Spagna

Chapter 8

Chapter 83,448 wordsPublic domain

Uscendo, incontrai un prete e gli domandai dov'era la casa che aveva abitato il Cervantes. Mi rispose ch'era nella strada Cervantes e m'indicò da qual parte dovevo passare; lo ringraziai, mi domandò s'ero straniero, risposi di sì; "_de Italia?_"--"_de Italia._" Mi diede un'occhiata da capo a piedi, si levò il cappello e tirò via per la sua strada. Mi mossi anch'io, in senso opposto, e mi venne un'idea:--Scommetto che s'è fermato per vedere com'è fatto un carceriere del Papa;--mi voltai, ed egli era proprio là immobile in mezzo alla piazza, che mi guardava con tanto d'occhi. Non potei trattenermi dal ridere e scusai il riso con un saluto: "_Beso a usted la mano!_" ed egli a me: "_Buenos dias!_" e tirò via; ma deve aver soggiunto, non senza meraviglia, che, per essere un Italiano, non avevo poi tanto la faccia di farabutto. Attraversai due o tre strade strette e silenziose, e riuscii nella strada Cervantes, lunga, diritta, fangosa, fiancheggiata da case meschine. Andai per un pezzo non incontrando che qualche soldato, qualche criada, e qualche mulo, e guardando qua e là pei muri in cerca dell'iscrizione:--_A qui vivió Cervantes_ ec.;--ma non trovai nulla. Giunto in fondo, mi trovai nell'aperta campagna; non c'era anima viva; stetti un po' là a guardare intorno, poi tornai. M'imbattei in un mulattiere, e gli domandai: "_Donde está la casa que vivió Cervantes?_" Per tutta risposta diede una sfruconata al mulo, e tirò innanzi. Interrogai un soldato: mi mandò in una bottega. Nella bottega interrogai una vecchia: non mi capì, credette ch'io volessi comprare il _Don Chisciotte_, mi mandò da un libraio. Il libraio, che volea fare il saputello, e non sapeva risolversi a dirmi che della casa del Cervantes non aveva notizia, mi si mise a batter la campagna, parlando della vita e delle opere del _milagroso escritor_; così che in somma delle somme me ne dovetti andare pei fatti miei senza aver visto nulla. Eppure si dev'esser serbata memoria di quella casa (e certo, se l'avessi meglio cercata, l'avrei rinvenuta), non solo perchè il Cervantes l'abitò, ma perchè seguì là un fatto, del quale tutti i suoi biografi fanno menzione. Poco tempo dopo la nascita di Filippo IV, essendosi incontrati, una notte, un cavaliere della Corte e uno sconosciuto, vennero, non si sa perchè, a parole, misero tutti e due mano alle spade, si batterono, e il cavaliere fu ferito mortalmente. Il feritore se la svignò; il ferito, tutto intriso di sangue, corse a chieder soccorso ad una casa vicina. Abitavano in quella casa il Cervantes colla sua famiglia, e la vedova d'un rinomato scrittor di cronache, con due figliuoli. Uno di questi accorse, alzò da terra il ferito, e chiamò il Cervantes, ch'era già a letto. Il Cervantes scese, e aiutò l'amico a portare il cavaliere in casa della vedova. Due giorni dopo morì. Se ne mischiò la giustizia, si cercò di scoprir la cagione del duello, si credette che i due campioni facessero la corte tutti e due alla figlia o alla nipote del Cervantes: tutta la famiglia fu messa in gattabuia. Dopo non molto tempo vennero lasciati in libertà, e non si seppe più altro. Ma anche questa doveva capitare al povero autore del _Don Chisciotte_, perchè potesse proprio dire d'averne avuta una per sorte!

In quella stessa strada Cervantes, mi son goduto una scenetta che mi compensò a mille doppi di non aver trovato la casa. Passando davanti a una porta, sorpresi al piè d'una scala una castiglianina, di dodici o tredici anni, bella come un angioletto, la quale teneva fra le braccia un bambino. Non trovo parole abbastanza delicate e gentili per descrivere l'atto ch'ella faceva! Una infantile curiosità delle dolcezze dell'amor materno l'aveva soavemente tentata; i bottoni del suo camiciotto erano usciti pian piano dagli occhielli, l'un dopo l'altro, sotto la pressione d'un ditino tremante; era sola, non sentiva rumor nella strada, aveva nascosto la mano nel seno; allora, forse, era rimasta un momento perplessa; ma data un'occhiata al bambino, e sentito rinascere il coraggio, aveva fatto un leggero sforzo colla mano nascosta, e aveva messo fuori quello che poteva; e tenendo schiusi i labbruzzi al bambino coll'indice e col medio, gli diceva con tenerezza: "_Héla aqui_" (eccola qui), e aveva il volto color di foco, e un sorriso dolcissimo negli occhi. Sentito il mio passo, gettò un grido, e scomparve.

Invece della casa del Cervantes, trovai, di lì a poco, quella dove nacque don José Zorilla, uno dei più valenti poeti spagnuoli di questi tempi, vivo tuttora, da non confondersi, come fanno molti in Italia, collo Zorilla capo del partito radicale; benchè della poesia in testa ce n'abbia anche questi, e la sparga a larga mano ne' discorsi politici, con rinforzo di alte grida e di gesti furiosi. Don José Zorilla è nella letteratura spagnuola, a parer mio, un po' più di quello che nell'italiana è il Prati, col quale ha molti tratti di somiglianza: il sentimento religioso, la passione, la fecondità, la spontaneità, e un non so che di vago e di ardito, che scalda le fantasie giovanili; e un modo di leggere, a quello che si dice, risonante e solenne, benchè leggermente monotono, del quale molti spagnuoli vanno matti. La forma, direi che l'ha più corretta il poeta spagnuolo; prolissi un po' l'uno e l'altro; in tutti e due un barlume di grande poeta. Ammirabili, sovra ogni altra opera dello Zorilla, _I cantos del Trovador_, racconti e leggende, pieni di versi d'amore dolcissimi e di descrizioni d'un'evidenza impareggiabile. Scrisse anco pel teatro: e il suo _Don Juan Tenorio_, dramma fantastico, in versi ottonari a rime, è una delle più popolari opere drammatiche della Spagna. Si rappresenta ogni anno il giorno dei morti, con grande apparato, e vi accorre il popolo come a una festa. Alcuni tratti di lirica sparsi nel dramma, corrono per le bocche di tutti; e in special modo la dichiarazione d'amore di Don Giovanni all'amante rapita, che è quanto di più soave, di più tenero, di più ardente possa uscire dalle labbra d'un giovane innamorato nel più impetuoso prorompere della passione. Sfido il più freddo degli uomini a legger quei versi senza tremare! Ed è forse anche più potente la risposta, della donna:--Don Giovanni! Don Giovanni! Lo imploro dalla tua nobile compassione: o strappami il cuore o amami, perchè t'adoro!--Fateveli dire, quei versi, da un'Andalusa, e ve n'accorgerete; o se non potete far questo, vedete di leggere almeno la ballata col titolo _La Pasionaria_, lunghetta, ma piena d'un affetto e d'una malinconia che innamora. Io non posso ricordarmene senza che mi si riempian gli occhi di lagrime; vedo sempre quei due amanti, Aurora e Felice, giovanetti, in una campagna deserta, al cadere del sole, che s'allontanano per opposte vie, voltandosi ad ogni tratto, e salutandosi, e non saziandosi mai di guardarsi. Son versi, come li chiaman gli Spagnuoli, _asonantes_, senza rima, ma composti e ordinati così che la penultima sillaba d'ogni verso dispari o pari, sulla quale cade l'accento, abbia sempre la stessa vocale; che è la maniera di verso più popolare in Spagna, il verso del _Romancero_, nel quale moltissimi improvvisano con meravigliosa facilità; nè può uno straniero sentirne tutta l'armonia se non ci abbia fatto l'orecchio.

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"Si può vedere il Museo di Pittura?"--"_Porqué no, caballerito?_" La portinaia mi schiuse le porte del Collegio maggiore di Santa Croce, e mi accompagnò nell'interno. I quadri son molti, ma fuor di qualcuno del Rubens, del Mascagni, del Cardenas, di Vincenzo Carducci, gli altri son quadri di pochissimo pregio, razzolati qua e là pei conventi, e sparsi a casaccio nelle stanze, nei corridoi, nelle scale, nelle gallerie. Ciò non di meno, gli è un Museo che lascia nell'animo una impressione profonda, non molto dissimile da quella che produce la prima volta lo spettacolo del combattimento dei tori; e infatti sono trascorsi più di sei mesi da quel giorno, ed io la risento ancora come se l'avessi ricevuta poche ore fa. Quanto di più tristo, di più sanguinario, di più orrendo è uscito dal pennello dei più feroci pittori spagnuoli, si trova raccolto là. Immaginate pur delle piaghe, delle membra mutilate, delle teste spiccate dal busto, dei corpi estenuati, flagellati, tanagliati, arsi, straziati con quanti tormenti abbiate mai trovati descritti nei romanzi del Guerrazzi o nelle Storie dell'Inquisizione, non giungerete a formarvi un'adeguata idea del Museo di Valladolid. Passate di sala in sala, e non vedete che visi stravolti di morti, di moribondi, d'indemoniati, di carnefici, e in ogni parte sangue, e sangue, e sangue, che vi pare di vederlo spicciar fuori dei muri e di sguazzarci dentro come la Babette del Padre Bresciani nelle prigioni di Napoli. È un cumulo di dolori e d'orrori da riempirne gli spedali d'uno Stato. Sulle prime si prova un senso di tristezza, poi di ribrezzo, in fine, più che di ribrezzo, di sdegno contro gli artisti macellai che prostituirono l'arte di Raffaello e di Murillo in così sconcia maniera. Il quadro più guardabile ch'io vidi, fra i moltissimi cattivi, benchè anch'esso d'un _realismo_ spietatamente spagnuolo, rappresentava la Circoncisione di Gesù, con tutti i particolari più minuti delle cose taglienti e delle cose tagliate, e una corona di spettatori chinati ed immobili, come studenti di clinica chirurgica intorno al maestro operatore: "_Vámonos, vámonos_" dissi alla cortese portinaia, "se sto qui un'altra mezz'ora, n'esco bruciato, o scorticato o squartato; non ha da farmi veder nulla di più allegro?" Mi condusse a veder l'Ascensione del Rubens, gran quadro di grande effetto, che starebbe bene sur un altar maggiore: una Vergine maestosa e sfolgorante che sale al cielo, e ai lati, e sopra, e sotto, un visibilio di volti d'angelo, di corone di fiori, di chiome d'oro, d'ali bianche, di svolazzetti, di raggi; e tutto tremola, fende l'aere e va su, come uno stormo di passere, onde pare che da un momento all'altro debba sollevarsi e sparire.

Ma era fissato ch'io non dovessi uscire dal Museo con una gradevole immagine davanti agli occhi. La portinaia aperse una porta e mi disse ridendo:--Entri.--Entrai e detti indietro intimorito: mi parve d'esser capitato in un manicomio di giganti. La vasta sala era piena di colossali statue di legno colorito, rappresentanti tutti gli attori e tutte le comparse del gran dramma della Passione, soldati, aguzzini, spettatori, ciascuno nell'atteggiamento richiesto dal suo ufficio, chi in atto di flagellare, chi di legare, chi di ferire, chi di schernire,--orrendi volti orrendamente contratti;--poi le donne inginocchiate, Gesù confitto sopra una croce enorme, i ladroni, la scala, gli strumenti del supplizio: tutte le cose occorrenti, in somma, per rappresentare la Passione, come si faceva una volta, sulle piazze, con un gruppo di quei colossi, che dovevano occupare lo spazio d'una casa. E anche qui piaghe, chiome inzuppate di sangue, lacerazioni da far raccapriccire. "Vede quel Giudeo là?" mi disse la donna accennandomi una delle statue, una faccia patibolare che sogno ancora adesso di tratto in tratto. "Quello là, quando si facevano i gruppi fuori, si fu costretti a levarlo, tanto è brutto e tristo; il popolo l'odiava a morte e lo voleva mettere in pezzi, e siccome gli era sempre un gran da fare per le guardie a impedire che dalle minaccie non si passasse ai fatti, fu deciso di fare il gruppo senza di lui." Bellissima mi parve una madonna, non so se del Berrugnete, di Iuan di Iuni, o dell'Hernandez, chè c'è statue di tutti e tre; inginocchiata, colle mani giunte e gli occhi volti al cielo, con una espressione di così disperato dolore, che muove la pietà come una persona viva, e pare infatti, a pochi passi, viva; così che, vedendola tutt'a un tratto, non si può trattenere un'esclamazione di stupore "_Los ingleses_" mi disse la portinaia (poichè i ciceroni si servono dei giudizi degli inglesi come di suggello ai proprii, e qualche volta appioppan loro le più scipite stravaganze) "_los ingleses dicen que no le falta mas que el habla_" (che non le manca che la parola). Mi accomodai lietissimamente al parere degli Inglesi, diedi alla portinaia i soliti _reales_, ed uscendo colla testa piena d'immagini sanguinose, salutai il cielo allegro con un sentimento insolito di piacere, come uno studente novizio all'uscire dalla sala anatomica, dove abbia assistito alla prima autopsia.

Visitai il bel palazzo dell'Università, _la plaza Campo grande_, dove la Santa Inquisizione accendeva i suoi roghi, ampia, allegra, cinta di quindici conventi; qualche chiesa adorna di pitture di grido; e quando cominciai ad accorgermi che le immagini delle cose vedute mi si confondevano nella testa, misi in tasca la _Guida_, e m'incamminai verso la piazza maggiore. Il medesimo feci in tutte le altre città: quando la mente è stanca, il volerla forzare ancora all'attenzione, per quella pedanteria di non mancare di riguardo alla _Guida_, sarà una bella prova di costanza; ma nuoce a chi viaggia collo scopo di narrar poi le impressioni delle cose viste. Poichè tutto non si può ritenere, val meglio non confondere la memoria viva delle cose principali, con una folla di ricordi vaghi delle cose di minor conto. Oltrechè non si serba mai grata ricordanza d'una città nella quale ci si è fatto il capo come un cestone.

Per cogliere l'aspetto vespertino della città, andai a passeggiare sotto i portici, dove s'incominciavano ad illuminare le botteghe; e v'era un viavai di soldati, di studenti, di ragazze, che sparivan nelle porticine, volteggiavano intorno alle colonne, guizzavano di qua e di là, sfuggendo alle mani impronte degl'insecutori avvolti nelle ampie cappe; e frotte di ragazzi scorazzavano per la piazza empiendo l'aria di grida sonore; e per tutto eran capannelli di _caballeros_, dai quali si udivano tratto tratto i nomi del Serrano, del Sagasta e di Amedeo, alternati colle parole _justicia, libertad, traicion, honra de España_, e simili. Entrai in un ampissimo caffè pieno zeppo di studenti, e là saziai, come direbbe uno scrittore scelto, il natural talento di cibo e di bevanda. Ma poichè avevo un gran bisogno di discorrere, adocchiai due studenti che sorbivano il caffè e latte al tavolino accanto, e senza far tanti preamboli, diressi la parola ad uno: cosa naturalissima in Spagna, dove si è sicuri di aver sempre una risposta cortese. I due studenti s'avvicinarono, e lì i soliti discorsi che ognuno s'immagina: Italia, Amedeo, università, Cervantes, andaluse, tori, Dante, viaggi; una scorsa, insomma, alla carta geografica, alla storia letteraria e ai costumi dei due paesi; poi un bicchier di vino di Malaga, e una stretta di mano da amici.

O _caballeros_ di buona memoria, avventori di tutti i caffè, commensali di tutte le tavole rotonde, vicini di scranna in tutti i teatri, compagni di viaggio in tutte le strade ferrate della Spagna; voi che tante volte, mossi da gentile pietà per uno straniero sconosciuto, che scorreva con occhio malinconico l'_Indicatore delle Ferrovie_ o la _Correspondencia española_, pensando alla famiglia, agli amici, alla patria lontana, gli avete offerto, con amabile spontaneità, il _cigarrito_, e dato appiglio a una conversazione, che gli ruppe il corso dei mesti pensieri e lo lasciò rasserenato ed allegro; io vi ringrazio, o _caballeros_ di buona memoria; chiunque foste, o carlisti, o alfonsisti, o amedeisti, o liberali, vi ringrazio dal più profondo dell'anima, in nome di tutti gl'Italiani che viaggiarono e di tutti quelli che viaggeranno nel vostro caro paese; e giuro sull'eterno volume di Michele Cervantes, che ogni qualvolta vi sentirò accusare di animo feroce e di selvaggi costumi dai vostri civilissimi fratelli europei, sorgerò a difendervi coll'impeto d'un andaluso e colla tenacia d'un catalano, sin che mi resti tanta voce da gridare: Viva l'ospitalità!

Poche ore dopo mi trovavo in un carrozzone del treno che andava a Madrid, e non era anche finito il fischio della partenza, che io mi diedi un gran colpo della mano sulla fronte. Ahimè! era tardi; a Valladolid avevo dimenticato di visitare la stanza dove morì Cristoforo Colombo!

NOTE:

[2] Tre _molto_ e tre _poco_ distruggon l'uomo: molto parlare e poco sapere, molto spendere e poco avere, molto presumere e nulla valere.

V.

MADRID.

Era giorno, quando uno dei miei vicini mi gridò nell'orecchio: "_Caballero!_"--"Siamo a Madrid?" domandai svegliandomi. "Non ancora" mi rispose "ma guardi!" Mi voltai verso la campagna e vidi lontano un mezzo miglio, alle falde d'un alto monte, il convento dell'Escuriale, illuminato dai primi raggi del sole. _Le plus grand tas de granit qui existe sur la terre_, come lo chiamò un viaggiatore illustre, non mi parve, a primo aspetto, quell'immenso edifizio che il popolo spagnuolo considera come l'ottava meraviglia della terra. Nondimeno misi fuori il mio:--_Oh!_--come altri viaggiatori che lo vedevano per la prima volta, riserbando tutta la mia ammirazione al giorno che l'avrei visto da vicino. Dall'Escurial a Madrid la strada ferrata attraversa una pianura arida, che rammenta quella di Roma. "Non ha mai veduto Madrid, lei?" mi domandò il vicino.--Risposi che no.--"_Parece imposible!_" esclamò il buon Spagnuolo, e mi guardò in aria di curiosità, quasi dicendo fra sè:--Oh vediamo un po' com'è fatto un uomo che non ha mai visto Madrid!--Poi prese a enumerarmi le grandi cose che avrei veduto: che passeggi! che caffè! che teatri! che donne! Per chi abbia un trecento mila lire da spendere, non c'è di meglio di Madrid: è un gran mostro che vive di patrimonii; se fossi in lei vorrei prendermi il gusto di cacciargli in gola anche il mio.--Io premetti colla mano il mio floscio portamonete, e mormorai:--Povero mostro!--"Ci siamo!" gridò lo spagnuolo "guardi fuori!" Misi la testa fuor del finestrino. "Quello là è il palazzo reale!" Vidi sopra un'altura una mole immensa; ma chiusi gli occhi subito, perchè mi batteva il sole sul viso. Tutti s'alzarono, e cominciò quel solito tramenío

«Di pastrani, di scialli e d'altri cenci,»

che impedisce quasi sempre la prima vista delle città. Il treno si ferma; scendo, e mi trovo in una piazza piena di carrozze, in mezzo a una folla rumorosa; cento mani si stendono sulla mia valigia, cento bocche mi urlan nell'orecchio; è un casa del diavolo di facchini, di carrozzai, di _ciceroni_, di fattorini di _casas de huespedes_, di guardie, di ragazzi. M'apro il passo a colpi di gomito, mi caccio in un _omnibus_ pieno di gente, e via. Si va su per uno stradone, si attraversa una gran piazza, si infila una strada larga e diritta, si arriva alla _Puerta del Sol_. È un colpo d'occhio stupendo! È una vastissima piazza semicircolare, circondata di alti edifizi, nella quale sboccano, come dieci torrenti, dieci grandi strade; e da ogni strada una continua onda rumorosa di popolo e di carrozze; e tutto quello che vi si vede è proporzionato alla vastità del luogo; i marciapiedi larghi come vie, i caffè ampi come piazze, una vasca di fontana grande come un lago; e in ogni parte una folla fitta e mobilissima, un gridío assordante, un non so che di allegro e di festivo nei volti, nei gesti, nei colori, che fa sì che non vi paia straniera nè la gente, nè la città, e vi mette addosso una smania di mescervi in quello strepito, di salutar tutti, di correr qua e là, piuttosto per riconoscere cose e persone, che per vederle la prima volta. Scendo a un albergo, n'esco subito, mi metto a girare per la città, alla ventura. Non grandi palazzi, non antichi monumenti d'arte; ma strade spaziose, pulite, gaie, fiancheggiate da case dipinte a vivi colori, interrotte da piazze di mille forme diverse, quasi tracciate a caso, e in ogni piazza un giardino, una fontana, una statuetta. Alcune strade in leggiera salita, di modo che, entrandovi, si vede in fondo il cielo, e par che sbocchino nell'aperta campagna; ma giunti sul punto più alto, un'altra lunga strada si stende allo sguardo. Ad ogni poco, crocicchi di cinque, sei, fino a otto vie, e qui un incrociarsi continuo di carrozze e di gente; i muri coperti, per lunghi tratti, di cartelloni di spettacoli; nelle botteghe, un va e vieni incessante; i caffè, stipati; in ogni parte il brulichío d'una grande città. La strada d'Alcalà, larghissima, da parer quasi una piazza rettangolare, divide Madrid per mezzo, dalla _Puerta del Sol_ verso oriente, e sbocca in una vasta pianura, che si stende lungo tutto un lato della città, e contiene giardini, passeggi, piazze, teatri, circo di tori, archi trionfali, musei, palazzine, fontane. Salgo in una carrozza, e dico al vetturino:--_Vuela!_--Passo accanto alla statua del Murillo, risalgo per la strada Alcalà, infilo la strada del Turco, dove fu assassinato il generale Prim; attraverso la piazza delle Cortes, dove sorge la statua di Michele Cervantes; sbocco nella piazza Maggiore, dove accendeva i suoi roghi l'Inquisizione; torno addietro, e passo dinanzi alla casa di Lopez de Vega; riesco nella vasta piazza d'Oriente in faccia al palazzo reale, dove si innalza la statua equestre di Filippo IV in mezzo a un giardino circondato di quaranta statue colossali; rimonto verso il centro, attraversando altre larghe strade, e piazze allegre, e crocicchi pieni di gente; e ritorno finalmente all'albergo dicendo che Madrid è grande, gaia, ricca, popolosa e simpatica, e che la vorrò veder tutta, e starci un pezzo, e godermela fin che lo consentano i registri di cassa e la mitezza della stagione.

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