Chapter 11
Se questa era la giusta spiegazione del sentimento di Zakunine, quale effetto doveva essersi prodotto nell'animo della contessa? Amando anch'ella un altro uomo, poteva essere stata gelosa della nihilista e per gelosia impotente darsi la morte? Non si poteva credere. Al contrario: la certezza che il principe era d'un'altra doveva averle procurato, nonostante la serietà che aveva per lei l'impegno preso con la propria coscienza, un senso di liberazione; ella aveva dovuto sentire che, a giudizio dei più, sarebbe stata ora scusabile se avesse ripreso la propria parola. Ma contro questo accomodamento stavano tutti i suoi scrupoli, e l'ipotesi del suicidio appariva anzi più naturale se la disgraziata aveva ignorato che la pietà del principe era falsa. Potendola credere sincera, ignorando il nuovo amore di lui, ella aveva dovuto sentir crescere la difficoltà di secondare le speranze del Vérod. Ma aveva realmente ignorato il nuovo amore del principe? Anzi il principe amava realmente la nihilista? Il Ferpierre sentiva di dover prima accertarsi di questa opinione, verisimile senza dubbio, ma non ancora provata.
Recatosi al carcere dell'Evêché dove gli accusati erano detenuti, egli deliberò di cominciare il nuovo interrogatorio dalla giovane. Lo sprezzante atteggiamento di lei nel giorno della catastrofe gli aveva lasciato il desiderio e quasi il bisogno di misurarsi con quell'anima fiera per piegarla e forse confonderla. Il direttore delle prigioni, intanto che i guardiani andavano a prendere l'accusata per condurla dinanzi al magistrato, riferiva a quest'ultimo che il contegno di lei, nei due giorni di prigionia, era stato quello di chi non solamente è tranquillo ma sfida i sospetti. Si era lagnata della cella e del cibo, aveva chiesto di poter leggere e scrivere, aveva scritto infatti uno studio sull'emigrazione svizzera pieno di cifre e di notizie statistiche. Introdotta nel gabinetto della direzione, sedette a un cenno del Ferpierre sostenendone lo sguardo indagatore e incrociando le braccia.
--Pare che la vostra memoria si sia finalmente destata?--cominciò il giudice--Se le notizie e le cifre che avete consegnate in questo scritto sono esatte, essa è anzi molto tenace! Vorrei quindi sperare che non vi farà difetto riguardo alle cose ora principalmente utili a sapere. Da quanto tempo conoscete il principe Alessio Petrovich?
--Da molti anni.
--Dalla Russia?
--Sì.
--Come lo conoscete?
--Era amico dei miei fratelli.
--I quali gli erano anche compagni di fede, naturalmente?... Dopo aver lasciato il vostro paese, dove lo incontraste?
--Qui, a Losanna.
--Era solo?
--No.
--Era con la contessa?
--Con lei.
--Andaste voi da lui? Come vi vedeste?
--Seppe del mio arrivo, cercò egli stesso di me.
--Per che motivo? Per avere notizie di Russia? Per trascinarvi nei suoi complotti?... Rispondete!
Ella rispose dopo un momento di silenzio:
--Per aiutarmi.
--In che modo?
--Io ero sola, senza mezzi, in paese sconosciuto. Venne a offrirmi il suo appoggio.
--Vi diede denaro?
--L'offerse. Io lo rifiutai.
--Come vi giovò, dunque?
--Mi raccomandò a persone di sua conoscenza, mi procurò lezioni di russo, mi fece scrivere sui giornali e le rassegne.
--Quanto tempo foste insieme?
--Un giorno.
--Partiste voi o partì lui?
--Io.
--Andaste allora a Zurigo?... Vi scriveste?... E quando vi rivedeste?
--Un anno dopo, a Lugano.
--Egli era solo?
--Sì.
--Non sapete perchè? Comprendeste che non amava più la contessa?
--Non m'occupai di queste cose.
--Perchè andaste a Lugano? Che cosa vi faceva egli stesso?
La giovane non rispose.
--Non lo volete dire?
--Non posso.
--Il partito vi adunava?
Ella restò ancora muta.
--Quanto tempo steste a Lugano?
--Tre giorni.
--E poi?
--Tornai a Zurigo.
--Quando ci venne egli?
--In questo aprile.
--Per far che cosa?
Come l'interrogata taceva ancora, il Ferpierre riprese, pacatamente:
--Non volete rispondere neppur ora?... Capisco il vostro ritegno. Voi non potete e non dovete svelare i secreti della vostra associazione. E col silenzio vorreste significare che egli venne a Zurigo appunto per lavorare alla propaganda, per congiurare, per una ragione politica, insomma. Vi avverto però che c'è qualche punto oscuro da rischiarare prima di credere questa cosa. Nel tempo che secondo voi egli stette a Zurigo per ragioni politiche, dalla Russia, dall'Inghilterra, da tutte le parti gli scrissero chiamandolo, rimproverandolo di trascurare la causa, accusandolo di freddezza e quasi di viltà. Abbiamo una quantità di lettere che sono molto chiare. Come spiegate questa contraddizione?
La giovane scosse il capo senza pronunziare una sillaba.
--Continuate a non volere rispondere?... E come mai, quando egli lascia Zurigo e viene qui a Ouchy, voi che prima non lo avete cercato, correte a trovarlo, più volte, in una casa che oramai non era più sua, tanto che vi troviamo con lui il giorno della catastrofe?... Non rispondete neppur ora?... Vi dirò dunque un'altra cosa: fra queste lettere dove quasi lo incolpano di tradimento ce n'è una di un amico il quale lo scongiura di non ricadere in una debolezza che pare gli sia abituale: quella di lasciarsi sedurre dalle donne, di dare troppa parte del suo tempo alla galanteria... Questo amico scrive come se già sapesse che proprio una nuova avventura con un'altra donna lo distrae dal compimento del dovere verso i compagni..... Perchè evitate ora di guardarmi? Se vi domandassi chi è questa donna che cosa mi rispondereste?
Ella disse fermamente, fissandogli gli occhi negli occhi:
--Sono io.
--Ah, confessate?--esclamò il Ferpierre.--L'altro giorno vi offendeste del mio sospetto!... Bene! Ditemi allora: quando mutarono i vostri rapporti?
--Quando egli venne a Zurigo.
--Venne apposta per voi?
--No.
--Perchè allora?
--Per motivi politici.
--Spiegatemi come mutarono i vostri rapporti. In due anni vi vide due sole volte. Vi disse allora nessuna parola d'amore?
--Nessuna.
--E voi?
--Io l'amai dal primo giorno che venne a soccorrermi.
La voce della giovane, quantunque ella si studiasse di contenersi, rivelava un turbamento secreto.
--Allora voi stessa parlaste la prima?
--No.
--Egli s'accese così, improvvisamente, dopo che per due anni non aveva pensato a voi?
--Stetti parecchi mesi a Zurigo, ci vedemmo ogni giorno.
--Non sapete che, dopo avere abbandonato la contessa, venne a cercarla, proprio da Zurigo?
--Lo seppi.
--E non ve ne inquietaste?
--No.
--Come mai? Anche poco fa, quando vi chiesi del suoi rapporti con l'Italiana, rispondeste che non vi occupavate di queste cose. Se lo amavate veramente, come non vi premeva di saperlo libero?
--Lo sapevo libero.
--Volete dire che per lui l'impegno preso con la morta non valeva?
--Voglio dire che non la amava più.
--Ma non sapevate che ella, sì, lo amava?
--Ora neppur ella lo amava più.
--Perchè dunque tornò da lei?
--Avevano ancora interessi comuni.
--Chiamate interessi comuni i prestiti dei quali la richiedeva?... Ma se ella non lo amava più, non poteva esser gelosa di voi!
--No.
--Allora perchè si sarebbe uccisa?
--Non so. Per suoi scrupoli, forse.
--Perchè voleva ma non poteva amarne un altro?
--Non so. Forse. Il suicidio, anche quando pare lungamente premeditato, si compie sempre per un impulso momentaneo ed improvviso. Basta che vi sia un motivo di dolore. Ella ne aveva molti.
--Ragionate molto bene!... Seppe il principe che ella amava un altro?
--Non credo.
--Non ve ne parlò mai?
--Mai.
--Ora torneremo a interrogar lui.
Licenziata la giovane, il Ferpierre ordinò che fosse introdotto Zakunine.
La condotta di costui, durante la prigionia, era stata tutta diversa da quella della presunta sua complice. Nulla aveva chiesto per sè, non cibi speciali, non libri, non carta; di nulla si era lagnato; non aveva quasi detto verbo: le guardie riferivano che passava il suo tempo giacendo sul letto, immobile, come se dormisse. All'aspetto, dagli occhi arrossati, l'interno travaglio era visibile; ma l'ingiustizia dell'accusa o il rimorso del delitto lo travagliavano?
Quando il Ferpierre gli domandò se persisteva nelle sue dichiarazioni, se non aveva nulla da aggiungere a propria discolpa, egli rispose con voce cupa:
--Nulla.
--Riconosceste l'altro giorno i vostri torti, confessaste di non aver ricambiato l'affetto che la contessa d'Arda vi portava. Se non l'amavate più, perchè non la lasciaste senz'altro al suo destino?
--Ella mi voleva suo.
--Anche sapendo che a voi non importava più di lei?
--Credeva d'essersi unita a me per sempre.
--E voi sentivate come una specie di dovere, qualche volta, fra una corsa e l'altra, fra l'una e l'altra avventura, di tornare per un poco presso di lei? Questo sentimento vi fa molto onore!
Il principe guardò in faccia il Ferpierre, quasi in atto di replicare all'ironia dell'osservazione. Poi, chinato il capo, a voce bassa, con accento d'amarezza, disse:
--Questo sentimento fu anche molto provvido!... Infatti, quando ella potè credere d'essersi liberata di me e pensare a disporre altrimenti della propria vita, io venni a rammentarle l'impegno antico, l'errore che doveva pesare su lei irreparabilmente!
Diceva egli così perchè questa era la verità o perchè, colpevole, comprendeva l'efficacia della difesa?
--Avevate anche da ricorrere a lei per denaro?
Zakunine alzò la fronte a quella domanda, fissando lo sguardo improvvisamente acceso sul magistrato; poi tornò a chinarlo, confuso.
--Che cosa vi ha trattenuto a Zurigo tutta questa estate?
--La propaganda.
--Non è vero. Le lettere dei vostri correligionarii di Russia e d'Inghilterra vi rimproverano di averli traditi.
Una terza volta l'accusato guardò in faccia il giudice, fremendo.
--Avevo da badare ad altri. Credete che io vi riveli i secreti non miei? Volete trarre profitto dalla mia cattura per istruire un processo politico?
--Ma no! Ma no! Io posso ammettere benissimo che lasciavate senza risposta alcuni vostri compagni non per mancato zelo ma per badare ad altri. Alessandra Natzichev, per esempio, vi occupava molto...
Lo sguardo del principe lampeggiava.
--Non parlate così!--disse sordamente.
--E perchè non volete che parli?... Quando da più parti v'accusano di esservi intepidito e perfino d'aver paura, quando voi lasciate che i capi del vostro partito si adunino a Londra senza andare a sentirli; quando voi fate così per restarvene a Zurigo dove sta questa donna che il giorno della tragedia troviamo presso di voi, in una casa non vostra, non volete che a lei, alla sua frequentazione, alla sua amicizia sia attribuito il mutamento?
--Non c'è mutamento. Vi ripeto che gli scopi da noi proseguiti sono molteplici, che le vie sono numerose. Se non andai a Londra, feci altre cose non meno rilevanti.
--Voi non volete dire quali sono queste cose, e fate bene perchè così vi suggerisce il dovere settario. Ma un altro dovere, più generalmente compreso, v'impedisce di confessare la natura dei vostri rapporti con la Natzichev. Vi avverto però che la vostra delicatezza è perduta, giacchè ella ha confessato.
--Che cosa?--esclamò il principe, con accento di vivace stupore.
--Che voi siete il suo amante.
--Ella ha detto così?--tornò ad esclamare l'accusato, esprimendo con la voce e con lo sguardo l'impossibilità di credere alla rivelazione.
Il Ferpierre restò un poco in silenzio a considerarlo.
La meraviglia di quell'uomo pareva sincera. La nihilista aveva dunque mentito? E perchè? Quale motivo poteva averla spinta a confessare una cosa che doveva riuscire di pregiudizio alla propria reputazione? Se anche, ribelle a tutte le convenzioni, il pregiudizio non le importava, bisognava pure che ella mirasse a uno scopo nel dire la menzogna! Ma non aveva piuttosto detta la verità, e il principe non se ne stupiva appunto per il danno che questa confessione doveva produrre ad entrambi?
--Ha detto ella stessa così!--ripetè il magistrato.---Ve ne stupite?
--È falso!--rispose il principe.
--Da quanto tempo la conoscete?
--Da tre anni.
--Come?
--Ero amico dei suoi fratelli.
--Quando emigrò in Isvizzera veniste a trovarla? La soccorreste?... Vedete che sono bene informato! Ella stessa ha narrato queste cose. Prima la vedevate raramente; dall'aprile, dacchè passaste da Zurigo, foste insieme. Queste sono le sue dichiarazioni. Volete sì o no riconoscere che siete il suo amante?
All'impaziente durezza di questa domanda, l'accusato guardò il giudice negli occhi. La cute delle sue tempie s'increspò: egli stringeva irosamente le mascelle.
--Fate male a non rispondere. Mi costringete a mettervi in confronto.
E il Ferpierre ordinò che la Russa fosse ricondotta in sua presenza.
La sorda ira del principe già dava luogo a una palese inquietudine: pareva che egli si sentisse ora minacciato, che avesse paura, che non sapesse da qual parte cercare una via. Al sopravvenire della giovanetta le fissò gli occhi negli occhi ardentemente.
--Vi ho fatta richiamare,--disse il giudice,--perchè ripetiate alla presenza di costui ciò che dichiaraste a me. Siete l'amante sua?
Il principe si protendeva verso di lei come ansioso della risposta o cupido di suggerirla egli stesso.
--Sì,--rispose fermamente la giovane.
--Vedete,--riprese il Ferpierre additando il principe,--che egli dimostra di non credervi.
--Comprendo il motivo che gli consiglierebbe di nascondere la verità. Ma la verità si saprebbe altrimenti, e non m'offende.
Ella rispondeva all'interrogante, senza badare ai suo complice. Solo quando il giudice si rivolse a quest'ultimo per domandargli se negava ancora, ella girò il capo, guardandolo.
--È vostra amante?--ripetè il Ferpierre mentre i due si fissavano, la donna con espressione di dominatrice serenità, il principe titubante e smarrito.
Questi da ultimo chinò il capo, in atto di confessare.
--E allora voi tornaste dalla contessa e vi mostraste a lei pentito dei vostri torti unicamente perchè avevate bisogno del suo denaro?
--Che dite?--pronunziò sdegnosamente Zakunine.
--Ma dunque, perchè?--incalzo il magistrato.
--Io gli suggerii di tornare da lei,--disse la giovane.
E come il principe fece un nuovo moto di protesta, ella soggiunse:
--Non abbiate paura di nuocermi. Bisogna dire la verità. Confermate pure che io stessa vi suggerii di tornare da lei per disporla a una definitiva separazione franca e leale. Io non mi pento d'aver dato questo consiglio. Tutto si doveva preferire all'equivoco. Non potendo più vivere con lei come le avevate promesso, voi dovevate restituirle la sua parola, non farle accogliere nuove lusinghe. Se ciò le dolse e la spinse ad uccidersi, è certo dispiacevole; ma nè io nè voi possiamo esserne chiamati responsabili. In una circostanza simile entrambi faremmo ancora altrettanto, chiunque agirebbe così.
--Lasciamo da parte,--riprese il Ferpierre,--il giudizio su questa vostra supposta condotta. Prima di giudicarla importa accertarla. Ora se voi consigliaste al vostro amante di tornare dalla contessa per separarsi lealmente da lei, egli dovè male interpretare il suggerimento, e invece di dirle francamente che tutto era finito, le venne vicino più volte, le si mostrò pentito e sommesso. Mi pare uno strano modo di rompere un legame quello di riannodarlo...
Il Ferpierre aveva parlato rivolto al principe. Mentre questi restava muto e confuso, la giovane rispose:
--Vi stupite che nel punto di lasciare per sempre una persona già amata, il ricordo del tempo vissuto insieme attristi, commuova, renda penoso il dovere della franchezza e ne ritardi il compimento?
--Avevo parlato con lui, veramente, ed a lui toccava rispondere...--osservò il Ferpierre con un'ambigua mossa del capo, come insospettito dallo zelo della donna.--Ma poichè voi siete così bene informata di ciò che accadde tra loro mentre prima negaste d'occuparvi di queste cose, ditemi un poco se questo dovere della franchezza fu da lui compito una buona volta; perchè, da altre deposizioni, mi risulta che fino alla vigilia della catastrofe alla contessa non era stata restituita la sua parola, anzi che ella si sentiva più che mai legata.
--Ciò non accadde fra loro due soltanto: fui presente anch'io.
--Quando?
--Il giorno della morte, la mattina stessa. Giacchè bisogna dir tutto, vi dirò perchè mi trovai in quella casa. Sapevo che l'ultima spiegazione doveva avvenire, aspettavo con impazienza che egli me ne riferisse l'esito. Non vedendolo tornare, venni io. Egli esitava ancora, come presago di farle male. Allora gli suggerii di scriverle; quest'idea gli piacque. Eravamo nello studio di lui, credevamo di non essere uditi, quando ella apparve. Disse parole amare, contro di lui, contro di me. Egli se ne sdegnò, dimenticò la pietà, la accusò di spiarlo, le dichiarò che partiva per non tornare mai più. Ella disparve. Restammo a preparare le sue cose. Poco tempo dopo udimmo il colpo. Questa è la verità.
--Voi confermate ciò che dice costei?--domandò il Ferpierre a Zakunine.
L'interrogato rispose con un breve cenno del capo.
--Quali furono le parole amare che la contessa proferì?
Rispose ancora la donna:
--Disse: «Voi parlate di lealtà? Lo scrupolo della franchezza vi nasconde qui, a tramare contro di me? Sono stata forse d'impaccio ai vostri amori? Dovevate anche darmene spettacolo?»
Il magistrato tacque un poco considerando la narratrice; poi, senza lasciarla con lo sguardo, disse lentamente:
--E voi pensate che, dopo una spiegazione tempestosa, con lo sdegno che doveva ribollire in cuore a quella donna, la versione del suicidio diventi più verosimile? Come non v'accorgete d'esservi posta sopra una falsa strada, con l'invenzione poco felice di questa scena incredibile?
La giovane rispose duramente, aggrottando le ciglia:
--Il vostro mestiere è di dubitare. Io ho detto la verità; tanto peggio se torna a mio danno. Avete null'altro da domandarmi?
Invece d'aspettare d'essere congedata, ella stessa lo congedava.
VII.
LA CONFESSIONE.
La curiosità suscitata nel pubblico dalla tragedia di Ouchy era venuta di giorno in giorno crescendo. La qualità dei personaggi, la stranezza del caso che poneva insieme gente venuta da tante parti e così diversa di nascita e di vita: un rivoluzionario noto a tutta Europa come Zakunine, uno scrittore come Roberto Vérod, una gran dama come la contessa d'Arda, una creatura misteriosa come Alessandra Natzichev, avrebbero eccitato l'interesse generale se non fosse già bastato l'intrico giudiziario.
La notizia del suicidio e l'accusa d'assassinio si erano insieme diffuse e dividevano l'opinione in due campi pressochè eguali. Forse coloro che ammettevano il delitto erano più numerosi; ma solo il credito che naturalmente gli uomini accordano al male, e in parte anche l'avversione per le idee politiche del principe e della studente, spingevano tanti al sospetto; giacchè, dovendone dimostrare il fondamento, non ne sapevano poi dare valide ragioni. Ma le difese non mancavano, ed erano anzi vivaci. Perchè i ribelli non indietreggiavano dinanzi al ferro ed al fuoco quando avevano da lavorare al conseguimento del loro ideale, bisognava dire che fossero capaci d'un delitto comune? Non c'era fra le due cose una distinzione profonda e i più feroci settarii non solevano essere, nella vita privata, d'una onestà scrupolosa e d'una ingenua bontà?
I particolari intorno alla vita di Zakunine e della Natzichev davano argomento tanto ai difensori quanto agli accusatori d'insistere nelle loro opinioni. In quelle nature complesse di Slavi impetuosi e freddi ad un tempo, ora violentemente trascinati dal cieco istinto, ora rigidamente sottoposti alla più ferrea ragione, gli uni e gli altri trovavano la capacità e l'incapacità del delitto. Era da stupire, anzi non era naturale che in un impeto di gelosia, d'odio, di rancore, quelle persone che si credevano superiori ad ogni legge, distruggessero una vita dopo aver dato mano a distruggerne tante altre? Dall'altra parte osservavasi come non fosse credibile che queste persone, la cui attività era tutta diretta a raggiungere un intento condannato dai più, ma per esse certamente grande e quasi sacro, si perdessero in un'avventura volgare, per un delitto inutile. Come mai queste persone che rinnegavano patria, famiglia, amicizia, tutti i sentimenti dai quali gli altri uomini sono legati, per lavorare liberamente alla distruzione del mondo, avrebbero poi tradito la loro causa per obbedire a una passione meschina? Replicavano gli altri che questi rivendicatori dei massimi ideali umani non erano già inaccessibili alle passioni, al contrario--e lo provavano con le innumerevoli avventure del principe--e che sotto l'impero d'una passione, la ragione, come cede nella generalità degli uomini, così, anzi più facilmente doveva cedere in loro.
Quindi lunghe e vivaci discussioni s'accendevano intorno alla determinazione dell'accusa. L'omicida era il principe? La nihilista era innocente oppure complice? Le opinioni si dividevano ancora una volta; perchè secondo alcuni l'uomo aveva commesso il delitto per gelosia del Vérod; secondo altri la donna per rivalità. Di questa incertezza si giovavano appunto quanti credevano al suicidio: come dar fede a un'accusa che non riusciva a precisarsi? Sostenere poi che i due avessero uccisa insieme la contessa non pareva possibile; solo qualche accanito accusatore, in odio ai rivoluzionarii, diceva che i due avevano potuto accordarsi nel pensiero omicida: se Alessio Zakunine voleva punire la contessa dell'amore che portava al Vérod e se la nihilista voleva punirla dell'amore che le aveva portato il principe, la complicità dei due perversi restava spiegata. Alcuni andavano anche oltre, perchè, saputo che il principe versava in imbarazzi finanziarii, sostenevano che i due Russi avevano uccisa la contessa per derubarla. Ma alla malvagità che bisognava ammettere per sostenere questa ipotesi pochi credevano; e la maggior parte degli accusatori riconoscevano di dover portare i loro colpi o contro l'uno o contro l'altra. E mancando le prove dell'accusa e della discolpa, ciascuno dei due partiti non insisteva tanto nel dimostrare il proprio assunto, quanto nel combattere l'assunto contrario. Chi incolpava il principe o la nihilista sosteneva l'inverisimiglianza del suicidio; per affermarlo, gli altri adducevano l'inverisimiglianza e l'impossibilità del delitto.
Il giudice Ferpierre stava attento a tutte queste voci per cercare d'averne lume nella scoperta della verità. Dopo il nuovo interrogatorio egli era rimasto ancora più esitante. Perchè mai gli accusati avevano risposto diversamente alla intimazione di rivelare la natura dei loro rapporti? La Natzichev non era stata certamente costretta a confessarsi amante del principe da prove schiaccianti; anzi aveva ella stessa quasi forzato l'altro a non contraddirla; volendo, ella poteva ancora negare come egli negava. Il solo amore della verità non l'aveva spinta; ella doveva aver pensato che questa confessione le avrebbe giovato. Parimenti non la sola delicatezza doveva aver persuaso il principe a negare la sua relazione con lei; ma anche e specialmente la paura che, dicendo la verità, glie ne sarebbe venuto nocumento. Più ripensava alle loro risposte, più il magistrato riconosceva che un interesse secreto li aveva messi per le opposte vie. Ma restava ancora insoluto il problema: erano essi due complici che volevano salvarsi, oppure due innocenti che temevano di difendersi male?
Il dubbio tornava ad occupare il Ferpierre. A certi momenti egli pensava se il dover suo non fosse di rimetterli in libertà; poi un sospetto che non sapeva bene giustificare a sè stesso, qualche cosa di ambiguo nella condotta, e più che nella condotta nell'espressione degli accusati, lo consigliava a indugiare, a cercare ancora.