Spasimo

Chapter 14

Chapter 143,518 wordsPublic domain

Il suo piacere e il suo orgoglio era stato di pensare, di credere, di agire come la creatura amata pensava, credeva ed agiva. Dell'approvazione, della lode di lei gli era importato sopra ogni cosa, unicamente. Il pensiero di lei era stato la sua guardia e la sua tutela. Se ella era morta, non doveva egli ancora e sempre trarre dalla sua memoria l'ispirazione e seguire i suoi insegnamenti? Non era questo il modo di farla rivivere?... Or quale sarebbe stato il consiglio di lei, se egli avesse potuto chiederlo, se ella avesse potuto darlo? Come si sarebbe ella condotta in una situazione simile a quella nella quale egli versava?...

Sì: l'odio lo animava, lo faceva cupido di vendetta. All'idea di non poter più mai udire la voce di lei, di doversi appagare del ricordo invisibile, l'odio contro l'uomo che glie l'aveva contesa e tolta lo dominava, fino a soffocare la voce d'ogni altro sentimento. Se ella non poteva più rammentargli il consiglio del perdono, se il ricordo restava inefficace, la colpa era tutta di quell'uomo. Nei primi giorni egli non si era neppure proposto il problema morale che ora veniva ad accrescere il suo tormento. Ma, come il primo impeto del dolore naturalmente sedavasi, come egli doveva fatalmente abituarsi all'idea della morte, come tutte le forze dell'anima sua erano intente a raccogliere, a custodire, a immortalare la memoria della perduta, egli pensava se del cieco odio e della vendetta ella non si dolesse. Nel punto che l'arma omicida rompeva le sue carni, che gli occhi suoi chiudevansi alla luce, aveva ella imprecato? L'ultimo pensiero della sua vita poteva essere livido?

Quando il Vérod si proponeva queste domande, la risposta non era dubbia per lui. Ella aveva perdonato. Doveva egli perdonare a sua volta? Se voleva essere degno di lei, non doveva seguirne l'esempio?...

Alle volte egli chiudeva gli occhi e chinava la fronte, invaso dal ricordo dei buoni insegnamenti, quasi vergognoso d'averlo smarrito. Altre volte protestava ed insorgeva. La vita non può esser fatta tutta d'amore! Se al male s'oppone il perdono, quale sarà il premio del bene?... Ma allora le parole di lei gli tornavano a mente: «Se al male non si concede perdono, se gli si oppone altro male, dove è più il bene?» Ella diceva che la giustizia è amabile, ma che non basta. Poichè le creature umane sono troppo deboli e peccano anche quando hanno prescienza dei loro peccati, bisogna che alla somma troppo grande degli errori sia concessa indulgenza. «La giustizia indulgente non è giusta!...» aveva egli replicato; ed ella: «La stretta giustizia è impotente, la bontà solo ha ragione del male.»

Egli aveva assentito. Perchè aveva assentito? Non era stato sincero? Se le aveva dato sinceramente ragione, se aveva accolto candidamente il suo precetto, non doveva ora perdonare? Se ora non perdonava non era stato allora sincero; aveva finto per piegarla, per vincerla! Doveva egli accusarsi della passata ipocrisia oppure della debolezza presente?

Egli usciva dal dubbio pensando che la verità non è sempre la stessa, che i contrasti della vita mettono l'uomo in opposizione con sè stesso senza che sia imputabile di mala fede. No, egli non aveva mentito riconoscendo che la bontà è necessaria; soltanto col ricordare la predicazione del perdono non dimostrava d'averla compresa? Ma come accoglierla ora che la sua ragione, la sua passione, tutto l'essere suo voleva e doveva necessariamente volere il castigo? Allora egli udiva altre parole, così chiare e ferme come quando ella le aveva proferite: «La verità è una sola; riconoscerla astrattamente val poco nè vi può essere merito se non l'affermiamo contro il nostro proprio interesse....»

Una notte egli la vide venirgli incontro con le braccia prosciolte, le mani aperte, la faccia al cielo; l'udì proferire: «Perdona.» L'illusione fu così intensa che egli si destò con gli occhi bagnati di pianto.

Nella veglia, pensando di dovere oramai unicamente appagarsi delle vane visitazioni del sogno, l'impeto della passione vendicativa tornò a sollevarlo. Vagando per i luoghi dove era stato con lei, cercando ancora qualcosa di lei sotto il cielo, egli riudiva la voce sommessa consigliare:

«Perdona.»

Egli diceva a sè stesso: «Non posso.»

Non poteva. Perdonare sinceramente, col cuore, egli non poteva, non avrebbe potuto, mai. Doveva lasciare soltanto che la giustizia facesse a suo modo, non più intervenire? Se era sicuro del nuovo inganno, non doveva svelarlo?...

Ma la paura di profanare le memorie dell'amor suo lo arrestava. Non le aveva già lasciate profanare? Egli che non voleva ascoltare la voce del perdono, non aveva bisogno che la Morta lo perdonasse?... Per sostenere l'accusa contro Zakunine bisognava spiegare che questi era stato geloso di lui, che aveva creduto fondata la propria gelosia. Ciò gli riusciva impossibile. Che fare?

«Perdona,» diceva sempre la voce.

Egli l'udì non più secretamente, non più nel sogno, ma distinta, alla luce. Un giorno, errando per la montagna dove aveva guidato la sua nuova sorella, si trovò dinanzi alla cappelletta della quale la debole mano non aveva potuto schiudere la porta. La porta era chiusa, come un tempo. Egli sostò, tremante, battendo le ciglia sugli occhi ardenti. Sulla grossa chiave rugginosa la bianca mano s'era posata. Volle aprire, poi si ritrasse per paura di cancellare la traccia della mano. Ma il suo braccio si distese ancora una volta, la porta gemè sui cardini. Crebbe il suo tremore. Nella cappella egli la vide dinanzi a sè, prona, a capo chino, a mani giunte, rivolta all'altare, vestita del color della fiamma; egli cadde in ginocchio rompendo in pianto. Nel pianto udì la voce distintamente dire:

«Perdona....»

Il domani fu chiamato dal giudice. Era la prima volta che egli si ritrovava dinanzi al magistrato dopo il giorno che questi, trionfando delle sue argomentazioni, aveva detto di credere fermamente al suicidio. La confusione del giovane era estrema, non sapendo che cosa potevano ancora volere da lui.

--Bisognava innanzi tutto,--gli disse il Ferpierre,--che io riconoscessi il mio torto e la vostra ragione. È stato provvidenziale che voi abbiate insistito nell'accusa a dispetto dell'evidenza; perchè, senza la vostra insistenza, senza la fiducia dalla quale vi vidi animato, io avrei probabilmente tralasciato quelle ulteriori ricerche che mi hanno condotto alla scoperta della verità. Ne avrete forse avuto notizia, a quest'ora; ma io voglio confermarvi che la vostra povera amica fu veramente assassinata. La Natzichev ha confessato il suo delitto; il principe, che aveva taciuto sperando di poterla salvare, ha confermato la confessione di lei.

Roberto Vérod restava muto e confuso.

--Siete ora contento?

Il giovane non rispose.

--Avete reso un servizio alla giustizia. Senza di voi l'assassinio sarebbe rimasto impunito, o peggio un innocente avrebbe pagato per il colpevole. C'era un colpevole, e l'istinto che ve ne avvertiva non v'ingannava; soltanto i vostri sospetti contro il principe si dimostrano ora infondati.

Il Ferpierre tacque ancora un poco per dar tempo al Vérod di dire qualcosa; poi, come questi taceva, riprese:

--Il principe non poteva volere la morte della contessa tornando ad amarla, d'un amore veemente e timido insieme, che spingeva questo ribelle implacato a desistere della propaganda rivoluzionaria, a rinnegare il suo passato, la sua fede, i suoi complici. E ciò perchè sapeva ora apprezzato e ottenuto da voi l'affetto della contessa, quell'affetto che prima egli aveva sdegnato. Il cuore umano ragiona così!... Allora la sua complice lo vide perduto non solamente per il partito ma anche per sè, perchè lo amava e si struggeva sapendolo d'un'altra, vedendosi presa a confidente di questo amore risorto. Andò così dalla rivale per imporle di lasciarlo; ebbe una spiegazione tempestosa che finì col delitto. Ha confessato ogni cosa.

Ad una nuova pausa il Vérod oppose ancora silenzio.

--Siete contento?--ripetè il giudice.

--Perchè me lo domandate?

E i due uomini si guardarono fiso.

--Dovreste essere contento, io penso, d'avere vendicato la morte della vostra amica, confuso la rea ed ottenuto il trionfo della verità e della giustizia.

Tacquero ancora entrambi.

--Non ne siete contento anche voi?...--disse finalmente il Vérod.

Egli aveva sentito nelle domande una specie d'incitamento, quasi una provocazione a dire tutto il suo secreto pensiero, come se il secreto pensiero suo fosse anche del giudice.

--Io non ho passioni da soddisfare,--rispose questi.--Un solo amore mi guida: l'amore della giustizia...

--Se la giustizia s'acqueta...

--Ne dubitate?

--Non tocca a me dubitarne...

--Volete dunque dire che dovrei dubitar io? E perchè?... Avete denunziato un crimine: il crimine è provato. Non avete saputo dire chi dei due possibili autori fosse realmente colpevole, giacchè entrambi erano capaci di delinquere: la colpevole s'accusa ella stessa!... Vorreste forse dirmi che la sola confessione non basta? Lo so anch'io! Ma quando non è comprovata. Un pazzo può dichiararsi autore d'un delitto, ma non sa poi darne ragione, non sa spiegarne le circostanze. Qui tutto non si spiega? Tutto non è confermato dal solo testimonio?... O negate fede a questa riprova?

--Sì,--proruppe il Vérod, la cui esitazione era venuta crescendo fino a manifestarsi con un atteggiamento che faceva più incalzanti le domande del giudice.--Sì, le nego fede, perchè anche voi glie la negate! Perchè questo testimonio non è disinteressato, ma vede anzi in giuoco la sua libertà! Perchè non solamente un pazzo può confessarsi autore d'un delitto che non ha commesso, ma anche chi vuole sacrificarsi...

--Voi dunque sostenete?...

--Io sostengo,--soggiunse il giovine rapidamente, quasi per non darsi tempo di pensare a ciò che diceva, quasi vincendo sè stesso:--io sostengo che questa donna si sacrifica per amore, per zelo settario; che l'assassino trae profitto dal sacrifizio per assicurarsi l'impunità. Io dico che l'assassino è lui, non può essere altri che lui...

Sì, egli doveva dire questa cosa. La voce del perdono taceva, la voce non aveva mai parlato. Egli aveva sognato, era stato zimbello di allucinazioni. La verità era un'altra: la creatura d'amore giaceva sotterra, le macchie del suo sangue non erano ancora scomparse; il sangue chiedeva vendetta; egli doveva ottenerla.

--Perchè non lo diceste prima? Perchè esitaste, in principio?

--Perchè non sapevo ancora, perchè non avevo ancora bene pensato. Perchè voi non credevate al delitto e tutti i miei sforzi erano diretti a negare il suicidio.

--Dunque quest'uomo non solamente avrebbe ucciso, ma spingerebbe l'infamia sino a lasciar condannare una innocente?

--Ve ne stupite? Non deve egli esserne giubilante?

--Ne avete un'idea orribile! Capisco che l'odio v'accechi, ma non sono già cieco io. Quest'uomo non è tanto perverso quanto voi credete. Nella sua vita vi sono atti di valore. Il suo contegno dinanzi al cadavere e nei primi giorni della prigionia non è stato di giubilo.

--Nei primi giorni. E negli altri?

A quella domanda il giudice pensò un poco prima di rispondere.

Era vero. Prestato fede sul momento alla confessione della nihilista, il dubbio aveva subito ricominciato ad occuparlo. Se colei si sacrificava? Che valore dare alla sua confessione e alla conferma del principe?... Egli aveva pertanto ricominciato a interrogarli, separatamente, insieme; ma entrambi erano rimasti fermi nelle loro dichiarazioni. Paragonandole, egli vi aveva scoperto qualche contraddizione; mentre la Natzichev asseriva che, nel punto culminante della sua spiegazione con la contessa, udendo la voce conturbata del principe chiamare, aveva lasciato andare il colpo per paura che se egli sopravveniva non avrebbe più ritrovato l'occasione di sbarazzarsi della rivale, il principe invece affermava d'essere accorso dopo udito il colpo da lontano. Posti nuovamente in confronto, la Natzichev si era corretta, dichiarando che aveva creduto di udire la voce, ma che forse per la concitazione si era ingannata. Altri piccoli particolari avevano affermato il giudice nel sospetto che, come nei precedenti interrogatorii, anche ora la giovane prendesse l'iniziativa di spiegare in un certo modo il dramma e incitasse il principe a secondarla; tuttavia egli era deciso di rimandarla dinanzi ai giudici perchè il pubblico dibattimento finisse di fare la luce su quel mistero. Prima però aveva voluto richiamare il Vérod per vedere se dubitava anch'egli, per discutere con lui i nuovi sospetti.

--Nei primi giorni egli era oppresso dal dolore,--gli rispose, dopo aver considerato ancora una volta tra sè queste cose;--più tardi parve insofferente della prigionia.

--Vedete?--esclamò il Vérod.--Se pure sul principio egli comprese l'orrore del suo misfatto, fu poi smanioso di liberarsi. Il mezzo è stato sin troppo buono!

Così aveva anche pensato il Ferpierre. Quell'uomo in cui diverse ed opposte impulsioni si succedevano repentinamente, che non era del tutto incapace del bene, ma che obbediva con maggior prontezza alle sollecitazioni del male, forse era stato sul punto di confessare: mutata a un tratto la disposizione del suo spirito, cupido di libertà, non aveva avuto scrupolo d'afferrarsi alla tavola della salvezza.

--Se egli è così infame, la Natzichev ha un cuore eroico?

--Che cosa vieta d'ammetterlo?

Il magistrato aveva anzi espressamente riconosciuto che per l'ardor della fede, per la tenacia dei sentimenti, la giovane era capace d'eroismo.

--Ma come confonderla? Ella spiega molto bene il suo delitto! Ne aveva due ragioni: l'amore e il fanatismo.

--Entrambe non le debbono consigliare di salvare l'uomo amato e il compagno di fede?

Anche ciò era vero. Se il principe aveva uccisa la contessa, tanto per amore all'uomo quanto per amore al partito, la giovane doveva tentare di salvarlo.

--Bene. Ma le prove?

--Ah, le prove bisogna ancora trovarle!

--E allora, aspettando, tanta ragione voi avete d'insistere nel vostro sospetto, quanta ne ho io di tornare alla mia prima opinione.

--Come mai?

--Ma sì! Io torno a credere che la contessa si è uccisa!

--Se già coloro ammettono il delitto?

--E come lo ammettono? Voi non sapete come, in quali circostanze la Natzichev si è dichiarata colpevole! Ha confessato quando io le ho detto che il principe aveva confessato egli stesso! Lo ha visto perduto ed ha voluto salvarlo!

--E ciò non vi dimostra luminosamente che egli, egli solo è l'assassino?

--Ma egli non ha confessato niente! Io stesso, come un ultimo disperato espediente, dissi questa cosa!

--E non vedete che diceste la verità?--incalzò il Vérod.--Se lo sapesse realmente innocente, quella donna avrebbe riso, udendovi! Non vi avrebbe creduto! Avrebbe scoperto il vostro artifizio! Potrebbe mai credere che egli abbia confessato una colpa non commessa? Se quella donna vi ha creduto, ciò significa che voi avete detto inconsapevolmente la verità. Ha voluto salvarlo perchè lo ha visto realmente perduto!

Il Ferpierre non rispose.

Egli era stupito di non avere ancora fatto, fra tante, quest'ovvia argomentazione. E dell'ovvia argomentazione sentiva tutto il peso, e sentiva ancora che, se essa rispondeva al vero, egli aveva battuto una strada falsa.

--Ipotesi e presunzioni, come tutte le altre!--esclamò ad un tratto, volendo negare per la confusione l'importanza che intimamente attribuiva alle parole del giovane.--Noi non facciamo altro che continuamente alternare le ipotesi. Se la contessa non si è uccisa è stata assassinata; se non è stata assassinata si è uccisa! Il delitto è opera della nihilista, se non l'ha commesso Zakunine; se la nihilista è innocente, il reo è Zakunine! La vostra passione non è una prova! Finchè non mi verrete a portare una prova più valida delle vostre appassionate affermazioni, se pur vorremo essere molto severi con gli accusati non potremo far altro che proscioglierli entrambi per insufficienza di indizii!

E, quasi bruscamente, lo congedò.

Rimasto solo, diede ordine che non fosse introdotto più nessuno. La gravità dei nuovi pensieri e l'irritazione che lo animava contro sè stesso non gli consentivano d'occuparsi più d'altro.

Il ragionamento suggeritogli dal Vérod era naturalissimo: come negarne il valore? Se egli aveva ammesso tante cose per dubitare della confessione della Natzichev, come non ammettere questa? Era la più considerevole. La passione del giovane serviva dunque a qualche cosa e la freddezza sua propria non serviva a nulla, se il giovane vedeva più chiaramente di lui?

Certo, senza l'artifizio adoperato con la nihilista, tanto il principe quanto ella stessa avrebbero continuato a negare, a giovarsi della verisimiglianza del suicidio. Era anche evidente che, dei due, nei primi giorni, la più zelante della comune salvezza era stata la Natzichev. In tutti gl'interrogatorii erasi visibilmente sforzata d'avviare il principe alla difesa. Aveva riconosciuto d'esserne l'amante e lo aveva sollecitato a confermare questa dichiarazione volendo impedire che si scoprisse la resurrezione dell'amore di lui per la contessa; resurrezione che poteva far sospettare un delitto di gelosia. Credendo che egli si fosse poi confessato geloso e reo, aveva inventato il proprio intervento fra i due attori del dramma! Il silenzio e la tristezza del principe non potevano essere, non erano il rimorso del colpevole? A ogni modo, costui era parso sulle prime indifferente, dal tanto dolore, alla propria sorte. Il Ferpierre pensava pertanto d'avere sbagliato adoperando l'artifizio contro la giovane: egli avrebbe dovuto dire invece al principe che la Natzichev s'accusava. Doveva dirlo quando Zakunine era ancora sotto il peso del dolore; allora, probabilmente, non tollerando che un'altra pagasse per lui, avrebbe confessato la verità.

La verità!... Se anche questa era la verità vera, come accertarsene? Posto che la Natzichev volesse salvare il principe, non avrebbe ella fatto, dopo la confessione di lui, ciò che aveva fatto realmente udendo la narrazione capziosa? Allora, entrambi accusandosi, la confusione sarebbe stata maggiore! O, al contrario, il loro confronto sarebbe stato più fruttuoso?

Ora i confronti erano inutili. Deliberato di giovarsi della generosità della giovane, Zakunine riconosceva in lei la colpevole; ella insisteva nella confessione: come smentirli? Il Ferpierre pensava di poter tornare dalla Natzichev e dirle, con la forza della convinzione, il nuovo sospetto: «Voi credete d'averlo salvato? Lo avete perduto! Perchè confessaste? Perchè io vi dissi che egli stesso riconosceva d'avere uccisa la contessa. Ebbene: non è vero! Egli non ha confessato niente! Io ho detto una menzogna. Però questa che credevo menzogna è verità, e voi stessa, senza volerlo, anzi volendo il contrario, me lo avete provato! Se fosse stata menzogna ne avreste riso. Voi invece avete tremato per lui e avete tentato di salvarlo, invano!...»

Ma il Ferpierre s'arrestava a un tratto, prevedendo che ella non sarebbe rimasta senza risposta: «Non ho riso della menzogna perchè non potevo riderne, ma dovevo dolermene. Credendo alla vostra menzogna pensai ch'egli s'accusasse per salvar me, e siccome è innocente e la rea sono io, così non ho riso, ma ho tremato e ho detto la verità!...»

Che cosa risponderle? E come convincerla di mendacio?... E se ella non diceva il falso? Se era realmente colpevole? Se la sua condotta non era quella di un'eroica salvatrice, ma d'una rea confessa? Che cosa vietava di crederla rea veramente? Era possibile che ella avesse con tanta abilità ricostruito e colorito una falsa soluzione del dramma e che avesse saputo narrare un cumulo di menzogne con voce tanto turbata, con espressione tanto sincera?

Allora il Ferpierre tornava a misurare le probabilità, a vagliare le presunzioni, a rifare il lavoro di tutti quei giorni, arrestandosi ora all'una ora all'altra ipotesi, riconoscendo ancora una volta l'inestricabile difficoltà del caso.

Doveva egli proprio rinunziare a indagini ulteriori? La speranza d'avere una prova inoppugnabile era proprio perduta? E come concludere la sua lunga e vana istruttoria? Bisognava proprio accettare le ultime dichiarazioni degl'imputati? O negarle, e riaffermare che la contessa si era uccisa, e che la Natzichev s'incolpava soltanto per la paura di veder condannato il principe, pure essendo innocente quanto lui, e che per questa ragione le loro versioni non erano state concordi?... O tornare all'ipotesi, già esclusa come la più improbabile, che fossero colpevoli entrambi, che la Natzichev avesse aiutato l'amante a compiere l'assassinio per furto, e tentato poi di scagionarlo per accusare sè stessa?

Ciascuna conclusione ripugnava al magistrato, ma bisognava pure accoglierne qualcuna, e già egli pensava di fare un ultimo tentativo presso i due Russi; quando, nonostante gli ordini dati, udì picchiare alla porta. L'usciere, scusandosi della trasgressione, gli recava un piego della Procura generale, In un angolo del quale due parole sottolineate avvertivano che la comunicazione era urgente. Egli apri distrattamente la busta poichè niente gli pareva urgente se non uscire dalla lunga ambiguità, e ne trasse due carte: un telegramma, e un biglietto del Procuratore generale. Questi gli scriveva:

«Vi trasmetto immediatamente il dispaccio appena ricevuto dal console elvetico di Edimburgo. Potremo ora forse sapere qualcosa di preciso intorno al mistero di Ouchy.»

E il Ferpierre aprì con mano tremante dall'ansia l'altro foglio, che diceva:

«Suor Anna Brighton abita a Stonehaven, contea di Kincardine, Scozia. Sono stati presi gli accordi con la magistratura inglese per assumere la sua testimonianza.»

Già alla notizia che l'istruttoria non era, come prima avevano annunziato, ancora chiusa, e che il magistrato diffidava della confessione di Alessandra Natzichev, e che tutto tornava ad esser posto in forse quando il mistero pareva svelato, la curiosità pubblica s'era ridestata, più cupida di prima. Tra chi sosteneva la sincerità della nihilista e chi vedeva nella condotta di lei una nuova prova della colpa del principe e chi tornava con cresciuta fiducia alla versione del suicidio imputando ai metodi inquisitorii del magistrato la confessione strappata ad una innocente, le discussioni fervevano, appassionate ed inutili. Ma i più riconoscevano oramai che la giustizia si trovava dinanzi ad uno di quei casi dubbii della soluzione dei quali bisogna disperare finchè qualche circostanza inopinata non viene a rischiararli, e che più spesso restano insoluti, per sempre.

La notizia che suor Anna era stata finalmente trovata portò ai gradi della febbre l'aspettazione curiosa. La sua testimonianza, l'ultima lettera a lei diretta dalla contessa qualche ora prima della morte, avrebbero tutto spiegato.