Spasimo

Chapter 13

Chapter 133,638 wordsPublic domain

--Ah, confessate?...--potè dire soltanto nel primo momento della confusione, senza troppo badare all'opportunità della domanda; ma subito dopo, padroneggiandosi:--Confessate anche voi?--ripetè, per insistere nell'artifizio così bene riuscito.--A chi debbo credere, ora? Gareggiate dunque di generosità fino a tal segno? Ciascuno s'accusa per salvar l'altro? Nobile gara!...

La giovane disse, duramente:

--Voi non sapete riconoscere la verità?

--Non sempre! Quando altri lavora a nasconderla!... Bene: se volete che io creda a voi, vi crederò. Più difficile mi riesce comprendere il tono di vanteria col quale v'accusate. So che disconoscete le nostre leggi; ma nella società ideale all'avvenimento della quale voi lavorate si ucciderà forse impunemente e sarà anzi titolo di gloria aver distrutto una vita, così, per piacere?

--Non per piacere.

--Come! Sarà forse dovere per ogni amante geloso toglier di mezzo l'oggetto della sua gelosia?

--Voi non sapete.

--Non so, infatti! È vero, sì o no, che il principe non si poteva decidere di rinunziare alla contessa perchè la riamava?

--È vero.

--E voi non ne foste gelosa?

Ella disse, con voce gelata, facendo sonare una dopo l'altra le parole:

--Il mio sentimento non importa; nessun sentimento, nessun interesse, niente importa quando si è compreso il Dovere. La vita degli altri, la vita propria, l'onore, gli affetti, tutte le cose vane debbono cedergli. Questa è la mia norma; questa doveva essere anche la sua. Ma egli la dimenticò!...

Il Ferpierre cominciava ora a comprendere.

--Volete dire che non per amor vostro egli trascurava di lavorare al trionfo della causa, ma per la contessa?

--Sì.

--Perchè stava allora a Zurigo, vicino a voi, e non con lei?

--Perchè sapeva di esserle odioso, ma voleva parlare con qualcuno di lei.

--E ne parlava con voi?

--Sì.

--Già voi diceste che non ve ne tenne parola! Ma, se ve ne parlava, non vi amava?

--Non mi ha amata mai.

Nonostante la freddezza impassibile del viso statuario, qualcosa di così dolente echeggiava nelle ultime parole della giovane, che il Ferpierre pensò: «Non mentisce!»

--E voi sì, l'amaste, l'amate?

--Che v'importa di ciò?--riprese ella tornando a una durezza che il Ferpierre giudicava ora ostentata.--Importerà a voi ciò che non importa a me stessa? Se volessi trovare un'attenuante all'atto commesso, se volessi essere scusata da voi, dalla vostra società, vi direi che lo amavo, che la uccisi per gelosia. Questa debolezza, questo egoismo sono scusati e perfino glorificati dalla società vostra. L'amante che per evitare a sè stesso un dolore, per assicurare il piacere suo proprio uccide il rivale, è perdonato; talvolta il cieco e letale amor suo è giudicato forte, grande, ammirabile. L'amore che guida noi, il nostro sacrifizio cosciente, l'opera di salute alla quale attendiamo, sono condannati!

--Strana opera salutare la vostra, che vi fa versare il sangue, frattanto!

--Voi credete che una, che dieci, che cento vite importino quando è in giuoco il destino di tutti? Voi che avete paura del sangue, lo versate a fiumane nelle vostre guerre: tanto è il vostro orrore del sangue, che la suprema cura dei vostri reggitori è quella di armarvi. Qui, in questo vostro paese di libertà, non è l'esercizio della forza per uno scopo cruento il più onorato fra tutti? E non rispondete che vostro solo pensiero è impedire di essere sopraffatti e non già sopraffare; perchè tutti dicono così! Chi confessa di fare il male? Il bene è sulle bocche di tutti, degli assalenti e degli aggrediti. Stolte cupidigie, interessi bassi e meschini vi mettono in guerra. E nelle vostre guerre non è precetto sempre obbedito di sacrificare un soldato, una pattuglia, un'avanguardia, per la salute dei più? Noi facciamo un'altra guerra, più giusta, la sola giusta e santa: la guerra per la redenzione degli uomini contro tutte le nequizie e tutte le viltà, contro la fame, contro l'ignoranza, contro la prepotenza, contro la stessa vostra guerra. Se incontriamo un ostacolo lo spezziamo: una, dieci, mille vite che importano?

Ella aveva parlato con mal contenuta violenza; la rigidità del suo atteggiamento s'era sciolta ed il braccio disteso aveva fatto il gesto di chi svelle ed abbatte.

Quando tacque, il Ferpierre che era rimasto a udirla meravigliato e quasi intimidito, disse a sua volta, con voce fredda e severa:

--Noi non abbiamo ora da discutere sulla moralità dei vostri principii. Sarà bene dirmi piuttosto in qual modo la contessa potesse esservi d'ostacolo? Che cosa potevate seriamente temere da lei?

E poichè ella tardava a rispondere:

--Vorreste darmi ad intendere che ella potesse pensare a denunziarvi, a intralciare i piani delle vostre congiure?

--Non voglio darvi nulla a intendere. Per quella donna Alessio Petrovich si perdeva.

--In che modo?

--Per amore di lei, per riaverla, aveva dimenticato il Dovere. Comprendeva che ella non lo amava più, che ne amava un altro, ma sentiva che c'era ancora un modo di tenerla con sè, di sottrarla a quell'altro. Non tanto per amore costei gli si era data, quanto per distoglierlo da noi, per redimerlo, diceva. Egli le si mostrò _redento_, le rappresentò che ella era la sua _redenzione_; che, abbandonato da lei, sarebbe ricaduto nell'_errore_. Il solo mezzo di averla con sè era questo: di dirle e di provarle il proprio _ravvedimento_. Senza più amarlo, ma per non farlo tornare a noi, ella resisteva a quell'altro. Io gli dissi più volte la sua stoltezza, l'indegnità di sacrificare a una donna l'ideale di tutta la sua vita. Egli non mi udiva. Era accecato. Veniva da me a piangere per averla perduta, per averla voluta perdere; voleva che io, io, l'aiutassi....

Nella voce della giovane c'era, oltre lo sdegno, un'ansia secreta: non solamente il dolore per il traviamento del compagno di fede, ma anche, più profondo e nascosto, il tormento d'essere stata presa a confidente dall'uomo amato che neppure avea sospettato l'amor suo.

--E voi?

--Io vidi che tutto era inutile. Non avevo molto sperato di guarirlo perchè so come è fatto. Quando un'idea lo infiamma nulla vale ad arrestarlo: non ragiona, non vede più. Nondimeno aspettavo che la crisi si risolvesse in qualche modo. Un giorno, improvvisamente, compresi il nuovo pericolo: egli aveva visto il Ginevrino; nel parlarne le sue mani tremavano, i suoi sguardi gettavano fiamme. Compresi che lo avrebbe ucciso, che si sarebbe perduto senza riparo. Le ultime volte che venne qui lo raggiunsi, presaga della catastrofe. Egli mi chiese che lo aiutassi. Lo aiutai.

--Uccidendo la donna della quale voleva l'amore?

--Liberandolo.

--E avete assassinata quella creatura così, a mente fredda, deliberatamente?

--Venni da lei. Venni qui l'ultimo giorno per parlare con lei. Poichè ogni altro mezzo era stato invano, se egli non udiva la voce del dovere, colei soltanto poteva salvarlo. Le dissi di abbandonarlo, di fuggirlo, di scomparire. Ella non volle. Le soggiunsi: «Voi amate un altro: andate lontano col nuovo amante.» Mi vietò di parlare così; volle sapere chi fossi io. Risposi: «Una che vi odia!» L'odiavo perchè l'avevo sentita, fino dal primo vederla, diversa da me, d'un'altra casta, d'un'altra razza, d'un altro animo; perchè tutte le sue idee, tutti i suoi sentimenti erano opposti ai miei; perchè ora ella mi contendeva quell'uomo. Non volevo, no, assicurare a me stessa l'amore di lui; ma serbare le sue forze all'opera comune. Nonostante l'odio, la pregai. Fu inutile anche la preghiera. Allora le dichiarai: «Sapete perchè non volete fuggirlo? Non per lui, ma per voi. Temete che vi creda fuggita col vostro nuovo amante. Volete mostrargli una fedeltà che non sentite, volete ottenere con l'osservanza d'un preteso dovere la fama di costante e di fida. Foste la sua amante e volete farvi credere la sua sposa non amandolo più. Egli vi giudica tanto buona, che ho voluto vedere dove consiste la decantata vostra bontà. Voi siete ipocrita, falsa, egoista, peggio che tutte le altre...» Ella mi lasciava dire: tentavo invano di sdegnarla, di offenderla. «Ma un giorno finirete anche voi col rompere questa vostra ipocrita fedeltà,» io soggiunsi, «per darvi in braccio al nuovo amante... se pure non vi siete già data...» Furono inutili anche queste parole. Si scosse soltanto quando le dissi: «No! Ciò non avverrà. Il vostro amante sarà morto! Egli lo ucciderà. Lo conoscete? Lo ucciderà! Sarete voi responsabile dell'assassinio. Lo avrete voluto, lo volete; ogni giorno, ogni ora, ogni minuto che passa lo prepara, lo affretta, inevitabilmente!...» Allora ella disse: «Ah, morire! Debbo io, voglio io morire...» Lo sdegno e lo sprezzo mi gonfiarono il cuore: chi dice questa cosa quando la sente? Se era vero che ella volesse morire, si sarebbe uccisa. Le dissi il mio sdegno e il mio disprezzo. «Non è vero! Avete paura! Siete vile!...» Ella assenti: «Sì, sono vile; l'arma è lì, la mano mi trema.» Presi io l'arma, glie la porsi: «Raccogliete il vostro coraggio, se ne avete ancora, se ne avete mai avuto...» Ella giunse le mani, scongiurandomi: «Uccidetemi voi, liberatemi voi!...» Il mio sdegno cresceva vedendo tanta viltà. Le promisi, con voce sorda, con l'arma in mano: «Ti ucciderò se non lo lasci.» Ella giunse le mani, supplicando ancora: «Uccidetemi!...»--«Non vuoi lasciarlo?»--«Uccidetemi!...»--«No?» Udii il passo di lui, la sua voce chiamare. La uccisi.

Ansante, ella tacque.

--E non ne siete pentita?

--Non ne sono pentita. Ella era vinta dalla vita, voleva e doveva morire. Egli doveva essere libero d'attendere all'Opera. Li ho liberati entrambi.

E il Ferpierre riconosceva finalmente la verità già sospettata.

Ora tutto si chiariva, tutto si concatenava logicamente. La rea non voleva convenire che, oltre lo zelo settario, anche la gelosia l'aveva armata; ostentava di ricusare l'attenuazione del suo crimine per gloriarsi d'essere inaccessibile agli interessi personali. C'era in questa rinunzia una fosca grandezza che dava la misura della forza di quell'anima; ma, senza dubbio, anche l'amore disconosciuto aveva dovuto spingerla contro l'Italiana. Il pentimento del principe, la sua condotta ambigua degli ultimi mesi, il suo dolore dopo la catastrofe, tutto si spiegava. Negando d'essere l'amante della nihilista egli aveva detto la verità. L'aveva ammesso forzato da lei, per secondarla, per salvarla, quando ella credeva di potersi salvare così. Anche le ultime parole della contessa, quell'invocazione alla morte liberatrice, quell'incitamento rivolto alla minacciosa rivale, erano la naturale soluzione del contrasto fra l'incapacità d'uccidersi e il bisogno di morire dal quale ella realmente era stretta. La rea non aveva ragione? Quell'assassinio del quale la giustizia aveva pure da chiederle conto non si confondeva quasi col suicidio liberatore?

Così l'intrico era sciolto. Ma restava tuttavia al Ferpierre di chiamare Zakunine. Riferendo alla nihilista che il principe si era accusato, egli aveva mentito per amore di fare la luce; ma un dubbio ora gli s'affacciava alla mente: se, udendo che Zakunine s'incolpava, la giovane si era incolpata ella stessa, che cosa avrebbe detto il principe udendo la confessione di lei? Si doveva sospettare che entrambi si sarebbero dichiarati colpevoli?

Il contegno del principe, dall'ultimo interrogatorio, era, secondo la relazione del direttore dell'Evêché, radicalmente mutato. Non passava più il suo tempo, immobile e silenzioso, indifferente a ogni cosa: l'insofferenza della prigionia lo faceva ora dare in ismanie. Aveva chiesto di parlare con un avvocato, e non avendolo ottenuto si era sfogato con parole dure contro la giustizia. Più volte in un giorno chiamava i guardiani per domandar loro se era venuto l'ordine di scarcerazione; udendo le risposte negative s'accigliava e fremeva. Misurava in lungo e in largo la sua cella, con le mani strette sul dorso, il capo chino, lo sguardo fisso e duro. Aspettava l'ora dell'uscita quotidiana con impazienza, rientrava più torvo di prima. Chiedeva libri, rifiutava il cibo della prigione, faceva venire da fuori il suo vitto.

Appena condotto dinanzi al Ferpierre disse, con accento di mal repressa impazienza:

--Ancora interrogazioni? Non volete riconoscere la verità alla fine?

--La verità mi è nota oramai!--rispose il giudice severamente.--Non siete materialmente colpevole e non posso più trattenervi...

--Ah, dunque!

--Ma la vostra responsabilità morale è molto più grave di quella che confessaste in principio; e questa vostra impazienza mi pare anche fuori di luogo, poichè con una sola parola mi avreste tolto dal dubbio...

S'arrestò per dargli tempo di rispondere, di replicare qualcosa; ma il principe lo guardava senza dir nulla.

--Pare dunque che la generosità dalla quale foste animato nei primi giorni taccia finalmente e che non vi importi più tanto di salvare la rea?

--Di salvare?...

--M'inganno, allora? Fingete la meraviglia e l'ignoranza? Sono fuori di luogo. Ella ha confessato.

--Che cosa?

L'accento d'ansioso stupore col quale egli fece questa domanda pareva sincero.

--Su via, volete farmi perdere ancora altro tempo? Vi duole ora di vederla perduta? Non sapete che questa donna vi ha amato? Non sentite che tutta la morale responsabilità di tante rovine pesa su voi, unicamente? Fingete lo stupore dopo avere mentito? Diceste la menzogna riconoscendo di essere l'amante di lei; ma questa almeno vi fu quasi strappata dalla speranza di salvarla; ma perchè nascondeste i vostri sentimenti ultimi verso quell'altra sciagurata?...

Il principe tremava. La Natzichev aveva detto il vero.

--E andavate a parlare dell'improvvida resurrezione del vostro amore a chi vi amava, a una vostra complice nelle ribellioni, affinchè la gelosia e il fanatismo si svegliassero in costei ad un tempo e l'animassero contro quella infelice!... Siete ammutolito e tremate ora, dopo aver fatto due vittime?... E perchè avete nascosto tutte queste cose? Non era dunque generosità verso la rea, era un sentimento tutto diverso; era tutta paura che, se io avessi saputo l'impeto di questa vostra tardiva passione, avrei potuto e dovuto sospettare di voi con maggior fondamento?

Allora il principe, sollevando risolutamente il capo e affissando lo sguardo nello sguardo di lui, rispose con voce sorda:

--Non ho da dirvi perchè ho taciuto. Avete saputo la verità: perchè non mi liberate? Che altro chiedete?

VIII.

LA LETTERA.

Quando i fogli pubblici diedero notizia che, chiusa l'istruttoria, sulle concordi confessioni della Natzichev e di Zakunine la contessa d'Arda era stata assassinata dalla nihilista e che l'atto d'accusa avrebbe deferito la rea al giudizio dei giurati, la curiosità del pubblico, cresciuta a dismisura negli ultimi giorni, s'acquetò finalmente. I negatori del suicidio trionfavano vedendo confermati i ragionamenti opposti all'improbabile ipotesi; nè gli altri erano del tutto sconfitti, perchè, nonostante la secretezza delle indagini giudiziarie, già si risapeva come Alessandra Natzichev uccidendo la contessa non avesse fatto se non obbedire al desiderio, quasi all'ingiunzione della disperata sua vittima.

Ciò non temperava i giudizii dei quali l'assassina era segno. Al motivo da lei addotto si credeva solo in parte; che ella avesse uccisa la disgraziata italiana soltanto per liberare il compagno di fede e restituirlo al partito, pareva credibile a chi dello zelo partigiano aveva l'idea più trista; i più riconoscevano che lo zelo della settaria unitamente con la gelosia dell'amante avevano determinato il delitto. Ma se la ferocia della ribelle incuteva terrore, la gelosia dell'amante non era già perdonata: i più indulgenti verso i delitti d'amore negavano alla passione della nihilista ogni buona qualità, la giudicavano fredda, dura e selvaggia.

E mentre la figura di lei restava così sotto una fosca luce, i denigratori di Zakunine, senza ricredersi del tutto, riconoscevano la sua innocenza. Non si ricredevano interamente perchè vedevano lui all'origine di tutti quei danni; della sola materiale responsabilità del delitto egli restava sgravato. Anche i suoi tentativi di salvare l'assassina gli erano ascritti dai più indulgenti a favore, sebbene i più severi glie ne facessero un addebito: correndo il rischio d'essere condannato con lei per tentar di salvarla, non confermava egli stesso nel modo più evidente che erano entrambi passibili dell'identica pena? L'unanime sentimento dava infine ragione a Roberto Vérod, che contro tutte le apparenze aveva insistito a credere nel delitto e riusciva così a vendicare l'amante.

Mentre i curiosi aspettavano pertanto con più tranquillità di vedere l'ultima scena del dramma al pubblico dibattimento, solo il Vérod restava nell'ansia.

Se dinanzi al cadavere di Fiorenza egli aveva sentito schiantarsi il cuore, se all'incredibile idea di non vederla mai più era stato sul punto d'impazzire, se l'impotenza di vendicarla lo aveva roso, se la paura di averla egli stesso fatta morire era venuta ad aggravare con l'atroce rimorso il suo già troppo grave dolore, egli poteva credersi giunto al termine delle prove crudeli; ma un nuovo orrore lo aveva tosto occupato. Nel punto d'accusare i due Russi egli aveva già sentito un secreto imbarazzo, come una paura di rivelare la sua amicizia per la contessa; ma il sentimento di morale pudore che gl'impediva di narrare quest'intima storia era rimasto soffocato e vinto dall'impeto vendicativo. Narrandola, egli aveva temuto che il magistrato non credesse alla purezza della passione infelice; ma, anche dimostrata questa purezza, gli era parso come di macchiarla. Aveva egli diritto di rivelare il secreto d'un'anima? Se quest'anima aveva nascosto non solamente agli altri ma quasi a sè stessa il proprio secreto, poteva egli rivelarlo? Ed egli, egli che sapeva gli scrupoli dell'anima adorata, che li aveva compresi e rispettati, a questo ora riusciva: che tutti parlavano di lui come d'un nuovo amante della morta....

Portando l'accusa egli non aveva pensato che un giorno le cose dette al magistrato si sarebbero risapute dalla folla; che dinanzi a una folla accesa di curiosità malsana egli avrebbe dovuto ripeterle; che il nome della creatura amata sarebbe corso di bocca in bocca, che le dimostrazioni dell'innocenza dell'amor loro non avrebbero ottenuto credenza, che dopo essere stato causa di tanta ambascia all'amata in vita, egli stesso avrebbe posto opera ad avvilirne il ricordo. Nel bisogno della vendetta, nell'accesso dell'odio contro i malfattori, non aveva previsto queste naturali conseguenze della propria condotta; vedendole prodursi il suo tormento era cresciuto fuor di misura. La vittima innocente era da tanti coinvolta nel disprezzo che gravava sopra i suoi tormentatori; alcuni perfino dicevano che se l'Italiana era stata uccisa, la triste sorte era meritata della vita trista!...

Che importava se la verità si sarebbe un giorno affermata? Come placare la memoria della innocente profanata ed avvilita? Dinanzi a tutti, il giorno del dibattimento, doveva egli attestar sulla croce l'innocenza di lei? Non doveva egli piuttosto desiderare che il processo non si facesse e dichiarare il proprio inganno e riconoscere che l'innocente s'era uccisa, per non essere obbligato a rivelare dinanzi alla cupida folla il secreto dell'anima amata?

Il contrasto fra i due doveri dei quali egli sentiva il peso, del dovere di vendicare la morta insistendo nell'accusa e quello di rispettarne la memoria tacendo, si sarebbe dovuto comporre all'annuncio della confessione della rea. Invece in quello stesso punto cresceva.

La morale certezza dell'impossibilità del suicidio lo aveva spinto ad accusare i due Russi, ma egli non aveva saputo dire su quale dei due il sospetto doveva principalmente cadere. Udendo che la Natzichev assumeva la responsabilità del delitto, questo risultato lo lasciava ora altrettanto scontento quanto l'avrebbe scontentato la conferma del suicidio. Vedendo provata l'innocenza di Zakunine, egli sentiva ora d'aver lanciato l'accusa in odio a lui direttamente; una secreta voce gli diceva che l'assassino era lui. A quell'uomo, non alla donna, egli sentiva di dover chiedere conto della morte della infelice; l'ambiguo sospetto ora si determinava; egli riconosceva d'avere sbagliato non rivolgendo il magistrato fin dal principio contro quell'uomo soltanto....

Poteva egli ancora riparare al mal fatto? Se, per una secreta ragione, per salvare il compagno di fede, la nihilista aveva confessato un delitto che non aveva commesso, doveva egli insistere nell'accusa contro Zakunine? Ora che la giustizia e la pubblica opinione s'acquetavano vedendo logicamente spiegato il mistero, come avrebbe egli potuto sorgere ancora a negare la spiegazione, a denunciare il supposto eroismo della giovane, la supposta infamia dell'assassino che lasciava pagare alla innocente per amor di salvarsi?... Se avesse fatto così, egli stesso avrebbe dato ragione a chi lo diceva amante fortunato della morta e geloso rivale del principe! Quanto più zelo avrebbe messo nell'accusare quest'ultimo ora che l'innocenza ne pareva dimostrata, tanto più naturalmente si sarebbe creduto che soltanto il cieco odio lo animava, e spiegato con l'amor suo per la morta quest'odio e questo bisogno di vendetta! Mentre la confessione della Natzichev faceva dimenticare la passione di lui e permetteva di evitarne le testimonianze, egli doveva, per dichiarare mentita questa confessione, intervenire ancora più attivamente, insistere nel sentimento che lo aveva unito alla contessa, esporlo ai sospetti profanatori!... Ma, per evitare il danno intollerabile, egli doveva pure, tacendo, ammettere che Zakunine fosse innocente; e a quest'idea tutto l'essere suo insorgeva: no! se c'era un colpevole era lui! non poteva esser altri che lui!...

Se c'era un colpevole!... Infatti, posto che egli avesse denunziato ai giudici la menzogna della Natzichev, come avrebbe potuto convincerli poi della colpa di Zakunine? Se la innocente s'incolpava per salvare il reo, come indurre il reo alla confessione? Mancando le testimonianze, solo la confessione d'uno dei due sospettati poteva escludere il suicidio: negato valore alle dichiarazioni della nihilista e non potendo indurre il suo compagno ad incolparsi, questo risultato sarebbe stato inevitabile: che il giudice sarebbe tornato ad affermare la morte volontaria!

Così, da qualunque lato egli volgevasi, a qualunque partito pensava d'apprendersi, il danno era certo. Che l'istinto lo ingannasse, che l'odio soltanto lo spingesse contro Zakunine, egli negava a sè stesso. Se avesse potuto ispirare al giudice una certezza così salda come la propria, la condanna di quell'uomo sarebbe stata immancabile. E troppo grave, troppo triste era che l'omicida andasse impunito, più triste e più grave ora che un'altra doveva pagare per lui.

Quell'amore di giustizia, quel bisogno di verità che avevano animato la vittima, non sarebbero rimasti scontentati ed offesi dal trionfo della menzogna? Il dover suo non era di confondere la menzogna? Se anche egli non avesse idolatrata la vittima e sperato di vendicarla, l'amore di giustizia e il bisogno di verità che ella gli aveva ispirati non dovevano incitarlo a salvare l'innocente e smascherare il colpevole?...

Allora, dal più profondo del suo cuore, dalle latebre dell'anima, fievole ma nondimeno distinto, un altro ricordo sorgeva: non solamente la verità e la giustizia avevano ispirato la vittima: più forti, più potenti, altri sentimenti aveva ella espressi: i sentimenti cristiani del perdono e della pietà.... E l'ansia del giovane cresceva ancora, cresceva continuamente.