Spasimo

Chapter 10

Chapter 103,665 wordsPublic domain

Intelligenza tersa ed acuta, nulla gli riusciva difficile. La sua volontà era capace di fermezze ferree, di perseveranze instancabili, ma non si manteneva sempre eguale; crisi di fiacchezze nervose, di rilassamenti malaticci si alternavano con gli sforzi protervi. Questo lato della sua costituzione morale era meno noto perchè egli metteva una specie di geloso pudore nel nascondere le proprie debolezze. Nondimeno era stato visto piangere.

Freddo e duro con i suoi proprii simili, amava d'umano amore le bestie. Appassionato della caccia, i suoi cani gli tenevano luogo d'amici: parlava con essi, li baciava, li guardava lungamente negli occhi quasi per penetrare nell'oscura anima bruta. Dinanzi a quelle infime anime egli si faceva umile: serviva le sue bestie, trascurava sè stesso per badare che non mancassero di nulla; se qualcuna ammalavasi non aveva più un momento di pace. Quando uno dei suoi cani morì, con la testa adagiata sui ginocchi di lui, guardandolo con i miti occhi appannati; quando egli vide irrigidite le elastiche forme, quando sentì freddo e inerte il corpo prima vibrante sotto le carezze, quando ebbe compreso il mistero della morte, il pianto, un muto e lungo pianto spetrò i suoi occhi. Per le femmine non era stata mai tanto tenero come per i maschi; i colpi di scudiscio, nei momenti d'ira, cadevano soltanto su quelle. Egli si ricredette il giorno che una di esse, dato con stento alla luce mezza dozzina di piccoli, si ammalò ma non sofferse che i figli le fossero tolti, e tanto lamentosamente guaì che glie li restituirono, e spirò con la prole attaccata al petto febbricitante.

Dalla compagnia delle donne aveva rifuggito come per istinto, fino da piccolo. A vent'anni, morta sua madre, rimasto padrone d'un'immensa fortuna, era uscito ad un tratto, con un voltafaccia repentino, dalla vita solitaria delle campagne dove alternava i violenti esercizii con le macerazioni dello studio, per darsi freddamente e quasi studiatamente agli eleganti e malsani piaceri delle grandi città. Sciupò molto denaro e molta forza nervosa, la sua costituzione già squilibrata deperì. L'amore, il primo amor d'anima, gli fu ispirato dalla figlia del principe Arkof. Con un morale anacronismo che in quella natura fuor del comune non doveva stupire, egli amò del fanciullesco, ingenuo e timido sentimento quando per ogni altro uomo non ne è più la stagione. La sua adolescenza solitaria e selvaggia non era stata visitata da fantasmi poetici; ma, per quelle leggi d'equilibrio e di compenso che sembrano estendere il proprio impero dal mondo della materia al mondo dello spirito, la poesia del cuore, alla virtù della quale egli pareva essersi sottratto, lo invase quando fu immerso nei più prosaici e disgustosi amori. Come la confusione provata una volta lo aveva spinto a trarre la propria mente dai limbi dell'ignoranza, così il turbamento sentimentale redense l'anima sua. Da un giorno all'altro, per un tempo non breve, nessuno più lo riconobbe: lasciate le indegne compagnie, fuggite le vili occupazioni, con una reazione imprevedibile non visse se non di sogni, di pura contemplazione, di adorazione muta e discreta; non altro proponimento lo animò se non quello di rendersi, con una vita esemplare, degno della creatura amata. L'incanto si ruppe e il malefizio tornò ad operare su lui quando, per la tirannia dei parenti, la principessa Caterina andò sposa al generale Borischoff, governatore di Kiew. Allora gl'impeti selvaggi, le convulsioni violente tornarono ad assalirlo; ma, cosa strana, non gli presero immediatamente la mano. La sincerità del suo ravvedimento, la capacità sentimentale dell'anima sua furono provate e misurate da ciò: che egli seppe frenarsi ed accettò di sapere in braccio altrui la sposa del cuor suo. Egli che non le aveva quasi parlato, che non ne conosceva i sentimenti, che si era appagato di sospirarla da lontano, potè credere, vedendola accettare la mano del generale, che lo amasse, che sarebbe stata felice con lui. E sanguinando e struggendosi, tacque, scomparve, per non esserle d'ostacolo; ma quando seppe che il fortunato rivale era immeritevole della fortuna ottenuta, che non solo non faceva felice, ma avviliva, maltrattava e mortificava la creatura alla quale egli aveva voluto risparmiare, non che un dolore, un solo pensiero molesto, allora la furia del cruccio, del rimorso e dello sdegno lo gettarono in mezzo ai nihilisti che meditavano d'uccidere il terribile governatore. Scoperta la congiura, il gran nome e più del nome il motivo tutto morale, estraneo alla politica, che lo aveva animato, lo salvarono dalle pene crudeli inflitte ai suoi compagni; ma quella politica, alla quale fino al giorno prima era stato indifferente, lo infiammò subitamente.

Durante i preparativi del complotto, nella frequentazione dei rivoluzionarii, egli non aveva potuto, dominato com'era da un'altra idea, porre mente alle ragioni che armavano i suoi compagni; l'amore della libertà, l'odio della tirannide, la sete di giustizia, l'ideale di fratellanza dovevano essere per l'amante vendicatore incomprensibili; ma quando fu arrestato e processato, quando conobbe le brutalità della polizia, l'incoscienza dei giudici, l'eroismo dei complici; quando si vide sbandito dalla patria; quando conobbe, girando per il mondo con la morte nel cuore, i dolorosi contrasti delle grandezze superbe e delle miserie insanabili, una nuova meta brillò repentinamente ai suoi occhi: la redenzione umana.

Ma, come era da prevedere, neanche questa volta egli conobbe misura. In Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra cercò i capi del partito nihilista ed anarchico, diede quanto potè della sua sostanza e tutta la sua attività personale alla propaganda, si mescolò a nuove congiure che sortirono effetti cruenti, fu ancora una volta processato e condannato a morte. Con una temerità incredibile tornò in Russia, celatamente, più volte, per intendersi con i suoi compagni di fede, per animarli e dirigerli; fu per cadere nelle mani della giustizia, si salvò miracolosamente, riprese più tardi a complottare all'estero sempre sognando e preparando il cataclisma sociale che lo avrebbe restituito al suo paese risorto.

Il giudice Ferpierre riportava dalla lettura di quei documenti un'impressione vivace. L'istintiva avversione che egli provava per il ribelle si era venuta secretamente temperando con un sentimento di pietà. Quell'anima convulsa non era tutta malvagia: messa e guidata per altre vie avrebbe potuto dare al mondo luminosi esempii di bene. Perchè mai l'amore d'una creatura come la contessa d'Arda non l'aveva guarita?...

Dell'influenza che questo amore aveva esercitata sul principe i rapporti della polizia dicevano qualche cosa. Cinque anni innanzi, al tempo che aveva conosciuto l'Italiana, l'attività politica di Zakunine era quasi cessata. Pareva che egli avesse dimenticato i suoi ideali, i suoi complici e tutto per vivere vicino all'amica. Il mutamento era tanto più notevole quanto che non riguardava la politica ma anche i costumi. L'esuberante e insaziata capacità di vita che era in quell'uomo non s'appagava dell'assidua prosecuzione della riforma sociale: tra l'uno e l'altro complotto egli trovava tempo di passare d'amore in amore. Le sue fortune galanti erano innumerevoli: come per virtù d'un fascino tutte le donne che aveva fatto oggetto d'un desiderio erano state sue. Da questa vita egli era uscito per opera della contessa Fiorenza. Intorno ai sentimenti da lui provati a quel tempo il giudice ebbe più precisa notizia leggendo le carte trovate nel domicilio della defunta, a Nizza. Fra quelle lettere, la più parte insignificanti o rivelatrici di cose già note al Ferpierre, c'erano quelle che il principe aveva scritte all'amica nei primordii dell'amor loro. Erano così appassionate e ferventi che quasi un caldo alito se ne sprigionava: le parole sospiravano, cantavano, ardevano come vive fiamme.

«Luce del mondo, vita dell'anima, sorriso della grazia, porto della salute, volete voi udire ciò che nessun vivente udì mai? Mai nessun vivente seppe chi sono. Io non ebbi madre, io non ebbi sorella. Non me ne dolgo, ne sono altero e superbo, perchè ora a voi prima, ora a voi sola potrò svelare il cuor mio...»

Ed egli le si confessava, candidamente: le diceva che era un infermo, un fanciullo, un pazzo bisognoso di cure e d'amore; che l'apparente suo coraggio nascondeva una paura infantile, che nella superbia era umile, che odiando amava, che le lacrime della pietà erano in lui represse dai sorrisi dello scherno, che trascorreva dall'uno all'altro estremo con una dolorosa inquietudine, con un'ansia tormentosa, col bisogno nostalgico d'una immutabile serenità.

«L'amor vostro sarà la salvezza, la pace, il porto, la terra promessa, il paradiso perduto e ritrovato. Amatemi come ho bisogno d'essere amato, come si amano i bambini e le bestie, d'un amore che sia indulgenza, pietà, consolazione, lenimento e soccorso...»

Se la contessa d'Arda non era riuscita nell'opera bisognava darne a lei la colpa? Rammentando il diario della morta e le stesse confessioni del principe, il Ferpierre doveva ammettere che la colpa non era stata della contessa ma dello stesso Zakunine. Forse se ella lo avesse conosciuto prima, quando il male non aveva messo in lui radici tanto profonde, lo avrebbe guarito; ma il loro incontro era avvenuto troppo tardi, e se per un poco egli aveva dimenticato le inveterate abitudini di vita e di pensiero, era ben tosto tornato quello di prima. E poichè le continue reazioni di quell'anima parevano crescere in violenza, egli aveva fatto scontare alla contessa Fiorenza le promesse di ravvedimento con le derisioni e gli oltraggi. Credendo alle promesse di lui, la contessa lo aveva condotto in Italia, a Milano, sui laghi lombardi, nei luoghi a lei familiari, nelle case dove ella era vissuta, sperando che per la lontananza dai compagni di fede e per la virtù del benefico clima morale la guarigione sarebbe stata più pronta. Invece più rapido era stato il disinganno, perchè dall'Italia egli si era fatto espellere. L'avventura aveva fatto molto rumore nella penisola: quantunque il solo nome d'un rivoluzionario come Zakunine potesse giustificare il provvedimento della polizia italiana, il ministro Francalanza era stato accusato d'averlo preso per ragioni intime, perchè c'era di mezzo una gran dama; vivaci interpellanze erano state portate in Parlamento. Lo scandalo aveva dolorosamente ferito la contessa; ma, nonostante, ella aveva seguito lo sbandito, accettando l'esilio. Fuori d'Italia egli si era dato nuovamente alle congiure ed agli amori, tutto quanto. L'anno innanzi un grandioso tentativo rivoluzionario in Russia, da lui ideato e diretto, era stato sul punto di riuscire. Mentre la nave che doveva trasportare lo Czar da Pietroburgo a Kronstadt saltava in aria, mentre due reggimenti si ribellavano a Mosca, mentre una colonna di condannati in Siberia marciava in armi verso gli Urali, un manipolo di fuorusciti sbarcava in Crimea e metteva in fiamme le province meridionali dell'impero. Se l'autocrate si fosse trovato sul battello naufragato, la sua morte nel punto che da tante parti gli audaci scendevano in armi avrebbe forse segnato il principio della fine; ma, per un improvviso mutamento, la Corte aveva seguito la via di terra, e allora le parziali rivolte erano state soffocate nel sangue: dei capi, solo Zakunine, rimasto lontano, sopravviveva.

Tale era l'uomo che Roberto Vérod accusava di aver ucciso la contessa d'Arda.

--È costui capace d'aver commesso l'assassinio?--domandava il Ferpierre a sè stesso; e contrariamente all'opinione di Giulia Pico rispondeva:

--È capace!

Ma aveva veramente uccisa la disgraziata? La capacità di delinquere non valeva nulla, senz'altro. Nel suo giornale, Fiorenza d'Arda aveva, sì, trascritto la minaccia di lui: «Se tu m'abbandoni quando non t'amo più, te ne sono grato; se mi tradisci quando t'amo ancora, ti uccido:» ma, come il giudice aveva dimostrato al Vérod, non era vero che la contessa lo avesse tradito; amata ancora da lui, ella avrebbe trovato maggiori difficoltà a lasciarlo; l'idea di restargli accanto per dovere, quest'idea che appariva dominatrice del suo pensiero, sarebbe stata rafforzata dal presentimento del dolore che gli avrebbe inflitto. E, innanzi tutto, si doveva ancora provare che egli avesse veramente ripreso ad amarla!

Che cosa aveva fatto negli ultimi tempi? Bisognava credere che tenesse in un luogo secreto i documenti della sua attività rivoluzionaria, perchè nel suo domicilio di Zurigo se ne trovarono pochissimi. Questi tuttavia non erano senza importanza. Alcune lettere di correligionarii, con date recenti, erano piene di sorde accuse. Dalla Russia i compagni gli scrivevano lagnandosi a una voce del suo silenzio, della sua freddezza, rimproverandogli di non mantenere promesse sulle quali facevano assegno e quasi accusandolo di tradimento. I nihilisti avevano deliberato un altro tentativo subito dopo l'ultimo disastro: un tentativo che era disperato ed inutile, ma che pure avrebbe attestato come l'imperversare della più feroce reazione non potesse toglier loro l'ardire e la speranza. Ora essi gli scrivevano: «Mentre noi siamo qui pronti a dare la nostra vita, mentre non aspettiamo altro che una parola, tu ci abbandoni? Il tuo coraggio è dunque proprio finito dopo Kronstadt? Eppure non arrischiasti gran cosa! Te ne rimanesti al sicuro, mentre qui si moriva!...»

Come mai Zakunine si lasciava rimproverare così? I correligionarii lo accusavano a torto, oppure lo zelo di lui si era veramente intepidito? E in tal caso come e perchè l'ostinato ribelle aveva potuto distogliersi dallo scopo della sua vita?

Pensando che già una prima volta, all'inizio della sua amicizia per la contessa d'Arda, il principe aveva quasi tralasciato la propaganda; considerando che, prima ancora d'aver concepito l'ideale politico, il giovane era stato trasformato dall'amore della principessa Arkof, pareva al giudice di dover sospettare che ancora nell'amore fosse la ragione del nuovo mutamento. Era l'antica passione per la contessa improvvisamente ridestatasi, oppure qualche nuova avventura? A priori, il Ferpierre non poteva escludere che Zakunine avesse ripreso ad amare Fiorenza d'Arda, anche dopo averle inflitto tanti tormenti: in un'anima come la sua inclinata agli estremi, obbediente a contrarie sollecitazioni, questo rinnovamento sentimentale era possibile, specialmente dopo che la contessa amava il Vérod. Ma il contegno del principe, negli ultimi tempi, non era tale da far accogliere l'ipotesi. Se dalle dichiarazioni di Giulia Pico risultava che egli era diventato migliore per l'antica amante, risultava pure che aveva continuato a starsene lontano. Una visita di pochi giorni ogni due settimane od anche ogni mese poteva appagare un cuore veramente innamorato e geloso? Poteva Zakunine restarsene lontano quando sapeva che un altro gl'insidiava il suo bene? Se l'amore, un amore così prepotente da spingerlo poi al delitto, avesse dato nuove vampe nel suo cuore, egli avrebbe dovuto gettarsi ai piedi della contessa, mostrarsi finalmente convertito e redento, indurla a fuggire con lui, a nascondersi in qualche angolo ignorato del mondo. Se egli avesse detto qualche cosa di simile, la contessa sarebbe stata senza dubbio fortificata nella sua resistenza al Vérod e un accenno se ne sarebbe trovato nel suo diario. O bisognava credere che, struggendosi d'amore e di gelosia, il principe non le avesse detto nulla per amor proprio, per alterigia? Da parte d'un suo pari, d'un uomo il cui pensiero si mutava in azione rapidamente, come in un fanciullo, ciò non era da credere. Per qual motivo tornava egli dunque dall'amica e la trattava meglio nelle ancor troppo rare e brevi sue visite?

Il Ferpierre scoperse questo motivo quando, fra l'altre, lesse anche le lettere d'affari che il procuratore della contessa d'Arda le scriveva dall'Italia. In queste lettere si parlava di cambiali del principe, di conti che egli doveva rendere, di somme inviategli per mezzo di banchieri. Era evidente che Zakunine, impegnata la sua sostanza nell'opera rivoluzionaria, bisognoso anche di molti denari per la vita dissipata, aveva ricorso all'amica sua. Nei primi tempi l'intimità del loro legame scusava se non legittimava gl'imprestiti; più tardi, finito l'amore e cominciati i mali trattamenti, egli non era stato in grado di soddisfare gl'impegni. E frattanto i suoi bisogni erano divenuti più urgenti. L'ultima cospirazione di Kronstadt gli era costata tanto, che egli non aveva saputo più come fare: da lettere di risposta trovate a Zurigo appariva che si era rivolto a più parti, insistendo premurosamente per avere soccorsi.

A queste notizie il Ferpierre accolse un dubbio grave. Zakunine e la nihilista avevano uccisa la contessa per impossessarsi del suo denaro?...

Il sospetto, a priori, non era irrecusabile. In casa della morta si erano trovati molti valori; ma ella era tanto ricca che forse ne aveva potuto possedere, l'ultimo giorno, per una somma maggiore. Ad arte i due Russi, se il furto era il movente del crimine, potevano non averli involati tutti: ma difficilmente si spiegava in tal caso il modo rumoroso col quale l'avevano uccisa e l'acuto dolore al quale Zakunine era parso in preda; nè si poteva dire come e dove avessero nascosto le somme rubate nei pochi istanti trascorsi fra il colpo e l'accorrere delle persone di servizio. Si doveva credere che qualcuna di queste persone fosse loro complice? Oppure che essi aspettassero ancora di sottrarre i denari dopo aver fatto credere al suicidio, non prevedendo l'accusa del Vérod?

Il Ferpierre deliberò di far chiedere a Milano al ragioniere di casa d'Arda se i valori rinvenuti ai _Cyclamens_ erano interamente quelli che si dovevano rinvenire, e di interrogare quindi i servi per iscoprire se qualcuno di loro potesse, nella confusione del primo momento, aver preso dagli assassini le somme mancanti. Ma quantunque egli tutto credesse possibile al mondo, pure non ammetteva ora in Zakunine tanta malvagità da uccidere per rubare. La supposizione che si poteva, che si doveva logicamente fare era un'altra. Zakunine tornava dalla contessa non per amore che sentisse di lei, ma per il bisogno dell'aiuto che ella poteva dargli spontaneamente. Ricca oltre misura, avvezza a non spendere per sè neanche la quarta parte delle sue rendite, ella poteva immediatamente togliere l'antico amante dall'imbarazzo. Per ciò il principe veniva a trovarla di tanto in tanto e le si mostrava migliore. L'amore, la passione che non soffre indugi e lontananze, lo tratteneva altrove, lo faceva vivere a Zurigo--dove viveva la Natzichev.

Era credibile che quell'uomo, a cui la leggenda attribuiva le amanti di Don Giovanni, fosse rimasto vicino alla studente senza che la comunanza delle dottrine e degli scopi non desse origine a relazioni più intime? E qualche indizio a sostegno di questo sospetto non mancava. Come dalla Russia, così dall'Inghilterra i compagni di fede si rivolgevano a lui, rimproverandolo di averli abbandonati: «La vostra presenza è qui necessaria,» gli scrivevano da Londra; «vi aspettiamo da quattro mesi: che cosa v'impedisce di venire? Sarebbe tempo che manteneste la vostra parola!... O qualche nuova avventura vi trattiene costì?...» Lo scrittore di quella lettera aveva dunque avuto sentore degli amori con la giovane profuga?

Fra le carte della Natzichev il giudice non ne trovò alcuna che gli servisse. Si riferivano tutte agli studii di lei; c'erano molti scritti sulle più dibattute quistioni sociali, bozze di articoli destinati alla rassegna americana _The Rebel_, a fogli spagnuoli e olandesi con i quali era in corrispondenza. Quantunque l'antipatia del magistrato non cedesse, egli era costretto a riconoscere tra sè che la coltura della giovanetta era fuor del comune: scriveva correttamente lo spagnuolo, l'inglese e il tedesco; mandava ai giornali bibliografie nelle quali rendeva conto d'ogni sorta di pubblicazioni scientifiche e filosofiche. Le informazioni assunte alla polizia di Zurigo deponevano anch'esse in favor suo. Ella aveva lasciato la Russia da tre anni, sola, senza mezzi, dopo che il padre e il fratello erano stati deportati in Siberia per mene rivoluzionarie. A Zurigo aveva cominciato il corso di medicina, vivendo del proprio lavoro, con le traduzioni di opere scientifiche fatte per conto di editori francesi e tedeschi. Era in relazione con tutti i rifugiati politici, ma non aveva preso parte attiva a complotti; anzi con gli scritti e con le parole disapprovava i continui e inutili sacrifizii di vite. Inclinava alla propaganda morale, alla preparazione delle coscienze; ma, natura ardente e virile, non avrebbe esitato a scendere ella stessa all'azione se l'avesse creduta necessaria.

E quantunque dei suoi rapporti col principe nulla si dicesse di preciso, il sospetto che fossero amanti si rafforzava. Amandola, stando a Zurigo per lei, Zakunine non aveva abbandonato gli agitatori impazienti, oltre che per la snervante azione dell'amore, anche per la persuasione direttamente esercitata dalla giovane? Costei non doveva aver messo opera a far ricredere il principe, a dimostrargli la stoltezza degli inutili eccidii?

Queste supposizioni parevano al Ferpierre verisimili. E l'accusa del Vérod ne restava sempre più infirmata. Se il principe amava la nihilista, i suoi rapporti con la contessa non erano tale ostacolo da spingerlo a ucciderla. Il ribelle per cui la legge coercitiva non aveva valore, poteva sentirsi legato da uno scrupolo tutto morale? In realtà non aveva egli già lasciato l'amante sua per correre a nuovi piaceri? Che cosa gli vietava di fare altrettanto, con maggiore libertà delle prime volte? Realmente egli si era avvicinato alla contessa e l'aveva trattata con maggiori riguardi; ma se pure ciò poteva dimostrare che era pentito dei mali trattamenti d'un tempo, il pentimento, il sopravvenire degli scrupoli, contraddicevano all'ipotesi dell'assassinio: non poteva volere la morte d'una creatura chi si pentiva d'esserle stato causa di dolore.

Se il principe fosse stato marito della defunta; se, stanco di lei, avesse voluto sposare la nihilista e se la nihilista avesse voluto sposar lui, il dramma poteva ragionevolmente ricostruirsi così: finto d'essere ravveduto, il marito tornava presso la moglie, persuadeva gli altri e lei stessa della propria conversione in modo da stornare ogni sospetto; poi, solo o con la complicità dell'amante, la uccideva per liberarsi. Ma egli nè era indissolubilmente legato alla contessa, nè si poteva credere che volesse legarsi alla giovane connazionale: tutte queste supposizioni si dovevano abbandonare. Il ravvedimento di quell'uomo era tuttavia sincero o per meglio dire credibile, perchè aveva uno scopo: il bisogno di denaro. Oltre a questa, un'altra ragione più sottile poteva spiegarlo.

Nella sua lunga e varia esperienza il Ferpierre aveva molto attentamente studiato le passioni umane; egli sapeva che gli amanti infedeli sogliono essere presi, nel punto del tradimento, da un senso di pietà per l'amante tradito. Con la coscienza di far male, essi attenuano la propria colpa accordando una commiserazione che dovrebbe dimostrare la bontà dell'animo loro, ma che infatti è un godimento da egoisti e, come tale, offende peggio i traditi. Il principe che aveva trascurato e vilipeso l'amica sua quando era andato in cerca di semplici piaceri, poteva essere stato disposto da una nuova passione a questa presuntuosa pietà; per meglio gustare la propria fortuna era forse venuto a contemplare lo spettacolo dell'infelicità da lui cagionata, a confortarla ipocritamente.