un rancore infinito.

Egli viaggiò. Vide altre terre, altri uomini, sperando disperdere il suo dolore lungo le vie del mondo; ma nulla valse a placarlo. Dinanzi alla tomba della sorella, a Nizza, pianse d'un pianto cocente che non fu lenimento, ma fuoco nuovo. Sul lago non era più tornato. Una mortale paura l'occupava al pensiero di rivedere i soli luoghi dove potesse dire di avere realmente vissuto. Credeva di morire soffocato rivedendo le rive di Ouchy, le pendici di Losanna, la villa dei Ciclamini, il bosco della Comte, le umili cappelle, il panorama del Lemano velato di nebbie o sorriso dal sole. Pure un giorno egli andò.

Ritrovò quelle prode quali le aveva lasciate. L'impassibilità della eterna natura lo ferì come un insulto: se almeno qualcosa fosse stata distrutta sulla terra, se almeno egli avesse ritrovato intorno a sè le tracce d'una devastazione simile a quella patita dentro di sè!

I monti secolari, le acque perenni, voraci sepolcri di viventi, restavano immutabili. Egli veniva riconoscendo ogni passo del cammino, ogni particolarità della vista. Con la disperata certezza che nessuna potenza avrebbe potuto compiere mai il miracolo di ridargli ciò che aveva perduto, egli pur figgeva intorno lo sguardo e porgeva intento l'orecchio, quasi un'apparizione, quasi una voce potesse suscitare lo svanito bene.

E una sera che dalla finestra della sua stanza contemplava le sommità della Dôle dietro le quali il sole scendeva radiosamente, egli trasalì al suono d'una voce che parlava dietro di lui.

Era zimbello d'un'allucinazione? Non sognava ad occhi aperti?

Il principe Alessio Zakunine gli stava dinanzi.

--Roberto Vérod,--diceva la voce,--non mi riconoscete?

Un brivido di raccapriccio gli passò per i nervi come alla vista di uno spettro. Che cosa voleva quell'uomo da lui? Perchè veniva a cercarlo?

--Voi sapete chi sono? Non m'aspettavate, però! Sono venuto da voi perchè ho una cosa da dirvi.

Parlava a capo chino, sommessamente. Vista di scorcio, dalla fronte troppo ampia alla punta del mento, la sua faccia appariva incisa da rughe profonde; i capelli ancora più rari erano imbiancati sulle tempie; tutta la figura portava impressi i segni d'un rapido decadimento.

Il Vérod restava a considerarlo, come affascinato, incapace di rispondere una sola parola, di veder chiaro nel tumulto di sentimenti che gli si scatenava nell'anima.

--Ho da dirvi una cosa. Volevo dirla al giudice Ferpierre, ma ho pensato che prima mi convenisse rivolgermi a voi....

Dopo una pausa, riprese:

--Uditemi, Vérod: Fiorenza d'Arda non si uccise. Io l'assassinai.

Il giovane si passò una mano sulla fronte, sugli occhi. Ancora una volta, ora anzi più che nel primo istante, egli non era ben sicuro di essere desto.

--Non mi credete? Eppure voi foste così presso alla verità! So che l'affermaste contro tutto e tutti, che per poco non riusciste a dimostrarla. È vero che molte circostanze, una principalmente, furono contro di voi. La lettera a suor Anna parve dire l'ultima parola sulla sorte di lei. Questo ingannò la giustizia: che ella era veramente sul punto di darsi la morte, quando io stesso l'uccisi. Io vi dirò come l'uccisi....

L'uditore tremava quasi invaso dal ribrezzo della febbre.

--Io vi dirò le mie infamie; sarà il principio del punimento. Io la disconobbi, sempre. Mai finchè ella visse io compresi tutta la bellezza dell'anima sua. Nessuna bellezza io compresi; il mondo e la vita mi parvero destituiti di questa qualità. Avevo un inferno dentro di me, nulla poteva spegnere le fiamme che mi investivano. Tutto ciò che io toccavo s'inceneriva. Ella mi amò di pietà: l'istinto, il bisogno, la voluttà del sacrifizio la diedero a me. Senza comprenderla, io fui un momento abbagliato dalla sua luce. Non potendo sostenerne la chiarezza, torsi lo sguardo. E la derisi e l'offesi.

Tacque un poco guardando dinanzi a sè, come cieco; poi ricominciò: