Spagna

Chapter 22

Chapter 223,817 wordsPublic domain

Dopo la _siesta_, andai a ricercare i miei due compagni, che mi condussero nei sobborghi della città, nei quali vidi per la prima volta donne e uomini di tipo veramente andaluso, quale io me lo raffigurava, con occhi e colori e atteggiamenti d'Arabi; e intesi pure per la prima volta il parlar proprio del popolo d'Andalusia, più molle e più cantato che nelle Castiglie, ed anche più gaio e più immaginoso, e accompagnato da un gesticolare più vivo. Domandai ai miei compagni se fosse vero quello che suol dirsi dell'Andalusia: che cioè colla pubertà precoce sian precoci i vizii, e voluttuosi i costumi, e gli amori sfrenati. _Harto verdadero!_ risposero: troppo vero! e qui spiegazioni, descrizioni e racconti, che tengo nella penna. Ritornammo in città, mi condussero in uno stupendo Casino, con giardini e sale splendide, in una delle quali, la più vasta e la più ricca, ornata dei ritratti di tutti i Cordovesi illustri, sorge una specie di palco scenico, su cui salgono i poeti a leggere le loro poesie le sere solenni destinate a pubblico certame d'ingegno; e i vincitori ricevono una corona d'alloro dalle mani delle più belle e colte fanciulle della città, assise sur un semicerchio di seggiole inghirlandate di rose. La sera ebbi il piacere di conoscere parecchi giovani Cordovesi, _ardentemiente afectos_, come si dice in spagnuolo leccato, _al cultivo de las Musas_, franchi, cortesi, vivacissimi, con una farraggine di versi nella testa, e infarinati di letteratura italiana; cosicchè, figuratevi, dall'imbrunire a mezzanotte, per quelle misteriose stradine che m'avevan fatto girar la testa la sera prima, fu un continuo clamoroso scambiarsi di sonetti, d'inni e di ballate delle due lingue, dal Petrarca al Prati, dal Cervantes allo Zorilla; e una allegrissima conversazione chiusa e suggellata da molte cordiali strette di mano, e da calde promesse di scriversi, di mandarsi libri, di venire in Italia, di tornare in Spagna, ec. ec.; non altro che parole, come sempre, ma parole non meno care per questo.

* * * * *

L'indomani partii per Siviglia. Alla stazione vidi Frascuelo, Lagartijo, il Cuco, e tutta la compagnia dei _toreros_ di Madrid, che mi salutarono con uno sguardo benevolo di protezione. Mi cacciai in un vagone polveroso, e quando il treno si mosse, e Cordova apparve ai miei occhi per l'ultima volta, la salutai coi versi del poeta arabo, un po' troppo sensuali, se si vuole, per il gusto d'un europeo; ma, in fin dei conti, adatti all'occasione:

«_Addio, Cordova!_ Per vivere sempre fra le tue mura, vorrei far vita più lunga di Noè. Vorrei avere i tesori di Faraone per spenderli in vino e in belle Cordovesi, dagli occhi soavi, che invitano ai baci.»

NOTE:

[3] Fece.

[4] Stellato.

[5] Conseguì.

[6] Venne.

IX.

SIVIGLIA.

Il viaggio da Cordova a Siviglia non desta la meraviglia come quello da Toledo a Cordova; ma è pur bello ancora; sono sempre quei boschi di aranci, quegli oliveti sconfinati, quei colli vestiti di pampini, quei prati coperti di fiori. A poche miglia da Cordova si vedon le torri diroccate del formidabile castello di Almodovar, posto sur una roccia altissima, che domina un immenso spazio all'intorno; a Hornachuelos, un altro vecchio castello sulla sommità d'una collina, in mezzo un paesaggio solitario e melanconico; più oltre la bianca città di Palma, nascosta in un foltissimo bosco d'aranci, cinto alla sua volta da una corona di orti e di giardini; e via via si trascorre in mezzo a campi biondeggianti di grano, fiancheggiati da lunghissime siepi di fichi d'India, da filari di piccole palme, da boschetti di pini, da folte piantagioni di alberi fruttiferi; e ad ogni tratto si vedon colli e castelli e torrenti e svelti campanili di villaggi celati tra gli alberi, e cime azzurre di monti lontani.

Son belle sopra ogni cosa le piccole case campestri sparse lungo la strada. Non ricordo d'averne veduta una che non fosse bianca come la neve. È bianca la casa, bianco il parapetto del pozzo vicino, bianco il muricciuolo che cinge l'orto, bianchi i due pilastrini della porta del giardino; ogni cosa par stata imbiancata il giorno innanzi. Alcune di queste case hanno una o due finestrine binate alla moresca, altre qualche arabesco sulla porta, altre il tetto coperto di tegole variopinte come le case arabe. Qua e là, pei campi, si vedon cappe rosse e bianche di contadini, cappelli di velluto in mezzo all'erba, ciarpe di tutti i colori. I contadini che si vedono sulle aiuole, o che accorrono a veder passare il treno, sono vestiti tal quale ce li rappresentano i quadri di costumi di quarant'anni fa: hanno un cappello di velluto con una grandissima tesa un po' rivoltata, con una piccola cupola a pan di zucchero; una giacchettina corta, un panciotto aperto, un par di calzoni tagliati al ginocchio come quelli dei preti, un par di ghette alte fino ai calzoni, e una fascia intorno alla vita. Questa foggia di vestire, incomoda, ma bella, s'attaglia mirabilmente alle forme snelle di quegli uomini, i quali preferiscono assai lo star bellamente male allo star bene senza grazia, e s'acconciano di buon grado a stintignare una mezz'ora ogni mattina, pur di avere indosso un paio di calzoncini che mettano in rilievo il fianco svelto e la gamba ben tornita. Non han nulla di comune coi nostri contadini del settentrione, dal muso duro e dall'occhio attonito. Quelli vi fissan negli occhi, con un sorriso, i loro grandi occhi neri, come se vi volessero dire:--Non mi riconoscete?--lancian degli sguardi audaci alle signore che metton la testa fuori del finestrino; accorrono per porgervi un fiammifero prima che voi glielo abbiate domandato; qualche volta rispondono in rima a una vostra interrogazione, e son capaci persino di ridere per farvi vedere i loro denti bianchi.

A la Rinconada si comincia a vedere, in dirittura della strada ferrata, il campanile della Cattedrale di Siviglia; e a destra, di là dal Guadalquivir, le belle colline coperte d'oliveti, ai piedi delle quali giaccion le rovine d'Italica. Il treno volava, e io parlavo tra me e me, a mezza voce, affrettando le parole via via che spesseggiavan le case, con quell'affanno pien di desiderio e di gioia, che si prova salendo le scale dell'amante. Siviglia! Siviglia è là! È là la regina dell'Andalusia, l'Atene spagnuola, la madre del Murillo, la città dei poeti e degli amori, la famosa Siviglia, di cui pronunciavo il nome fin da fanciullo con un sentimento di dolce simpatia! Chi m'avesse detto, qualche anno fa, che io l'avrei veduta! Eppure non è un sogno! Quelle case son ben di Siviglia, quei contadini laggiù son Sivigliani; quel campanile ch'io vidi, è la Giralda! Io a Siviglia? È strano! Mi vien voglia di ridere! Che farà mia madre in questo momento! Se fosse qui! Se fosse qui il tale, il tal altro! Peccato esser solo! Ecco le case bianche, i giardini, le stradine.... Siamo nella città.... Ora si scende.... Ah! come è bella la vita!....

Arrivai a un albergo, buttai la valigia nel _patio_, e cominciai a errare per la città. Mi parve di riveder Cordova ingrandita, abbellita e arricchita; le strade son più larghe, le case son più alte, i _patios_ più spaziosi; ma l'aspetto generale della città è il medesimo; è quella bianchezza purissima, quella rete intricata di stradine, quell'odor diffuso d'aranci, quell'aria gentile di mistero, quella sembianza orientale, che desta nel cuore un sentimento dolcissimo di amorosa malinconia, e nella mente mille fantasie e desiderii e visioni d'un mondo lontano, d'una vita nuova, d'una gente ignota, d'un paradiso terrestre pieno d'amori, di delizie, di pace. In quelle strade si legge la storia della città; ogni balcone, ogni frammento di scultura, ogni crocicchio solitario rammenta l'avventura notturna d'un Re, le ispirazioni d'un poeta, le vicende di una bella, un amore, un duello, un rapimento, una favola, una festa. Qui è una memoria di Maria Padilla, là di don Pedro, più oltre del Cervantes, altrove del Colombo, di Santa Teresa, del Velasquez, del Murillo. Una colonna rammenta la dominazione Romana, una torre, lo splendore della monarchia di Carlo V, un alcazar, la magnificenza della corte degli Arabi. Accanto alle modeste casine bianche, s'innalzano i sontuosi palazzi marmorei; le piccole strade tortuose sboccano nelle vaste piazze popolate di aranci; dal crocicchio deserto e silenzioso si riesce, con un breve giro, nella strada corsa da una folla rumorosa; e per tutto dove si passa, si vedono a traverso i graziosi cancelli dei _patios_, fiori, statue, fontane, fughe di sale, muri coperti di arabeschi, finestrine arabe, sottili colonne di marmi preziosi; e a ogni finestra, in ogni giardino, donnine vestite di bianco, mezzo nascoste, come timide ninfe, fra le foglie dei pampini e i cespugli delle rose.

Di strada in strada arrivai alla riva del Guadalquivir, sui viali del passeggio della Cristina, che è per Siviglia ciò che per Firenze il Lungarno. Qui si gode uno spettacolo incantevole.

Mi avvicinai prima alla famosa Torre dell'Oro. Questa famosa Torre, chiamata dell'Oro o perchè vi si chiudeva l'oro che i bastimenti spagnuoli portavano dall'America, o perchè il re Don Pedro vi nascondeva i suoi tesori, è ottagona, formata da tre piani rientranti, coronata di merli e bagnata dal fiume. La tradizione narra che questa torre fu costrutta al tempo dei Romani, e che vi soggiornò per lungo tempo la bellissima favorita di quel Re, quando la torre era congiunta all'alcazar da un edifizio che venne demolito per far luogo al passeggio della Cristina.

Questo passeggio si stende dal palazzo del duca di Montpensier fino alla Torre dell'Oro ed è tutto ombreggiato da platani d'Oriente, da quercie, da cipressi, da salici, da pioppi, e d'altri alberi del settentrione, che gli Andalusi ammirano come ammireremmo noi le palme e gli aloè nelle campagne del Piemonte e della Lombardia. Un gran ponte accavalcia il fiume, e conduce al sobborgo di Triana, del quale si vedono le prime case sulla sponda opposta. Una lunga fila di bastimenti, di golette, di barconi si stende sul fiume, e fra la Torre dell'Oro e il palazzo del Duca, è un va e vieni di barchette. Tramontava il sole. Una folla di signore formicolava pei viali, frotte di operaie passavano nel ponte, ferveva il lavoro sui bastimenti, sonava una banda musicale nascosta tra gli alberi, il fiume era color di rosa, l'aria odorava di fiori, il cielo pareva tutto in fuoco.

Rientrai in città, e godetti il meraviglioso spettacolo di Siviglia notturna. I _patios_ di tutte le case erano illuminati; quei delle case modeste, rischiarati da una mezza luce che ne abbelliva d'un'aria di mistero la grazia; quei dei palazzi, pieni di fiammelle, che facevan sfolgorare gli specchi e scintillare come getti d'argento vivo gli zampilli delle fontane, e luccicare di mille colori i marmi dei vestiboli, i musaici delle pareti, le vetriere delle porte, i cristalli dei doppieri. Si vedeva dentro un formicaio di signore, si sentiva per tutto un suon di risa, di voci, di musiche; pareva di passare in mezzo a tante sale da ballo; da ogni porta usciva un'onda di luce, di fragranze e d'armonie; le strade erano affollate; fra gli alberi delle piazze, sotto gli atrii, in fondo ai vicoli, sui terrazzini, da ogni parte si vedevan gonnelle bianche ondeggiare, sparire e riapparire nell'ombra; e testine ornate di fiori vezzeggiare alle finestre; e gruppi di giovani attraversar la folla gettando allegre grida; e gente salutarsi e discorrere fra le finestre e la strada, e per tutto un moto affrettato, un gridìo, un riso, una gaiezza carnevalesca. Siviglia non era più che un immenso giardino, nel quale folleggiava un popolo fremente di giovinezza e d'amore.

Per uno straniero, quelli son momenti assai tristi. Mi ricordo che avrei dato del capo nel muro. Erravo qua e là mezzo sbalordito, col capo basso, col cuore stretto, come se tutta quella gente si divertisse per insultare la mia solitudine e la mia malinconia. Era troppo tardi per portare le lettere di raccomandazione, troppo presto per andare a dormire: ero schiavo di quella folla e di quell'allegrezza, e dovetti subirla per molte ore. Provai un sollievo sforzandomi di non guardar in viso le donne; ma non ci riuscivo sempre, e quando i miei occhi incontravano per caso due pupille nere, la trafittura era più acerba, appunto perchè improvvisa, che se avessi sfidato il pericolo col cuore pronto. Ero pure in mezzo a quelle Sivigliane tremendamente famose! Le vedevo passare, strette al braccio dei loro mariti e dei loro amanti, toccavo le loro vesti, inspiravo il loro profumo, sentivo il suono delle loro molli parole, e il sangue mi saliva al capo come un'onda di fuoco. Fortunatamente mi ricordai d'aver inteso dire a Madrid da un Sivigliano che il Console d'Italia soleva passar la serata nella bottega d'un suo figliuolo negoziante; cercai questa bottega, la rinvenni, vi trovai il Console, e consegnandogli una lettera d'un amico suo:--Caro Signore!--gli dissi con un tuono drammatico che lo fece ridere;--mi soccorra lei; Siviglia mi fa paura!

A mezzanotte la città non aveva mutato aspetto; v'era ancora tutta quella folla e tutta quella luce; tornai all'albergo e mi chiusi nella camera coll'intenzione di andar a letto. Peggio che peggio. Le finestre della camera davano sur una piazza dove formicolava un visibilio di gente intorno a una banda musicale che non finiva mai di suonare; cessata la musica, cominciaron le chitarre, le grida degli acquaioli, i canti, le risa; tutta la notte fu un baccano da svegliare le talpe. Io feci un sogno delizioso e tormentoso ad un tempo; ma più tormentoso. Mi pareva d'esser legato al letto da una lunghissima treccia nera attorcigliata in mille nodi, e di sentirmi sulle labbra una bocca di brage che mi toglieva il respiro, e intorno al collo due manine vigorose che mi schiacciavano il capo contro il manico d'una chitarra.

* * * * *

La mattina seguente andai difilato a vedere la Cattedrale.

Per descrivere ammodo codesto smisurato edifizio, bisognerebbe aver sotto mano una raccolta di tutti gli aggettivi più sperticati e di tutte le più strampalate similitudini che uscirono dalla penna degli iperboleggiatori di tutti i paesi, ogni volta che ebbero a dipingere qualcosa di prodigiosamente alto, di mostruosamente largo, di spaventosamente profondo, d'incredibilmente grandioso. Quando ne parlo cogli amici, senza accorgermene, faccio anch'io, come il Mirabeau di Vittor Ugo, _un colossal mouvement d'épaules_, e gonfio le gote e ingrosso a grado a grado la voce a somiglianza di Tommaso Salvini nella tragedia _Sansone_, quando con un accento che fa fremer la platea, dice che si sente ricrescer ne' nervi il vigore. Parlar della Cattedrale di Siviglia, stanca come suonare un grosso strumento a fiato o sostenere una conversazione da una sponda all'altra d'un torrente rumoroso.

La Cattedrale di Siviglia è isolata in mezzo ad una vastissima piazza, e però se ne può misurar la grandezza con un colpo d'occhio. Sul primo momento, pensai al motto famoso che proferì il Capitolo della Chiesa primitiva, decretando l'8 luglio del 1401, la costruzione della nuova Cattedrale:--Inalziamo un siffatto monumento che faccia dire ai posteri che noi eravamo pazzi.--Quei reverendi canonici non hanno fallito al loro intento. Ma per accertarsene bisogna entrare. L'aspetto esterno della Cattedrale è grandioso e magnifico; ma senza paragone meno che l'interno. Manca la facciata; un alto muro circonda tutto l'edifizio a modo d'una fortezza. Per quanto si giri e si guardi, non si riesce a fissar nella mente un contorno unico che, al pari dell'epigrafe d'un libro, porga un chiaro concetto del disegno dell'opera; si ammira e si prorompe più d'una volta nell'esclamazione:--È immenso!--ma non ci si appaga; e s'entra nella chiesa frettolosamente, desiderosi di provare un sentimento di meraviglia più intero.

Al primo entrare si rimane sbalorditi, ci si sente smarriti come in un abisso; e per qualche momento non si fa che descrivere collo sguardo immense curve per quell'immenso spazio, quasi per accertarsi che la vista non c'inganna e la fantasia non c'illude. Poi ci si avvicina a uno dei pilastri, si misura, e si guardano gli altri lontani: son grossi come torri, e paion sottili da far fremere al pensiero che l'edifizio vi poggia su. Si percorrono ad uno ad uno, con uno sguardo rapido, dal pavimento alla vòlta, e par di poter contare i momenti che lo sguardo impiega a salire. Son cinque navate, che formerebbero ciascuna una grande chiesa. In quella di mezzo potrebbe passeggiare a testa alta un'altra Cattedrale colla sua cupola e il suo campanile. Tutte insieme formano sessantotto vòlte ardimentose che, a guardarle, par che lentamente si allarghino e si sollevino. Tutto è enorme in questa Cattedrale. La cappella maggiore, posta nel mezzo della navata principale, e alta fin quasi a toccar la volta, pare una cappella costrutta per de' sacerdoti giganti a' quali gli altari comuni non arrivino sino al ginocchio; il cero pasquale sembra un albero di bastimento; il candelabro di bronzo che lo sopporta, un pilastro d'una chiesa; gli organi, case; il coro, è un museo di scultura e di cesellatura, da meritare ei solo una visita d'una giornata. Le cappelle sono degne della chiesa: vi sono profusi i capolavori di sessantasette scultori e di trentotto pittori. Il Montanes, il Zurbaran, il Murillo, il Valdes, l'Herrera, il Boldan, il Roëlas, il Campana, v'hanno lasciato mille traccie immortali della loro mano. La cappella di san Ferdinando, che racchiude i sepolcri di questo Re, della sua sposa Beatrice, di Alfonso il Saggio, del celebre ministro Florida Blanca, e d'altri personaggi illustri, è una delle più belle e più ricche. Il corpo del re Ferdinando, che redense Siviglia dalla signoria degli Arabi, vestito della sua assisa guerriera, colla corona e col manto, riposa in una cassa di cristallo, coperta d'un velo. Da un lato è la spada che portava il giorno della sua entrata in Siviglia; dall'altro la canna, emblema del comando. In quella stessa cappella si conserva una piccola vergine d'avorio, che il santo Re portava seco in guerra, e altre reliquie di gran valore. Nelle restanti cappelle sono grandi altari di marmo, tombe di stile gotico, statue di pietra, di legno, d'argento, chiuse in ampie casse di cristallo, col petto e le mani coperte di diamanti e di rubini; e stupendi quadri, che, sgraziatamente, la scarsa luce che scende dalle alte finestre non rischiara tanto che si possano ammirare in tutta la loro bellezza.

Ma dalla considerazione delle cappelle, dei quadri, delle sculture, si ritorna senza posa ad ammirare la Cattedrale nel suo grandioso e, se si potesse dire, formidabile aspetto. Dopo essersi slanciati su fino a quelle altezze vertiginose, lo sguardo e la mente ricadono a terra, quasi stanchi dello sforzo, come per ripigliar nuova lena a salire. E le immagini che vi pullulano nel capo, rispondono alla vastità della Basilica: angeli smisurati, teste di cherubini mostruose, ali grandi come vele di naviglio, e svolazzi di manti candidi immensi. L'impressione che vi produce codesta Cattedrale è tutta religiosa; ma non mesta; è quel sentimento che trasporta il pensiero negli spazi interminati e nei tremendi silenzi, nei quali s'annegava il pensiero di Leopardi; è un sentimento pieno di desiderio e di ardire; il brivido voluttuoso che si prova sull'orlo d'un abisso; il turbamento e la confusione delle grandi idee; il divino terrore dell'infinito.

Come è la cattedrale più varia della Spagna (chè l'architettura gotica, la germanica, la greco-romana, l'araba e quella nominata volgarmente _plateresca_ vi lasciarono ciascheduna una impronta), ella è pure la più ricca e la più privilegiata. Nei tempi della maggior potenza del clero, vi si bruciavano, ogni anno, ventimila libbre di cera; vi si celebravano, ogni giorno, su ottanta altari, cinquecento messe; il vino che si consumava nel sacrifizio ascendeva all'incredibile quantità di diciottomila settecento cinquanta litri. I canonici avevano un servidorame da monarchi, si recavano alla chiesa in splendide carrozze tirate da superbi cavalli, si facevano sventolare dai chierici, mentre celebravan la messa, con enormi ventagli ornati di piume e di perle; diritto concesso loro dal Papa, del quale alcuni approfittano ancora oggigiorno. Non occorre parlare delle feste della settimana santa che sono ancora adesso famose nel mondo, e alle quali accorre gente da tutte le parti d'Europa.

Ma il privilegio più curioso della cattedrale di Siviglia è la così detta danza _de los seises_, che ha luogo ogni sera, sull'imbrunire, per otto giorni consecutivi, dopo la festa del _Corpus Domini_. Poichè fui a Siviglia in quei giorni, l'andai a vedere, e mi parve cosa degna di esser descritta. Da quanto me n'era stato detto prima, mi pareva che la dovesse essere una pagliacciata scandalosa, ed entrai nella chiesa coll'animo preparato a un sentimento di sdegno per la profanazione del luogo sacro. La chiesa era buia; la sola cappella maggiore illuminata; una folla di donne ginocchioni ingombrava lo spazio fra la cappella e il coro. Alcuni preti stavan seduti a destra e sinistra dell'altare; davanti alla gradinata era disteso un ampio tappeto; due file di ragazzi dagli otto ai dodici anni, vestiti da cavalieri spagnuoli del medio evo, con cappello piumato e calze bianche, eran schierati gli uni di fronte agli altri, in faccia all'altare. A un cenno dato da un sacerdote, una soave musica di violini ruppe il silenzio profondo della chiesa, e le due schiere di ragazzi si mossero con un passo di contraddanza, e cominciarono a dividersi, a intrecciarsi, a sciogliersi, a riannodarsi, con mille graziosissimi giri; e poi proruppero tutti insieme in un canto armonioso e gentile, che echeggiò nell'oscurità della vasta cattedrale come la voce d'un coro d'angeli; e un momento dopo, si misero ad accompagnare la danza ed il canto colle nacchere. Nessuna cerimonia religiosa mi commosse mai come questa. È impossibile esprimere l'effetto che producevano quelle vocine sotto quelle immense vòlte; quelle creaturine ai piedi di quell'altare enorme; quella danza composta, quasi umile; quel costume antico, quella folla prostrata, e intorno intorno quelle tenebre. Uscii dalla chiesa coll'anima serena come se avessi pregato.

A proposito di questo ballo mi fu raccontato un aneddoto assai curioso. Due secoli or sono, un arcivescovo di Siviglia al quale pareva che colle contraddanze e le nacchere non si lodasse degnamente il Signore, volle proibire la cerimonia. Ne seguì un sottosopra: il popolo strepitò; i canonici alzaron la voce; l'arcivescovo fu costretto a chieder soccorso al papa. Il papa, curioso, volle vedere coi suoi occhi il ballonzolo per poter giudicare con conoscimento di causa. I ragazzi, vestiti da cavalieri, furon condotti a Roma, ricevuti nel Vaticano e fatti danzare e cantare in presenza di Sua Santità. Sua Santità rise, non disapprovò, e volendo dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia contentare i canonici senza scontentare l'arcivescovo, decretò che i ragazzi potessero continuare a ballare finché avessero logorato i vestiti che si trovavano addosso; dopo di che la cerimonia si sarebbe considerata come abolita. L'arcivescovo rise sotto i baffi, se li aveva, e i canonici risero anch'essi, come quelli che avevan già trovata la maniera di farla in barba all'arcivescovo e al papa. E infatti essi rinnovarono ai ragazzi ogni anno una parte del vestiario, in modo che non si potesse dire mai che tutto il vestiario era logoro; e l'arcivescovo che, da uomo scrupoloso, pigliava l'ordine del papa alla lettera, non si potè opporre alla ripetizione della cerimonia. Così si continuò a ballare e si balla e si ballerà fin che piaccia ai canonici e a Domeneddio.