Chapter 28
Ci trattenemmo nel cortile più d'un'ora, che ci passò come un lampo; ed anch'io feci quello che fanno tutti in quel luogo, spagnuoli e stranieri, uomini e donne, poeti o non poeti che siano. Feci scorrer la mano sui muri, toccai tutte le colonnine, le strinsi colle due mani una per una come la vitina d'una bimba, mi ci nascosi in mezzo, le contai, le guardai da cento parti, percorsi il cortile in cento sensi, provai se era vero che dicendo una parola sottovoce in bocca a uno dei leoni, la si sentiva distintamente dalla bocca di tutti gli altri; cercai sui marmi le macchie di sangue delle leggende poetiche, mi stancai gli occhi e la mente sugli arabeschi. Vi eran parecchie signore. Le signore, nel cortile dei Leoni, fanno ogni sorta di fanciullaggini; mettono il viso fra le colonne gemelle, si nascondono negli angoli oscuri, siedono in terra, stanno per ore immobili colla testa appoggiata sulla mano, sognando. Quelle signore facevan così. Ve n'era una vestita di bianco che, passando dietro alle colonne lontane, quando credeva di non esser veduta, pigliava una certa andatura molle e maestosa di sultana melanconica, e poi rideva con una sua amica: era incantevole. Il mio amico mi diceva: "Andiamo," e io rispondevo: "Andiamo," e non potevo muovermi. Non provavo soltanto un sentimento dolcissimo di meraviglia; ma fremevo di piacere, e avevo addosso una smania di toccare, di frugare, che so io, di veder dentro quei muri e quelle colonne, come se fossero d'una materia arcana, e si dovesse scoprire nelle loro intime parti la causa prima del fáscino che quel luogo esercitava. In tutta la mia vita non ho mai pensato nè detto, nè dirò mai tante care follie, tante belle scempiaggini, tante fole, tante gentili cose senza senso, quante ne pensai e ne dissi in quell'ora.
"Ma bisogna venir qui," mi diceva il Gongora, "al levar del sole, bisogna venirci al tramonto, bisogna venirci di notte quando splende la luna, per veder che meraviglie di colori, di ombre e di luce! C'è da perderci il capo!"
Andammo a vedere le sale. Al lato di levante v'è una sala chiamata della Giustizia, alla quale si giunge passando sotto tre grandi archi, di cui ciascuno corrisponde a una porta che dà nel cortile. È una sala lunga e stretta, di ricca e ardita architettura, colle pareti coperte di intricati arabeschi e di preziosi musaici, e la vòlta tutta punte e groppi e sgonfi di stucco che pendon dagli archi, lungo le pareti, e qua e là s'ammucchiano, si abbassano, escon gli uni dagli altri, e gli uni gli altri si comprimono e si sovrappongono e par che si disputino lo spazio, come le bolle d'un'acqua in bollore, presentando ancora in molti punti le traccie dei colori antichi, che dovevan dare a quella vòlta l'aspetto d'un padiglione coperto di fiori e di frutta sospese. La sala ha tre piccole alcove, in ciascuna delle quali, sulla vòlta, si vede ancora una pittura araba, a cui il tempo e la estrema rarità dei lavori di pennello che son rimasti degli Arabi, danno un grandissimo valore. Le pitture son fatte sul cuoio, e il cuoio è attaccato al muro. Nello stanzino di mezzo son rappresentati, sur un fondo dorato, dieci uomini, che si suppone esser dieci re di Granata, vestiti di bianco, col cappuccio in capo, con una mano sulla scimitarra, seduti su cuscini ricamati. I dipinti delle altre due alcove rappresentano castelli, dame e cavalieri, scene di caccia e d'amore, delle quali è difficile afferrare il significato. Ma i volti dei dieci re rispondono meravigliosamente all'immagine che noi ci formiamo di quella gente: è quel colore olivastro, son quelle bocche sensuali, son quegli occhi neri dallo sguardo intento e misterioso che par sempre di veder luccicare negli angoli oscuri delle sale dell'Alhambra.
Al lato norte del cortile v'è un'altra sala chiamata _de las dos Hermanas_, (delle due Sorelle) da due grandi lastre di marmo che ne formano il pavimento. È la sala più gentile dell'Alhambra. È piccola, di forma quadrata, coperta da una di quelle vòlte in forma di cupola, che gli Spagnuoli chiamano mezzi aranci, sorretta da colonnine ed archi disposti in cerchio, tutta lavorata in forma d'una grotta di stallattiti, con una infinità di punte e d'incavi, coloriti e dorati, e così leggera alla vista, che par sia sospesa in aria, e a toccarla debba tremolar tutta come una tenda, o squarciarsi come una nuvola, o svanire come se non fosse che un mucchio di bolle di sapone. Le pareti rivestite, come in tutte le altre sale, di stucco, e coperte di arabeschi incredibilmente fitti e delicati, sono uno dei più meravigliosi prodotti della fantasia e della pazienza umana. Più si guarda, e più le innumerevoli linee si stringono e s'incrociano, e da una figura nasce un'altra, e da questa una terza, e tutte tre ne presentano una quinta che c'era sfuggita e questa si divide tutt'a un tratto in altre dieci che non s'erano vedute, e poi si ricompone e si trasforma daccapo; e non si finisce più di scoprir nuove combinazioni, perchè quando le prime si riaffacciano, di già son dimenticate, e fan l'effetto della prima volta. E ci sarebbe da perder la vista e la ragione a voler venir a capo di quel labirinto; ci vuole un'ora per vedere il contorno d'una finestra, gli ornamenti d'un pilastro, gli arabeschi d'un fregio; un'ora non basta per imprimersi nella mente il disegno d'una delle stupende porte di cedro. Ai due lati della sala vi sono due piccole alcove; nel mezzo, un piccolo bacino con un tubo per lo zampillo, che è congiunto al canaletto che attraversa il cortile e va alla fontana dei Leoni. In dirittura della porta d'entrata, dal lato opposto, v'è un'altra porta, per la quale si entra in un'altra sala stretta e lunga, chiamata la sala degli Aranci. Da questa sala, per una terza porta, si entra in un piccolo gabinetto chiamato il gabinetto di Lindaraja, straricco di ornamenti, e chiuso da una graziosissima finestra a due archi che guarda in un giardino.
Per godere tutta la bellezza di questa magica architettura bisogna uscir dalla sala delle due Sorelle, attraversare il cortile dei Leoni, ed entrare nella sala chiamata degli Abencerrages che si trova dal lato di Mezzogiorno, di fronte a quella delle Sorelle, della quale ha quasi la stessa forma e gli stessi ornamenti. D'in fondo a questa sala lo sguardo attraversa il cortile dei Leoni, passa per la sala delle due Sorelle, entra nella sala degli Aranci, penetra nel gabinetto di Lindaraja e s'infila nel giardino del quale appare la folta verzura sotto gli archi di quel gioiello di finestra. Le due aperture di questa finestra, viste rimpicciolite così per la lontananza, e così piene di luce in fondo a quella fuga di sale oscure, paion due grandi occhi aperti che guardino, e fanno immaginare che di là ci siano chi sa quali misteri di paradiso.
Visto la sala degli Abencerrages, andammo a vedere i bagni che si trovano fra la sala delle due Sorelle e il cortile dei Mirti. Scendemmo una scaletta, passammo per uno stretto corridoio, riuscimmo in una splendida sala, chiamata sala _de los Divanes_, nella quale venivano a riposare le belle dei re, sui tappeti persici, al suon delle cetre, dopo aver fatto il bagno nelle stanze vicine. Questa sala fu ricostrutta sulle rovine dell'antica, e arabescata, dorata e dipinta da artisti spagnuoli, come l'antica doveva essere; in modo che si può considerare come una sala dei tempi degli Arabi rimasta intatta in tutte le sue parti. Nel mezzo è una fontana, in due pareti opposte due specie di alcove nelle quali si adagiavan le donne, più alto le tribune dove stavano i suonatori. Le pareti sono listate, brizzolate, screziate, picchiettate di mille vivissimi colori, e presentan l'aspetto d'una tappezzeria di stoffe chinesi trapunte di fili d'oro, con quegli interminabili intrecci di figure che farebbero ammattire il più paziente musaicista della terra.
Eppure in quella sala lavorava un pittore! Lavorava da tre mesi a copiar quelle pareti! Era un tedesco. Il Gongora lo conosceva, e gli domandò: "È un lavoro che ammazza, non è vero?" E quegli rispose sorridendo: "Non mi pare," e si ricurvò sul suo quadro.
Lo guardai come avrei guardato una creatura d'un altro mondo.
Passammo negli stanzini da bagno, piccoli, fatti a vòlta, e rischiarati dall'alto per mezzo di alcuni fori aperti nel muro, in forma di stelle e di fiori. Le tinozze sono d'un sol pezzo di marmo, vaste, e serrate fra le due pareti. I corridoi che conducono da uno stanzino all'altro son bassi e stretti in modo che appena ci può passare un uomo; e vi fa un fresco che è una delizia. Affacciandomi a uno di quegli stanzini, fui preso tutt'a un tratto da un pensiero tristo.
"Che cos'ha che si rannuvola?" mi domandò l'amico.
"Penso," risposi, "al come viviamo noi, d'estate come d'inverno, in quelle case che paion caserme, in quelle stanze al terzo piano o buie o inondate da un torrente di luce, senza marmo, senz'acqua, senza fiori, senza colonnine; penso che dovremo viver tutta la vita così, e morire fra quelle pareti, senza aver provato una volta la voluttà di questi palazzi fatati; penso che anche in questa misera vita terrena si può immensamente godere, e che io non godrò nulla! Penso che potevo nascere quattro secoli fa re di Granata, e che sono nato invece un poveromo!"
L'amico rise, e stringendomi un braccio fra l'indice e il pollice, come per darmi un pizzicotto, mi disse:
"Non pensi a questo. Pensi a quanto di bello, di gentile e di segreto debbono aver visto queste tinozze; ai piedini che sguazzarono nelle loro acque odorose, alle lunghe capigliature che si sparsero sui loro orli, ai grandi occhi languidi che guardarono il cielo a traverso i fori di quella vòlta, mentre sotto gli archi del cortile dei Leoni risonava il passo concitato d'un Califfo impaziente, e i cento zampilli della reggia dicevano col loro affrettato mormorio:--Vieni, vieni, vieni!--e in una sala profumata uno schiavo tremante di riverenza chiudeva le finestre colle cortine color di rosa."
"Ah! mi lasci un po' l'anima in pace!" risposi scrollando le spalle.
Attraversammo il giardino del gabinetto di Lindaraja, e un cortile d'aspetto misterioso chiamato il _patio della Reja_, e per una lunga galleria che guarda la campagna, giungemmo sulla sommità di una delle estreme torri dell'Alhambra, sotto un piccolo padiglione aperto tutt'intorno, chiamato _Tocador_ (toeletta) _de la reina_, che par sospeso sur un abisso come il nido d'un'aquila.
Lo spettacolo che si gode di lassù, lo si può dire senza paura d'essere smentiti da alcuno, non ha l'uguale sulla faccia della terra.
S'immagini una immensa pianura verde come un prato coperto d'erba novella, attraversata in tutti i sensi da sterminati filari di cipressi, di pini, di quercie, di pioppi, sparsa di foltissimi boschetti d'aranci, che a tanta lontananza non paion più che cespugli, e di grandi orti e giardini così affollati di alberi fruttiferi che presentano quasi l'aspetto di poggerelli vestiti di verzura; e a traverso questa immensa pianura il fiume Genil che luccica fra i boschi e i giardini come un gran nastro inargentato; e tutto intorno colline boscose, e di là dalle colline, altissime roccie di fantastiche forme che rendon l'immagine di una cinta di muri e di torri titaniche che separi quel paradiso terrestre dal mondo; e lì proprio sotto gli occhi, la città di Granata, parte distesa sul piano, parte sulla china d'un colle, tutta sparsa di gruppi d'alberi, di macchie, di mucchi informi di verzura che s'alzano e ondeggiano sopra i tetti delle case come enormi pennacchi, e par che tendano ad espandersi, a congiungersi e a coprir la città intera; e più sotto ancora, la valle profonda del Dauro, meglio che coperta, riempita, colmata quasi da un cumulo prodigioso di vegetazione che si solleva come una montagna, oltre la quale emerge ancora un bosco di pioppi giganteschi che agitano le cime sotto le finestre della torre quasi a portata della mano; e a destra, di là dal Dauro, sur una collina che s'alza al cielo ardita e svelta come una cupola, il palazzo del Generalife, coronato di giardini aerei, e quasi nascosto in mezzo a un bosco di allori, di pioppi e di melagrani; e dalla parte opposta, uno spettacolo meraviglioso, una cosa incredibile, una visione d'un sogno: la Sierra Nevada, le più alte montagne d'Europa, dopo le Alpi, bianche di neve, bianche fino a poche miglia dalle porte di Granata, bianche fino ai colli dove giganteggiano i melagrani e le palme, e si spiega in tutta la sua splendida pompa una vegetazione quasi tropicale. S'immagini ora sopra questo immenso paradiso, che racchiude tutte le ridenti grazie dell'oriente e tutte le più severe bellezze del settentrione, che sposa l'Europa all'Affrica tributando all'imeneo tutte le più belle meraviglie della natura, e che manda al cielo confusi in un solo tutti i profumi della terra, s'immagini sopra questa valle beata il cielo e il sole di Andalusia, che volgendo al tramonto, tinge d'un divino color di rosa le cime, e di tutti i colori dell'iride e di tutti i riflessi delle più limpide perle azzurrine i fianchi delle montagne della Sierra; e frange i suoi raggi in mille sfumature d'oro, di porpora e cinerine, nelle roccie che coronan la pianura; e declinando in mezzo a un incendio di raggi, getta, come un saluto, una corona luminosa intorno alle torri pensierose dell'Alhambra e ai pinnacoli inghirlandati del Generalife; e si dica se si può dare al mondo qualche cosa di più solenne, di più glorioso, di più innebriante di questa festa amorosa del cielo e della terra, dinanzi alla quale da nove secoli trema di voluttà e palpita di orgoglio Granata.
Il tetto del _mirador de la reina_ è sostenuto da piccole colonne moresche fra le quali si stendono degli archi schiacciati che danno al padiglione un aspetto stranamente capriccioso e gentile. Le pareti sono dipinte a fresco, e vi si vedono lungo i fregi le iniziali d'Isabella e di Filippo V intrecciate con amorini e fiori. Accanto alla porta d'entrata, resta ancora una pietra del pavimento antico, tutta bucherellata, sulla quale si dice si mettessero le Sultane per avvolgersi nel nuvolo dei profumi che si bruciavan di sotto. Ogni cosa, lassù, spira amore e letizia. Vi si respira un'aria pura come sulla cima d'una montagna, vi si sente una fragranza confusa di mirti e di rose, e non vi arriva altro rumore che il mormorio del Dauro che si rompe tra i macigni del suo letto dirupato, e il canto di migliaia di uccelli nascosti nella folta verzura della valle; è un vero nido da innamorati, un'alcova pensile per andarvi a sognare, una loggia aerea per salirvi a ringraziar Dio d'esser felici.
"Ah! Gongora," esclamai dopo aver contemplato per qualche momento quello spettacolo incantevole; "io darei dieci anni di vita per poter far comparir qui, con un colpo di bacchetta magica, tutte le persone care che mi aspettano in Italia!"
Il Gongora mi accennava un largo spazio del muro tutto nero di date e di nomi scritti colla matita, col carbone, e incisi colla punta dei temperini dai visitatori dell'Alhambra.
"Che cos'è scritto qui?" mi domandò.
M'avvicinai e gittai un grido:--Chateaubriand!
"E qui?"
"Byron!"
"E qui?"
"Victor Hugo!"
Scendendo dal _mirador de la reina_ io credevo d'aver visto l'Alhambra, e commisi l'imprudenza di dirlo al mio amico. Se avesse avuto in mano un bastone, son certo che me l'avrebbe dato fra capo e collo; ma non avendolo, si contentò di guardarmi coll'aria d'uno che domandasse se mi aveva dato volta il cervello.
Ritornammo nel cortile dei mirti, e visitammo le sale poste dall'altro lato della torre di Comares, la maggior parte mezzo rovinate, altre trasformate, alcune affatto nude, senza pavimento, senza tetto; ma tutte meritevoli d'esser vedute, e per i ricordi che destano, e per bene comprendere la struttura dell'edifizio. L'antica moschea, è stata convertita in cappella da Carlo V; una grande sala araba, in oratorio; qua e là si vedono ancora resti di arabeschi e di soffitti di cedro scolpiti; le gallerie, i cortili, i vestiboli, sembran di un palazzo devastato dalle fiamme.
Visto anche questa parte dell'Alhambra, credetti davvero che non mi rimanesse nulla a vedere, e commisi daccapo l'imprudenza di dirlo al Gongora. Questa volta non si potè più contenere; e condottomi nell'atrio del cortile dei mirti dinanzi a una pianta dell'edifizio affissa al muro, mi disse:
"Guardi, e vedrà che tutte le sale e i cortili e le torri che abbiamo visti finora, non occupano nemmeno la ventesima parte dello spazio che abbracciano le mura dell'Alhambra; vedrà che non abbiamo ancora visitato i resti di altre tre moschee, le rovine della casa del Cadì, la torre dell'Acqua, la torre delle Infante, la torre della Prigioniera, la torre del Candil, la torre dei Picos, la torre dei Pugnali, la torre dei _Siete melos_, la torre del Capitano, la torre della Strega, la torre delle Teste, la torre delle Armi, la torre degli Idalghi, la torre delle Galline, la torre del Cubo, la torre dell'Omaggio, la torre della Vela, la torre della Polvere, gli avanzi della casa di Mondejar, i quartieri militari, la porta di ferro, i muri interni, le cisterne, i passeggi; perchè ha da sapere che l'Alhambra non è un palazzo, ma una città; e che ci sarebbe da passar la vita a cercar arabeschi, a leggere iscrizioni, a scoprir ogni giorno un nuovo colpo d'occhio di colline e di montagne, e a andare in estasi una volta regolarmente per ognuna delle ventiquattr'ore della giornata."
Ed io credevo d'aver visto l'Alhambra!
* * * * *
Per quel giorno non ne volli saper altro, e Dio sa come avevo la testa quando tornai all'albergo. Il giorno dopo, allo spuntar del sole, ci ritornai; ci ritornai la sera; e continuai a andarci ogni giorno per tutto il tempo che rimasi a Granata, col Gongora, con altri amici, coi ciceroni, solo; e l'Alhambra mi parve sempre più vasta e sempre più bella, e ripercorsi quei cortili e quelle sale, e vi passai ore ed ore, seduto tra le colonne o appoggiato alle finestrine, con un piacere di più in più vivo, scoprendo ogni volta bellezze nuove, e abbandonandomi sempre a quelle vaghe e deliziose fantasie, fra le quali aveva errato la mente il primo giorno. Non saprei più dire per dove gli amici mi facevan passare per entrar nell'Alhambra; ma mi ricordo che ogni giorno, nell'andare, vedevo mura e torri e strade deserte che non avevo viste mai, e mi pareva che l'Alhambra avesse mutato di sito, o si fosse trasformata, o le fosser sorti intorno, come per incanto, nuovi edifizii che ne alterassero l'aspetto primitivo. Chi potrebbe descrivere la bellezza di quei luoghi quando tramontava il sole! quel bosco fantastico quando vi batteva il lume della luna! la pianura immensa e le montagne coperte di neve, nelle notti serene! i grandiosi contorni di quelle mura enormi, di quelle superbe torri, di quegli alberi smisurati, sul cielo tempestato di stelle! lo stormire prolungato di quei mucchi immani di verzura che riempiono le valli e coprono i fianchi delle colline, quando soffiava la brezza! Era uno spettacolo dinanzi al quale, i miei compagni, nati a Granata, ed abituati a vederlo fin dalla infanzia, restavano senza parola, così che facevamo lunghi tratti di cammino in silenzio, ciascuno immerso nei suoi pensieri, col cuore compreso d'una mestizia dolcissima che a volte ci faceva inumidir gli occhi e alzar il viso al cielo con uno slancio di gratitudine e di tenerezza.
* * * * *
Il giorno del mio arrivo a Granata, quando rientrai all'albergo, a mezzanotte, invece del silenzio e della quiete, trovai il _patio_ illuminato come una sala da ballo, gente ai tavolini che sorbiva granite, gente su nelle gallerie che andava e veniva, chiaccherando e ridendo; e mi toccò aspettare un'ora prima di andare a dormire. Ma passai quell'ora molto gradevolmente. Mentre stavo guardando una carta di Spagna affissa alla parete, un omaccione col viso color di barbabietola e una pancia che gli cascava sulle ginocchia, mi si avvicinò, e toccandosi il berretto, mi domandò s'ero italiano; risposi di sì, ed egli soggiunse sorridendo:--"Ed io pure; io sono il padrone dell'albergo."
"Me ne rallegro, tanto più che vedo che lei ci si fa d'oro."
"Dio buono...." mi rispose con un tuono che voleva parer melanconico; "sì.... non mi lamento; ma.... me lo creda, caro signore, per quanto gli affari vadan bene, quando si è lontani dal proprio paese, qui (e si mise una mano sull'enorme torace) qui si sente sempre un vuoto!"
Gli guardai la pancia.
"Un gran vuoto," ripetè l'albergatore; "la patria non si dimentica mai... Di che provincia è lei, signore?"
"Della Liguria. E lei?"
"Del Piemonte. Liguria! Piemonte! Lombardia! Quelli son paesi!"
"Son bei paesi, non c'è dubbio; ma lei, alla fine dei conti, non si può lamentare della Spagna. Sta in una delle più belle città del mondo, è padrone d'uno dei più belli alberghi della città, ha una folla di forestieri tutto l'anno, e poi vedo che gode d'una salute invidiabile."
"Ma il vuoto!"
Gli guardai di nuovo la pancia.
"Eh capisco, signor mio; ma lei s'inganna, sa, se mi giudica dalle apparenze. Lei non può immaginare quello che provo io quando capita qui un Italiano. Che vuole? Sarà una debolezza.... non so.... ma io lo vorrei vedere tutto il giorno a tavola, e creda che se mia moglie non mi trovasse a ridire, io sarei capace di mandargli per conto mio una dozzina di piatti d'antipasto... come nulla."
"A che ora si desina domani?"
"Alle cinque. Del resto.... qui si mangia poco.... paesi caldi.... tutti si tengon leggeri.... di qualunque _nazionalità_ sieno.... è una regola.... Ma non ha visto l'altro italiano che è qui?"
Così dicendo guardò intorno, e un uomo che ci stava osservando da un angolo del cortile, ci si avvicinò. L'albergatore, dette poche parole, ci lasciò soli. Era un uomo sulla quarantina, meschinamente vestito, che parlava co' denti stretti e stropicciando di continuo le mani con un movimento convulsivo, come se facesse uno sforzo per trattenersi dal picchiare dei pugni. Mi disse che era lombardo, corista, arrivato il giorno innanzi a Granata con altri artisti di canto scritturati al teatro dell'Opera per la _stagione d'estate_.
"Sucido paese!" esclamò senz'altro preambolo, guardandosi intorno come se volesse pronunziare un discorso.
"Non sta volentieri in Spagna?" gli domandai.
"In Spagna? Io? Scusi: gli è lo stesso come se mi domandasse:--Sta volontieri lei in galera?"
"Ma perchè?"
"Perchè?... Ma non vede che gente sono gli Spagnuoli: ignoranti, superstiziosi, orgogliosi, sanguinarii, impostori, furfanti, ciarlatani, infami?"
E restò un minuto immobile in un atto interrogativo, con le vene del collo gonfie che pareva gli volessero scoppiare.
"Mi perdoni," risposi, "il suo giudizio non mi pare abbastanza favorevole per poterle dire che la penso come lei. Quanto a ignoranza, mi scusi, non tocca a noi Italiani, a noi che abbiamo ancora città in cui si pigliano a sassate i maestri di scuola, e si stilettano i professori che danno _zero_ agli scolari; non tocca a noi, per ora, di riveder le buccie agli altri. Quanto a superstizione, oh poveri noi! quando vediamo nella città d'Italia, in cui è più diffusa l'istruzione popolare, seguir un sottosopra da non dirsi, per un'immagine miracolosa della Madonna trovata da una donnicciuola in mezzo strada.... Quanto a delitti, io le dichiaro francamente che se dovessi far un raffronto fra i due paesi coi quadri statistici alla mano in presenza d'un uditorio di Spagnuoli, senza conoscer prima i dati e le risultanze, avrei una maledetta paura.... Non voglio dire con questo che noi, su per giù, non ci troviamo in migliori acque che la Spagna; voglio dire che un italiano, giudicando gli Spagnuoli, se vuol esser giusto, bisogna che sia indulgente."
"Non mi va, scusi.... un paese senza _indirizzo politico_! un paese _in preda all'anarchia_! un paese.... Andiamo, mi citi un grand'uomo spagnuolo di questi tempi!"
"Non saprei.... ce n'è così pochi da per tutto!"
"Mi citi un Galileo!"