Chapter 26
Il bastimento si fermò nel golfo di Algesira: tutta la compagnia dei cantanti scese in una gran barca venuta di Gibilterra, e s'allontanò agitando ventagli e fazzoletti in atto di saluto. Quando il bastimento ripartì, imbruniva. Allora potei misurar per ogni verso collo sguardo la mole enorme dello scoglio di Gibilterra. Da principio mi pareva che in pochi minuti ce lo saremmo lasciato alle spalle; ma furon ore. Via via che ci avvicinavamo, ingigantiva, e ogni momento presentava un nuovo aspetto; ora il profilo d'un mostro smisurato, ora l'immagine d'una scala immensa, ora la forma d'un castello fantastico, ora un ammasso informe come d'un mostruoso aereolito caduto da un mondo spezzato in una battaglia di mondi; e presentava via via dietro una punta alta come una piramide egizia, un rigonfiamento grande come una montagna, e scoscendimenti e rupi a picco e curve lunghissime che si perdevan nel piano. Era notte; lo scoglio disegnava i suoi foschi contorni così netti e recisi sul cielo rischiarato dalla luna, come un ritaglio di carta nera sur una lastra di vetro. Si vedevan le finestre illuminate delle caserme inglesi, i casotti delle sentinelle sulla sommità delle bricche aeree, e qualche incerto contorno d'albero che appariva appena come cespo d'erba sulle rupi più vicine. Per lungo tempo ci parve che il bastimento non muovesse; o che lo scoglio ci seguisse, tanto era sempre vicino e imminente; poi a poco a poco cominciò a rimpicciolire; ma i nostri occhi si stancarono di guardare prima che lo scoglio di minacciarci colle sue fantastiche trasfigurazioni. A mezzanotte mandai un ultimo saluto a quella formidabile sentinella morta d'Europa, e andai a ficcarmi nel mio nascondiglio.
* * * * *
Mi svegliai allo puntar dell'alba a poche miglia dal porto di Malaga.
La città di Malaga, vista dal porto, presenta un aspetto gradevole, e non privo di maestà. A destra un alto monte roccioso, sulla cui cima e giù per l'un dei fianchi sino al piano, nereggiano le gigantesche rovine del castello di Gibralfaro, famoso per la disperata resistenza opposta dagli Arabi all'esercito di Ferdinando e d'Isabella la Cattolica; e alle falde del monte la cattedrale, che s'innalza maestosamente su tutti gli edifizi circostanti, lanciando al cielo, come direbbe un poeta ardito, due belle torri e un altissimo campanile. Tra il castello e la chiesa e dinanzi al monte e ai lati, una moltitudine, una canaglia, per dirla alla Vittor Ugo, di casuccie affumicate, e poste le une sulle altre, alla rinfusa, come se fossero state buttate giù dall'alto, a modo di macigni. A sinistra della cattedrale, lungo la spiaggia, una fila di case color cinerino, violaceo, giallognolo, con un contorno bianco alle finestre e alle porte, che rammenta i villaggi della riviera ligure. Al di là una corona di colline verdi e rossastre, che chiudon la città come le mura d'un anfiteatro; a destra e a sinistra, lungo la riva del mare, altri monti e colline e roccie a perdita d'occhio. Il porto quasi deserto, la spiaggia quieta, il cielo purissimo.
Prima di scendere a terra, mi congedai dal capitano che doveva proseguire il suo viaggio per Marsiglia, salutai il nostromo e i passeggieri, dicendo a tutti che sarei arrivato a Valenza proprio il giorno che ci doveva arrivare il bastimento, e che perciò mi sarei imbarcato di nuovo con loro per andare a Barcellona e a Marsiglia; e il capitano mi disse:--L'aspettiamo,--e il cameriere mi promise che m'avrebbe serbato il posto. Quante volte, in seguito ricordai le ultime parole di quella povera gente!
Scesi a Malaga coll'intenzione di partire la sera stessa per Granata. L'interno della città non offre nulla di notevole. Fuor della parte nuova che occupa lo spazio anticamente coperto dal mare, ed è costrutta alla moderna, con vie larghe e diritte, e case grandi e nude; il rimanente della città è un labirinto di stradicciuole tortuose e un agglomeramento di case senza colore, senza _patios_, senza grazia. V'è qualche piazza spaziosa, con giardini e fontane; qualche colonna e qualche arco di edifizi arabi; nessun monumento moderno, molta immondizia e non grande frequenza di popolo. I dintorni son bellissimi e il clima più mite che a Siviglia.
A Malaga avevo un amico, andai a cercarlo, passammo la giornata insieme. Da lui ebbi una curiosa notizia. A Malaga è un'Accademia letteraria composta di più di ottocento soci, nella quale si celebrano gli anniversarii di tutti i grandi scrittori e si fa due volte la settimana una lettura pubblica sur un argomento di scienza o di letteratura. Quella sera stessa vi si doveva celebrare una festa solenne. Alcuni mesi prima l'Accademia aveva stabilito il premio di tre bei fiori d'oro, smaltati di varii colori, per i tre poeti che componessero la miglior ode al progresso, la miglior romanza sulla riconquista di Malaga, la miglior satira contro uno dei vizii più comuni della moderna società civile. Era stata fatta una _convocatoria_ a tutti i poeti della Spagna, le poesie eran piovute a rifascio, un giurì le aveva segretamente giudicate, e quella sera stessa doveva profferire la sentenza. La cerimonia si faceva con gran pompa: vi avevano ad assistere il Vescovo, il Governatore, il Comandante di marina, i consoli, i personaggi più cospicui della città, con giubba, ciondoli e ciarpe, e un gran numero di signore vestite da ballo. Le tre più belle Muse della città dovevano presentarsi sur una specie di palco scenico inghirlandato e imbandierato, aprire ciascuna il plico che conteneva la poesia premiata, e proclamare tre volte il nome dell'autore; se l'autore rispondeva, invitarlo a leggere i suoi versi, e presentargli il fiore; se non rispondeva, leggerli esse medesime. In tutta la città non si parlava d'altro che dell'Accademia, si congetturavano i nomi dei vincitori, si predicevano meraviglie delle tre poesie, si magnificava l'apparatura della sala. Questa festa poetica, alla quale si dà il nome di _juegos floreales_, non si celebrava più da dieci anni. Altri giudichi se queste gare e queste pompe giovino o nuocciano alla poesia e ai poeti. Per me sia pur dubbia e sfuggevole la gloria letteraria che può largire la sentenza d'un giurì e l'omaggio d'un Vescovo e d'un governatore, credo che il ricevere in dono un fior d'oro dalla mano d'una bellissima donna, sotto gli sguardi di cinquecento andaluse, al suono d'una musica soave e in mezzo al profumo dei gelsomini e delle rose, sia una gioia anche più viva e più profonda di quella che viene dalla gloria vera e durevole.--No?--Ah! siamo sinceri!
Uno dei miei primi pensieri fu di assaggiare un po' di vero vin di Malaga, non per altro che per rifarmi dei molti dolori di capo e di stomaco cui andavo debitore allo scellerato intruglio che si spaccia in molte città d'Italia colla bugiarda raccomandazione di quel nome. Ma o ch'io non abbia saputo chiedere, o che non m'abbian voluto capire, il fatto è che il vino che mi fu dato all'albergo, mi bruciò le viscere e mi fece dar di volta al cervello. Potei nondimeno recarmi verticalmente fino alla cattedrale, e dalla cattedrale al castello di Gibralfaro, e in qualche altro luogo, e formarmi un'idea della bellezza delle malaghesi senza vederle doppie e tremole, come potrebbe supporre qualche maligno.
Strada facendo, il mio amico mi parlò di codesto repubblicanamente famoso popolo di Malaga, che ogni momento ne fa una delle sue. È un popolo ardentissimo; ma mutevole e docile, come tutti i popoli che senton molto e pensan poco, ed operano più per impulso di passione che per forza di convincimento. Per un nonnulla si raduna una folla immensa e si leva un tumulto da metter la città sossopra; ma il più delle volte basta un atto risoluto d'un uomo autorevole, un tratto di coraggio, un lampo di eloquenza per sedare il tumulto e disperdere la folla. L'indole del popolo, in fondo, è buona; ma la traviano la superstizione e la passione. E sopratutto la superstizione è forse più radicata a Malaga che in ogni altra città dell'Andalusia, a cagione della ignoranza maggiore. Tutto sommato, Malaga è la città meno andalusa ch'io m'abbia veduto, e v'è imbastardita persino la lingua, perchè vi si parla peggio che a Cadice, dove già vi si parla male.
Ero ancora a Malaga, ma la mia immaginazione s'aggirava già per le vie di Granata e nei giardini dell'Alhambra e del Generalife. Poche ore dopo il mezzogiorno, partii, e per dir la verità, fu quella la sola città di Spagna che lasciai senza mandare un sospiro. Quando il treno partì, invece di voltarmi a salutarla come avevo fatto a tutte le altre sue sorelle, mormorai i versi cantati da Giovanni Prati a Granata quando il duca d'Aosta partì per la Spagna:
«Non più Granata è sola Sulle sue mute pietre: L'inno in Alhambra vola Sulle moresche cetre;»
ed ora, riscrivendoli, penso che la musica della banda della Guardia Nazionale di Torino ispira la letizia e la pace meglio delle cetre moresche, e che il lastrico dei portici di Po, contuttochè muto esso pure, è meglio connesso e più liscio che le pietre di Granata.
XII.
GRANATA.
Il viaggio da Malaga a Granata fu il più avventuroso e sfortunato ch'io abbia fatto in Spagna.
Perchè i lettori compassionevoli mi possano compiangere quanto vorrei, bisogna che sappiano (mi vergogno d'intrattener la gente con queste piccinerie) che a Malaga avevo fatto solamente una leggerissima colazione all'andalusa, della quale, al momento di partire, mi restava appena una confusa reminiscenza. Ma ero partito colla sicurezza di poter scendere a qualche stazione della strada ferrata, dove fosse una di quelle sale, o pubblici strozzatoi, nelle quali si entra galoppando, si mangia ansando e si paga scappando, per tornare nel carrozzone impinzati, soffocati e derubati, a maledire l'orario, i viaggi e il ministro dei lavori pubblici che _tradisce il paese_. Partii, e per le prime ore fu una delizia. La campagna era tutta colline gentili e campi verdissimi, sparsi di villette coronate di palme e di cipressi; e nel carrozzone, in mezzo a due vecchiotti che tenevan gli occhi chiusi, v'era un'andalusina che guardava intorno con un sorrisetto briccone che pareva voler dire:--Via, lanciatemi degli sguardi languidi.--Ma il treno andava colla lentezza d'una diligenza sconquassata, e non si soffermava che pochi momenti alle stazioni. Al declinare del sole, lo stomaco cominciò a suonare a soccorso, e a render più fieri gli stimoli della fame dovetti fare un lungo tratto di strada a piedi. Il treno si fermò dinanzi a un ponte malfermo, tutti i viaggiatori scesero e sfilarono a due a due per andar ad aspettar le carrozze sull'altra sponda del fiume. Eravamo in mezzo alle roccie della Sierra Nevada, in un luogo deserto e selvaggio, che ci faceva parere d'esser gente condotta in ostaggio da una banda di briganti. Rimontati che fummo nei carrozzoni, il treno riprese a andare colla fiaccona di prima, e il mio stomaco ricominciò a languire più miseramente che mai. Arrivammo, dopo lungo tempo, a una stazione tutta ingombra di treni, dove una gran parte dei viaggiatori si precipitarono a terra, prima che io mettessi il piede sul montatoio.
"Dove vuol andare?" mi domandò un impiegato della strada ferrata, vedendomi scendere.
"A desinare," risposi.
"Ma lei non va a Granata?"
"A Granata."
"Se è così, non ha tempo; il treno riparte subito."
"Ma gli altri sono discesi."
"Li vedrà tornare di corsa di qui a un momento."
I treni delle merci ch'eran dinanzi, m'impedivano di vedere la stazione; credetti che fosse lontana; non scesi. Passan due minuti, ne passan cinque, ne passan otto, e i viaggiatori non tornano, e il treno non si muove. Salto giù, corro alla stazione, vedo un caffè, entro in una gran sala.... Dei del cielo! Cinquanta affamati stavano intorno a una tavola da refettorio, col muso sul piatto, coi gomiti in aria, cogli occhi all'orologio, divorando e gridando; e un'altra cinquantina si pigiavano intorno al banco, afferrando e intascando pani, frutti, confetti, mentre il padrone e i camerieri, ansimanti come cavalli, stillanti di sudore, correvano, si sbracciavano, urlavano, inciampavan nelle seggiole, urtavano gli avventori, buttavan qua e là spruzzi di brodo e d'intingoli; e una povera donna, che doveva essere la padrona del caffè, prigioniera in una nicchietta dietro al banco assediato, si metteva le mani nei capelli in atto di disperazione. A quella vista, mi cascaron le braccia. Ma subito mi feci forza e mi slanciai al saccheggio. Respinto da una gomitata nel petto, mi slanciai daccapo; ributtato da una fiancata nel ventre, raccolsi tutto il mio vigore per tentare un terzo assalto. In quel punto suonò la campanella. Fu uno scoppio di imprecazioni, e poi un cader di seggiole, un acciottolìo di piatti, un serra serra, un tramenìo di casa del diavolo. Chi trangugiando in furia gli ultimi bocconi, diventava livido e cacciava gli occhi fuor del capo come un impiccato; chi allungando una mano per afferrare un arancio, sospinto da un che scappava, l'andava a tuffare in un piatto di crema; chi girava per la sala in cerca della valigia con un gran sberleffe di salsa sulle guancie; chi, per aver voluto ber d'un sol fiato andatogli il vino per traverso, tossiva da schiantarsi lo stomaco; e gl'impiegati di sulla porta gridavano:--Presto!--e i viaggiatori dalla sala rispondevano:--_Ahógate!_ (affogati),--e i camerieri davan dietro a chi non aveva pagato, e chi voleva pagare non trovava i camerieri, e le signore facevan l'atto di svenire, e i ragazzi strillavano, e ogni cosa era sossopra.
Fu una fortuna ch'io potessi infilarmi nel mio carrozzone prima che il treno partisse.
Ma là m'aspettava un nuovo supplizio. I due vecchi e l'andalusina, che doveva essere figliuola dell'uno e nipote dell'altro, erano riusciti a fare un po' di preda in mezzo a quella maledetta folla del banco; e mangiavano a due palmenti. Io mi misi a guardarli con occhio malinconico, contando i bocconi e le dentate, come fa il cane accanto alla tavola del padrone. L'andalusa se n'accorse, e mostrandomi un qualchecosa che pareva una polpetta, fece un atto grazioso col capo come per domandarmi se la volevo.
"Oh! grazie!" risposi con un sorriso da moribondo; "ho mangiato!"
Angelo mio, soggiunsi subito tra me e me, se tu sapessi che in questo momento preferirei le tue polpette alle acerbe poma, come direbbe nobilmente messer Niccolò Macchiavelli, colte nel famoso orto delle Esperidi!
"Assaggi almeno un sorsetto di liquore!" disse lo zio.
Non so per che fanciullesca picca contro di me, o contro quella buona gente; ma era una picca che in simili occasioni provano spesso anche gli uomini; risposi anche questa volta:--"No, grazie, mi farebbe male."
Il buon vecchio mi guardò da capo a piedi coll'aria di dire che non gli parevo un omino da patire una goccia di liquore, e l'andalusa sorrise, e io diventai rosso dalla vergogna.
Si fece notte, e il treno continuò a andare al passo della cavalcatura di Sancho Panza, non so per quante ore. Quella sera esperimentai per la prima volta in vita mia i tormenti della fame, che immaginavo d'aver provati già nella famosa giornata del ventiquattro giugno milleottocentosessantasei. Per alleviar quei tormenti, pensavo ostinatamente a tutti i mangiari che m'inspirano più ripugnanza, ai pomidoro crudi, alle lumache nel brodo, ai gamberi arrostiti, ai bianchetti in insalata. Ahimè! una voce di scherno mi gridava d'in fondo alle viscere che, se li avessi avuti, me ne sarei leccato le dita. Allora mi misi a far delle mescolanze immaginarie di piatti disparati, come sarebbe di creme e di pesci, spruzzati di vino, con una manata di pepe e uno strato di conserva di ginepro; per veder di tenere a segno lo stomaco. Oh infelice! Lo stomaco vigliacco non ripugnava neanco da quelle sozzure. Allora feci un ultimo sforzo, e immaginai di essere a tavola in un albergo di Parigi, al tempo dell'assedio, e di sollevar pian piano per la coda un topino in salsa piccante, che riacquistando improvvisamente gli spiriti, mi addentasse il pollice, e mi fissasse in viso due occhietti inviperiti, ed io, colla forchetta alzata, fossi nel dubbio o di dargli l'andare o d'infilzarlo senza pietà. Ma, grazie a Dio, prima ch'io uscissi da questo bivio orribile, per consumare un atto che non avrebbe avuto riscontro nella storia degli assedii, il treno si fermò e un barlume di speranza mi ravvivò gli spiriti affaticati.
Eravamo arrivati non so a che villaggio. Mentre cacciavo la testa fuor del finestrino, una voce gridò:--Scenda chi va a Granata!--Mi precipitai giù dal carrozzone e mi trovai a faccia a faccia con un omaccione baffuto che mi tolse la valigia di mano, dicendomi che l'andava a mettere nella diligenza, perchè da quel villaggio fino a non so quante miglia dalla _imperial Granada_, non c'è strada ferrata.
"Un momento!" gridai allo sconosciuto con voce supplichevole: "Quanto tempo c'è per partire?"
"Due minuti!" rispose.
"C'è un'osteria?"
"È là."
Volai nell'osteria, trangugiai un uovo sodo, e scappai verso la diligenza gridando: "Quanto tempo c'è ancora?"
"Altri due minuti!" mi rispose la voce di prima.
Rivolai all'osteria, mandai giù un altr'uovo, e corsi di nuovo alla diligenza, ridomandando: "Si parte?"
"Fra un minuto!"
All'osteria daccapo, e un terz'ovo, e poi alla diligenza: "Si va?"
"Fra mezzo minuto!"
Questa volta tirai un moccolo da far rabbrividire, ricorsi all'osteria, inghiottii un quart'ovo e un bicchier di vino, e mi slanciai di corsa verso la diligenza. Ma fatti appena dieci passi, mi sentii mancare il respiro, e mi fermai coll'ovo a mezza gola. In quel punto schioccò la frusta.--Aspettate!--urlai con una voce rantolosa, agitando le mani come un uomo che affoghi.
"_Que hay?_" (che c'è?) domandò il vetturino.
Non potei rispondere.
"_Se le ha quedado un huevo en la garganta!_" (Le è rimasto un uovo nella gola) rispose per me uno sconosciuto.
Tutti i viaggiatori diedero in uno scoppio di risa, l'ovo andò giù, risi anch'io, raggiunsi la diligenza che partì subito, e ripreso ch'ebbi fiato, feci ai miei compagni di viaggio il racconto delle mie disgrazie, che li esilarò e gl'impietosì più che non avrei osato sperare dopo quella crudele risata sul mio strangolamento.
Ma le mie disgrazie non eran finite. Uno di quei sonni irresistibili, che mi saltavano addosso a tradimento nelle lunghe marcie notturne in mezzo ai soldati, mi prese tutt'a un tratto, e mi torturò fino alla stazione della strada ferrata, senza ch'io potessi dormire un momento. Credo che una palla da cannone appesa per uno spago in mezzo al cielo della diligenza, avrebbe dato meno noia ai miei disgraziati compagni di viaggio, di quello che ne diede la mia povera testa dondolando, come fece, da tutte le parti, che pareva non fosse più attaccata al collo che per un nervo. Avevo da una parte una monaca, dall'altra un ragazzo, davanti una contadina, e per tutto il tragitto non feci che picchiar capate su quelle tre vittime, col monotono va e vieni del battaglio d'una campana. La monaca, poveretta, si lasciava picchiare e taceva, forse in espiazione dei suoi peccati di pensiero; ma il ragazzo e la contadina brontolavano di tratto in tratto:--_Es una barbaridad!_--_Así no se puede estar!_--_Tiene una cabeza de plomo!_ (una testa di piombo).--Finalmente uno scherzo d'uno dei viaggiatori ci liberò tutti e quattro da quel supplizio. La contadina essendosi lamentata un po' più forte del solito, una voce in fondo alla diligenza esclamò:--Si consoli! Se non le ha rotto la testa finora, può star sicura che non gliela rompe più, perchè vuol dire che l'ha a prova di martello.--Tutti risero, io mi svegliai chiedendo scusa, e le tre vittime furon così contente di vedersi libere da quello spietato picchiare, che invece di vendicarsi con qualche parola acerba, mi dissero:--_Pobrecito! Ha descansado Usted muy mal! Se ha lastimado Usted la cabeza!_ (Poveretto! Ha riposato molto male! Deve essersi fatto male alla testa!)
Arrivammo finalmente alla strada ferrata, e, vedete, iniqua sorte! solo com'ero nel carrozzone che avrei potuto dormire come un sultano, non riuscii a chiuder occhio. Mi sentivo una spina nel cuore pensando che avevo fatto quel viaggio di notte, e che non avevo veduto nulla, e che non potevo godere dello spettacolo di Granata lontana! E mi sonavano in mente i dolci versi di Martinez della Rosa:
«Oh amata patria mia! Ti riveggo al fine! Riveggo il tuo bel suolo, i tuoi campi lieti e fecondi, il tuo splendido sole, il tuo quieto cielo!
»Oh sì! veggo la famosa Granata stendersi al piano dall'uno e dall'altro colle, le sue torri sollevarsi in mezzo ai giardini eternamente verdi, i suoi fiumi cristallini baciar le sue mura, i monti superbi circondar la sua valle, e la Serra Nevada coronare gli orizzonti lontani!
»Oh! la tua memoria mi seguiva in ogni parte, Granata! turbava i miei piaceri, la mia pace, la mia gloria, e mi opprimeva l'anima e il cuore! Sulle gelide rive della Senna e del Tamigi, io ricordava le amene sponde del Dauro e del Genil, e sospirava! e ben sovente, intonando una lieta canzone, il mio dolore s'inacerbiva, e il pianto mal represso soffocava la mia voce!
»Invano l'Arno delizioso mi offerse le sue rive smaltate di fiori, asilo degli amori e della pace. La pianura irrigata dal quieto Genil,--diceva,--è più fiorita! Il soggiorno della bella Granata è più caro!--E mormorava queste parole con accento sconsolato, e ricordando la casa dei miei padri, alzava gli occhi melanconici al cielo.
»Qual'è la tua magia, il tuo ineffabile incanto, o patria, o dolce nome, che ci sei tanto caro! Il nero Affricano, lungi dal suo deserto nativo, guarda con doloroso sdegno i campi verdeggianti; il rozzo Lappone, rapito alla sua terra materna, sospira le notti perpetue e il perpetuo gelo; ed io, io cui la sorte benigna concesse di nascere e di crescere nel tuo beato grembo, benedetto di tanti doni da Dio, io, lontano da te, avrei potuto dimenticarti, Granata?»
Arrivai a Granata, era buio fitto, non vidi neanco il profilo d'una casa. Una diligenza, tirata da due cavalli
«....... anzi due cavallette Di quelle di Mosè là dell'Egitto»
mi sbarcò in un albergo, dove dovetti aspettare un'ora che mi si facesse il letto, e finalmente, poco prima delle tre della mattina, potei metter la testa sul guanciale. Ma le mie disgrazie non eran finite. Quando cominciavo a pigliar sonno, sentii un mormorio indistinto nella stanza accanto, e poi una voce maschile che disse chiaramente:--Oh che piedino!--Chi ha viscere di umanità, giudichi. Il guanciale era un po' scucito, tirai fuori due bioccoli di lana, me li cacciai nelle orecchie e riandando col pensiero le traversie del mio viaggio m'addormentai del sonno dei disperati.
* * * * *
La mattina per tempo uscii e passeggiai per le strade di Granata fin che fosse un'ora decente per andar a trar fuor di casa un giovane granatino che avevo conosciuto a Madrid, in casa di Fernandez Guerra, di nome Gongora, figliuolo d'un archeologo illustre, e discendente del famoso poeta cordovese Luigi Gongora; di cui dissi qualcosa di volo. La parte della città che vidi in quelle poche ore non rispose alla mia aspettativa. Credevo di trovar le stradine misteriose e le casine bianche come a Cordova e a Siviglia; trovai invece delle piazze spaziose, alcune belle strade diritte, e le altre tortuose ed anguste sì, ma fiancheggiate da case alte, dipinte in gran parte di falsi bassorilievi, con amorini e ghirlande e svolazzi di tende e di veli di mille colori; senza quell'aspetto orientale delle altre città andaluse. La parte più bassa di Granata è quasi tutta fabbricata colla regolarità d'una città moderna. Passando per quelle strade, mi pigliò il dispetto, e avrei certo portato al signor Gongora una faccia rannuvolata, se per caso, in quell'andar così alla ventura, non fossi riuscito nella famosa _Alameda_, che gode la fama di essere il più bel passeggio del mondo, e che mi compensò a mille doppi della odiosa regolarità delle strade che vi conducono.