Spagna

Chapter 29

Chapter 293,735 wordsPublic domain

"Oh dei Galilei non ce n'hanno nemmen uno."

"Mi citi un Rattazzi!"

"Eh non ce l'hanno neppure."

"Mi citi.... ma già, non hanno niente. E poi, o che il paese le par bello?"

"Ah! scusi; su questo punto non la cedo; l'Andalusia, per citarle una sola provincia, è un paradiso; Siviglia, Cadice, Granata, sono stupende città."

"Come?... E a lei piacciono le case di Siviglia e di Cadice, che a passare rasente i muri un povero diavolo s'imbianca dalla testa ai piedi? Le piacciono quelle strade che dopo un buon pranzo si stenta a passarci? E trova belle le donne andaluse, con quegli occhi da spiritate? Andiamo, lei è troppo indulgente, non è un popolo _serio_. Hanno chiamato Don Amedeo, e ora non lo voglion più; gli è perchè sono indegni d'esser governati da un _uomo civilizzato_!" (testuale).

"Ma non trova dunque nulla di buono in Spagna?"

"Nulla."

"Ma perchè ci sta?"

"Ci sto.... perchè ci mangio."

"È qualche cosa."

"Ma come ci mangio? Come un cane! chi non sa cos'è la cucina spagnuola!"

"Ma scusi: invece di mangiare come un cane in Spagna perchè non va a mangiare come un uomo in Italia?"

Qui il povero artista si trovò un po' impacciato; ed io per levarlo d'impaccio gli offersi un sigaro, che accettò ed accese senza far parola. E non fu il solo italiano in Spagna, che mi parlasse in quei termini del paese e degli abitanti, negando persino la serenità del cielo e la grazia delle andaluse. Io non so che gusto ci sia a viaggiare in quella maniera, col cuore chiuso ad ogni sentimento benevolo, e continuamente intesi a censurare e a vilipendere, come se ogni cosa buona e bella che si trova in un paese straniero, fosse stata rubata al nostro, e noi non ci potessimo vantare di valer qualcosa se non colla condizione che tutti gli altri non valgano nulla. La gente che viaggia con siffatta disposizione d'animo, mi fa più che stizza, pietà, perchè si priva volontariamente di molti piaceri e di molti conforti. Così mi pare almeno a giudicar gli altri da me, poichè dovunque io vada, il primo sentimento che m'inspiran le cose e la gente è un sentimento di simpatia; un desiderio di non trovar nulla che mi costringa a censurare; un bisogno di abbellire ai miei stessi occhi le cose belle, di nascondermi le spiacevoli, di scusare i difetti, di poter dire schiettamente a me stesso ed agli altri che sono contento di tutti e di tutto. E per raggiunger questo fine non ho da fare alcun sforzo; ogni cosa mi si presenta quasi spontaneamente sotto il suo aspetto più gradevole; e la mia immaginazione colora benignamente gli altri aspetti di un leggero color di rosa. So bene che in codesto modo non si studia un paese, non si scrivon _Saggi critici_, nè si acquista la fama d'uomini profondi; ma so che si viaggia coll'anima serena, e che i viaggi fanno un pro che non si può dire.

* * * * *

Il giorno dopo andai a vedere il Generalife che era come la villa dei Re arabi, e il cui nome va congiunto a quello dell'Alhambra, come quello dell'Alhambra a quel di Granata; benchè oramai del Generalife antico non rimangan che pochi archi e pochi rabeschi. È un piccolo palazzo, semplice, bianco, con poche finestre, con una galleria ad archi, coronato da una terrazza, e mezzo nascosto in mezzo a un bosco d'allori e di mirti, sulla sommità d'un monte floridissimo che sorge sulla riva destra del Dauro, di fronte alla collina dell'Alhambra. Dinanzi alla facciata del palazzo si stende un piccolo giardino, e altri giardini s'alzano l'uno sull'altro, quasi in forma d'una vasta gradinata, fino al sommo del monte, dove sorge un'altissima loggia che chiude il recinto del Generalife. I viali dei giardini, le larghe scale che conducon dall'uno all'altro, e le aiuole piene di fiori, sono fiancheggiate da alte spalliere, sormontate da archi e divise da capanni di mirti curvati e intrecciati con graziosi disegni; e ad ogni ripiano sorgon casine bianche, ombreggiate da pergolati, e da gruppi d'aranci e di cipressi disposti con pittoresca simmetria. L'acqua vi è profusa ancora come ai tempi degli arabi e dà al luogo una grazia, una freschezza e una vita da non potersi descrivere. Da ogni parte si sente mormorio di ruscelli e di fontane; si svolta da un viale, s'incontra uno zampillo; ci si affaccia a una finestra, si vede uno schizzo che giunge fino al davanzale; si entra in mezzo a un gruppo d'alberi, e si riceve nel viso gli spruzzi d'una cascatella; dovunque ci si volga, c'è acqua che salta, o che scorre, o che piove, gorgogliando e luccicando tra l'erbe e i cespugli. Dall'alto della loggia scende la vista sopra tutti quei giardini che van giù a chine, a salti, a scaglioni; si sprofonda nell'abisso di vegetazione che separa i due monti, abbraccia tutta la cinta dell'Alhambra, colle cupole dei suoi tempietti, colle torri lontane, coi sentieri che serpeggiano fra le sue rovine; si stende sulla città di Granata, sulla pianura, sui colli, e scorre con uno sguardo solo tutte le cime della Sierra Nevada, che paion tanto vicine da poterci arrivare in un'ora. E mentre contemplate questo spettacolo, vi accarezza l'orecchio il mormorio di cento zampilli e il suono fievole delle campane della città, che vien su a ondate, or sì or no, insieme a un odor misterioso di paradiso terrestre, che dà dei fremiti di voluttà da far impallidire.

Di là dal Generalife, sulla sommità d'un monte più alto, ora nudo e squallido, sorgevano ai tempi degli Arabi altri palazzi reali e si stendevano altri giardini, congiunti fra loro da grandi viali fiancheggiati da mirti. Ora tutte quelle meraviglie d'architettura, coronate di boschi, di fontane e di fiori, quelle fatate reggie aeree, quei nidi splendidi e odorosi d'amore e di delizia, sono scomparsi, e appena qualche mucchio di macerie o qualche breve tratto di muro

«Ne fa fede e ricordo al passeggiero.»

Ma quelle rovine che desterebbero altrove un sentimento di malinconia, non lo destano dinanzi allo spettacolo di quella bellissima natura, al cui incanto non pare che abbian mai potuto aggiungere nulla le più meravigliose opere dell'uomo.

* * * * *

Rientrando in città, mi fermai a una estremità della _Carrera del Darro_, dinanzi a una casa riccamente adornata di bassorilievi che rappresentano scudi araldici, armature, cherubini e leoni, con un piccolo terrazzino sull'angolo, sopra 'l quale, parte sur un muro, parte sull'altro, lessi la seguente misteriosa iscrizione, in grandi caratteri di stampa:

ESPERANDO LA DEL CIELO,

che significa, tradotto letteralmente:--_Aspettando quella del cielo._--Curioso di sapere il senso riposto di quelle parole, le notai per interrogarne il dotto padre del mio amico, il quale me ne diede due spiegazioni, l'una pressochè sicura, ma poco romantica; l'altra romantica, ma molto dubbiosa. La quale è questa. La casa apparteneva a Don Fernando di Zafra, segretario dei Re Cattolici, che aveva una bellissima figliuola. Un giovine idalgo, di famiglia nemica o inferiore di nobiltà alla famiglia dei Zafra, s'innamorò della figliuola, ne fu amato, la chiese in sposa, non l'ebbe. Il rifiuto del padre aggiunse esca al fuoco amoroso dei due giovani, le finestre della casa son basse, l'innamorato, una notte, riuscì a dar la scalata, e a entrar nella stanza della fanciulla. O abbia rovesciato una seggiola entrando, o abbia tossito, o abbia gettato un leggero grido di gioia al veder la sua bella amante colle chiome sciolte e le braccia aperte, la tradizione non lo dice, e nessuno lo sa; ma è certo che Don Fernando di Zafra, inteso rumore, accorse, vide, e cieco di furore si slanciò sul malcapitato giovane per metterlo a morte. Ma il giovane riuscì a fuggire; Don Fernando, inseguendolo, s'abbattè in uno dei propri paggi fautore di quegli amori, che aveva aiutato l'idalgo a entrar nella casa; lo scambiò, in su quel subito, per il seduttore; e senza udir spiegazioni e preghiere, lo fece afferrare e impiccare al terrazzino della casa. La tradizione narra che mentre la povera vittima gridava:--Pietà! Pietà!--l'offeso padre gli rispose accennandogli il terrazzino:--Là starai _esperando la del cielo_! (aspettando quella del cielo);--risposta ch'egli fece poi incidere sur una pietra del muro, a perpetuo spavento dei seduttori e dei mezzani.

* * * * *

Consacrai il resto della giornata alle chiese e ai conventi.

La cattedrale di Granata merita, anche meglio di quella di Malaga, che pure è bella e magnifica, di essere descritta parte per parte; ma basta oramai di descrizioni di chiese. Fu fondata nel 1529 dai re cattolici, sulle rovine della principal moschea della città; ma rimase incompiuta. Ha una grande facciata con tre porte, ornata di statue e di bassorilievi; ed è formata da cinque navate, divise da venti smisurati pilastri composti d'un fascio di sottili colonne. Le cappelle racchiudono quadri del Boccanegra, sculture del Torrigiani, tombe ed ornamenti preziosi. È mirabile sopra tutte la cappella maggiore, sorretta da venti colonne corintie, divise in due ordini, sul primo dei quali si alzano le statue colossali dei dodici apostoli, e sul secondo un cornicione coperto di ghirlande e di teste di cherubini. Di sopra ricorre un giro di leggiadre finestre a vetri coloriti che rappresentano la Passione, e dal fregio che le corona si slanciano in alto dieci archi arditi che forman la vòlta della cappella. Negli archi che sorreggon le colonne si ammirano sei grandi dipinti di Alonso Cano, che hanno fama di essere l'opera sua più completa e più bella.

E poichè ho nominato Alonso Cano, nativo di Granata, uno dei più valenti pittori spagnuoli del secolo decimosettimo, che sebbene discepolo della scuola sivigliana piuttosto che fondatore, come altri vorrebbe, d'una scuola sua, non è meno originale dei suoi più grandi contemporanei; voglio metter qui alcuni tratti della sua indole e della sua vita, poco conosciuti fuori di Spagna, ma singolarmente notevoli. Alonso Cano fu il più accattabrighe, il più iroso, il più violento dei pittori spagnuoli. Passò la vita litigando. Era ecclesiastico. Dal 1652 al 1658, per sei anni consecutivi, senza un giorno d'interruzione, litigò coi canonici della cattedrale di Granata, della quale egli era ragioniere, perchè non voleva, giusta i patti stipulati, diventare suddiacono. Prima di partire da Granata, spezzò colle sue mani una statua di sant'Antonio da Padova, che aveva fatto egli stesso d'incarico d'un auditore della Cancelleria, perchè costui si permise di osservargli che il prezzo che gliene domandava gli pareva un po' caro. Nominato maestro di disegno del principe reale, che, a quanto pare, non era nato col bernoccolo della pittura, lo aspreggiò in tal maniera, che lo costrinse a ricorrere al Re per esser levato dalle sue mani. Rimandato, per una grazia speciale, a Granata, presso il Capitolo della cattedrale, serbò così profondo il rancore degli antichi suoi litigi con quei canonici, che in vita sua non volle più dare una pennellata per loro. Ma questo è poco. Nutriva un cieco, bestiale, inestinguibile odio contro gli ebrei, e s'era ficcato in capo che il toccare in qualunque modo un ebreo o un qualsiasi oggetto stato toccato da lui, gli dovesse recare sventura. Con questa fissazione fece le più strampalate stravaganze del mondo. Se passando per la strada urtava in un ebreo, si levava issofatto il vestito infetto, e tornava a casa in maniche di camicia. Se per caso riusciva a scoprire che, lui assente, un servitore aveva ricevuto un ebreo in casa sua, cacciava il servitore, buttava via le scarpe colle quali aveva premuto l'impiantito profanato dal circonciso, faceva disfare e rifare, qualche volta, persino l'impiantito. E trovò modo di litigare anche morendo. Essendo ridotto in fin di vita, e presentandogli il confessore un crocifissaccio fatto coll'accétta perchè lo baciasse, egli lo spinse in là colla mano, e disse:--_Padre, datemi una croce nuda, perchè io possa venerare Gesù Cristo come egli è in sè e come io lo contemplo nella mia mente._--Con tutto ciò, aveva un cuore eletto, caritatevole, abborriva da ogni volgare azione, ed amava di profondo e purissimo amore l'arte in che si rese immortale.

Tornando alla chiesa, quando ebbi fatto il giro di tutte le cappelle e mi disponevo ad uscire, mi colse il sospetto che qualcosa mi rimanesse ancora a vedere. Non avevo letto la _Guida_ e nessuno m'aveva detto nulla; ma io mi sentivo dentro una voce che mi diceva:--Cerca!--e cercavo infatti cogli occhi da tutte le parti senza saper che cercassi. Un cicerone mi osservò, mi si avvicinò, come fanno tutti, di sbieco, come un assassino, e mi domandò con aria di mistero: "_Quiere Usted algo?_" (Vuol qualche cosa?)

"Vorrei," risposi, "che mi diceste se c'è altro da vedere in questa cattedrale, oltre a quello che si vede di qui!"

"_Cómo!_" esclamò il cicerone, "_todavia no ha visto Usted la capilla real?_"

"Che c'è nella cappella reale?"

"_Que hay? Caramba! Nada ménos que los sepulcros de Ferdinando é Isabel la Católica!_"

Volevo dire! Avevo nella mente il posto preparato per questa idea, e l'idea non c'era! I re cattolici dovevano ben essere sepolti a Granata, dove combatterono l'ultima gran guerra cavalleresca del medio evo, e dove diedero a Cristoforo Colombo l'incarico di armare le navi che lo condussero al nuovo mondo! Corsi, più che non andai, alla Cappella reale, preceduto dal cicerone zoppicante; un vecchio sacrestano ci aperse la porta della sacristia, e prima di lasciarmi entrare a veder le tombe, mi condusse davanti a una specie d'armadio a vetri, ripieno di oggetti preziosi, e mi disse:

"Lei saprà che Isabella la Cattolica per fornire a Cristoforo Colombo il denaro che gli occorreva ad armare le navi per il suo viaggio, non sapendo dove trovarne, perchè le casse dello Stato eran vuote, mise in pegno le sue gioie."

"Sì; ebbene?" domandai con impeto, e prevedendo la risposta, mi sentivo battere il cuore.

"Ebbene," rispose il sacrestano; "la scatola nella quale la Regina chiuse le sue gioie per farle impegnare, è questa."

E così dicendo aperse l'armadio, prese la scatola e me la porse.

Oh! dicano un po' quello che vogliono gli uomini forti; per me, quelle son cose che mi fanno tremare e piangere! Ho toccata la scatola che contenne i tesori pei quali Colombo potè scoprire l'America! Ogni volta che ripeto queste parole, il sangue mi si rimescola! E soggiungo:--L'ho toccata con queste mani,--e mi guardo le mani.

Quell'armadio contiene ancora la spada di re Ferdinando, la corona e lo scettro d'Isabella, un messale e parecchi altri ornamenti del re e della regina.

Entrammo nella Cappella, fra l'altare e una gran cancellata di ferro che lo separa dallo spazio rimanente, davanti a due grandi mausolei marmorei, ornati di statuette e di bassorilievi di gran pregio, sull'un dei quali sono stese le statue di Ferdinando e d'Isabella, vestiti dei loro abiti reali, colla corona, la spada e lo scettro; sull'altro, le statue di altri due principi di Spagna; e intorno alle statue, leoni, angeli, stemmi, ed ornamenti svariati, che presentano un aspetto regalmente austero e magnifico.

Il sacrestano accese una fiaccola e accennandomi una specie di botola, situata in dirittura della corsia che separa i due mausolei, mi pregò di alzare il coperchio per scendere nel sotterraneo. Il cicerone m'aiutò, scoprimmo la botola, il sacrestano scese, e io gli tenni dietro giù per una scaletta angusta fino a una piccola stanza sotterranea, nella quale eran cinque casse di piombo, cerchiate di ferro, ciascuna segnata di due iniziali sormontate da una corona. Il sacrestano abbassò la fiaccola, e toccandole con una mano, l'una dopo l'altra, tutte e cinque, mi disse con voce lenta e solenne:

"Qui riposa la gran regina Isabella la Cattolica."

"Qui riposa il gran re Ferdinando V."

"Qui riposa il re Filippo I."

"Qui riposa la regina Giovanna la pazza."

"Qui riposa donna Maria, sua figliuola, morta nell'età di nove anni."

"Dio li abbia tutti nella sua santa pace!"

E piantato la fiaccola in terra, incrociò le braccia e chiuse gli occhi, come per darmi agio di fare le mie meditazioni.

* * * * *

Ci sarebbe da aggobbire a tavolino, chi volesse descrivere tutti i monumenti religiosi di Granata: la stupenda Certosa, il Monte-Sacro che racchiude le grotte dei martiri, la chiesa di San Geronimo dove è sepolto il gran capitano Consalvo di Cordova, il convento di Santo Domingo fondato dall'Inquisitore Torquemada, quello dell'Angelo che contiene pitture del Cano e del Murillo, ed altri molti; ma io suppongo che chi legge sia già assai più stanco di me, e però gli faccio grazia di un monte di descrizioni che probabilmente non gli darebbero che una idea assai confusa delle cose.

Ma poichè ho nominato il sepolcro del gran capitano Consalvo di Cordova, non posso trattenermi dal tradurre un curioso documento che a lui si riferisce, e che mi fu dato appunto nella chiesa di San Geronimo da un sacrestano ammiratore delle gesta di quell'eroe.

Il documento è redatto a modo di aneddoto nei termini seguenti.

«Ogni passo del gran Capitano, Don Gonzalo di Cordova, fu un assalto, ed ogni assalto una vittoria; il suo sepolcro nel convento dei Geronimi di Granata, fu adornato di dugento bandiere conquistate da lui. I suoi emuli invidiosi, ed in particolar modo i Tesorieri nel regno di Napoli, nel 1506, indussero il Re a chieder conto a Gonzalo dell'uso che aveva fatto delle grandi somme ricevute dalla Spagna per le spese della guerra in Italia; e in fatti il Re fu tanto piccino da acconsentire ed anco assistere all'atto della _conferencia_.

Gonzalo accolse quella domanda con altissimo disprezzo, e si propose di dare una severa lezione ai Tesorieri ed al Re, intorno al modo di trattare e considerare un conquistatore di Regni.

Rispose con grande indifferenza e serenità che avrebbe preparato i conti per il giorno seguente, e fatto vedere chi dei due fosse il debitore, se lui o il fisco: il quale reclamava centotrenta mila ducati rimessigli per prima rata; ottanta mila scudi per la seconda, tre milioni per la terza, undici milioni per la quarta, tredici per la quinta; e così seguitava a riferire il grave, _gangoso_ (dalla voce nasale) e scimunito segretario che autorizzava un atto così importante.

Il gran Gonzalo mantenne la sua parola; si presentò alla seconda udienza, e tirato fuori il voluminoso libro nel quale aveva notate le sue giustificazioni, cominciò a leggere a voce alta e sonora le seguenti parole:

«Ducento mila settecento trentasei ducati e nove reali ai frati, alle monache e ai poveri, affinchè pregassero Dio per il trionfo delle armi spagnuole.

Cento milioni in pale, zappe e picconi.

Cento mila ducati in polvere e palle.

Dieci mila ducati in guanti profumati per preservare i soldati dal puzzo dei cadaveri dei nemici stesi sul campo di battaglia.

Centosettanta mila ducati per rifare campane distrutte dal continuo sonare per sempre nuove vittorie riportate sopra i nemici.

Cinquanta mila ducati in acquavite per i soldati in una giornata di battaglia.

Un milione e mezzo di ducati per mantenere prigionieri e feriti.

Un milione in messe di grazia e _Te Deum_ all'Onnipossente.

Trecento milioni di suffragi pei morti.

Settecento mila quattrocento novantaquattro ducati in spie e.....

Cento milioni per la pazienza che ho mostrato ieri all'udire che il Re domandava dei conti a chi gli ha regalato un Regno.

Questi sono i celebri conti del grande Capitano, i cui originali stanno nelle mani del Conte di Altimira.

Uno dei conti originali con la firma autografa del gran Capitano esiste nel Museo militare di Londra, dove con gran cura vien custodito.»

* * * * *

Letto questo documento, tornai all'albergo facendo tra Consalvo di Cordova e i generali spagnuoli dei nostri tempi dei maligni raffronti, che alta ragion di stato, come si dice nelle tragedie, mi vieta di riferire.

In quell'albergo ne vedevo ogni giorno una nuova. V'eran molti studenti d'università venuti da Malaga e da altre città dell'Andalusia per dar l'esame di laurea a Granata, non so se perchè qui fossero di manica più larga, o per che altra ragione. Desinavan tutti alla tavola rotonda. Una mattina, a colezione, uno d'essi, un giovanetto di poco più di vent'anni, annunziò che alle due dopo mezzogiorno doveva dar l'esame di diritto canonico, e che non essendo molto sicuro del fatto suo, aveva deciso di bere un bicchier di vino, per rinfrescarsi le sorgenti dell'eloquenza. Non uso a bere che vino annacquato, commise l'imprudenza di vuotare d'un sol fiato un bicchiere di vino di Jerez. Il suo viso si alterò all'istante in così strana maniera, che se non avessi visto il cangiamento coi miei occhi, avrei creduto che non fosse più il viso di prima.

--Ora basta!--gli gridaron gli amici.

Ma il giovane, che si sentiva diventato tutt'a un tratto forte, ardente e temerario, lanciò ai compagni uno sguardo compassionevole, e ordinò con un atto maestoso al cameriere di versargli un altro bicchiere.

--Ti ubriacherai!--gli dissero.

Per tutta risposta, egli mandò giù il secondo bicchiere.

Allora gli prese una parlantina meravigliosa. A tavola v'era una ventina di persone, in pochi minuti attaccò discorso con tutti, e fece mille rivelazioni sulla sua vita passata e sui suoi disegni per l'avvenire. Disse che era di Cadice, che aveva ottomila lire di rendita all'anno, e voleva darsi alla carriera diplomatica, perchè con quella rendita, aggiuntovi qualcosa che gli avrebbe lasciato un suo zio, poteva fare una buona figura dove si sia; che aveva stabilito di pigliar moglie a trent'anni, e di sposare una donna alta come lui, perchè, a suo avviso, la moglie doveva avere la stessa statura del marito, per evitare che l'uno o l'altro pigliasse il di su; che quando era ragazzo s'era innamorato della figliuola d'un console americano, bella come un fiore e soda come una pina, ma con una voglia rossa dietro un orecchio, che stava molto male, benchè essa la sapesse coprire assai bene colla mantiglia, e faceva veder colla salvietta in che modo la copriva; e che Don Amedeo era un uomo troppo ingenuo per poter riuscire a governar la Spagna; e che fra il poeta Zorilla e il poeta Espronceda, egli avea sempre preferito l'Espronceda; e che ceder Cuba all'America era una corbelleria, e che dell'esame di diritto canonico egli se ne rideva, e che voleva bere altre quattro dita di vino di Jerez, che era il primo vino d'Europa.

Bevve il terzo bicchiere, malgrado i buoni consigli e le disapprovazioni degli amici, e dopo aver cicalato un altro po' in mezzo alle risa dell'uditorio, all'improvviso tacque, guardò fisso fisso una signora che aveva dirimpetto, abbassò la testa e s'addormentò. Io credetti che per quel giorno non si sarebbe presentato all'esame; ma m'ingannai. Un'oretta dopo lo svegliarono, andò su a lavarsi il viso, corse all'Università ancora tutto assonnato, diede l'esame, e fu promosso a maggior gloria del vino di Jerez e della diplomazia spagnuola.

* * * * *